Lo sterminio degli armeni e il destino comune agli ebrei: la dhimmitudine sotto i regimi musulmani (Mosaico-cem 01.06.25)

Nonostante le ovvie differenze, vi sono notevoli somiglianze fra Israele e Armenia: due piccoli Stati circondati da nemici che tentano implacabilmente di distruggerli, con alleanze fragili e indecise, accusati di “occupare” territori che fanno parte della loro eredità storica, obbligati dunque a difendere continuamente la propria sicurezza. E, al di là della situazione attuale in cui le costrizioni della geopolitica li vedono schierati su fronti opposti (gli armeni che hanno con l’Iran, il principale nemico di Israele, il solo confine non ostile; Israele che per vigilare e potenzialmente contrastare l’Iran ha bisogno dell’alleanza con l’Azerbaigian, il più attivo nemico dell’Armenia) vi sono somiglianze anche maggiori fra le storie che stanno dietro a questi Stati; due popoli antichi perseguitati da grandi imperi che volevano annetterli, privati dell’indipendenza, ridotti in maggioranza alla diaspora, che hanno vissuto a lungo principalmente col commercio.

Ma soprattutto entrambi vittime nella prima metà del secolo scorso di efferati genocidi che hanno sterminato quasi metà della popolazione e distrutto i loro principali insediamenti storici. Se della Shoah dopo il silenzio dei primi decenni si continua a parlare, benché purtroppo ciò non impedisca il ritorno dell’antisemitismo di cui siamo testimoni oggi sotto forma di antisionismo, del genocidio degli armeni, Medz Yeghern (il “Grande Male”) come lo chiamano loro, in generale si parla poco e il pubblico generale ne sa ancora meno.

Bisogna dire che la denuncia delle stragi ottomane contro gli armeni fu fatta inizialmente soprattutto da fonti ebraiche: l’ambasciatore americano a Istanbul Henry Morgenthau, l’agronomo Aaron Aaronsohn e sua sorella Sarah che lo testimoniò ai britannici, il grande scrittore Franz Werfel con il suo romanzo I 40 giorni del Mussa Dagh. Poi il genocidio fu illustrato da un altro romanzo importante, questa volta di un’autrice italo-armena: La masseria delle allodole di Antonia Arslan e naturalmente da numerosi studi storici. Ma ancora c’è bisogno di parlarne, anche perché in questo tempo è minacciata la vita stessa dello Stato armeno.

Lo fa di nuovo in Italia un ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, che ha pubblicato un’importante riflessione storica sulla genesi e lo svolgimento del genocidio, intitolato programmaticamente Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno (Liberilibri, con prefezione di Paolo Mieli). Il libro riporta i fatti principali del genocidio del 1915, sottolineandone la continuità con i grandi “massacri hamidiani” del 1894-1897 e gli eccidi della Cilicia del 1909, ma anche con l’azione successiva alla fine della guerra, quando Mustafa Kemal, rifondatore della Turchia, cercò di completare l’opera di distruzione degli armeni. Ma quel che forse è più significativo e impressionante di questo libro è l’indagine sulle premesse socio-culturali delle stragi, cioè la riflessione sulla condizione di subordinazione (“dhimmitudine”) dei popoli non musulmani nel mondo islamico e nell’impero ottomano, il profondo radicamento di questa ideologia in una visione del mondo che include ancora oggi la condizione femminile e quella degli ebrei e l’illustrazione delle reazioni razziste anti-armene in Europa e soprattutto nel mondo germanico, perfettamente parallele all’antisemitismo. Sono fattori che oggi agiscono ancora e con cui ancora devono fare i conti tanto gli ebrei quanto gli armeni.

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Putin a Pashinyan: “Garantiamo lo sviluppo delle relazioni Russia-Armenia in sicurezza e prosperità” (Agenzia Nova

Russia e Armenia possono garantire congiuntamente lo sviluppo delle relazioni tra i due Stati in termini di sicurezza, stabilità e prosperità. Lo ha affermato il presidente russo Vladimir Putin, in un messaggio di auguri per il 50mo compleanno del primo ministro armeno, Nikol Pashinyan.

“Russia e Armenia hanno storicamente relazioni amichevoli. Sono certo che attraverso sforzi congiunti saremo in grado di garantire un ulteriore sviluppo di queste relazioni in tutte le direzioni. È indubbiamente nell’interesse dei nostri popoli e va di pari passo con il rafforzamento della stabilità, della sicurezza e della prosperità nella regione eurasiatica”, si legge nel telegramma inviato da Putin.

Armenia-Azerbaijan, 30 anni di conflitto: cosa cambia nella Regione del Caucaso (Rivieraweb 31.05.25)

In Armenia si è tenuta la 2° edizione del forum internazionale “Yerevan Dialogue 2025”, un momento che riunisce leader politici, diplomatici, accademici e rappresentanti della società civile provenienti da oltre 80 paesi. L’edizione di quest’anno oltre le questioni globali, le tensioni geopolitiche, l’incertezza economica e la biodiversità, ha avuto un focus importantissimo per l’intero Caucaso Meridionale: gli accordi di pace tra l’Armenia e l’Azerbaijan dopo oltre 30 anni di conflitto.

