Aznavour in Arena 70 anni di carriera in un solo show (Larena.it 14.04.16)

«Fai della tua vita un’avventura, sorprendi gli uomini e le donne intorno a te, con umiltà, gentilezza, semplicità». Questo è Charles Aznavour che ha scelto di celebrare 70 anni di magnifica carriera con un evento unico. Una sola ed esclusiva data italiana, un concerto imperdibile che lo vedrà protagonista, per la prima volta in assoluto all’anfiteatro Arena di Verona il 14 settembre 2016. Cantautore, attore, diplomatico impegnato, alla soglia dei 92 anni Aznavour non smette di stupire. Con la sua voce inconfondibile, tanto da meritare il soprannome di Charles Aznavoice, ha incantato milioni di spettatori in 94 paesi, portando in scena un repertorio impressionate di 1.200 canzoni e 294 album. Sono numeri da record e, nonostante Aznavour preferisca all’appellativo “star” quello più composto di “artigiano”, i risultati sono eccezionali: 300 milioni di dischi venduti nel mondo e 80 film all’attivo.

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Presentazione del libro “Il lungo inverno di Spitak” a palazzo Moroni il 15 aprile 2016 (Padovaoggi 14.04.16)

Presentazione del libro “Il lungo inverno di Spitak” a palazzo Moroni il 15 aprile 2016 Eventi a Padova

In occasione del 101esimo anniversario del genocidio degli armeni, l’associazione Italiarmenia il comune di Padova promuovono una serie di iniziative a partire dalla cerimonia commemorativa del 22 aprile.

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Nel quadro storico del primo conflitto mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex Impero Ottomano in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915-1923), il primo del XX secolo. Con esso il governo dei Giovani Turchi, che ha preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena presente nell’area anatolica fin dal VII secolo a.C.
Gli storici stimano che persero la vita circa i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, quindi circa un milione cinquecentomila persone. “Medz Yegern” (il Grande Male) è l’espressione con la quale gli Armeni nel mondo designano il massacro subito in Anatolia dal loro popolo.

TUTTI GLI EVENTI DELLA RASSEGNA

Venerdì 15 aprile verrà presentato il libro “Il lungo inverno di Spitak” di Mario Massimo Simonelli a palazzo Moroni.

IL PROGRAMMA

  • Venerdì 22 aprile, ore 11: cerimonia commemorativa a palazzo Moroni
    Deposizione di una corona di alloro, presso il bassorilievo in bronzo, a ricordo dei martiri del genocidio armeno;
    intervento del sindaco di Padova Massimo Bitonci e di Aram Giacomelli, presidente dell’associazione Italiarmenia;
    esecuzione musicale del maestro Aram Ipekdjian al duduk, strumento musicale della tradizione armena.

Iniziative collegate

 

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Nagorno Karabakh, soldato azero ucciso sulla linea del fronte (Askanews.it 14.04.16)

Roma, 14 apr. (askanews) – Un soldato azero è stato ucciso oggi sulla linea del fronte nel corso dei combattimenti nel Nagorno-Karabakh, regione nel sud del Caucaso contesa da Azerbaigian e Armenia. Dall’inizio del mese sono almeno 110 le vittime degli scontri e il cessate il fuoco concluso il 5 aprile tra l’Azerbaigian e le autorità separatiste del Nagorno-Karabakh appare sempre più fragile.

Il presidente azero, Ilham Aliyev, si è recato ieri a Istanbul per discutere della questione del Nagorno-Karabakh con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il suo più convinto alleato.

Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh è antichissimo. Dopo la Rivoluzione Russa del 1917, il Karabakh fu inglobato nella Federazione Transcaucasica, che ben presto si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno Karabakh venne rivendicato sia dagli armeni (che all’epoca costituivano il 98% della popolazione) sia dagli azeri.

Dopo la conquista bolscevica del 1920 il territorio venne assegnato, per volere di Stalin, all’Azerbaigian e nel 1923 venne creata l’Oblast Autonoma del Nagorno Karabakh.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, la questione del Nagorno Karabakh riemerse e il fronte militare si riaccese con conseguenze disastrose per la popolazione. La situazione insoluta si trascina sino ad oggi.

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Armenia. Protesta contro vendita di armi russe all’Azerbaijan (Euronews.it 14.04.16)

Centinaia di giovani armeni sono scesi per le strade della capitale Yerevan per denunciare la vendita di armi russe all’Azerbaijan. Dal due aprile Armenia e Azerbaijan sono tornate in guerra nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

La marcia si è spinta davanti all’ambasciata russa, è degenerata in tafferugli tra manifestanti e forze dell’ordine, diverse persone sono state fermate.

