Alle spalle dell’Ararat – La liturgia tra le rocce (Il Manifesto 29.07.17)

Alle spalle dell’Ararat

Reportage. Viaggio nel paese dei melograni e gli albicocchi. L’Armenia ospita la prima edizione della Triennale d’arte contemporanea, a cura di Adelina Cüberyan von Fürstenberg, che ha invitato gli ospiti in mostra a ispirarsi al Monte Analogo di René Daumal

«Perché una montagna possa assumere il ruolo di Monte Analogo, è necessario che la sua cima sia inaccessibiloe, ma la sua base accessibile agli esseri umani quali la natura li ha fatti. Deve essere unica e deve esistere geograficamente. La porta dell’invisibile dev’essere visibile». Scriveva così nella sua esplorazione fantastica René Daumal, poco prima di morire – era il 1944 -, in quel romanzo rimasto incompiuto (Il Monte Analogo, Adelphi per l’Italia) in cui il lettore segue le avventure di un gruppo di alpinisti-filosofi che s’ingegnano nella ricerca di possibili pratiche di ascensione. Non sapremo mai come andò veramente a finire, ma possiamo invece seguire una mappa che dai territori immaginari dello scrittore francese agganci approdi in luoghi di densa realtà.

Mikayel Ohanjanyan, The Doors of Mher, 2017, Museum of Urban Life and National Architecture, Gyumri, credits Maria Tsagkari_1
Mikayel Ohanjanyan, The Doors of Mher, 2017, credits Maria Tsagkari

L’ANOMALIA GEOGRAFICA
A capire meglio lo spirito con cui Daumal animò le sue pagin, ci aiuta un’altra vetta inaccessibile, sacra come poche al mondo: è il monte Ararat, oggi in Turchia, nella cui cima perennemente innevata la leggenda narra si nascondano i resti dell’Arca di Noè, protetta da strati di ghiaccio millennari. Lì, a una manciata di chilometri da Yerevan, nella valle dove volano alte le cicogne e si dice che Noé stesso avesse lasciato germogliare il suo giardino fiorito, lì dove sorge il monastero intorno al pozzo nel quale fu imprigionato per 13 anni il fondatore e santo patrono della Chiesa apostolica armena, Gregorio Illuminatore, gli abitanti di Yerevan possono gettare come una rete il loro sguardo lontano, ma non è dato loro di attraversare il confine di quella terra che un tempo era loro. L’Ararat buca il cielo con i suoi 5137 metri di altezza, ma è quasi una fortezza, sorvegliata dai militari turchi disseminati in verdi torrette. La frontiera scorre con le acque del fiume Aras: al di qua pescano gli armeni, sull’altra sponda ci sono i turchi. E l’Ararat, simbolo dell’Armenia fin dall’antichità, non è più raggiungibile per quello stesso popolo stretto per secoli tra dominazioni diverse, dopo aver vissuto ciclicamente massacri, distruzioni, spostamenti di confini, negazioni identitarie e, infine, aver sperimentato miracolose e cicliche rinascite.

PARADISI TERRESTRI
È per questo che una Triennale d’arte contemporanea intitolata The Mount Analogue non poteva che prendere vita in Armenia, ripercorrendo una topografia culturale complessa, a ritroso, spingendo gli stessi artisti invitati a viaggiare per il paese, alla ricerca di una propria «iniziazione».
In realtà, la mostra curata da Adelina Cüberyan von Fürstenberg, appena inauguratasi fra Yerevan e Gyumri (la prima parte visitabile fino al 30 settembre, la seconda aprirà il 14 settembre e chiuderà l’anno 2017) è, più che una collettiva che mette insieme disparate sensibilità creative, una «esperienza di condivisione».

Maria Tsagkari, Part Two_The expectation, 2016, Serguey Merkurov Museum, Gyumri, credits Maria Tsagkari_4
Maria Tsagkari, Part Two, The Expectation, 2016, Sergej Merkurov Museum, Gyumri, credits Maria Tsagkari

Un’esperienza che affonda le sue radici nella biografia stessa della curatrice (di origini armene pur se nata a Istanbul e cresciuta in Europa) e nell’incontro con un libro che prende su di sé le funzioni favolistiche di un tappeto magico, come il romanzo di René Daumal. Già alla guida del padiglione armeno alla Biennale veneziana del 2015, vincitore del Leone d’oro, Adelina Cüberyan von Fürstenberg è convinta che l’Ararat sia, come il Monte Analogo, «un sacro paradiso terrestre che s’intreccia con la storia contemporanea». A svelarle l’esistenza di Daumal fu un personaggio eccentrico come Meret Oppenheim: la andò a trovare a 16 anni e la colse immersa nella lettura di quel libro misteriosissimo. E dopo ci fu il Monte Verità e un utopista come Harald Szeemann.

POLVERI D’ALFABETO
Per la mostra, ci sono voluti i sopralluoghi di ottobre e aprile, gli approfondimenti storici sul paese e, una volta catturato con il proprio corpo il magnetismo sprigionato dalle pietre armene (basalto, ossidiana, tufo rosso e nero), gli artisti hanno realizzato installazioni site specific, interrogandosi sulla conoscenza. Ognuno, naturalmente, l’ha fatto a modo suo, spesso discutendo per intere serate in piccole comunità nel giardino fiorito della residenza Villa Kars di Gyumri, la seconda città dell’Armenia che conserva ancora il suo antico fascino architettonico, nonostante le devastazioni subìte con il terremoto del 1988.
Gyumri non è una location casuale per la Triennale: nacque qui il filosofo e mistico Georges Ivanovitch Gurdjieff, procacciatore di conoscenze esoteriche e danze spirituali che ebbe come allievo anche l’inquieto René Daumal. È qui, dunque, nella vecchia Alexandropolis un po’ sciamanica che gli artisti hanno scelto i set per le loro opere (al Museum of National Architecture and Urban Life, al Sergey Merkurov Museum e alla galleria di Mariam and Eranuhi Aslamazyan Sisters).
Giuseppe Caccavale (Napoli, 1960, vive tra Parigi e Bari) si è affidato alle intuizioni di Osip Mandel’stam e al suo poema dedicato all’Armenia, lavorando con i ragazzi del posto, incidendo sui muri versi estatici. «Ho conosciuto Mandel’stam attraverso Paul Celan, nel 1990. È subito diventato il mio Duchamp: avevo un gran bisogno di alfabetizzare i miei occhi. E proprio in Viaggio in Armenia Mandel’stam annunciava che gli occhi sono lo strumento del pensiero… Ho ritrovato il suo libro inciso con forza nella speziata geografia armena. Le sue parole sono precisissime, prendono per mano lo sguardo esterno e lo porgono a quello interno. È tutto un soprassalto di meraviglia acustica: camminando, suona tutto attraverso quella lingua fatta di lettere in forma di uncini e tenaglie. Ho gustato il migliore piatto della cucina armena: la polvere del suo alfabeto».

Riccardo Arena, Āshkhārhātzūytz -Visual Chrestomathy of the Mount Analogue Inland Peak Expedition, 2017, Serguey Merkurov Musuem, Gyumri, credits Maria Tsagkari_8
Riccardo Arena, Āshkhārhātzūytz, Visual Chrestomathy of the Mount Analogue Inland Peak Expedition, 2017

TOPOGRAFIE INTERIORI
Riccardo Arena (Milano, 1979) invece ha seguito il suo stupore e si è impadronito del meccanismo narrativo del Monte Analogo, percorrendo strade interiori e strade «esterne», da scavare nel passato insieme agli archeologi. Ha fiutato tracce, orografie, reperti e ha costellato il suo cammino di radiografie che scandagliassero le viscere del monte, l’interno del suo picco, offrendo una sorta di laboratorio da cui partire per le esplorazioni di territori ignoti, indagati soprattutto attraverso la potenza delle loro rocce (ossidiana).
Mikayel Ohanjanyan (nato a Yerevan nel 1976, vive a Firenze) ha proceduto a ritroso, reimmergendosi nelle leggende fondative del suo paese – un assaggio della complessità di quella tradizione orale e scritta l’avevamo avuta in Biennale nel 2015 con il fiabesco Rotolo armeno di Gianikian Ricchi-Lucci, splendido archivio di storie perdute e ritrovate. In The Door of Mher, Ohanjanyan ha rispolverato l’epos di un eroe tragico, maledetto dal suo stesso padre, rinchiuso in una cavità vicino al lago di Van, da cui si narra uscisse due volte l’anno per tastare la salute del mondo. Ogni volta, però, tornava sdegnosamente nel suo eremo: non era ancora tempo per gesta memorabili. L’artista ha deciso di invitare questo laico messia a uscire dalla tana: lo ha fatto tagliando a metà grandi pietre e graffitando al loro interno una lettera accorata, che per gli altri (i non eletti) resta visibile solo in minima parte. Un cavo d’acciaio tiene in tensione le parti del basalto scolpite