L’edizione di quest’anno del forum “Yerevan Dialogue 2025” tenuta a Yerevan, capitale dell’Armenia, il 26 e 27 maggio ha permesso un confronto e un dialogo aperto con altri 80 paesi provenienti da tutto il mondo per discutere congiuntamente di questioni globali, delle tensioni geopolitiche, della crescente incertezza economica, sulle tendenze dell’UE e del commercio, la perdita di biodiversità e infine la politica sull’uso dell’intelligenza artificiale. Le parole del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, sono state forse il momento più atteso di tutto il forum, per discutere sul futuro dell’Armenia: gli accordi di pace con l’Azerbaijan.

La storia

L’Armenia e l’Azerbaijan nel Caucaso meridionale sono dal 1991 due Stati in guerra. Il focus di questa guerra riguarda principalmente la regione del Nagorno Karabakh, un enclave cristiana del territorio armeno con una popolazione di oltre 150mila persone, circondata da terra Azera. I due paesi hanno combattuto due guerre importanti per il controllo della regione del Nagorno Karabakh, la prima nel 1992 vinta dall’Armenia dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la seconda nel 2020, vinta dall’Azerbaigian. Durante il secondo conflitto la popolazione del Nagorno Karabakh è stata completamente soggetta alla presenza azera, e alla fine, dopo una stagione di tensione durata quasi 3 anni, la popolazione del Karabakh ha optato per un esodo di massa piuttosto che rischiare un altro massacro. Il Corridoio di Lachin, unica striscia di terra di collegamento diretta all’Armenia, è rimasto chiuso per oltre 10 mesi, portando la popolazione allo stremo senza beni di prima necessità. In sei settimane di conflitto sono morte circa 7mila civili prima del cessate il fuoco, costringendo l’Armenia alla cessione di ampie porzioni di territorio nel Nagorno-Karabakh.

Yerevan Dialogue 2025

L’accordo di marzo 2025 tra l’Armenia e l’Azerbaigian ha rappresentato un passo rilevante verso la formalizzazione e la normalizzazione delle relazioni bilaterali. Entrambe le parti hanno accettato un accordo di pace, per cui manca da stabilire solo la data e il luogo della firma. A rendere fragile la firma conclusiva sono alcun condizioni imposte dall’Azerbaijan: sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCEmodificare la Costituzione armena eliminando dal preambolo la dicitura “riunificazione della Repubblica socialista sovietica armena e della regione montuosa del Karabakh”. Per alcuni una questione superflua visto che il governo Pashinyan ha già riconosciuto pubblicamente l’esercizio della sovranità azera sul territorio del Karabakh, ma questo non ha fatto altro che alimentare i dibattiti interni. Un’altra problematica riguarda il Corridoio di Zangezur, la striscia di territorio armeno che separa l’exclave azera di Naxçıvan, confinante con la Turchia, e il resto dell’Azerbaijan. Il governo di Baku ha richiesto l’apertura al fine di creare un collegamento strategico tra i due spazi, necessario per l’integrazione economica regionale. In questo contesto l’Iran gioca un ruolo strategico per l’Armenia, interessato a mantenere l’asse turco-azero sempre distante, cercando di limitare le ambizioni panturche del governo di Erdogan.

Chi sono gli altri attori

Yerevan cerca di uscire dall’isolamento nel Caucaso e ha iniziato sempre più ad affacciarsi a nuovi attori come l’Unione Europea e gli Stati Uniti, in supporto e a garanzia della sua sovranità. L’Iran resta il protettore di Yerevan. 

Il trattato tra Armenia e Azerbaijan potrebbe davvero la fine delle tensioni regionali? C’è solo da attendere la prossima mossa di Baku, nel frattempo però il Parlamento di Pashinyan ha approvato un disegno di legge per la richiesta di adesione dell’Armenia all’Unione Europea.

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La tragedia del Nagorno Karabakh. Un approfondimento a “Chiese in Diretta” (Cath.ch 31.05.25)

Le guerre devono trovare soluzione. Le ingiustizie devono essere riparate. Il nostro Paese, forte della sua tradizione umanitaria deve collaborare per sostenere una soluzione al conflitto tra l’Azerbaigian e la popolazione armena sfollata del Nagorno Karabakh. Proprio per questo, lunedì scorso si è costituito il comitato interpartitico che desidera promuovere l’importante ruolo della Svizzera come mediatore in questo conflitto irrisolto. L’Iniziativa si basa su una mozione adottata dal Consiglio nazionale, che incarica il Consiglio federale di organizzare questo forum. L’obiettivo dei 19 parlamentari firmatari è quello di facilitare un dialogo aperto tra l’Azerbaigian e i rappresentanti degli armeni che sono dovuti scappare dal Nagorno Karabakh. Lo scopo finale è quello di negoziare il ritorno sicuro di questi ultimi nella loro patria. Purtroppo, tra le troppe tragedie di oggi, quello dell’Armenia è diventato uno dei fronti dimenticati.

Ma che cosa è accaduto nel Nagorno Karabakh?

