Novità in Libreria: “Armenian – Aryans” di Enrico Ferri – Ebrei, Armeni e Razzisti – Il Mito del Sangue

Negli anni Trenta furono promulgate, prima in Germania (1935) e poi in Italia (1938), una serie di leggi in “difesa della razza”. Partendo dall’ipotesi di un’originaria lingua indoeuropea, s’immaginava un altrettanto ancestrale popolo ariano con caratteristiche psico-fisiche ed una visone del mondo tipici di una razza guerriera fondata su valori come il senso dell’onore, l’amore del rischio, la voglia di affermarsi e il rispetto della gerarchia; valori e stili di vita che ne avrebbero legittimato il primato. Tale popolo si sarebbe poi diviso in varie etnie, che ne conservavano i caratteri originari presenti in gran parte dei popoli europei. Negli anni trenta dello scorso secolo, partendo da questi fragili presupposti, attraverso una serie di pseudo-scienze, come la frenologia e la fisiognomica ed altrettante mal definite “dottrine della razza”, si stabilirono criteri di appartenenza o di esclusione alla “razza ariana” e, di contro, alle razze semite e non arie, tesi che costituirono le premesse ideologiche per la discriminazione, la segregazione e la persecuzione di interi popoli e comunità, come gli ebrei e i rom. Nello studio si ricostruisce questo complesso quadro in riferimento alle vicende della comunità armena in Italia e in Europa, esponendo ed analizzando i vari argomenti che furono presentati a favore e contro il carattere ariano del popolo armeno ed il contesto storico in cui questo dibattito si svolse.

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Yair Auron: “Cerco di costruire una solidarietà tra le vittime” (Gariwo.it 11.01.17)

Tra pochi giorni, per il ciclo d’incontri “La crisi dell’Europa e i giusti del nostro tempo” che si terrà a Milano al Teatro Franco Parenti, giungerà da Israele un testimone d’eccezione, il professor Yair Auron. Il tema specifico del primo incontro del 17 gennaio 2017, La prevenzione dei genocidi, vedrà la riflessione analitica sullo specifico del tema, dello storico Marcello Flores e le testimonianze dell’armeno Gérard Malkassian e dell’ebreo Yair Auron.

Yair Auron è uno storico israeliano, specialista della Shoah, che ha fondato a Yerevan presso l’Università Americana una cattedra di studio di tutti i genocidi. Allargare lo sguardo a tutti i genocidi della contemporaneità è stato per lui un passaggio obbligato, così come assumersi sino in fondo l’impegno di diffondere il tema dei Giusti: “Il salvatore è un punto di riferimento per l’umanità”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata alla rivista France, Armenie nell’ottobre 2016. Il suo ultimo libro Salvatori e combattenti”, dell’edizione Sigest, tratta dei salvataggi di ebrei da parte di armeni, e in particolare della famiglia di Charles Aznavour che all’epoca della occupazione tedesca in Francia ha nascosto e aiutato molti ebrei. L’ottica di fondo è il raccordo tra le memorie, un punto di vista che comporta il parlare di alleanza tra le vittime piuttosto che di concorrenza, e soprattutto la consapevolezza che si tratta di “esseri umani che hanno salvato altri esseri umani”. Com’è accaduto anche nel 1915, quando è iniziato il genocidio degli armeni. La stragrande maggioranza era indifferente, ma c’è stato qualcuno, anche in Palestina, che ha aiutato gli armeni e ha denunciato la loro eliminazione.

Quando negli anni 80 gli armeni degli Stati Uniti hanno cercato di far riconoscere il genocidio dal Congresso americano e il governo di Israele, consultato, ha sostenuto il governo turco negazionista, Auron si è indignato e ha preso la decisione di studiare e approfondire il tema del genocidio armeno. Non si capacitava di come un popolo, vittima di un genocidio efferato, non sostenesse la memoria delle vittime di altri genocidi. Nel marzo del 2015 il professor Auron ha invitato il presidente di Gariwo Gabriele Nissim e il sottoscritto a un seminario alla Open University di Israele sul tema dei Giusti di tutti i genocidi: armeni, ebrei ottomani, turchi. In quell’occasione abbiamo inaugurato a Neve Shalom, un villaggio abitato da palestinesi e israeliani, il Giardino dedicato ai Giusti di tutto il mondo, ramo israeliano di Gariwo.

I genitori di Charles Aznavour, sopravvissuti al genocidio, avevano ricominciato a ricostruire la loro vita, da rifugiati, in Francia. Aznavour è nato a Parigi nel 1924. Il padre, arruolato, fatto prigioniero, evaso e ritornato a Parigi, dal 1940 al 1945 ha continuato a salvare gli ebrei correndo gravi rischi per le frequenti perquisizioni della polizia francese e della Gestapo. La maggior parte dei salvatori, precisa Auron, non pensa di fare qualche cosa di eccezionale e spesso afferma: ”al mio posto avresti fatto lo stesso!”.