Una protesta che arriva a pochi giorni dalle parole del Premier russo Dmitri Medvedev secondo cui se la Russia fermasse la vendita di armi qualcun altro prenderebbe il suo posto alterando gli equilibri della regione.

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Agos, i 20 anni della voce armena in Turchia (Ansamed 14.04.16)

ISTANBUL – “La prima volta che abbiamo usato l’espressione genocidio armeno è stata dopo l’omicidio di Hrant Dink. Quel giorno, è cambiata la storia di questo giornale e di tutta la Turchia”. Yetvart Danzikyan siede dietro al suo computer e davanti a un arazzo dove le lettere dell’alfabeto armeno sono state ricamate una ad una su stoffa colorata. Dal febbraio del 2015 è il direttore di Agos, il primo giornale turco-armeno che 20 anni fa vedeva la luce in una Istanbul molto diversa. Allora, lui faceva parte della cerchia di intellettuali, giornalisti e piccoli imprenditori che si lanciarono nell’avventura di dare voce alla comunità armena della città – oggi circa 60 mila persone, anche se non esistono censimenti ufficiali – parlando in turco e ai turchi. A guidarli Hrant Dink, campione del dialogo interculturale assassinato il 19 gennaio 2007 davanti alla redazione di Agos da un fanatico nazionalista minorenne. “Dopo quasi 10 anni hanno condannato solo l’esecutore materiale e un mandante. Il vero processo, con agenti e funzionari statali imputati, sta iniziando solo adesso: perché noi siamo certi che dietro l’omicidio ci sono apparati dello Stato, e non ci stancheremo di cercare la verità”, dice Danzikyan in un’intervista ad ANSAmed.

Dopo aver contribuito alla fondazione di Agos, aveva iniziato a lavorare per diversi media nazionali. Ma l’omicidio Dink lo ha spinto a dare di nuovo il suo contributo, prima da editorialista e ora come direttore. “In Turchia ci sono 2 storici quotidiani armeni, Marmara e Jamanak. Agos, che è un settimanale, ha allargato la sfera d’interesse, occupandosi anche di altre minoranze e battaglie democratiche, con un approccio molto più politico”. Un impegno che ne ha fatto una delle voci più influenti del panorama dell’opposizione turca. L’attenzione per le opinioni espresse sul giornale va ben al di là delle 5 mila copie che in media circolano ogni settimana. Alla creazione delle 24 pagine in edicola ogni venerdì – 20 in turco e 4 in armeno – contribuiscono una decina di redattori, oltre a diversi editorialisti.

Lo scorso anno la redazione di Agos si è trasferita nei locali di una storica scuola armena, in disuso per la mancanza di studenti. Qui oggi si trova anche la fondazione intitolata a Hrant Dink, che cerca di conservarne la memoria e stimolare il dialogo interculturale. Nella vecchia sede del giornale, vicino a cui Dink venne assassinato, nascerà invece un museo dedicato al suo lavoro.

“Dopo l’omicidio di Hrant, il governo ha fatto dei passi avanti, soprattutto risolvendo alcuni problemi legati alle proprietà che erano state confiscate dallo Stato alle minoranze religiose. Ma il centenario del genocidio non ha portato a delle vere scuse da parte della Turchia e il conflitto con i curdi, riesploso in estate, ha alimentato di nuovo i sentimenti nazionalisti. Molti media vicini al presidente Erdogan accusano gli armeni di combattere con il Pkk”. Dopo 20 anni, il futuro di Agos è incerto come quello di tutti i media. “Stiamo pensando a nuovi modelli, puntando sul web. Non è facile sopravvivere per un piccolo giornale. Ma anche in tempi così difficile, continueremo a impegnarci per far sentire la nostra voce”.

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Nagorno Karabagh. La guerra “lampo” del Caucaso: un’analisi (Spondasud.it 13.04.16)

di Bruno Scapini – ex ambasciatore d’Italia in Armenia

L’attacco sferrato il 2 aprile scorso dall’Azerbaijan contro il Nagorno Karabagh, Repubblica auto-praclamatasi indipendente all’indomani della scomparsa dell’Unione Sovietica, merita certamente un’analisi più approfondita, aldilà del circoscritto contesto negoziale messo in piedi dall’ OSCE con l’obiettivo di pervenire ad una soluzione concordata e condivisa.