Dopo 10 mesi di assedio, nel settembre 2023 l’Azerbaigian ha attaccato il Nagorno Karabakh e l’intera popolazione (circa 120’000 armeni) è fuggita in Armenia. Questa terra era stata attribuita dai sovietici all’Azerbaigian ma da millenni era abitata da armeni cristiani. Armeni che fino al crollo dell’Unione sovietica avevano ottenuto una propria autonomia. Oggi si parla di pulizia etnica per quanto accaduto nel 2023 ma per il momento nulla si è mosso nella comunità internazionale e gli armeni restano sfollati e non possono esercitare il diritto al ritorno.

Persone e patrimonio culturale e religioso

Se da una parte, il primissimo pensiero sono le persone e le loro vite, altro tema importante (trattato a Berna gli scorsi giorni in un convegno organizzato dal Consiglio ecumenico delle Chiese) è quello del patrimonio culturale e religioso. Sharkis Shainian, co-presidente dell’associazione «Svizzera Armenia» a cui abbiamo chiesto se è possibile accedere ai luoghi e sapere che cosa è stato distrutto, ci ha detto che non è tuttora possibile aver accesso ai luoghi ma che le riprese aeree sono incontrovertibili. «Ci sono prove – ci dice – di crimini conclamati contro l’eredità culturale armena». Addirittura, la direttrice del programma del Consiglio ecumenico delle Chiese per la costruzione della pace in Medio Oriente, Carla Khijoyan, afferma che «l’Unesco stessa, che ha il mandato di proteggerli, non può accedere a questi luoghi, ma purtroppo, quello che vediamo da diverse fonti è che molte chiese sono scomparse. C’è una vera e propria sparizione di alcuni edifici culturali e religiosi che hanno 2000 anni. E stiamo parlando del patrimonio del più antico popolo cristiano».

Futuro del Nagorno Karabakh e forum

L’ex ministro degli Esteri armeno Vartan Oskanian ha dichiarato che: «La gente vuole semplicemente fare ritorno alle proprie case. L’Iniziativa per la pace non consiste nel dare a una delle parti più legittimità rispetto all’altra. Si tratta di creare uno spazio neutrale e fedele a dei principi, in cui anche le voci che sono state messe a tacere possano essere ascoltate». Secondo Joel Veldkamp, responsabile della comunicazione internazionale di Christian Solidarity International, la comunità internazionale non è stata finora in grado o non ha voluto rispondere efficacemente all’escalation di violenza nel Nagorno- Karabakh. Ma vi sono segnali di un nuovo tentativo di cooperazione poiché «le grandi potenze, USA, UE, Regno Unito e Russia hanno interesse a prevenire un’altra guerra nel Caucaso e a stabilire una pace duratura».

Ascolta il servizio di Chiese in diretta del 1.6.2025

 

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Briciole di pane – La Conferenza sul patrimonio armeno sollecita un’azione coordinata: proteggere «l’espressione viva di fede, identità e memoria» (Riforma 30.05.25)

La Conferenza sul patrimonio armeno sollecita un’azione coordinata: proteggere «l’espressione viva di fede, identità e memoria»

La Conferenza sul patrimonio armeno si è conclusa con una dichiarazione che sollecita «Un’azione internazionale coordinata per proteggere il patrimonio religioso e culturale armeno – si legge sul sito del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) –; i diritti umani del suo popolo e la futura sicurezza della nazione armena».

La conferenza è stata ospitata dal Cec in collaborazione con la Chiesa protestante in Svizzera, a Berna, in Svizzera, e si è conclusa il 28 maggio.

La dichiarazione della conferenza delinea un quadro di responsabilità in risposta allo sfollamento forzato della popolazione armena avvenuto nel 2023 e alla perenne distruzione del suo patrimonio religioso e spirituale.

«La conferenza risponde all’appello lanciato dalla Chiesa Apostolica Armena ed è stata organizzata dal Consiglio Ecumenico delle chiese e dalla Chiesa Protestante in Svizzera, che riconoscono l’inestricabile legame tra patrimonio culturale, identità e giustizia», ​​così si legge invece nella dichiarazione congiunta.

L’incontro di Berna rappresenta un impegno collettivo per la verità, la conservazione della memoria affinché vi sia un’azione internazionale coordinata per salvaguardare questa eredità comune dell’umanità.

La dichiarazione riconosce lo sfollamento forzato di oltre 120.000 armeni dall’Artsakh/Nagorno Karabakh a seguito dell’assalto militare e del blocco imposto nel settembre 2023.

«Siamo stati testimoni della cancellazione di millenni di anni di presenza cristiana armena nella regione e della diffusa e continua distruzione di chiese, cimiteri, monumenti e altri siti sacri e culturali, come documentato da organismi indipendenti come Caucasus Heritage WatchSave Armenian Monuments e Monument Watch e da altri attori culturali», si legge ancora.

«Ascoltando il punto di vista di esperti e di professionisti legali internazionali, riaffermiamo che la distruzione del patrimonio culturale costituisce una violazione del diritto internazionale umanitario e può costituire un crimine contro l’umanità e un indizio di intenti genocidi».

La dichiarazione invita la comunità internazionale a garantire l’assunzione di responsabilità e a rispettare i propri mandati per la protezione del patrimonio culturale e religioso.