Nel suo nuovo libro Yair Auron ricostruisce anche la vicenda dei resistenti armeni in Francia all’epoca dell’invasione nazista, il noto gruppo Manouchian.

Nel corso dell’intervista, egli esprime il proposito di continuare la sua ricerca per allargare il numero degli armeni “Giusti tra le Nazioni” onorati allo Yad Vashem e ricorda anche alcuni casi di salvataggio di bambini ebrei da parte di sacerdoti armeni a Bucarest. È convinto che dato il numero esiguo di armeni europei, gli armeni siano stati quelli che in proporzione hanno salvato più ebrei di ogni altro popolo.

Riguardo al riconoscimento del genocidio degli armeni da parte della Knesset, il parlamento israeliano, Auron è molto pessimista e ritiene improbabile che ciò possa accadere. Secondo lui ci sono due elementi che giocano contro: il primo è la tesi dell’unicità della Shoah e il secondo è l’alleanza strategica economico-militare con la Turchia. Va sottolineato il fatto, chiarisce Auron, che negando il genocidio armeno si tradisce la “memoria storica”, quindi anche quella dell’Olocausto.

Yair Auron ha iniziato nel 2007 in Israele un corso sul genocidio armeno con 8 studenti. Oggi sono 2500, malgrado egli abbia insistito per non farlo diventare un insegnamento obbligatorio. E lo studio si è allargato anche agli altri genocidi, in particolare a quello del Rwanda.

Nell’ultima sua visita a Neve Shalom, Gabriele Nissim ha potuto constatare che il Giardino dei Giusti di tutto il mondo vive, si arricchisce di nuove iniziative e di nuovi Giusti, e che l’obiettivo è quello di muoversi “con una sensibilità universale” – come ha dichiarato la direttrice del museo locale, la palestinese cristiana Dyana Shaloufi Rizek, che insieme al professore israeliano Yair Auron costituisce l’anima di questo progetto.

Nel Giardino dei Giusti di tutto il mondo di Neve Shalom, dove sono onorati i turchi che hanno salvato gli armeni e gli armeni che hanno salvato gli ebrei, oltre ai palestinesi che hanno soccorso gli ebrei e gli ebrei che hanno soccorso i palestinesi in questi anni di conflitto, prossimamente Charles Aznavour piantumerà un albero in onore di suo padre, un armeno superstite del genocidio che durante l’occupazione nazista ha salvato decine di ebrei a Parigi.

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Giorno della Memoria 2017: 43 eventi in programma (Comune di Venezia 10.01.17)

Sono 43 le iniziative in programma tra Venezia e la Terraferma per il Giorno della Memoria 2017, a partire da oggi – con la tavola rotonda in diretta streaming alle ore 17:30 su Radio Vanessa – fino a giovedì 9 febbraio. La presentazione del calendario è avvenuta questa mattina con una conferenza stampa svoltasi a Ca’ Farsetti, alla presenza, tra gli altri, della presidente del Consiglio comunale, Ermelinda Damiano, dell’assessore al Turismo, Decentramento e Rapporti con le Municipalità, Paola Mar, e del coordinatore del Tavolo delle Associazioni per il Giorno della Memoria 2017, Paolo Navarro Dina.

“Voglio ringraziare la Comunità Ebraica – ha esordito la presidente Damiano, dopo aver portato i saluti del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, e della presidente della Commissione Cultura, Giorgia Pea – e le tante associazioni e istituzioni che in questi anni hanno contribuito a donare alla nostra Città un patrimonio di approfondimenti e riflessioni dal valore inestimabile e utile a far crescere il senso civico di tutti noi. Stiamo vivendo un momento storico difficile, in cui è importante combattere i pregiudizi, partendo da quello che è accaduto e facendo sì che non si ripeta. Le istituzioni politiche hanno il compito di svegliare le coscienze e di trasmettere il più possibile, soprattutto alle nuove generazioni, un messaggio di memoria”.

“Quello che ormai non è più solo il Giorno, ma il “mese” della Memoria – ha proseguito poi l’assessore Mar – è dedicato quest’anno non solo alla Shoah, ma anche ai genocidi dei Rom e degli Armeni, offrendoci un’occasione di riflessione davvero importante. L’analisi si estende poi anche al campo della geografia, coniugandola con l’imperialismo e il colonialismo e con la diffusione del razzismo a Venezia e in Europa, proponendo una visione a tutto campo di una qualità, a mio avviso, perfino dirompente. Il nostro compito, sia come rappresentanti delle Istituzioni, che come singoli cittadini, è di riuscire a fare in modo che la memoria di tutto questo non si annebbi. La storia, infatti, si ripete, ma non diventa mai maestra di vita, purtroppo. Sentiamo quindi in modo forte la responsabilità di far sì che le giovani generazioni sappiano cos’è accaduto, che ne abbiano coscienza, per cercare proprio di evitare che quanto successo non capiti ancora”.