Benji Boyadgian, Sedimentary Derivations, 2017, Museum of Urban Life and National Architecture, Gyumri, credits Maria Tsagkari_2
Benji Boyadgian, Sedimentary Derivations, 2017

Marta Dell’Angelo (Pavia, 1970) ha scartato la terra e ha guardato all’insù, verso il cielo, puntando direttamente al campo base della scalata del Monte Analogo. Per raggiungere la vetta, bisogna partire da lì e, simbolicamente, è necessaria una staffetta umana. Nulla può essere lasciato incustodito. I suoi «pezzi», che compongono un collage ad alto impatto visivo, sono frammenti raccolti in un itinerario che ha messo in gioco emozioni, letture, sensazioni di viaggio, conoscenza delle tradizioni di civiltà antiche. In collaborazione con Aleksey Manukyan, Dell’Angelo ha dato anche vita alla performance One Whistle 100 Dram, dove proponeva al pubblico fischietti fatti con semi di albicocche (frutto nazionale) e ghiande italiane. Infne, ha scalato la cima del monte Aragats, la più alta d’Armenia, vivendo l’esperienza in coppia e praticando il rito del monosandalismo (un calzare al piede e l’altro nudo) tra nevi e impervie salite, procedendo zoppicante verso l’«iniziazione» ultima.

Il melting pot architettonico, storico e spirituale dell’Armenia è invece il filo rosso che lega i disegni dell’artista israeliano Benji Boyagian. Viaggiando, ha setacciato dentro di sé le concrezioni, i «resti» del paesaggio e li ha restituiti con tratti lievi, in schizzi a inchiostro, lasciando che il contesto sparisse. Galleggiano nell’aria, eterei, chiese, ponti, palazzi sovietici, rovine, acquedotti romani, indicando una rete di assonanze che, frammento dopo frammento, compongono una idea di mondo.

SCHEDA

 

«Distant Fragments» è la retrospettiva dedicata al fotografo modernista brasiliano (di origini armene) Gaspar Gasparian, curata da Ruben Arevshatyan, presso l’Agbu di Yerevan (ex sede del Parlamento, dal 1906 al 2000), inserita nel contesto della prima edizione della Triennale Standart. Fino al 30 settembre, si potranno vedere le immagini immortalate da Gasparian – nato a São Paulo nel 1899 e morto nel 1966 -, considerato tra i fondatori della scuola di fotografia di São Paulo. Sue le visioni aeree astratte, con prospettive a volo d’uccello che creano delle distorsioni percettive e raccontano gli spazi urbani con luce e linee frammentate. Sempre per la Triennale, presso lo Hay-Art Cultural Center, è approdata l’installazione di Ilya e Emilia Kabakov «20 ways to get an apple listening to the music of Mozart» (il più amato fra i compositori per gli artisti russi) e «Concert for a fly». Un grande tavolo occupa lo spazio e al centro, non raggiungibile dalle mani umane, campeggia una mela, la protagonista filosofica dell’opera, mentre i disegni e i testi accanto ai piatti raccontano – come in un fumetto che si srotola – le possibilità di «vicinanza» con quel frutto.

 


La liturgia tra le rocce

La storia dell’architettura armena è inseparabile da quella dell’Impero romano d’Oriente, ovvero Bizantino, che nel lungo periodo che va dalla fondazione di Costantinopoli (324 d.C.) alla conquista dei Turchi (1453) assunse lineamenti suoi propri nella lenta trasformazione dal paganesimo alla religione cristiana, con i suoi aspetti di appropriazione della città antica dei suoi edifici e monumenti.
Altrettanto indivisibili, però, sono gli scambi che l’Armenia, con la vicina Georgia, ebbe all’incirca dal V secolo, con le regioni confinanti: la Mesopotamia, l’Anatolia, la Siria. La sua particolare posizione geografica, le conseguenze politiche (e belliche) della sua prossimità alla Persia, una coscienza radicata di autonomia espressa anche dalla sua chiesa, permise lo sviluppo di un’architettura che divenne egemone nell’Oriente cristiano.
Superato l’impianto basilicale con volta a botte su due file di pilastri (Basilica di Ereruk), la maestria degli architektones armeni, ma soprattutto dei mechanikoi – chi sapeva di calcolo – risultò ineguagliabile nell’abilità di coprire con una cupola lo spazio liturgico con pianta quadrilatera e absidata su tre lati (tetraconco).

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Khor Virap

VIRTUOSISMI
La particolare articolazione della pianta, che nelle espressioni più complesse contiene diverse nicchie, riflette all’esterno le loro sporgenze, le quali creano un particolare gioco stereometrico al quale contribuisce l’emergenza della cupola con il suo tamburo. «Il virtuosismo degli architetti armeni del VII secolo è indubbio – scrive lo storico inglese Cyril Mango – la loro originalità più difficile da provare». Molteplici, infatti, sono state, come si è detto, le influenze subite in quella parte di mondo che, come per l’arte bizantina, non aveva reciso i suoi rapporti con l’antichità (ellenica) e dove si sostennero, attraverso l’alacre impegno delle comunità monastiche, luoghi per il culto disseminati un po’ dovunque nelle valli, sugli altipiani e su colline in posizione sempre dominante.
Nei «secoli bui» della decadenza dell’Impero fiorirono la cattedrale di Echmiadzin (IV sec.), le chiese di Santa Ripsima (618), di Santa Gaiana, di Zvartnots (VII sec., nell’omonimo sito archeologico) e di Shoghakat (ricostruita nel 1694 sulle rovine di una chiesa del VII sec.). Dal 2000 questi luoghi sono stati riconosciuti dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Le chiese di Echmiadzin, la capitale religiosa dell’Armenia, distante venti chilometri da Yerevan, la capitale politica, possono per ora considerarsi salve e la conservazione del patrimonio culturale, è da sempre al centro della politica culturale armena. Non possiamo dire altrettanto nel territorio turco.

Occorre riflettere sul fatto che quando il cinquantenne Joseph Strzygowski esponeva la tesi del primato dell’arte e dell’architettura armena, e più in generale dell’influenza decisiva dell’Oriente, nei confronti della culturale artistica dell’Europa, l’Impero Ottomano tra il 1915 e 1916 perpetrava il genocidio degli armeni, rei di non essere altrettanto nazionalisti come i «Giovani Turchi» saliti al potere.
Se il «grande crimine» è ormai argomento -ancora molto discusso – della storia, permane aperta la questione di quello «culturale», secondo la definizione che ne diede Rafat Lemkin, «un eroe dell’umanità», come titola il saggio di Agnieszka Bienczyk-Missala (The Polish Institute of International Affairs, Varsavia, 2010), rivolto alla battaglia dell’avvocato polacco contro ogni forma di genocidio (ne coniò il termine) ovunque questo si manifesti nel mondo.

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Resti della cattedrale di Zvartnots

FOGA DISTRUTTRICE
Come si può infatti leggere nel sito web «The Armenian Genocide Museum-Institute» (www.genocide-museum.am) la parola «genocidio non si riferisce solo allo sterminio fisico di un gruppo nazionale o religioso, ma anche alla sua distruzione spirituale e culturale».
Per questo è sufficiente scorrere nel sito le immagini di architetture cristiane di epoca tra il VI sec. e il X-XI sec., provenienti da fotografie scattate prima del genocidio armeno messe a confronto con quelle di anni recenti, dopo le distruzioni compiute nel corso di tutto il Novecento e quando questi luoghi sono diventati possedimenti turchi. Del monastero di Salnapat (X-XIII sec.) a Van, nel villaggio di Koghbantz che uno scatto del 1900 lo mostra in tutta la sua intera e larga dimensione, nel 2004 non ne resta più traccia, mentre al posto del villaggio-monastero di Narek oggi c’è una moschea.