«Affermiamo inoltre il diritto al ritorno delle popolazioni sfollate nelle loro terre ancestrali in condizioni di sicurezza, dignità e non discriminazione […]. Come chiese e comunità religiose, crediamo che la tutela del patrimonio non riguardi solo i monumenti, ma l’espressione viva della fede, dell’identità e della memoria».

I leader religiosi di tradizione cristiana, ebraica, musulmana e yazida si sono uniti alla conferenza per affermare che la tutela del patrimonio religioso è espressione della loro comune umanità e un percorso verso la riconciliazione.

«Sottolineiamo il ruolo della collaborazione interreligiosa nel risanamento, nella ricostruzione della fiducia e nella promozione della dignità di tutte le persone colpite da sfollamenti, guerre e pulizia culturale».

Il testo chiede poi un’azione internazionale coordinata su più fronti: «Il patrimonio, quando protetto, può essere fonte di riconciliazione».

La dichiarazione esprime gratitudine a coloro che hanno condiviso testimonianze di sfollamento, coraggio e resilienza, in particolare ai sopravvissuti e ai rappresentanti delle comunità armene dell’Artsakh/Nagorno Karabakh.

«Che questa dichiarazione serva da testimonianza della nostra responsabilità condivisa e da documento vivo di solidarietà, coscienza e impegno», conclude la dichiarazione.

«Il patrimonio dell’Artsakh/Nagorno Karabakh appartiene non solo agli armeni, ma all’intera umanità ed è nostra responsabilità collettiva proteggerlo».

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Delegazione italiana in Armenia per Forum Internazionale (Ansa 30.05.25)

Il Presidente del Gruppo di amicizia Armenia-Italia, Maria Karapetyan, ha ricevuto presso l’Assemblea Nazionale il Senetore Ivan Scalfarotto, l’Inviato Speciale per il Caucaso Meridionale del Maeci, Gherardo Amaduzzi, e il Presidente dell’Istituto Affari Internazionali, Michele Valensise.
La Delegazione, giunta in Armenia in occasione del Forum Internazionale “Yerevan Dialogue 2025”, era accompagnata dall’Ambasciatore Alessandro Ferranti e dal Vice Capo Missione Andrea Peduto.
Nel corso dell’incontro sono stati trattati argomenti relativi all’attuale fase del processo di pace tra Armenia e Azerbaigian, alla necessità di firmare un trattato di pace, alle soluzioni proposte dall’Armenia per la riapertura delle comunicazioni regionali e alla necessità di proseguire il processo di demarcazione.


ANSA) – ROMA, 30 MAG – L’Ambasciatore D’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti si è recato in visita presso il Collegio del Mondo Unito di Dilijan, città dell’Armenia, in occasione del conferimento della laurea a un gruppo di studenti italiani.
La cerimonia di laurea è stata la decima nella storia del Collegio, il quale ospita studenti provenienti da oltre 80 paesi.
Durante la visita all’Ambasciatore Ferranti sono state presentate le varie strutture e le attività svolte dal Collegio.
(ANSA).

Usa. L’opposizione armena punta sulla destra cristiana per influenzare Trump (Notizie Geopolitiche 29.05.25)

di Giuseppe Gagliano –

Washington-Yerevan, asse caldo. L’opposizione armena negli Stati Uniti, guidata da figure di spicco della diaspora, sta giocando una carta pesante: stringere legami con la destra cristiana americana per guadagnarsi un canale diretto con l’amministrazione Trump. Il leader dell’Alleanza Nazionale Democratica, Jirair Sefilian, non fa mistero delle sue mosse. Il 20 settembre 2024, a Yerevan, ha infiammato la folla con un comizio seguito da una marcia verso l’ambasciata russa, un segnale chiaro contro l’influenza di Mosca in Armenia. Le immagini, catturate da Anthony Pizzoferrato per Middle East Images (via AFP), mostrano un Sefilian determinato, che parla a migliaia di persone sotto un cielo plumbeo, con bandiere armene sventolanti e slogan anti-russi.
Ma la vera partita si gioca oltreoceano. L’Alleanza Nazionale Democratica ha ingaggiato una nuova società di lobbying, un colosso con radici profonde nel Partito Repubblicano e connessioni strette con i movimenti cristiani globali. Fonti vicine al dossier parlano di una strategia mirata: sfruttare la sensibilità della destra evangelica americana, che da anni vede nell’Armenia un baluardo del cristianesimo in una regione turbolenta. L’obiettivo? Fare pressione su Trump per ottenere un sostegno più deciso contro le ingerenze russe e turche in Caucaso, oltre a un possibile rafforzamento delle sanzioni contro Baku per la questione del Nagorno-Karabakh.
I dettagli dell’operazione sono ancora fumosi, ma i rumors indicano che la società di lobbying, con base a Washington, abbia già avviato incontri con figure di peso del GOP e leader di organizzazioni cristiane come la Family Research Council. Si parla di una campagna ben finanziata, che punta a dipingere l’Armenia come una causa morale per l’elettorato conservatore americano. Non è un caso che Sefilian, ex militare e figura carismatica, stia alzando i toni contro la Russia, sapendo che l’anti-putinismo è una leva potente per ingraziarsi i falchi repubblicani.
Sul terreno, però, la situazione resta tesa. La marcia di Yerevan ha visto momenti di scontro con le forze dell’ordine, e l’opposizione armena è accusata dal governo Pashinyan di destabilizzare il paese. Intanto, negli USA, la diaspora armena, forte di oltre un milione di persone, concentrate soprattutto in California, si sta mobilitando. Petizioni, raccolte fondi e incontri con parlamentari repubblicani sono all’ordine del giorno. La destra cristiana, da parte sua, sembra ricettiva: l’Armenia, con la sua antica tradizione cristiana, è un simbolo perfetto per galvanizzare un elettorato sensibile ai temi della fede e della libertà religiosa.
Resta da vedere se questa strategia pagherà. Trump, notoriamente imprevedibile, potrebbe cedere al fascino di una narrazione che unisce cristianesimo e geopolitica, ma le priorità della sua amministrazione, ovvero Cina, Medio Oriente, economia interna, potrebbero relegare il Caucaso in secondo piano. Per ora, Sefilian e i suoi continuano a tessere la tela, tra comizi infuocati e strette di mano a Washington. La partita è aperta, e il prossimo passo potrebbe essere decisivo.