Tra i tanti appuntamenti in programma, che prevedono anche attività didattiche, grazie agli Itinerari educativi del Comune di Venezia, sono stati ricordati in particolare la mostra fotografica “Al termine del binario: Auschwitz” – organizzata dalla Municipalità di Venezia Murano Burano nella Sala San Leonardo e presentata dal vicepresidente del Consiglio comunale, Giovanni Pelizzato – e la presentazione del libro “Rom questi sconosciuti”, prevista il 27 gennaio a Ca’ Foscari, con il quale l’associazione Rom Kalderash auspica che si superi la ziganofobia ancora fortemente presente nella società contemporanea.

Gli eventi principali si terranno invece domenica 22 gennaio, con la “Cerimonia cittadina del Giorno della Memoria” – che avverrà a partire dalle ore 11 a Teatro Goldoni, alla presenza del sindaco, Luigi Brugnaro, e del presidente della Comunità ebraica di Venezia, Paolo Gnignati – e la conversazione “La memoria condivisa, voci dal mondo ebraico e armeno” prevista alle 16.30 al Conservatorio Benedetto Marcello. “Ci rende particolarmente orgogliosi aver coinvolto la Comunità armena veneziana e italiana – ha detto in proposito Navarro Dina, ringraziando il presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia, Minas Lourian – perché molti studiosi considerano quello armeno come il prototipo del genocidio ed è dunque importante indagarlo, confrontando diversi punti di vista”.

Un particolare significato assume infine quest’anno la deposizione di 24 nuove pietre d’inciampo in tre diversi Sestieri (San Polo, San Marco e Cannaregio), in programma venerdì 20 gennaio: per la prima volta, infatti, una pietra sarà dedicata ad un internato militare, mentre due pietre saranno deposte per due sopravvissute, proponendo così percorsi di memoria nuovi, che non tutte le città hanno accettato di intraprendere. In Ghetto, poi, verrà idealmente ricomposta la famiglia di Ugo Beniamino Levi, dato che alle pietre sua e della moglie saranno aggiunte quelle dei sei figli.

La mappa delle pietre d’inciampo: bit.ly/pietreinciampo2017

Business news: Iran-Armenia, al via quest’anno i lavori della nuova linea di trasmissione energetica (Agenzianova 08.01.17)

Teheran, 08 gen 13:00 – (Agenzia Nova) – L’Armenia ha annunciato che i lavori per la costruzione di una nuova rete di trasmissione di energia elettrica tra l’Iran e il paese inizieranno a partire da quest’anno. Il viceministro armeno delle Infrastrutture energetiche e delle risorse naturali, Hayk Harutyunyan, ha fornito un quadro dei lavori del suo ministero nel 2016 e ha detto che il progetto porterà il trasferimento di energia da 350 e a 700 Megawatt di potenza. I lavori per la posa della terza linea di trasmissione tra i due paesi sono già iniziati, e il viceministro ha assicurato che l’Armenia avrà un sistema energetico più efficiente. Per il viceministro le operazioni per la posa della terza linea per il trasferimento di energia tra i due paesi sono già iniziate e sono mirate ad aumentare lo scambio di energia tra i due paesi. Harutyunyan ha inoltre aggiunto detto che se il nuovo progetto verrà realizzato con successo, l’Armenia avrà un nuovo sistema di forniture energetiche che le consentirà non solo di soddisfare il consumo interno ma anche di esportare energia pari a tre volte la domanda interna, trasformando il paese in attore chiave della regione.

L’annuncio di Erevan giunge a poche settimane dalla visita nel paese del presidente iraniano in Armaniea Hassan Rohani che ha dato il via ad un rafforzamento dei legami con i paesi dell’Unione economica eurasiatica (Eaeu), allo scopo di stipulare un accordo di libero scambio con i paesi ad essa aderenti. L’Unione economica euroasiatica è formata da Federazione russa, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan. Secondo quanto sottolineato dal presidente iraniano durante la sua visita che lo ha portato in Armenia, Kazakhstan e Kirghizistan (conclusasi lo scorso 23 dicembre) Teheran ha avuto con loro rapporti molto stretti in questi ultimi anni. Il capo dello Stato iraniano ha inoltre ricordato che l’Iran sta cercando una cooperazione economica con i tre stati incentrata su un regime tariffario preferenziale e accordi di libero scambio. “Attraverso l’Armenia siamo in grado di ottenere l’accesso al Mar Nero e quindi costruire un collegamento con i paesi occidentali ed europei”, ha dichiarato Rohani. Per quanto riguarda il Kazakhstan, Rohani ha citato il collegamento ferroviario che consente all’Iran di attivare un collegamento a nord e ad ovest del paese. Il presidente ha sottolineato inoltre che la Cina sta progettando di costruire un collegamento ferroviario verso l’Iran attraverso Kirghizistan, Tagikistan e Afghanistan che entrerà in territorio iraniano nella parte orientale del paese. (Res)