Le testimonianze della civiltà armena sono ridotte in rovine: il monastero di Khtzkonk (VII-XIII sec.), di Bagnayr (XI-XIII sec.), il tempio di Tekor (V sec.), e molti altri ancora. Secondo stime dell’Unesco, nella Turchia orientale dopo il 1923 su 913 monumenti storici armeni più della metà sono svaniti completamente, 252 sono in rovina e 197 hanno bisogno di restauri. Ora poiché questi sono numeri risalenti al 1974 la situazione oggi è sicuramente più grave, ma nonostante i richiami del Consiglio d’Europa tutto procede come se nulla fosse e i monumenti della storia e della cultura armena (quel che resta) continuano a essere saccheggiati e distrutti nella repubblica di Erdogan.

SCHEDA

 

La scoperta del modernismo sovietico della seconda metà del XX secolo con la mostra nel 2012 all’Architekturzentrum di Vienna (Sowjetmoderne 1955-1991. Unbekannte Geschichten) seguente la pubblicazione del libro fotografico di Frédéric Chaubin «CCCP Cosmic Communist Costructions Photographed» (Taschen, 2011), ha determinato il lento processo di rivalutazione delle architetture dell’epoca di Nikita Krusciov così singolari per la loro straniante configurazione volumetrica, in bilico tra sogni cosmici e magniloquenza ideologica. Anche in Armenia se ne possono vedere importanti esempi. Nella capitale Yerevan, Stepan Kyurkchyan disegna la «Komitas Chamber Music House» (1977), un monolite di pietra e vetro, e Zhanna Mescheryakova la «Casa di scacchi Tigran Petrosyan» (1967-1970). La Stazione Metro Yeritasardakan (1972-1981) di Stepan Kyurkchyan è un cilindro che si conficca in diagonale nel suolo, mentre il «Cinema Rossiya » (1975) degli architetti Spartak Khachikyan, Hrachik Poghosyan e Artur Tarkhanyan sono due prismi curvi che si poggiano su un basamento di negozi. Nella penisola di Sevan, il resort estivo (1965) di Gevorg Kochar, Levon Cherkezyan, Mikael Mazmanya, in corso di restauro, conferma quanto ha scritto Ruben Arevshatyan riguardo il rispetto che gli armeni hanno dell’eredità sovietica; ormai hanno compreso il legame tra la «conservazione del patrimonio architettonico moderno e la difesa dello spazio pubblico: improvvisamente, la discussione e l’atteggiamento verso questi edifici sono diventati politici». ma. giu


Paradzanov, tessitore di magie

Armenia. Armeno fino in fondo, nato in Georgia, autore di capolavori realizzati tra lunghi anni di prigione e lavori forzati

Nel 1988 Venezia lo festeggia con il Leone d’oro alla carriera e scompare due anni dopo, il 20 luglio del 1990. Nel lungo elenco dei registi perseguitati e imprigionati, Sergej Paradzanov ha avuto un posto speciale perché le sue opere volano così in alto da non poter essere afferrate. Perfino il suo nome aveva subito una cancellazione, l’armeno Paradzanian sovietizzato in Paradzanov, catalogato come regista russo o georgiano, ma in realtà prendeva posto là dove c’era poesia. «Armeno fino in fondo» si dichiarava. Era nato a Tbilisi in Georgia da genitori armeni nel 1924, aveva studiato all’Istituto del cinema di Mosca, il Vgik, iniziato a lavorare a Kiev in Ucraina. Il primo film che gli diede una grande notorietà fu Le ombre degli avi dimenticati (1964) da un romanzo dello scrittore ucraino Kocjubinskij, storia d’amore tra due ragazzi di famiglie nemiche, un dramma intessuto di mitologia dei Carpazi, popolato da figure arcane, visionario tanto da essere completamente fuori linea rispetto alle regole della cinematografia sovietica, un film che non poté neanche accompagnare a Mar Del Plata dove fu premiato perché da subito venne osteggiato per la sua ardita composizione che si rifaceva in parte alle avanguardie, al surrrealismo, ma soprattutto a una visione assolutamente personale, dove lo sguardo si perde in prospettive inaspettate.
Nei pochi fim che riuscirà a girare nella sua vita – è stato più il tempo passato in prigione – saranno concentrate le suggestioni della cultura armena, georgiana, ucraina attraverso le opere d’arte medievali, le miniature, le tradizioni etniche, i tessuti, i tappeti, gli oggetti, i canti, l’eco del surrealismo nel cinema.
SAYAT NOVA
È del 1969 Il colore del melagrano (1969, Sayat nova-Cvet granata) ispirato a Sayatyan, poeta, musicista, «trovatore» del Rinascimento armeno del settecento che scrisse con lo pseudonimo Sayat Nova in un periodo di grande oppressione culturale. Nel film Sayat Nova vive a corte a Tbilisi, come musicista e si innamora di un impossibile amore per la regina della Georgia (interpretata da Sofiko Chiaureli, grande nome del cinema georgiano, sua musa). Ma, avvertono i titoli di testa, questo film non narra la vita di un poeta, si sforza di riprodurre i moti della sua anima attingendo alla poesia medievale. Un susseguirsi di quadri, che affascinano lo spettatore tanto da non rendersi conto che è già parte del tessuto di immagini. Bisogna ricordare che la politica sovietica tendeva ad uniformare le diverse nazionalità, alla «sovietizzazione» e se i cineasti si ispirano ad elementi nazionali sono pur sempre tenuti sotto controllo, come quando il regista Maljan (che Paradzanov considera un grande regista) nel suo epico «Naapet» (’77) parla del tragico destino di un milione e mezzo di armeni massacrati dai turchi, ma salvato dal genocidio dall’avvento del regime sovietico grazie al quale il protagonista Naapet può tornare alla sua terra. Rispetto a questo tipo di film, dove si mettevano in risalto le ambiguità della borghesia, gli usi e costumi dei contadini, i risultati ottenuti dai sovietici, l’esplosione della poetica di Paradzanov è incontrollabile. Oltre alla forte e sospetta componente spirituale espressa dalla simbologia legata all’ortodossia.
Dopo la censura, il divieto di continuare a fare film, lo scontro con le autorità diventa pesantissimo durante gli anni ’70, per culminare con la prigione nel ’74 con l’accusa di traffico e furto di oggetti d’arte, e omosessualità: invano Pasolini, Fellini, Tonino Guerra, Antonioni, Yves Saint Laurent, Françoise Sagan, Jean-Luc Godard, François Truffaut, Luis Buñuel tra gli altri firmarono un appello per la sua liberazione. Fu condannato a sei anni di lavori forzati, ridotti poi a quattro. Uscì di galera con una grande quantità di disegni e sei sceneggiature (tutti i registi, disse, dovrebbero fare un po’ di prigione)
Realizza nell’80, chiamato dalla cinematografia e dagli intellettuali georgiani, La leggenda della fortezza di Suram, affiancato da David Abasidze e Ashik Kerib dedicato a Tarkovskij, da un romanzo di Lermontov sulla cultura degli Azeri.
LA FORTEZZA DI SURAM
Ancora una volta sorprende nella Leggenda della fortezza di Suram l’inaudita novità del quadro, le location tutte autenticamente in rovina, il surplus del significato storico e culturale, gli oggetti anch’essi autentici e mai imitazioni, sontuosamente barocchi. La leggenda della fortezza di Suram vuole dare un senso filosofico all’eroismo: «L’epoca, gli elementi che sono stati studiati sulla base di quadri storici o semplicemente da me inventati, la plasticità del film, l’immagine naturale, ci conducono verso l’arcaismo». Un piccolo eroe un po’ puerile che gioca a fare il grillo mentre «lei» si veste da farfalla per la festa, ma infine compie la scelta di diventare un eroe per il suo popolo, rinuncia alla vita tra cavalli bianchi. Il mistero del film (come di Sayat Nova) è che sviluppa una miriade di associazioni a una prima visione impreviste, che durano nel tempo come del resto nelle fiabe l’intreccio è da completare ogni volta.
Fu nuovamente arrestato nell’82. Poi torna a Yerevan.
Nella sua casa (infestata dai diavoli? gli disse un giorno Tarkovskij e lui la fece radere al suolo, la ricostruì e vide sulle macerie un tipo che camminava con due cani al guinzaglio, certo erano i diavoli, pensò. Ma sono tante le storie che inventava) nel suo salotto circondato a tutte le ore da poeti, artisti, cineasti, danzatori, da oggetti preziosi e autentici (mai imitazioni, sorride dei russi che arrivano in vacanza ad acquistare paccottiglia finto etnica), indossa caftani realizzati da lui da centinaia di ritagli di tappeti.
Sentiva di aver aperto una piccola finestra nel cinema armeno dalla quale poter vedere prodigi, ma allo stesso tempo pensava che la censura e il disprezzo che aveva subito non gli avevano permesso di lasciare una traccia durevole.