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L’eterna guerra del Nagorno Karabakh rischia di coinvolgere Russia e Turchia (Greenreport 29.05.25)

li scontri al confine dell’autoproclamata – e di fatto annessa all’Armenia . Repubblica del Nagorno Karabah (o Repubblica dell’Artsakh) si sono rapidamente trasformati in guerra, con numerose vittime anche tra i civili – almeno 67 in 30 ore – e carrarmati, aerei, elicotteri e droni di entrambe le parti abbattuti

Una Guerra che ha riportato alla luce un conflitto eterno, congelato al tempo dell’Unione Sovietica, che aveva concesso il Nagorno Karabakh, a maggioranza armena e cristiana, all’Azerbaigian islamico, un equilibrio saltato dopo il crollo dell’Urss e con gli scontri tra azeri e armeni che sfociarono nella secessione armata del Nagorno Karabakh.

Ora l’Azerbaigian turcofono insiste sulla sua integrità territoriale e l’Armenia difende la repubblica autoproclamata e i negoziati avviati nel 1992 nel quadro del Gruppo di Minsk dell’Ocse, presieduto da Usa e Francia, sono in stallo da anni.

Su Ria Novosti-Sputnik Jean-Baptiste Mendes sottolinea che «Gli scontri attuali sono i più importanti dal 1994» e si chiede chi è stato a iniziare questa nuova guerra nel Caucaso.  Il 27 settembre, un comunicato del ministero della difesa azero annunciava di aver lanciato «una controffensiva su tutta la linea del fronte» per «mettere fine a delle attività militari delle forze armate dell’Armenia e assicurare la sicurezza della popolazione civile». L’Armenia ha subito respinto le accuse e accusato l’Azerbaigian di aggressione.

Come in ogni Guerra, I due contendenti dicono di aver inflitto al nemico molte più perdite di quante ne hanno subite. Ieri Baku affermava di aver ucciso 550 soldati armeni, mentre Erevan diceva di aver eliminato più di 200 soldati azeri. Quel che si sa da fonti russe è che il 28 settembre sono stati uccisi almeno 28 soldati del Nagorno Karabakh, portando il tortale delle vittime a 59 morti.  Sul terreno si stanno scontrando truppe e miliziani e carrarmati, in cielo gli elicotteri mitragliano e i razzi li abbattono, volano droni ed F-35 che l’Armeni dice siano stati inviati dalla Turchia, entrambe le parti diffondono immagini di mezzi bellici del nemico abbattuti.

In mezzo a deliranti manifestazioni di nazionalismo, sia Armenia che Azerbaigian hanno dichiarato la legge marziale e la guerra potrebbe infiammare tutta la regione, portando a galla l’odio storico tra turchi e armeni che sollecitano la Russia a tenere fede alla storica alleanza che la lega ad Erevan.

Armeni e azeri si erano scontrati per diversi giorni già a luglio, con una ventina di morti, ma le scaramucce erano passate sotto silenzio in un mondo preoccupato per la pandemia di Covid-19.

Secondo Jean Radvanyi, geografo ed esperto di Russia e Paesi post-sovietiche, autore dell’Atlas géopolitique du Caucase, lo scenario è preoccupante: i due eserciti sono ben armati, in particolare quello azero che, a differenza della poverissima Armenia può contare sulle entrate petrolifere e del gas che «ha molto investito nel suo esercito. Anche se non è per forza più efficace».  Dal canto suo, l’Armenia, stretta tra Turchia e Azerbaigian, ha dato vita a una grande mobilitazione popolare e militare. Anche per Laurent Leylekian, analista politico specializzato in Asia Minore e Caucaso meridionale, «Siamo già in guerra aperta».

Secondo gli osservatori russi e internazionali se ne esce solo rivedendo lo status del Nagorno Karabakh pre-1991.   Radvanyi fa notare che alcuni territori occupati dagli armeni «non erano mai appartenuti al Nagorno Karabah prima». Ma anche l’Azerbaigian deve fare grosse concessioni ed essere disposto a compromessi in un territorio ad altissima maggioranza armena e che – a meno di una pulizia etnica  –  sarebbe incontrollabile anche dopo una eventuale riconquista.