«La negazione di un genocidio è un trauma per le persone colpite» (Swissinfo 06.01.17)

Basandosi su una sentenza della Corte europea dei diritti umani, il nazionalista turco Doğu Perinçek ha chiesto alla Svizzera di non più punire penalmente chi nega il genocidio armeno. Ma perché si dovrebbe avere il diritto di negare questo genocidio e non l’Olocausto? Lo abbiamo chiesto a Gerhard Fiolka, professore di diritto penale internazionale all’Università di Friburgo.

Alcuni anni fa, il Tribunale federale, la più alta istanza giuridica della Svizzera, condannò il politico turco Doğu Perinçek per aver definito il genocidio degli armeni una «menzogna imperialista». Un verdetto ribaltato però nel 2015, quando la Corte europea dei diritti umani (CEDU) giunse alla conclusione che la Svizzera aveva violato la libertà di espressione. Malgrado la decisione del Tribunale federale di annullare la condanna nei confronti di Perinçek, la Svizzera non intende stralciare la negazione di un genocidio dalla norma antirazzismo del Codice penale.

Martedì, durante una conferenza stampa al consolato turco di Zurigo, Perinçek ha gettato ulteriore benzina sul fuoco chiedendo alla Svizzera di revocare il riconoscimento del genocidio armeno. Ha inoltre salutato l’iniziativa parlamentare del deputato Yves Nidegger, che chiede di stralciare la nozione di genocidio dall’articolo 261 bis del Codice penale.

Gerhard Fiolka, professore di diritto penale internazionale all’Università di Friburgo, ha risposto alle domande scritte di swissinfo.ch.

swissinfo.ch: Cosa ne pensa della sentenza della CEDU, secondo cui la negazione del genocidio armeno rientra nella libertà di espressione?

Gerhard Fiolka: La decisione della CEDU, per altro sostenuta da una maggioranza molto risicata, non convince né nella motivazione né nel verdetto. La Grande Camera della CEDU è giunta alla conclusione che, in una società democratica, non è necessario punire la negazione del genocidio armeno siccome non esiste alcun legame particolare tra la Svizzera e questo genocidio e siccome gli eventi risalgono a molto tempo fa.

Con questa decisione, la CEDU restringe di parecchio il margine di discrezionalità degli Stati. Finora, la CEDU aveva lasciato un ampio margine di manovra di fronte a dichiarazioni immorali o che criticavano la religione. Riteneva infatti che le autorità statali fossero quelle meglio posizionate per valutare i limiti da porre alla libertà di espressione. Secondo la concezione europea, la libertà di espressione non è affatto illimitata e gli ordinamenti giuridici prevedono diverse restrizioni a tale diritto.

swissinfo.ch: Per quale motivo la CEDU ritiene che sia possibile negare il genocidio degli armeni, ma non l’Olocausto?

G. F.: La Grande Camera è dell’opinione che la negazione della Shoa sia l’espressione di un’ideologia antidemocratica e antisemita e che sia dunque pericolosa. Una motivazione che però non mi convince. Così facendo, sulla base di mere asserzioni, si fa una distinzione tra la Shoa e altri genocidi che oggettivamente non può essere condivisa e che, una volta di più, presenta gli ebrei come un caso speciale.

swissinfo.ch: Perché la Svizzera non ha modificato la sua norma antirazzismo in seguito alla sentenza della CEDU?

G. F.: Le decisioni della CEDU concernono sempre una violazione dei diritti fondamentali in singoli casi concreti. Una condanna non permette quindi necessariamente di trarre conclusioni per altri casi o per le norme penali. In questo senso, è plausibile che un’interpretazione più restrittiva dei testi di leggi permetterà in futuro di evitare le violazioni della libertà di espressione.

A mio avviso, non è necessario modificare le disposizioni penali. Il 3 marzo 2016, il Consiglio nazionale [Camera del Popolo] ha respinto una mozione che chiedeva di abrogare la norma contro il razzismo. Ciò dimostra che al momento non esiste un ampio consenso politico per l’abrogazione o la modifica di questo articolo.

swissinfo.ch: Cosa ne pensa dell’iniziativa parlamentare di Yves Nidegger, che chiede di stralciare la nozione di genocidio dal Codice penale o di precisarla come segue: «… un genocidio accertato da un tribunale internazionale competente…»?

G. F.: Penso che tale modifica sia sbagliata. La negazione di un genocidio è un trauma per le persone colpite. In Svizzera, si può punire qualcuno che afferma che una macchina da cucire di un certo produttore non è tecnologicamente all’avanguardia. Non riesco però a capire perché la negazione di un genocidio debba invece restare impunita.