 

La scultura di Ohanjanyan, un’epos per l’Armenia a STANDARD ()Askanews 25.07.17)

Milano, 25 lug. (askanews) – L’Armenia, con uno spirito che si adatta alla perfezione alla realtà attuale del sistema internazionale dell’arte, presenta, fino a dicembre 2017, la prima edizione di una nuova triennale, intitolata STANDARD e ispirtata all’omonima rivista armena d’avanguardia degli anni Venti del secolo scorso. Curata da Adelina Cuberyan von Furstenberg e intitolata “Il Monte Analogo”, in omaggio al romanzo incompiuto dello scrittore e poeta surrealista francese René Daumal, ha luogo in diverse località in tutto il Paese: Yerevan, Byurakan, Gyumri, Erebuni, Sevan e Kapan, con l’obiettivo di “mettere in luce la riflessione sulla ricerca della conoscenza – basata sul concetto secondo cui l’essenza di una mente creativa è direttamente correlata alla natura e alle esperienze di ciascuno”.

Tra gli artisti partecipanti, accanto a quelli di due grandissimi come Ilya e Emilia Kabakov, spicca il nome di Mikayel Ohanjanyan, scultore armeno che vive e lavora in Toscana, già tra i protagonisti del padiglione dell’Armenia alla Biennale d’arte del 2015 che è stato premiato con il Leone d’Oro. Per STANDARD Ohanjanyan ha realizzato l’opera “Le Porte di Mher”, lavoro ispirato all’epos locale e in particolare al luogo nel quale un eroe, il Piccolo Mher, decide di consacrarsi all’eternità oltrepassando una soglia – la Porta – e richiudendosi all’interno, in attesa di una liberazione che avverrà nel momento in cui il mondo crollerà su se stesso per poi rigenerarsi.

“Trovo estremamente contemporanea questa tragica storia, dove una concentrazione di valori, si chiude in un ‘Luogo’ in attesa di esplosione, per proiettassi e contaminare il presente e il futuro”, ha spiegato Mikayel Ohanjanyan che ha voluto riportare in vita l’epopea di Mher attraverso da quattro blocchi di basalto grigio o nero di varie dimensioni, con ogni blocco a sua volta è diviso in due parti, legati insieme attraverso dei cavi d’acciaio che li avvolgono. “Sulle superfici delle pietre – ha aggiunto l’artista – sono stati incisi dei testi, che si intravedono solo nei angoli dei blocchi, messi e legati volutamente storti da far percepire l’esistenza degli scritti, ma nello stesso tempo l’impossibilita di poter leggerli. Le scritte parlano di un messaggio lasciato da Mher alle future generazioni, dove lui invita l’essere umano a non aspettare la sua uscita dalla roccia, come narra l’Epos, perché lui in realtà uscirà quando avremo il coraggio di guardare e imparare a immergersi dentro di noi. Con questo messaggio immaginario, voglio invitare il visitatore a riflettere sui valori, che nascondiamo dentro di noi e sulla loro indiscutibile importanza nel rapporto Io-Altri e Altri-Io”.

Milano, il campione di kickboxing che dormiva in Centrale: è una stella (Corriere della Sera 24.07.17)

La fuga dall’Armenia nascosto in un tir e le notti trascorse in stazione. Giorgio Petrosyan, arrivato nel capoluogo lombardo a 14 anni ora ha una palestra – di Gianni Santucci

Non gli piace parlare. E questo si capisce subito. E si comprende anche perché, ogni tanto, le parole si sciolgono invece su certi argomenti. La disciplina, prima di tutto. Quella dell’allenamento. Che in questo periodo prevede decine di «ripetute» ogni mattina, in una pista d’atletica ad Assago. E poi il «lavoro sulla forza», quello che fa di pomeriggio, in una palestra col pavimento morbido a scacchi rossi e blu e i mattoni nudi alle pareti, in via Sibari, estrema periferia Sud alla fine di via Ripamonti. Per arrivare alla palestra bisogna percorrere una strada chiusa tra carrozzerie e laboratori artigiani. Ambiente perfetto dove allenarsi per uno come Giorgio Petrosyan: 31 anni, ragazzo educato e silenzioso, una leggenda mondiale del kick boxing, record di combattimenti vinti, cinque volte campione del mondo. Una sorta di Messi o Valentino Rossi, nel suo sport. Da Erevan, in Armenia, partì come Gevorg. Da tre anni è italiano: cittadino per meriti sportivi e per una lettera che dopo un importante incontro a Roma gli fece recapitare l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Lettera corredata da una bandiera tricolore, che il campione Petrosyan conserva oggi nel suo appartamento di Milano. E che è l’emblema di una storia che si compie: perché a Milano Giorgio arrivò col padre e un fratello, quando aveva 14 anni, immigrati illegali nascosti nel cassone di un camion, 10 giorni di viaggio passando dalla Russia. La prima notte dormì col padre e il fratello in stazione Centrale. «Un posto dove andare non ce l’avevamo; un riparo qualsiasi per la notte ci serviva». Su quel ricordo, anche, le parole si fanno più intense. Non tanto per raccontare la fatica o la paura dell’emigrazione, ma per descrivere il ruolo di quel padre «coraggioso»: «Lui voleva venire in Europa, non aveva pensato all’Italia. Siamo finiti a Milano perché è qui che il camion ci ha lasciati. Eravamo nascosti e mio padre ci tranquillizzava, quando sei ragazzino e ti senti rassicurato i pericoli non li senti. Il giorno che siamo arrivati avevo 40 di febbre. Faceva freddissimo».

Il resto della storia comprende un breve passaggio a Torino; poi l’approdo quasi casuale a Gorizia; i mesi alla Caritas; un piccolo imprenditore che prende a cuore la famiglia e gli offre una casa e un lavoro per il padre. Il ragazzino lega dei cuscini alla struttura di un canestro da basket e s’allena così; poi una palestra, il primo incontro vinto a 16 anni contro un tizio di 22 («Prima tutti mi guardavano e ridevano»), una dozzina di match per dimostrare che in un anno, ancora minorenne, in Italia Petrosyan non aveva praticamente più rivali. Al padre arrivò pure un ordine di espulsione, ma riuscirono a sistemare le carte. Questa dei documenti è una storia che accompagnerà Petrosyan per buona parte della carriera: per anni è stato il numero uno al mondo, combatteva per l’Italia, ma ogni competizione all’estero nasceva una grana per passare i confini. Il ritorno a Milano, qualche anno fa, per aprire la palestra di via Sibari col fratello Armen, anche lui atleta di livello internazionale e organizzatore dell’incontro per il titolo mondiale che Giorgio Petrosyan combatterà all’ex Palaiper di Monza il prossimo 14 ottobre. Milano la vive poco, ogni tanto una cena con qualche amico in corso Garibaldi. Niente più. Il resto è allenamento e riposo. Disciplina.

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>> Giorgio Petrosyan, dall’Armenia con furore. Dormiva alla stazione il kickboxer che vince per l’Italia


Speciale difesa: Nagorno-Karabakh, ministero azero, attaccate postazioni militari armene per impedire atti di sabotaggio (Agenzianova 24.07.17)

Baku, 24 lug 16:00 – (Agenzia Nova) – Nuovo attacco delle forze armate azere contro delle postazioni armene per prevenire degli atti di sabotaggio. Il ministero della Difesa azero ha riferito che dal distretto di Qazakh e di Tovuz sono stati sparati alcuni colpi di mortaio per impedire che le forze armene compissero nuovi attacchi contro la popolazione civile azerbaigiana. La nota del ministero è stata pubblicata come risposta ad alcune notizie apparse sui media armeni secondo cui le forze armate dell’Azerbaigian stavano bombardando villaggi armeni situati vicino al confine. “Notizie simili, diffuse dalle autorità armene, hanno lo scopo di giustificare le provocazioni commesse dall’Armenia nei confronti dei civili azeri nei villaggi di confine”, si legge nella nota del ministero, secondo cui per prevenire questi atti le forze armate hanno adottato delle contromisure immediate sopprimendo le attività della controparte armena.