Ma il compromesso è quasi impossibile per i risentimenti nazionalisti, per i progrom anti-armeni post-indipendenza a Baku e per un conflitto nel quale anche l’appartenenza religiosa gioca un forte ruolo. Radvanyi  parla di «situazione abbastanza inestricabile. Le cose sono ormai incistate da una parte e dall’altra, E da entrambe le parti non c’è mai stata una volontà politica reale di fare i compromessi necessari perché una soluzione politica sia possibile. Quindi, siamo nei guai».

Leylekian  spera in un «meccanismo di de-escalation a breve termine per arrivare a un cessate il fuoco» e spera che la comunità internazionale mantenga le posizioni prese fin qui da tutti, meno che dalla Turchia, nel chiedere la cessazione immediata delle ostilità e negoziati. Un fronte guidato da Russia e Francia, storicamente alleate dell’Armenia, che guidano il Gruppo di Minsk.

Il ministero degli esteri francese ha confermato « il suo impegno in vista di pervenire e a una regolamentazione negoziata e durevole del conflitto». Uno sforzo diplomatico da realizzare con «i nostri partner russo e americano». La Russia si è detta seriamente preoccupata per gli scontri in corso».

Ma il Cremlino, come ricorda Radvanyi, si trova in una situazione imbarazzante «Vende armi all’Azerbaigian e all’Armenia, con una piccola preferenza per l’Armenia perché ci sono degli accordi che legano Mosca a Erevan che sono un po’ più precisi e vanno un po’ più lontano degli accordi presi con Baku. Si tratta quindi di funambolismo , perché la Russia appoggia le due parti, il che non renderebbe i negoziati abbastanza efficaci».

Leylekian sottolinea l’influenza che ha la Mosca sull’Armenia e ricorda che «La Russia assicura la sicurezza dell’Armenia attraverso il Trattato di sicurezza collettiva» al quale non aderisce l’Azerbaigian. Sul Nagorno Karabakh conteso le Russia quindi  non agirebbe per partito preso ma con «una posizione equilibrata». Bisogna capire cosa succederebbe se gli azeri attaccassero il territorio riconosciuto dell’Armenia.

Intanto, però, la Turchia si è schierata decisamente con Baku e il 28 settembre il presidente turco  Recep Tayyip Erdogan ha detto che «E’ arrivato il tempo di mettere fine all’occupazione armena dell’Alto Karabah perché si tratta di r terre dell’Azerbaigian». Poi ha promesso che la Turchia «Sarà a fianco del Paese fratello e amico che è l’Azerbaigian con tutto il nostro cuore e con tutti i mezzi». E probabilmente questi mezzi stanno bombardando le truppe armene.

Secondo Radvanyi la posizione di Erdogan va oltre il rancore storico armeno-turco e al genocidio degli armeni: «Gli azeri sono vicini linguisticamente e in parte culturalmente e religiosamente alla Turchia. La Turchia è sempre stata una sostenitrice interessata dell’Azerbaigian perché ha lì degli interessi economici, dei gasdotti, degli oleodotti, che vanno verso la Turchia, C’è la vecchia volontà turca di un panturchismo globale, compresa una frontiera comune tra la Turchia e l’Azerbaigian oltre il territorio armeno», l’enclave del Naxçivan.

Erdogan ha anche attaccato il Gruppo di Minsk per la sua incapacità di risolvere la questione del Nagorno Karabakh in 30 anni, accusando Russia e Francia di minacciare perfino la Turchia».

Intanto, l’ambasciatore armeno in Russia, Vardan Toganian, ha accusato la Turchia di aver portato in Azerbaigian 4.000 jihadisti siriani per partecipare alla guerra contro l’Armenia e il presidente dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh, Arayik Haroutiounian, ha detto che «La Turchia combatte contro il Nagorno Karabakh, non l’Azerbaigian. Ci sono degli elicotteri turchi, degli F-16 e delle truppe e dei mercenari di diversi Paesi».

Accuse che la diplomazia europea non è in grado di confermare – anche se i sospetti ci sono – ma l’Unione europea considera l’escalation dei combattimenti molto preoccupante e ogni ingerenza di Paesi stranieri inaccettabile».

In questo clima di guerra regionale, il segretario generale dell’Onu, António Guterres, si è dichiarato «estremamente preoccupato per la ripresa delle ostilità  lungo la linea di contatto nella zona di conflitto del Nagorno Karabakh» e  «condanna l’uso della forza e si rammarica per la perdita di vite umane e del tributo pagato dalla popolazione civile ”, ha dichiarato il suo portavoce»

Il portavoce del segretario generale dell’Onu, Stéphane Dujarric, ha detto che Guterres «Chiede fermamente alle parti di cessare immediatamente i combattimenti, di ridurre le tensioni e di riprendere senza indugio negoziati seri». Guterres avrebbe chiamato sia il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, sia al primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan.