Genocidio armeno

Nell’impero Ottomano, tra il 1915 e il 1917, dai 300’000 agli 1,5 milioni di armeni, a seconda delle stime, sono stati massacrati o sono deceduti durante le lunghe marce della morte. I massacri di uomini, donne e bambini sono bene documentati e costituiscono, secondo gli storici e i giuristi, il primo genocidio del XX secolo. In Svizzera, la negazione di questo genocidio è punita dalla legge.

Limitandoci ai genocidi riconosciuti da tribunali internazionali competenti, la cerchia dei possibili genocidi si restringe di parecchio. Per i genocidi in Ruanda o a Srebrenica, ad esempio, esistono sentenze di tribunali internazionali. Per la Shoa, invece, non ci sono sentenze simili. I processi di Norimberga non giudicarono la Shoa, bensì i responsabili di una guerra di aggressione e di crimini di guerra.

Inoltre, la nozione di genocidio è contenuta non soltanto nel Codice penale svizzero, ma pure nei trattati internazionali. Un giudice elvetico è quindi nella posizione di poter decidere se un determinato evento storico sia stato o meno un genocidio. La questione non è di sapere se qualcuno – ad esempio un parlamento, un tribunale, un oracolo o una maggioranza di telespettatori – “riconosce” un genocidio, ma di determinare se questo è stato effettivamente commesso ai sensi della legge.

swissinfo.ch: Quanto è difficile provare l’esistenza di un genocidio?

G. F.: Il giudice deve valutare le prove a disposizione e giungere alla conclusione che gli eventi storici rappresentano un genocidio o un crimine contro l’umanità. La Shoa e il genocidio armeno sono entrambi bene documentati. Per parlare di genocidio, bisogna in particolare dimostrare che i responsabili avevano l’intenzione di eliminare un determinato gruppo etnico. Nel caso degli armeni, tale intenzione viene a volta messa in discussione, sostenendo invece che le persone sono morte a causa di eventi bellici. Qui però lo si deve dire chiaramente: chi deporta migliaia di individui di un determinato gruppo etnico, compresi donne e bambini, e li costringe a lunghe marce attraverso deserti inospitali, non deve sorprendersi di ritrovarsi sul banco degli imputati per aver voluto eliminarli.

swissinfo.ch: Perché dovremmo avere il diritto di mentire, ma non quello di negare un genocidio? In altre parole: qual è lo scopo della norma antirazzismo?

G. F.: Negando un genocidio, i gruppi colpiti si sentono vittime e sono traumatizzati una seconda volta. Spesso, la negazione è anche un modo d’insinuare che le “presunte” vittime cercano di trarre profitto da un genocidio immaginario, ciò che influisce direttamente sull’immagine del loro gruppo. I genocidi e i crimini contro l’umanità sono reati talmente gravi che danneggiano non solo i singoli individui, ma l’intera umanità.

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CAUCASO: La via della seta correrà su rotaie, presto una ferrovia unirà la regione (East Journal 05.01.17)

Se è vero che il mondo è strutturato su molteplici poli, economici, politici e militari, è altrettanto vero che questi poli non sussistono come entità irrelate: che sia in maniera propositiva o conflittuale, i poli necessitano di essere collegati. E per collegare due enti distanti fra loro la risposta è da secoli sempre una: un ponte. E il ponte per eccellenza fra l’Est e l’Ovest è il Caucaso.

Dalla via della Seta originaria, alla sua rivisitazione in chiave moderna offerta dalla Cina, il Caucaso rappresenta la chiave di volta delle relazioni fra le due culture. Geograficamente al confine fra oriente e occidente, questa caratteristica di dualità si è riversata anche sulle popolazioni locali: cristiani e musulmani, modus vivendi occidentale e orientale si fondono e si scontrano in quel quadrato di terra occupato oggi dai tre stati ex-sovietici, Georgia, Armenia e Azerbaijan.

Il Caucaso è il ponte che unisce l’Europa e l’Asia, la Russia e il Medio-Oriente, i giganti economici e i produttori delle materie prime energetiche, e che connette complessivamente il 70% della popolazione mondiale, il 75% delle risorse energetiche e il 70% del PIL.

Questo ponte si sta dotando dei mezzi di trasporto necessari a espletare la propria funzione: è in procinto di completamento il collegamento ferroviario noto come “BTK Railway“,che connetterà Baku (Azerbaijan), Tbilisi (Georgia) e Kars (Turchia).

Il nuovo tratto ferroviario (complessivamente 826 km) collegherà la sponda azera del Mar Caspio alla Turchia, configurandosi quindi come snodo ferroviario fondamentale che permetta di unire le linee europee e turche alla nuova Via della Seta progettata dai cinesi. Questa nuova linea ferroviaria permetterebbe di collegare il continente euroasiatico da un capo all’altro in meno di 15 giorni, garantendo che le merci e la fornitura di energia vengano mosse in tempi molto più brevi, e con un impatto ambientale più contenuto rispetto al tradizionale spostamento via mare o gomma, bypassando completamente la Russia.