Il recente avvenuto l’11 luglio fra i ministri degli Esteri di Armenia Edward Nalbandian e Azerbaigian Elmar Mammadyarov a Bruxelles, su iniziativa dei co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce (Francia, Russia e Stati Uniti), si è incentrato sull’avanzamento del processo negoziale volto a risolvere il conflitto nel Nagorno-Karabakh. Nalbandian ha sottolineato l’importanza di stabilizzare la situazione lungo la linea di contatto e ha in questo senso sottolineato la necessità di attuare gli accordi raggiunti durante i Vertici di Vienna e San Pietroburgo. Mammadyarov, dal canto suo, ha ribadito che l’Azerbaigian sostiene il proseguimento dei negoziati. I co-presidenti hanno chiesto ai ministri di trasmettere ai presidenti dei due paesi la loro proposta di organizzare un vertice entro la fine di quest’anno. È stato inoltre raggiunto un accordo per convocare la prossima riunione tra i ministri degli Esteri a settembre a New York ai margini dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

La situazione nella regione ha subito una nuova fase di deterioramento nella prima settimana del mese corrente. Venerdì 7 luglio il ministero della Difesa azero ha riferito che, per prevenire nuovi atti di sabotaggio da parte delle Forze armate armene, sono state colpite delle postazioni militari e vendicare la morte dei civili uccisi lo scorso 4 luglio nel villaggio di Alkhanli, situato nel distretto azero di Fuzuli: in questa data, secondo Baku, le forze armate dell’Armenia hanno colpito il villaggio in questione usando dei mortai da 82 e 120 mm e lanciagranate pesanti, provocando tre vittime. (Res)

Charles Aznavour incanta Roma (Messinawebtv 23.07.17)

Le passioni si seguono, spesso si inseguono, non sempre si appagano e quelle che sono state stemperate dal tempo, di certo, non erano grandi passioni.
Ma quelle che ci portiamo dentro e custodiamo come gioielli, vivono con noi, invecchiano con noi e segnano il percorso che chiamiamo vita.

aznavour2E’ questa la passione che ha richiamato tanto pubblico da tutta Italia all’Auditorium della Musica di Roma per ascoltare Charles Aznavour nel primo dei tre concerti che effettuerà in Italia.
Le prossime tappe lo porteranno, eterno viaggiatore, a Cagliari il 18 agosto e a Milano il 13 novembre, al Teatro degli Arcimboldi.

aznavour4Settantanni di carriera e novantatre di vita, un romanzo difficile da immaginare anche per il più prolifico degli scrittori. Un artista immenso che ha spaziato dal mondo della musica, scrivendo ed interpretando canzoni indimenticabili a quello del cinema. Truffaut, Chabrol, Lelouch sono alcuni dei registi che lo hanno scelto e diretto. Un artista che non teme di mostrare, anzi condivide con il pubblico, ammettendole apertamente, le fragilità dell’età avanzata.

aznavour5La voce meno possente, la memoria che va aiutata dal “gobbo”, ma nulla intacca la sua presenza in scena. Scordatevi il concerto d’addio. Aznavour entra in scena, con l’esperienza di un “mostro sacro” e la passione di un debuttante. È lui “Le Cabotin” l’Istrione “cui la scena da’ la giusta dimensione”; bastano le prima note di questa canzone per far partire un’ovazione di applausi.
Il testo scritto da Aznavour nel 1968 (la musica di George Garvarentez) oggi appare come una straordinaria testimonianza della sua vita di artista. Animato dal sacro fuoco dell’arte, si proietta in quell’abisso buio che è la scena, per rivivere il “sogno sempre uguale”.

Istrione, ma non saltimbanco nella vita, oggi ancora di più può dirlo forte:“Non e’ per vanità, quel che valgo lo so’ e ad essere sincero solo un vero istrione e’ grande come me. Ed io ne sono fiero”. Grande anche Giorgio Calabrese, ricordato da Aznavour, che nel 1970 ha tradotto per il mercato italiano questo successo.

aznavour6Il concerto ha avuto inizio con la canzone “Les migrantes”, che tocca un tema caro ad Aznavour, di origine armena e da sempre attivo nella protezione della comunità caucasica, vittima di diversi genocidi. Il messaggio “Avec leurs mains, iIls ont travaillé pour demain” (con le loro mani, hanno lavorato per il domani) supera le domande “ da dove provengono, come rimangono” per lasciarne altre aperte: “cosa hanno temuto, cosa hanno mangiato, cosa hanno sofferto”.

Di seguito Morire d’amore, La vie est faite de hasard (2011 album Toujours) e dopo Paris au mois d’août, Devi sapere (Il faut savoir) e Je voyage (2003 omonimo album), Sa jeunesse, Lei, Désormais Mon ami, mon Judas” hanno preparato la strada a brani immortali quali: l’istrione, Ave Maria, Ieri sì (Hier encore).

La musica di Aznavour trasporta in un mondo di “Plaisirs démodés”, il ritmo zigano di “Les deux guitars” coinvolge il pubblico, infine, la Bohème, Com’è triste Venezia e Emmenez-moi concludono il programma, interpretato senza interruzioni.

Forse troppo classico o déjà vu? Assolutamente no, meno che mai per chi, ha potuto assistere ad una lezione di vita e d’arte e, in piedi, ha tributato scroscianti applausi a questo Artista vero.
Chapeau, Monsieur Aznavour e … arrivederci.

L’Ambasciatrice della Repubblica Armena Victoria Bagdassarian in visita al Comune di Montesilvano (Abruzzonews 21.07.17)

 

 

Le ultime dal Comune di Montesilvano | Montesilvano – 21 luglio 2017. «Quando in Consiglio Comunale abbiamo approvato la risoluzione per il riconoscimento del genocidio del popolo armeno lo abbiamo fatto anche pensando ai nostri giovani, perche’ possano sviluppare una visione critica sul mondo e sulla storia. E’ quanto si legge in un comunicato diffuso, poco fa, dal servizio informazione e comunicazione del Comune di Montesilvano. Il contenuto della nota, della quale si riporta testualmente il contenuto completo, e’ stato divulgato, alle ore 17, anche mediante il sito internet dell’ente, attraverso il quale e’ stata rilanciata la notizia. »E’ quanto ha dichiarato il sindaco Francesco Maragno durante la visita istituzionale a Palazzo di Citta’ dell’Ambasciatrice Victoria Bagdassarian, accompagnata dall’architetto Antonio Antonilli, presidente dell’associazione ‘Viva la Solidarieta”. Ad accoglierla, oltre al primo cittadino, gli assessori Valter Cozzi e Deborah Comardi, il presidente del Consiglio Comunale Umberto Di Pasquale e il consigliere Adriano Tocco.Lo scorso 18 maggio, il Consiglio Comunale di Montesilvano ha approvato all’unanimita’ una risoluzione per il riconoscimento del genocidio Armeno, avvenuto nel 1915 per mano ottomana e che ha portato alla morte di un milione e mezzo di uomini, donne, bambini ed anziani.«L’incontro di questa mattina – ha continuato il Sindaco Maragno – rientra in quel percorso che la nostra Amministrazione ha avviato per aprire il nostro territorio a nuovi scambi commerciali, turistici e culturali. Oltre alla sottoscrizione del gemellaggio con il comune tedesco di Lahnstein, abbiamo avviato un’attivita’ per tessere relazioni con altri Paesi e culture. Sto pensando ad esempio agli incontri avuti con il Presidente del Touring and Automobile Club of the Islamic Republic of Iran e Mir Fakhraei Abdolreza, Presidente del Centro Italo Iraniano di Cooperazione Culturale e Economica (CICE) e ora le opportunita’ che possono svilupparsi con l’Armenia. L’auspicio e’ che quello di oggi sia solo il primo di una lunga serie di incontri che possano coinvolgere tutti i settori della nostra economia territoriale».Molto soddisfatta dell’incontro l’Ambasciatrice Bagdassarian che ha ricordato come «Montesilvano, con il riconoscimento del Genocidio degli Armeni, abbia posto le basi per un futuro diverso in cui mai piu’ dovranno ripetersi crimini cosi’ terribili contro l’umanita’ e abbia dato valore alla conoscenza come mezzo di prevenzione attiva». L’Ambasciatrice ha poi sottolineato come la Repubblica Armena «sia particolarmente interessata allo sviluppo delle relazioni economiche. Il nostro Paese e’ un ponte tra il mercato euroasiatico e quello iraniano e il lavoro dell’ultimo anno e’ stato orientato proprio in tal senso. A tal proposito abbiamo promosso a giugno alla Farnesina un forum che e’ stato l’occasione per presentare le opportunita’ di commercio e investimento in Armenia. Siamo sicuri che potremo portare avanti un progetto di collaborazione con il territorio di Montesilvano». | A cura della Redazione giornalistica AN24. Fonte: comunicato stampa diramato dall’ente.