Infatti, non si tratta solamente di condannare la violazione del “cessate-il-fuoco”  – la più grave in realtà degli ultimi vent’anni -, né di accertare le responsabilità per tale improvviso atto di guerra – sconcertante per dimensione assunta e per ampiezza delle incursioni azere portate questa volta in profondità nel territorio del Nagorno Karabagh -, né ancora di dirimere una controversia su di  un territorio conteso.  Ma si tratta anche – e forse più opportunamente – di ricontestualizzare l’inusitato attacco militare azero nel quadro delle dinamiche Est-Ovest per coglierne il senso ed il portato politico ad un più alto piano di osservazione. Il  Caucaso del resto, quale regione  di confrontazione tra Stati Uniti e Russia, non è nuovo ad iniziative di destabilizzazione dell’ordine politico sorto a seguito del riposizionamento di Mosca nell’era post-sovietica.  E valga per tutti, a dimostrazione delle tensioni esistenti, l’esempio offerto dalla guerra russo-georgiana dell’agosto del 2008 a seguito della quale, si è consolidata  – ricordiamolo – la dottrina “Putin”  sugli spazi già appartenuti all’Unione Sovietica quali aree di “interessi privilegiati” della Federazione Russa.

Oggi, come allora, si rileva un atto di provocazione: l’infelice tentativo nel 2008 dell’allora Presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, di riprendersi  – col sostegno della NATO e degli USA – i territori dell’ Ossezia del Sud e dell’Abcasia, ora, nel 2016, la tentata riconquista del Nagorno Karabagh, o di sua parte,  messa in atto dal Presidente dell’Azerbaijan, Ihlam Alijev, col sostegno dichiarato  di Erdogan e l’incoraggiamento più indiretto, ma sempre esplicito, di John Kerry.

Entrambi, possiamo dire, risultano tentativi  mirati di destabilizzazione dell’ordine caucasico ai danni di Mosca; entrambi, atti portati ad esecuzione da regimi di dichiarata simpatia pro-occidentale al fine precipuo, e sottilmente inteso, di imbarazzare Mosca creando altra occasione per indebolirne la capacità di reazione su più fronti, a tutto vantaggio di Washington e della NATO.

Ecco spiegato, dunque, il coraggio avuto da Baku oggi  di portare l’affondo militare ben oltre la linea di contatto per ricorrere a vere e proprie incursioni militari condotte su vasta scala, impiegando uomini e mezzi in numeri senza precedenti, e attivando senza scrupoli arsenali di guerra di ultime generazioni.

Che l’ attacco abbia comunque causato turbamento a Mosca è fuori di dubbio. Il Cremlino, nonostante l’ennesima provocazione della Turchia – che avrebbe appoggiato militarmente l’intervento azero – ha preferito ricondurre la pacificazione nel tradizionale alveo del processo negoziale già avviato dall’OSCE, rinunciando in tal modo, almeno per ora, ad un più diretto confronto con Ankara.  Ma l’imbarazzo di Putin si è anche rivelato nei rapporti direttamente intrattenuti con Yerevan e Baku.  Mosca è fornitore di armi per entrambi i Paesi. E tale circostanza non manca ora di suscitare animosità alquanto estese presso gli stessi armeni che lamentano oggi la spregiudicatezza di Mosca nel gestire con disinvoltura gli accordi di cooperazione strategica e, prima di tutti, il Trattato di Sicurezza Collettiva ( CSTO ), là ove si contempla l’impegno dei Paesi membri a non favorire alleanze e azioni pregiudizievoli per un altro Stato parte dello stesso  Trattato.

Ma una certezza comunque emergerebbe tra gli esiti di questa “guerra lampo”: la ripresa del negoziato per trovare una soluzione definitiva al conflitto non potrà più basarsi sui termini e sui criteri fin qui adottati. Da un lato, infatti, il Gruppo di Minsk ha dimostrato di non essere pienamente in controllo della situazione, né di essere sufficientemente convincente a livello propositivo. Dall’altro, la popolazione del Nagorno Karabagh, avendo ancora una volta sperimentato l’efferatezza degli atti di violenza commessi da parte delle unità azere anche sui civili, sarà indotta a rifiutare irreversibilmente qualunque scenario risolutivo che non includa una piena e riconosciuta indipendenza. Dunque una ripresa del negoziato –  se ripresa ci sarà – dovrà necessariamente partire dalle attuali condizioni del Nagorno Karabagh, ad esclusione di qualsiasi regressione di status, prevedendone peraltro la partecipazione – finora non ammessa –  al tavolo delle trattative. Dovessero tali pregiudiziali, infatti, rimanere insoddisfatte, potrebbe rivelarsi  un grave errore per Yerevan tornare al dialogo senza un minimo di garanzie per il futuro.