Dujarric ha sottolineato che, a differenza di Erdogan. il Segretario generale dell’Onu «Ha ribadito il suo pieno sostegno all’importante ruolo dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), vale a dire gli Stati Uniti, Francia e Russia» e ha esortato le parti a «Lavorare a stretto contatto con loro per una ripresa urgente del dialogo senza precondizioni».

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Dal Genocidio al rifugio in Libano: gli Armeni Libanesi (Iari 29.05.25)

La storia degli armeni in Libano corre parallela a quella dello Stato stesso: entrambe iniziano negli anni ’20.

Il genocidio armeno del 1915 rappresenta non solo la prima grande operazione di pulizia etnica sistematica del XX secolo, ma anche un momento chiave nel disfacimento dell’Impero Ottomano e nella riconfigurazione geopolitica del Medio Oriente. Condotto durante la Prima Guerra Mondiale da settori del Comitato di Unione e Progresso (CUP), il genocidio rifletteva il passaggio da un Impero multietnico in crisi verso una visione statuale etno-nazionalista. Gli armeni, accusati di collaborazionismo con la Russia zarista nel Caucaso, furono considerati un rischio strategico interno. Il risultato fu l’eliminazione fisica e lo sradicamento di un intero popolo dalla propria terra storica.

In questo scenario, il genocidio si inserisce in una dinamica geopolitica più ampia: il collasso degli imperi centrali, la spartizione del Levante tra Francia e Regno Unito secondo gli accordi Sykes-Picot (1916) e la marginalizzazione delle aspirazioni armene nel successivo Trattato di Sèvres (1920), mai attuato. Il Trattato di Losanna (1923) confermò il nuovo assetto internazionale, riconoscendo la Repubblica di Turchia ma escludendo qualsiasi menzione alla causa armena. Da quel momento in poi, la questione armena divenne una questione diasporica, più che territoriale.

 

 

La diaspora armena: il caso libanese

La diaspora armena si è trasformata nel tempo in un attore transnazionale capace di preservare identità, cultura e memoria collettiva, pur in assenza di uno Stato sovrano. In questo contesto, il Libano ha acquisito un ruolo centrale. Sotto mandato francese, il paese offrì un primo spazio di ricollocamento per migliaia di rifugiati armeni. A partire dal 1921, intere famiglie si stabilirono soprattutto a Beirut e nelle aree circostanti, con epicentro a Bourj Hammoud. Qui svilupparono un tessuto comunitario denso, articolato su basi religiose, culturali, educative (es. Nshan Palandjian; Armenian Evangelical School; Haigazian University) ed economiche.

Con l’indipendenza del Libano nel 1943 e il consolidamento del sistema confessionale, gli armeni ottennero pieno riconoscimento politico e cittadinanza. Intere famiglie furono naturalizzate. Compresa nelle 18 confessioni religiose ufficiali riconosciute in Libano, la comunità armena cristiana, ottenne seggi parlamentari, rappresentanza ministeriale e accesso a organi pubblici. La presenza di una struttura partitica armena articolata – con la Federazione Rivoluzionaria Armena (Tashnag), il Partito SocialdemocraticoHunchakian e il Partito Liberale Democratico Armeno/Ramgavar – permise alla comunità di partecipare attivamente al sistema consociativo libanese, pur mantenendo una forte identità etnico-culturale.

La Chiesa Apostolica Armena (Catolicosato della Grande Casa di Cilicia, Մեծի Տանն ԿիլիկիոյԿաթողիկոսութիւն), con sede ad Antelias, in Libano, ha svolto un ruolo fondamentale come “istituzione-madre” della diaspora mediorientale. Essa rappresenta un punto di riferimento religioso e politico e soprattutto l’unico riferimento unitario e stabile, e un canale di comunicazione privilegiato tra la diaspora e lo Stato armeno post-sovietico. È fede, baluardo identitario, voce politica per la memoria del genocidio e cuore spirituale per la Nazione armena, in patria e in diaspora. All’interno del contesto libanese, la Chiesa ha anche agito come garante della memoria del genocidio, promuovendo il riconoscimento internazionale.

La comunità armena libanese costituisce un modello riuscito di integrazione senza assimilazione, mantenendo lingua, memoria e tradizione in equilibrio con la cittadinanza nazionale. Durante la guerra civile libanese (1975–1990), la scelta di neutralità armata le ha conferito una posizione di equilibrio inter-settario, rafforzando il suo profilo come attore moderatore. Questo ruolo è tuttora significativo in una regione frammentata da linee etniche, religiose e politiche.

Il Libano è anche l’unico paese arabo ad aver riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno (2000), rafforzando il legame tra Stato e comunità e sottolineando la centralità della questione della memoria nella costruzione delle relazioni politiche in Medio Oriente. Ogni 24 aprile, commemorazioni pubbliche e religiose vedono la partecipazione di autorità libanesi e diplomatiche, confermando il peso simbolico e politico degli armeni nella vita pubblica del Paese.