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Montesilvano, l’ambasciatrice armena in visita al Comune (cityrumors 21.07.7)

Montesilvano. “Quando in Consiglio Comunale abbiamo approvato la risoluzione per il riconoscimento del genocidio del popolo armeno lo abbiamo fatto anche pensando ai nostri giovani, perché possano sviluppare una visione critica sul mondo e sulla storia”. Lo ha detto il sindaco Francesco Maragno durante la visita istituzionale a Palazzo di Città dell’Ambasciatrice Victoria Bagdassarian, accompagnata dall’architetto Antonio Antonilli, presidente dell’associazione “Viva la Solidarietà”. Ad accoglierla, oltre al primo cittadino, gli assessori Valter Cozzi e Deborah Comardi, il presidente del Consiglio Comunale Umberto Di Pasquale e il consigliere Adriano Tocco.

Lo scorso 18 maggio, il Consiglio Comunale di Montesilvano ha approvato all’unanimità una risoluzione per il riconoscimento del genocidio Armeno, avvenuto nel 1915 per mano ottomana e che ha portato alla morte di un milione e mezzo di uomini, donne, bambini ed anziani.

“L’incontro di questa mattina – ha continuato il Sindaco Maragno – rientra in quel percorso che la nostra Amministrazione ha avviato per aprire il nostro territorio a nuovi scambi commerciali, turistici e culturali. Oltre alla sottoscrizione del gemellaggio con il comune tedesco di Lahnstein, abbiamo avviato un’attività per tessere relazioni con altri Paesi e culture. Sto pensando ad esempio agli incontri avuti con il Presidente del Touring and Automobile Club of the Islamic Republic of Iran e Mir Fakhraei Abdolreza, Presidente del Centro Italo Iraniano di Cooperazione Culturale e Economica (CICE) e ora le opportunità che possono svilupparsi con l’Armenia. L’auspicio è che quello di oggi sia solo il primo di una lunga serie di incontri che possano coinvolgere tutti i settori della nostra economia territoriale”.

Molto soddisfatta dell’incontro l’Ambasciatrice Bagdassarian che ha ricordato come “Montesilvano, con il riconoscimento del Genocidio degli Armeni, abbia posto le basi per un futuro diverso in cui mai più dovranno ripetersi crimini così terribili contro l’umanità e abbia dato valore alla conoscenza come mezzo di prevenzione attiva”.

L’Ambasciatrice ha poi sottolineato come la Repubblica Armena “sia particolarmente interessata allo sviluppo delle relazioni economiche. Il nostro Paese è un ponte tra il mercato euroasiatico e quello iraniano e il lavoro dell’ultimo anno è stato orientato proprio in tal senso. A tal proposito abbiamo promosso a giugno alla Farnesina un forum che è stato l’occasione per presentare le opportunità di commercio e investimento in Armenia. Siamo sicuri che potremo portare avanti un progetto di collaborazione con il territorio di Montesilvano”.


L’Ambasciatrice della Repubblica Armena Victoria Bagdassarian in visita al Comune di Montesilvano (Notizieabruzzo 21.07.17)

«Quando in Consiglio Comunale abbiamo approvato la risoluzione per il riconoscimento del genocidio del popolo armeno lo abbiamo fatto anche pensando ai nostri giovani, perché possano sviluppare una visione critica sul mondo e sulla storia.»

E’ quanto ha dichiarato il sindaco Francesco Maragno durante la visita istituzionale a Palazzo di Città dell’Ambasciatrice Victoria Bagdassarian, accompagnata dall’architetto Antonio Antonilli, presidente dell’associazione “Viva la Solidarietà”. Ad accoglierla, oltre al primo cittadino, gli assessori Valter Cozzi e Deborah Comardi, il presidente del Consiglio Comunale Umberto Di Pasquale e il consigliere Adriano Tocco.

Lo scorso 18 maggio, il Consiglio Comunale di Montesilvano ha approvato all’unanimità una risoluzione per il riconoscimento del genocidio Armeno, avvenuto nel 1915 per mano ottomana e che ha portato alla morte di un milione e mezzo di uomini, donne, bambini ed anziani.

«L’incontro di questa mattina – ha continuato il Sindaco Maragno – rientra in quel percorso che la nostra Amministrazione ha avviato per aprire il nostro territorio a nuovi scambi commerciali, turistici e culturali. Oltre alla sottoscrizione del gemellaggio con il comune tedesco di Lahnstein, abbiamo avviato un’attività per tessere relazioni con altri Paesi e culture. Sto pensando ad esempio agli incontri avuti con il Presidente del Touring and Automobile Club of the Islamic Republic of Iran e Mir Fakhraei Abdolreza, Presidente del Centro Italo Iraniano di Cooperazione Culturale e Economica (CICE) e ora le opportunità che possono svilupparsi con l’Armenia. L’auspicio è che quello di oggi sia solo il primo di una lunga serie di incontri che possano coinvolgere tutti i settori della nostra economia territoriale».

Molto soddisfatta dell’incontro l’Ambasciatrice Bagdassarian che ha ricordato come «Montesilvano, con il riconoscimento del Genocidio degli Armeni, abbia posto le basi per un futuro diverso in cui mai più dovranno ripetersi crimini così terribili contro l’umanità e abbia dato valore alla conoscenza come mezzo di prevenzione attiva». L’Ambasciatrice ha poi sottolineato come la Repubblica Armena «sia particolarmente interessata allo sviluppo delle relazioni economiche. Il nostro Paese è un ponte tra il mercato euroasiatico e quello iraniano e il lavoro dell’ultimo anno è stato orientato proprio in tal senso. A tal proposito abbiamo promosso a giugno alla Farnesina un forum che è stato l’occasione per presentare le opportunità di commercio e investimento in Armenia. Siamo sicuri che potremo portare avanti un progetto di collaborazione con il territorio di Montesilvano».

Quartu Sant’Elena, mostra dei pittori armeni (cq24.it 19.07.17)

Da sempre Sciampitta è promotrice delle culture oltre confini, sin da quel 1985, anno della prima edizione, che ogni anno richiama migliaia di persone che vengono ad ammirare i migliori gruppi folk da tutto il mondo. Una rassegna ricca di colori, suoni e portatrice di cultura che fanno di Sciampitta una delle migliori kermesse mondiali.

Quartu Sant’Elena, 19 luglio 2017 – Nell’ambito della 31° edizione “Sciampitta” 2017, dalle ore 17 alle 20 è possibile ammirare all’ex Convento dei Cappuccini a Quartu Sant’Elena la Mostra Artisti Armeni a cura dell’Ingegnere Giacomo Carlo Tropeani, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Quartu S. Elena, in collaborazione con la Sovrintendenza Beni Artistici Storici, Archeologici di Cagliari, l’Ambasciata Armena e l’Associazione Settenote e più”.

Da sempre Sciampitta è promotrice delle culture oltre confini, sin da quel 1985, anno della prima edizione, che ogni anno richiama migliaia di persone che vengono ad ammirare i migliori gruppi folk da tutto il mondo.

Una rassegna ricca di colori, suoni e portatrice di cultura che fanno di Sciampitta una delle migliori kermesse mondiali.