Il progetto, che giungerà al termine nel 2017, è frutto di un accordo trilaterale fra Turchia, Georgia e Azerbaijan occorso nel 2007 a Tbilisi, durante il quale i tre paesi decisero di cooperare per unire culturalmente e fisicamente l’est e l’ovest. Le ricadute positive sono molte ed evidenti, ma altrettanto chiare risultano anche i risvolti negativi. Infatti, sebbene la nuova ferrovia TBK si proponga di unire pacificamente e attraverso la cooperazione una delle aree più instabili al mondo, la volontaria esclusione dell’Armenia dal progetto è una pericolosa miccia pronta a far saltare in aria la polveriera della zona di “instabilità controllata” che la Russia finora aveva manovrato senza considerare la Turchia.

La prima idea di un collegamento BTK venne proposta nel 1993 dalla Turchia, dopo che Ankara chiuse la linea che collegava Kars a Gumru, in Armenia, come reazione al conflitto in Nagorno-Karabagh (la posizione apertamente filo-azera della Turchia non è un segreto).

Inoltre, anche la lontananza ideologica e geopolitica fra gli unici due paesi cristiani della regione, appunto  Georgia e Armenia, non ha fatto altro che allargare una ferita che ha determinato l’esclusione e l’isolamento dell’Armenia. Questa lontananza è stata inoltre foraggiata a distanza da Ankara (sostenitrice di Tbilisi economicamente e con truppe sul terreno, data la vicinanza fra la Georgia e la Nato) e Mosca (che sostiene l’Armenia).

Se le parole che corrono da un capo all’altro del Caucaso sono infarcite di collaborazione e rispetto reciproco, i fatti narrano la storia di un conflitto in divenire, sostenuto strutturalmente dall’esclusione, e non sarà certo la creazione di un’appendice armena della ferrovia TBK a salvare i rapporti.

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Perincek mette alla prova la libertà di espressione in Svizzera (Swissinfo 04.01.17)

Giunto martedì a Zurigo, il nazionalista turco Dogu Perinçek ha chiesto alle autorità svizzere di annullare la decisione della Camera del popolo, che nel 2003 aveva riconosciuto il genocidio armeno. L’anno scorso il Tribunale federale era stato costretto a revocare una condanna per discriminazione razziale, imposta contro il presidente del Partito dei lavoratori turco.

Dogu Perinçek continua a provocare e a prendere posizione anche in Svizzera sul genocidio armeno. Già oltre una decina di anni fa, il nazionalista turco aveva negato questo evento storico, parlando tra l’altro di “menzogna internazionale”, nel corso di una serie di conferenze tenute a Losanna, Opfikon (canton Zurigo) e Köniz (canton Berna).

In seguito ad una denuncia dell’associazione Svizzera-Armenia, nel 2007 Perincek era stato condannato ad una pena pecuniaria sospesa e a una multa, per aver negato il genocidio armeno. L’ultra nazionalista aveva però fatto ricorso, portando la vertenza giudiziaria fino dinnanzi alla Corte europea dei diritti umani.

Nell’ottobre 2015 la Grande Camera della Corte europea era però arrivata alla conclusione che le affermazioni del politico turco “non erano assimilabili a un appello all’odio o all’intolleranza” e che la sua condanna era contraria alla libertà di espressione. Il Tribunale federale ha quindi deciso l’anno scorso l’annullamento della condanna per discriminazione razziale inflittagli dalla giustizia vodese.

Nuovo intervento

Approfittando di questa decisione, martedì Perincek si è espresso di nuovo sul genocidio armeno a Zurigo, incontrando la stampa nella sede del consolato turco, dove si è tenuta una riunione del Partito dei lavoratori della Turchia, di cui è presidente.

Il 74enne politico ha inoltre dato il suo sostegno ad un’iniziativa del consigliere nazionale ginevrino Yves Nidegger, rappresentante dell’Unione democratica di centro (UDC), che chiede di stralciare la menzione genocidio dall’articolo 216bis del Codice penale. Questo articolo prevede, tra l’altro, una pena detentiva o una pena pecuniaria per chiunque disconosce, minimizza grossolanamente o cerca di giustificare il genocidio o altri crimini contro l’umanità”.

L’iniziativa, che non è ancora stata esaminata dal parlamento, propone di introdurre in alternativa il principio che un genocidio “debba venir constatato da un tribunale competente”. Nessun tribunale ha mai considerato gli avvenimenti del 1915 in Armenia alla stregua di un genocidio, ha dichiarato Perinçek.