Conclusioni

La presenza armena in Libano costituisce un caso esemplare di minoranza resiliente e strategica in un contesto fragile e pluriconfessionale. La loro storia riflette i principali snodi geopolitici del Novecento mediorientale: la fine degli imperi, la creazione degli Stati-nazione, la gestione postcoloniale della diversità, la crisi della cittadinanza e la politicizzazione della memoria. In questo quadro, la comunità armena libanese non solo sopravvive, ma contribuisce attivamente alla stabilità e al pluralismo del Libano, offrendo un modello alternativo alla polarizzazione etno-religiosa e alla marginalizzazione delle minoranze.

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Azerbaijan, ancora repressione: il caso Abilov (Osservatorio Balcani e Caucaso 29.05.25)

Nell’ultimo decennio l’Italia è stata la principale destinazione delle merci esportate dall’Azerbaijan. Mentre Roma beneficia dell’economia del petrolio azerbaijano, il regime di Ilham Aliyev continua la sua campagna di repressione, condannando a diciotto anni di carcere un giovane studioso e aspirante regista

Igbal Abilov, 35 anni, etnografo e regista, è stato recentemente condannato da un tribunale dell’Azerbaijan a diciotto anni di carcere  per “alto tradimento”. La sentenza è stata emessa al termine di un processo tenutosi a porte chiuse e nessuna prova è stata mai resa pubblica.

Nato in Azerbaijan e cresciuto in Bielorussia, Abilov ha conseguito  una laurea in relazioni internazionali, per poi frequentare un corso di dottorato, pubblicando diversi contributi scientifici  e iniziando a insegnare all’università. Oltre al suo principale lavoro accademico, Abilov ha sviluppato un forte interesse per lo studio del popolo talysh, a cui lui stesso appartiene. Si tratta di una minoranza etnica di lingua iraniana che vive nell’Azerbaijan meridionale e nell’Iran settentrionale.

Il lavoro di Abilov si è a lungo concentrato sulla lingua e la cultura dei talysh. È stato redattore di una rivista accademica edita dalla Talysh National Academy  , dedicata alla storia e la cultura del popolo talysh. È stato arrestato nel giugno 2024, durante una visita alla sua famiglia in Azerbaijan.

Secondo l’avvocato di Abilov  , il principale elemento di prova addotto dall’accusa è uno scambio accademico via Skype tra Abilov e Garnik Asatryan  , noto ricercatore specializzato in studi iraniani presso l’Università Statale di Yerevan, in Armenia, anch’egli interessato allo studio della cultura del popolo talysh. Per le autorità azerbaijane, lo scambio tra i due studiosi suggeriva un’attività sovversiva.

Il procedimento penale è stato tutt’altro che trasparente. Pur non essendo mai stata presentata alcuna prova sostanziale contro di lui, Abilov è stato condannato a diciotto anni di carcere. Il processo si è svolto a porte chiuse e alla famiglia dell’imputato è stato impedito di assistere  alla lettura della sentenza.

Uno dei testimoni citati dall’accusa ha dichiarato  ai giornalisti che il giudice gli ha impedito di esprimersi liberamente quando ha cercato di parlare in difesa di Abilov. Il giudice si è rivolto al testimone in modo sprezzante e irrispettoso. Inoltre, le udienze finali si sono svolte via Zoom, senza la presenza del pubblico e senza alcun controllo legale.

Dopo l’arresto di Abilov sono state lanciate diverse iniziative internazionali e dichiarazioni ufficiali  in sua difesa, come documentato anche sul sito igbal.info  . Tra queste una dichiarazione  dell’American Historical Association, una campagna  di Amnesty International, una iniziativa congiunta  di Human Rights Watch, Freedom Now, FIDH e altre organizzazioni.

Dopo l’annuncio della sentenza, il gruppo “Scholars at Risk” ha lanciato un appello pubblico  esortando le autorità dell’Azerbaijan a rilasciare immediatamente Abilov, definendo la sua detenzione ingiusta. A reagire al verdetto è stata anche la relatrice generale per i prigionieri politici dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, sollevando serie preoccupazioni  sulle motivazioni politiche alla base dell’accusa e sugli attacchi ad Abilov per il suo impegno come studioso talysh.

Il caso di Igbal Abilov è stato discusso durante un’audizione  al Congresso degli Stati Uniti (in particolare al minuto 47:55) dove si è parlato di persecuzioni giudiziarie, arbitrarie e infondate, praticate in Azerbaijan sotto il regime di Ilham Aliyev contro i difensori dei diritti umani, i giornalisti e i membri delle minoranze etniche.

Nell’autunno del 2024, il cortometraggio Pieces di Igbal Abilov, in quel momento già rinchiuso in carcere, ha vinto  il premio per il miglior film di fantascienza al Monza Film Festival in Italia. Con una dichiarazione  inviata dal carcere, Abilov ha dedicato il premio a tutti i prigionieri politici in Azerbaijan “indipendentemente dal fatto che la libertà di espressione e di pensiero sia vicina o lontana”.

In un messaggio  , condiviso dopo la lettura della sentenza, Igbal Abilov ha dichiarato: “Nessuno dovrebbe essere privato dei propri diritti per motivi di genere, nazionalità, lingua, religione o per le proprie opinioni”. Abilov ha invitato quelli che si sono dimostrati solidali con lui a “rimanere sempre liberi e a continuare a sorridere: la conoscenza e la libertà interiore sono più forti di qualsiasi GULAG”.

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