Pronunciare la parola Armenia ci conduce alla fama universale del Monte Ararat, il monte dell’Arca di Noè, il monte dove tutto ricominciò dopo il Diluvio Universale. Attualmente conosciamo l’Armenia attraverso la musica di Arto Tuncboyaciyan( https://youtu.be/gwK6wO1QW0) e degli” Armenian Navy Band” e dei “System of a Down”, ma vi è anche un’Armenia che si esprime attraverso i colori, e le raffigurazioni dell’arte pittorica e plastica che non solo parla della propria storia e vissuto umano, ma rivolge lo sguardo all’uomo ed anche alla sua intimità, sogni e paure. Il celebre passo della Genesi 8,4 “ Nel settimo mese, il 17 del mese l’arca si posò sui monti dell’Ararat, ( in ebraico: al Harey Ararat) e dal significato duplice della lingua ebraica l’etimologia ha fatto sorgere leggende di vario tipo sull’ubicazione esatta del dove di posò l’Arca di Noè. Famosa per avere dato i natali al pensatore Gurdjeff e per essere stata una delle prime terre ad accogliere le prime comunità cristiane, l’Armenia ancora piange per il dolore subito della diaspora avvenuta nel 1915 a causa del genocidio ad opera dei “Giovani Turchi”. La notte del 24 aprile 1915 l’organizzazione nazionalista turca “I Giovani Turchi” portava avanti l’ideologia di uno stato nazionale turco, spurgato delle eredità culturali cristiano, armene ed indoeuropee. Il Genocidio iniziò in primi s a Costantinopoli, con lo sterminio nella notte del 24 aprile del 1915 nelle case degli studiosi, poeti ed intellettuali per diffondersi a tutti gli armeni che abitavano i territori orientali da millenni fino alle terre dell’Ararat, antica Armenia. Gli Armeni erano stati i primi al mondo a dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale del proprio paese nell’anno 301 d.C. secondo la tradizione della Chiesa Armena fatta risalire a Taddeo Bartolomeo due apostoli di Gesù e solo nel IV secolo d.C. che San Gregorio l’illuminatore con il battesimo del re Tiridate III il Cristianesimo è diventato il pilastro dell’identità e cultura armena. Il genocidio armeno, tuttora negato dal governo turco, obbligò alla deportazione donne, vecchi e bambini, uomini e donne costringendoli dal territorio turco a vagare nel deserto siriano . Molti bambini dovettero subire l’inchiodamento ai piedi di ferri di cavallo tortura imposta prima dell’attraversamento del deserto siriano. Gli unici armeni sopravvissuti alla diaspora si sono sparsi per le nazioni del mondo, da Israele, dove la chiesa Armena è custode dei luoghi santi, fino le terre d’oltremare. Lo stesso Adolf Hitler in un suo celebre discorso del 1939 affermò: “ Chi mai si ricorda dei massacri degli armeni?” Di lì a poco con la sua frase “ Wer redet noch heute von der Vernichtung der Armenier?” rivolta ai suoi generali il “Füher” dava ordine di invadere con spietatezza e senza alcun riguardo la Polonia. Iniziava la messa in opera dell’Olocausto. Tempi passati e tempi presenti. La storia si ripete. Rinascono i nazionalismi, turchi e non e si dimenticano i genocidi.

Questa mostra vuole essere ancora un inno alla vita, alla presa di coscienza del colore e del sentimento contro l’oscurità delle barbarie e l’annientamento dei sentimenti umani. È ancora un inno alla vita, alla storia di questi giovani e contemporanei artisti armeni che si ripropongono e nella loro arte si esprimono tutte le sfumature e linguaggi della comunicazione grafica e segnica. Una rinascita che l’uomo attraverso l’arte rivive e ritrova il senso dell’essere, della funzione vitale e la sua infanzia primordiale, la ricerca dell’arcano esistere e della sua ancestrale domanda all’essere qui, oggi abitante di questo pianeta, ancora martoriato dall’ignoranza e cecità umana. Un’arte che vuole sorridere e partecipare alla vita ed alla rinascita dell’esserci ancora, sia come popolo che come individui e persone. È l’inno alla vita che l’arte con i suoi colori sa ancora trasmetterci emozioni e sentimenti.

A cura di Antonio Piludu e Paula Pitzalis

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Charles Aznavour/ Il cantautore francese sulle note de “L’istrione”, video (Ilsussidiario.it 19.07.17)

Cresce l’attesa per il nuovo episodio di Techetechetè, che anche stasera ricostruirà le carriere dei personaggi più interessanti del panorama musicale italiano attraverso il sapiente montaggio dei filmati contenuti nelle teche Rai. Come già anticipato, fra protagonisti che questa resa risveglieranno la nostalgia dei tanti telespettatori ci sarà il cantautore francese Charles Aznavour, che a partire dagli anni ’60 è diventato uno dei protagonisti più amati della discografia italiana. Fra i 33 giri più interessanti ricordiamo quello del 1966 dal tritolo: “Dall’Olympia i grandi della canzone francese”, ma anche “Canto l’amore perché credo che tutto derivi da esso”. Impossibile dimenticare anche Un Natale un po’ speciale”, del 1978, e tutta una serie di album che fanno parte della sua discografia francese. Fra i successi rimasti indelebili della storia della musica italiana ricordiamo, uno fra tutti, “L’istrione”, una canzone che nel 1971 ha raggiunto un grande successo (qui è possibile ascoltare il brano). (Aggiornamento di Fabiola Iuliano)

CHARLES AZNAVOUR: “POSSO FARMI ASCOLTARE MA NON FACCIO POLITICA” (TECHETECHETÈ)

A 93 ANNI PRONTO PER UN NUOVO PROGETTO CULTURALE

Grande spettacolo questa sera su Rai 1 nell’ambito della trasmissione Techetechetè che riserva tanto spazio a Charles Aznavour, uno dei cantautori ed attori più amati in Europa nello scorso secolo. Un artista di origini armene naturalizzato francese che spesso e volentieri si è occupato di politica e di questioni sociali. In questi giorni a 93 anni di età, Aznavour ha parlato dei suoi prossimi progetti artistici, culturali e politici. Nello specifico, come dichiarato al quotidiano La Repubblica, Aznavour ha annunciato l’apertura in Armenia della Charles Aznavour House: “Venti giorni fa a Erevan il governo armeno mi ha consegnato le chiavi del Museo Aznavour, ancora tutto da fare. E io, insieme a mio figlio Nicholas, ho annunciato la creazione della Aznavour Foundation, attraverso la quale continuerò ad aiutare il popolo armeno e aprirò la Charles Aznavour House. Non sarà soltanto un museo, ma anche luogo di spettacolo e cultura”.

UNA DOPPIA VITA, AMBASCIATORE E SCRITTORE

Durante l’intervista rilasciata a La Repubblica, Aznavour ha parlato della sua vita odierna rimarcando come sia costante il suo impegno di scrittore nonché quello di ambasciatore. L’artista nello specifico ha dichiarato: “Se continuo a scrivere? Tutti i giorni. Dopo tre autobiografie sto scrivendo un libro per i giovani che vogliano fare una professione artistica. Non do consigli. Apro una porta sulla mia vita privata. Non mi riferisco alle donne che ho amato. Non ne ho mai parlato. Non avrei avuto il diritto di usare le donne che ti hanno dato la vita, anche se sono state cattive e alla volte ti hanno lasciato. Il mio ruolo di ambasciatore? È al tempo stesso onorario e non. Gli armeni hanno bisogno che si parli di loro. Un po’ come Israele, l’Armenia è circondata da paesi che non la amano troppo. Intervenendo su piccoli problemi con paesi stranieri, io posso farmi ascoltare. Ma non faccio politica. Non sono né di sinistra, né di destra, né di centro”.

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I libri di Franz Werfel e il racconto di un mondo che finì con la seconda guerra mondiale (illibraio.it 19.07.17)

Franz Werfel, scrittore austriaco della prima metà del Novecento, nelle sue opere racconta il crepuscolo del mondo precedente la seconda guerra mondiale, l’Impero Asburgico, e il suo progressivo declino… – L’approfondimento sull’autore di libri come “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, “Una scrittura femminile azzurro pallido” e “Piccoli amori”

Franz Werfel (Praga, 10 settembre 1890 – Los Angeles, 26 agosto 1945) è stato un grande scrittore austriaco, amico personale di Franz Kafka, autore di romanzi, racconti, drammi e poesie, vissuto nella prima metà del Novecento, capofila dell’espressionismo.

Di origini ebraiche, all’inizio della seconda guerra mondiale, per paura delle persecuzioni naziste, si rifugiò negli Stati Uniti, dove visse fino alla morte. Negli ultimi anni è stato oggetto di una meritata riscoperta, e di una rinnovata fortuna editoriale.