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Ciak Hotel Gagarin, opera prima Spada (Ansa 04.01.17)

(ANSA) – ROMA, 4 GEN – Sono iniziate a Roma lo scorso 14 dicembre e proseguiranno in Armenia dall’11 gennaio al 15 febbraio 2017, nelle località di Sevan e Yerevan, le riprese di Hotel Gagarin, opera prima diretta da Simone Spada, autore di una commedia brillante scritta con Lorenzo Rossi Espagnet, di cui sono protagonisti Claudio Amendola, Luca Argentero, Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova, Silvia D’amico, Caterina Shulha e Philippe Leroy. Prodotto da Marco Belardi per Lotus Production, una società di Leone Film Group, con Rai Cinema, HOTEL GAGARIN verrà distribuito nelle sale da 01 Distribution. Ecco la storia: cinque italiani, spiantati e in cerca di un’occasione, vengono mandati a girare un film in Armenia. Appena arrivati, scoppia una guerra e il sedicente produttore sparisce con i soldi.
Abbandonati all’Hotel Gagarin, isolato nei boschi e circondato dalla neve, trovano il modo di inventarsi un’originale e inaspettata occasione di felicità che non potranno mai dimenticare.

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Al via le riprese in Armenia di Hotel Gagarin con Claudio Amendola e Luca Argentero (Comingsoon.it 05.01.17)

Armenia: speriamo che (non) sia femmina (Balcani &Caucaso 04.01.17)

L’Armenia è il secondo paese al mondo per tasso di aborti selettivi, a causa dell’ossessiva ricerca di figli maschi. Un approfondimento

Mariam, 31 anni, è madre di due bambine ed è originaria della regione di Armavir, Armenia occidentale. Anche dopo la nascita della seconda figlia, ha continuato a inseguire il suo sogno, avere un maschio, affidandosi ad un calcolo di probabilità. Ma non appena saputo di essere rimasta incinta e che si sarebbe trattato di un’altra femmina ha scelto di ricorrere all’aborto. “Mi sento colpevole di aver preso questa decisione, ma continuo a sperare di avere un figlio maschio un giorno. Non voglio scoprire ancora una volta che si tratta di una femmina e abortire di nuovo, non posso… Continuo a ripetermi che la prossima volta sarà quella buona”.

Spesso, in Armenia, molte donne come Mariam ricorrono alla pratica dell’aborto selettivo – spesso spinte in questo dal marito o dalla famiglia – per assicurarsi figli maschi, mettendo però a serio rischio la loro salute e lo stesso equilibrio demografico del paese.

Tra i primi al mondo per tasso di aborti selettivi

Secondo il 2016 Global Gender Gap Report , l’Armenia è il secondo paese al mondo per tasso di aborti selettivi, dietro solo alla Cina. Come ricorda Garik Hayrapetyan, rappresentante di UNFPA Armenia – agenzia Onu che si occupa di politiche famigliari – il sesso del feto è alla base del 10% di tutti gli aborti indotti effettuati nel paese caucasico, dove ogni anno circa 1.400 nascite femminili vengono interrotte. Il problema degli aborti selettivi è emerso in seguito all’indipendenza del paese, negli anni Novanta, sebbene in Armenia l’aborto venisse largamente praticato come metodo contraccettivo fin dall’epoca dell’Unione Sovietica (il primo paese a legalizzare l’aborto, nel 1920).

Questo problema non riguarda solo l’Armenia, ma è comune a tutto il Caucaso, come conferma la presenza nelle prime dieci posizioni della classifica dei paesi con il più alto tasso di aborti selettivi dell’Azerbaijan (al 5° posto) e della Georgia (all’8°).

Secondo un rapporto di UNFPA Armenia del 2013, il paese ha inoltre il terzo più alto livello di mascolinità alla nascita osservato nel mondo, e una sex ratio tale per cui per ogni 114-115 maschi nascono solo 100 femmine (la media mondiale è di 105 maschi per 100 femmine). Questa stessa ricerca dimostra come il divario aumenti progressivamente a seconda dell’ordine di nascita: mentre il rapporto tra sessi è relativamente equilibrato per la prima nascita, esso aumenta a 173 maschi per 100 femmine al terzo figlio.

Quali sono le cause di questo fenomeno?

Per Ani Jilozian, attivista presso il Women’s Support Center di Yerevan, questo squilibrio è dovuto principalmente a tre fattori tra loro correlati. Il primo è la preferenza verso i figli maschi, che deriva da una struttura familiare in cui le ragazze e le donne hanno un ruolo sociale, economico e simbolico marginale, e di conseguenza godono di meno diritti. I figli maschi garantiscono inoltre una sicurezza per ogni famiglia, in quanto hanno il compito di prendersi cura dei propri genitori e assisterli nel corso della loro vecchiaia, poiché le donne, una volta sposate, vanno solitamente a vivere presso la famiglia del marito. Un secondo fattore è lo sviluppo tecnologico applicato alla diagnostica prenatale, che ha permesso ai genitori di conoscere il sesso del bambino ancor prima della nascita. L’ultimo fattore è la bassa fertilità (in media ogni donna armena partorisce 1,7 figli), che riduce la probabilità di avere un figlio maschio nelle famiglie più piccole aumentando di conseguenza la necessità di selezionare il sesso.