I quaranta giorni del Mussa Dagh è l’opera che diede la fama a Franz Werfel, abbozzata durante un viaggio in Siria, pubblicata nel 1933, racconta il tragico destino del popolo armeno, minoranza etnica odiata e perseguitata per la sua antica civiltà cristiana, in eterno contrasto con i turchi. Verso la fine del luglio 1915 circa cinquemila armeni perseguitati dai turchi si rifugiarono sul massiccio del Mussa Dagh, a nord della baia di Antiochia. Fino ai primi di settembre riuscirono a tenere testa agli aggressori ma poi, cominciando a scarseggiare gli approvvigionamenti e le munizioni, sarebbero sicuramente stati sconfitti se non fossero riusciti a segnalare le loro terribili condizioni a un incrociatore francese. Su quel massiccio visse per quaranta giorni la popolazione di sette villaggi, in un’improvvisata comunità.

Con il romanzo breve Nella casa della gioia Franz Werfel descrive la fine di un mondo e una società, attraverso la parabola di un bordello di lusso, di una grande città dell’impero asburgico. In via del Camoscio si danno convegno militari, politici e personalità del mondo culturale cittadino, in un vivace e caotico salotto dove sfilano, ritratti da Werfel con ironia, personaggi indimenticabili: il nasuto intellettuale Schleissner, il pianista Nejedli, ex “Imperial-Regio Fanciullo Prodigio” il cui repertorio si è ridotto a tre brani, Morè, presidente nientemeno che della Società spinoziana, che si guadagna da vivere vendendo lapidi tombali, e tanti altri. Tutto è sotto il rigido controllo della signorina Edith e del signor Maxl. La morte di quest’ultimo segna la fine dell’istituzione, mentre Ludmilla ex inquilina della “casa della gioia”, diventa una signora borghese che non riconosce più nessuno dei suoi vecchi clienti, il ricordo si è spento in un’agiata rispettabilità.

Nel breve romanzo Piccoli amori Franz Werfel descrive l’ingresso in un’agiata famiglia borghese, nella Praga dei primi decenni del Novecento, di una giovane ragazza, Erna, che dovrà prendersi cura di un adolescente sensibile e inquieto, Hugo. Il torpore di un’adolescenza troppo protetta si infrange d’improvviso all’irrompere della bellezza femminile di Erna, destinata al ragazzo come istitutrice. L’incontro con Erna si trasforma per Hugo in un’infatuazione, che lo porterà a idealizzare tutto ciò che la circonda, inclusi i suoi amanti, dei quali si farà ingenuo complice. Quando le fugaci, eppur rischiose trame d’amore della ragazza la porteranno a cozzare contro le norme borghesi, Hugo dovrà accettare il distacco da Erna, l’estromissione di lei da un mondo che ora gli sembra angusto. Ma quell’incontro gli ha lasciato un segno indelebile: ha gettato uno sguardo fuori di casa, là dove piccole vite si spendono in piccoli amori, ed è ormai cambiato.

L’anniversario dell’esame di maturità racconta un incontro di vecchi compagni dell’imperial-regio Ginnasio di San Nicola, venticinque anni dopo l’esame di licenza, durante cui si risvegliano memorie lontane nella mente del giudice istruttore, Consigliere di Corte d’appello dottor Sebastian. Tra i volti ormai appesantiti dagli anni manca quello di Adler, l’artista, il più dotato, il solo a possedere il segreto della poesia. Mosso da quest’assenza, e da un incontro fatto poco prima, in una notte insonne Sebastian riscrive una vecchia vicenda giovanile; che è anche la storia di una colpa e di un’espiazione mancata, e del­l’eterna crudeltà degli uomini verso gli eletti, quando li riconoscano come tali. Così nel 1928, ispirandosi ai suoi ricordi personali, Franz Werfel ridusse ai termini della giovinezza e della memoria il mito prediletto della finis Austriae, rappresentando nella mediocrità dei personaggi la debolezza e la sorte di un’intera civiltà.

Una scrittura femminile azzurro pallido ci porta nella Vienna degli anni Trenta, dove un appagato funzionario ministeriale, assurto ai vertici della burocrazia statale grazie al conveniente matrimonio con una rampolla dell’alta società, riceve una lettera. Il cuore si ferma, dentro di lui, quando sulla carta della busta riconosce una scrittura femminile azzurro pallido. Quella grafia gli ricorda una donna, forse l’unica che abbia mai amato, l’unica che abbia mai dato colore a un’esistenza altrimenti dominata dal grigiore del lavoro e della carriera. In quella lettera, dai toni freddi e distaccati, la donna gli chiede di intercedere in favore di un giovane diciottenne la cui madre è ebrea. Chi è quel misterioso giovane? Forse dietro di lui si cela il figlio che l’uomo potrebbe aver avuto da quella relazione tanto appassionata, ma scomoda e troppo presto dimenticata? Franz Werfel dimostra in questo racconto tutta la sua maestria nel raccontare le passioni del cuore umano.

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Gianikian & Ricci Lucchi. Dalle avanguardie russe all’Armenia (Atribune 18.07.17)

Protagonisti del volume edito da Humboldt Books, incentrato sul loro progetto filmico dedicato alle avanguardie russe degli Anni Venti e Trenta, i due artisti tengono alto il nome della creatività armena. Proprio quando l’Armenia si accinge a ospitare la sua prima triennale d’arte contemporanea, curata da Adelina von Fürstenberg, già curatrice del Padiglione armeno, vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 2015.

Humboldt Books ha pubblicato un volume dedicato a un nuovo capitolo dell’infinita e infinitesima ricerca dei due artisti di origini italo-armene Yervant Gianikian (Merano, 1942) e Angela Ricci Lucchi (Lugo di Romagna, 1942), The Arrow of time. Il progetto prende origine da una serie di eventi organizzati da ERG – École de Recherche Graphique a Bruxelles, nei primi mesi del 2015, e incentrati sul lavoro della coppia. In particolare, nel corso di una manifestazione dal titolo Portes Ouvertes e organizzata al Bozar, viene preparata una serata sui loro film. Conseguentemente la Cinémathèque royale de Belgique dà avvio alla loro prima grande retrospettiva filmica in Belgio.
Purtroppo in quel periodo Gianikian subisce un incidente grave e non può seguire direttamente le celebrazioni in Belgio. Ma la coppia di artisti, in cambio del materiale prestato, richiede comunque a ERG di sovrintendere a una pubblicazione sul loro lavoro. Nel frattempo, però, prendono avvio i piani per una grande retrospettiva al Pompidou (settembre-novembre 2015) e, snodo fondamentale per la loro carriera, finalmente viene portato a termine il loro progetto filmico sulle avanguardie russe degli Anni Venti-Trenta.

UN DIARIO INTIMO

Proprio su questa tematica verte il libro di Humboldt Books, a cura di Corinne Diserens ed Eva Fabbris. Il volume si ricollega anche al 2015 e a Bruxelles, perché in quel periodo, durante la programmazione di una Carte Blanche, una serata a cura dei due artisti, vengono mostrati film e spezzoni di pellicole a partire da David Abelevič Kaufman – meglio noto con lo pseudonimo Dziga Vertov – in avanti. Assieme al materiale che i Gianikian hanno raccolto discretamente e segretamente a partire dal 1989, vengono mostrate anche, tra innumerevoli viaggi in Russia e in Europa, testimonianze di autori del cinema e della letteratura d’avanguardia sopravvissuti alle purghe staliniane. In quella serata di Bruxelles il duo delinea una traccia della memoria sulla vita e i ricordi di coloro che hanno imparato a coesistere con le brutture della repressione staliniana, senza dimenticare il fervore delle avanguardie.
Questo percorso è ora racchiuso all’interno di un’ottantina di pagine in anastatica dei loro diari che non sono mai stati pubblicati, grazie a una sapiente selezione delle pagine. Facciate così intime che risuonano come una rivelazione delle pratiche dei Gianikian, un avvicinamento alla produzione dei loro film, tra letture, incontri, ricette, racconti dei litigi e molti spunti che ricuciono, a loro volta, arte e vita.

Ginevra Bria

Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi – The Arrow of Time. Notes from a Russian Journey 1989 – 1990
Humboldt Books, Milano 2017
Pagg. 300, € 30
ISBN 9788899385262
www.humboldtbooks.com

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