Sebbene una statistica di UNFPA Armenia (2012) stabilisca che nel 70% dei casi siano le donne a scegliere di abortire, non sempre esse sono messe in condizione di prendere questa decisione in piena autonomia. Secondo uno studio qualitativo condotto da Ani Jilozian, basato su una serie di interviste realizzate con alcune donne che hanno fatto ricorso all’aborto selettivo, la maggioranza delle intervistate, pur rivendicando inizialmente la decisione di abortire, ha successivamente ammesso che la scelta è stata di fatto indotta dalla forte volontà del marito o della sua famiglia di avere un figlio maschio. Talvolta sono gli stessi mariti a prendere la decisione per la moglie, ricorrendo in molti casi anche a pressioni psicologiche.

Una legislazione inefficace

Secondo la legge armena una donna può effettuare un aborto fino alla 12ma settimana di gravidanza, periodo nel quale il sesso del feto non può ancora essere determinato, il che dimostra come la maggior parte degli aborti selettivi siano illegali e rischiosi. Solo il 57% delle donne è però al corrente dell’illegalità di questo processo e dei rischi che esso comporta.

Recentemente il governo armeno ha introdotto una nuova legge per combattere il fenomeno degli aborti selettivi. Secondo la nuova norma, prima di poter effettuare un aborto, una donna deve partecipare a una sessione di consulenza con il proprio medico, e successivamente aspettare tre giorni prima di ricevere l’autorizzazione per l’intervento. Secondo il governo armeno questa legge dovrebbe aiutare a sensibilizzare le donne sui rischi che comporta l’aborto e a metterle nella condizione di riflettere meglio.

Come spiega però Ani Jilozian, questa legge è inadeguata, in quanto limita la libertà riproduttiva della donna e ne mette a rischio la stessa salute. Dichiarare illegali gli aborti selettivi non è una soluzione che può combattere efficacemente il problema, in quanto non elimina le cause principali di questa preferenza sessuale, le quali sono profondamente radicate nella società patriarcale armena. Il tentativo di limitare l’accesso all’aborto senza affrontare le principali cause della preferenza del sesso potrebbe quindi finire per provocare una maggiore domanda di aborti illegali o non sicuri, in particolare per le donne provenienti dalle comunità più emarginate.

Inoltre, seppure negli ultimi anni in Armenia il numero di aborti selettivi sia in leggera diminuzione, secondo alcune proiezioni, se nel lungo periodo questo fenomeno non verrà adeguatamente contrastato, entro il 2060 in un paese di soli 3 milioni di abitanti verranno a mancare circa 93.000 donne, ovvero il 3% dell’attuale popolazione totale. Questo causerebbe un conseguente processo di emigrazione di una parte della popolazione maschile, destinata ad andare in cerca di una partner al di fuori del paese, mettendone a rischio l’equilibrio demografico.

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Azerbaijan contro Armenia: continue violazioni del cessate il fuoco nel Karabakh (04.01.17)

(AGENPARL) – Roma, 04 Gen 2017 – L’Azerbaijan non riconosce l’auto-proclamata Repubblica e considera l’esercito di Difesa Nagorno-Karabakh parte delle forze armate dell’Armenia.Il Ministero della Difesa dell’Azerbaijan ha riferito che truppe armene hanno violato il regime del cessate il fuoco 31 volte nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh nelle ultime 24 ore, utilizzando mitragliatrici,  di grosso calibro. “Le postazioni dell’esercito azero sono state bombardate 31 volte dagli armeni, compresa la zona di conflitto del Nagorno-Karabakh e le aree adiacenti” controllate dalla parte armena, ha detto il ministero. La situazione lungo la linea di guerra del Nagorno-Karabakh è peggiorata drammaticamente durante la notte ad del 2 aprile 2016  dopo di feroci scontri armati entrambe le fazioni si accusano reciprocamente di aver violato la tregua. Il 5 aprile, la Russia ha mediato un incontro avuto luogo a Mosca tra il colonnello-generale Nadzhmeddin Sadykov ed il capo della azero forze armate generale del personale, e il colonnello-generale Yuri Khachaturov, il capo del personale delle Forze Armate armeno. Inizialmente le parti si erano accordate  per cessare le ostilità nel Nagorno-Karabakh entro le ore dodici del giorno successivo.  Il 20 giugno a seguito di un vertice dei presidenti russi, armeni e azeri a San Pietroburgo, le parti hanno confermato il loro impegno per la normalizzazione della situazione lungo la linea di impegno nel Nagorno-Karabakh.

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