Il persistere dell’attuale situazione ingenererebbe il convincimento nella dirigenza azera di poter gestire il rischio di guerra a proprio piacere, sostenuta in questo da un esplicito appoggio  dichiarato da Ankara, mentre la popolazione del Nagorno Karabagh resterebbe “sine die”  preda di una pericolosa condizione esistenziale posta tra “pace e guerra” ; una situazione tra l’altro suscettibile di riesplodere in un ben più grave ed esteso atto di guerra qualora sulle ambizioni irrefrenabili di Baku di “recuperare” il territorio del Nagorno Karabagh  si innestassero dinamiche destabilizzanti nel quadro di quella partita che vede confrontarsi nella regione euro-asiatica i noti maggiori “global player”.

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Sollevamento pesi, Europei 2016: doppietta per l’Armenia nella categoria fino a 77kg maschile (oasport 13.04.16)

Doppietta per l’Armenia nella -77 kg maschile ai Campionati Europei di sollevamento pesi in corso di svolgimento a Førde, in Norvegia: oro per Andranik Karapetyan, argento invece per Tigran Martirosyan. 

Il primo ha allungato sul resto della compagnia già dai 170 chili sollevati nello strappo, ben 10 lunghezza oltre la misura del connazionale, suo più immediato inseguitore. Da lì in avanti, per lui, è stata una prova in totale gestione con i 197 dello slancio a suggellare il risultato: oro nei due esercizi e nel totale.

Martirosyan ha chiuso alle sue spalle in entrambi gli esercizi, pur fermandosi a 160 e 129 kg per un totale 352 che l’ha collocato poco sopra il rumeno Dumitru Captari (156, 192, 348).

Per l’Italia era impegnato Pierluigi Mannella, 20esimo. Niente da fare per le prime posizioni con risultati di 125 e 150 chili rispettivamente in strappo e slancio.

Le classifiche:

Strappo:
1)  Andranik Karapetyan (Arm) 170
2) Tigran Martirosyan (Arm) 160
3) Dumitru Captari (Rou) 156

Slancio:
1)  Andranik Karapetyan (Arm) 197
2) Tigran Martirosyan (Arm) 192
3) Dumitru Captari (Rou) 192

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Venti di guerra tra Armenia e Azerbaijan (Blastingnews.it 13.04.16)

All’inizio di  questo mese l’Azerbaijan ha lanciato una grande offensiva militare nella regione contesa del Nagorno Karabakh, zona autonoma popolata in alta percentuale da armeni dopo la tregua seguita alla guerra dei primi anni novanta. L’elemento sorpresa associato all’enorme dispiegamento di mezzi, ha causato pesanti perdite in vite umane, soprattutto tra gli abitanti di alcuni villaggi, rimasti uccisi sotto i bombardamenti dell’artiglieria pesante azera. Nonostante la tregua mediata dai russi alcuni giorni fa, le violazioni del cessate il fuoco in queste ore sono state molteplici.

Le possibili conseguenze

Negli ultimi giorni, oltre alla violazione del cessate il fuoco, sicuramente l’evento più allarmante è stato l’attacco dell’esercito azero nei confronti di villaggi all’interno dei confini della repubblica armena, non solo nell’enclave del Nagorno Karabakh. Le implicazioni di una tale guerra di aggressione, soprattutto alla luce del patto di mutua difesa che intercorre tra Russia e Armenia, potrebbero essere disastrose se il governo russo decidesse di intervenire nel conflitto in aiuto degli alleati. Ovviamente prima di sparare proiettili di artiglieria contro villaggi armeni, il governo azero era pienamente consapevole dei rischi connessi a commettere tali atti di guerra contro un paese nell’orbita russa. Questo potrebbe confermare il tacito appoggio da parte degli Stati Uniti e della NATO, con l’esplicito interesse nel colpire il presidente russo Putin e i suoi alleati.

Crimini di guerra

L’Azerbaijan possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio al mondo, e grazie a queste può permettersi di comprare le armi più moderne e letali, con l’obiettivo di riconquistare un territorio che storicamente non gli appartiene. Inoltre ci sono prove che l’esercito azero si sia servito di mercenari provenienti dalla Turchia e addirittura di membri dell’ISIS provenienti dalla Siria, che si sarebbero resi responsabili di atrocità nei confronti della popolazione civile di alcuni villaggi del Nagorno Karabakh. L’Armenia e l’enclave contesa forse dovranno affrontare una guerra contro un paese come l’Azerbaijan che ha potenti alleati, tra i quali il presidente turco Erdogan e gli Stati Uniti. Dei nemici che sarebbero felici di vedere armeni e russi sprofondare nell’oblio.

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Genocidio Armeno, il Consiglio comunale potrebbe essere inserito nella “lista dei giusti” (Aostasera.it 13.04.16)

Dopo il riconoscimento del Genocidio armeno il Consiglio comunale di Aosta potrebbe ora essere inserito nella lista dei “Giusti” per
la memoria del Medz Yeghern (il grande male). Ad annunciarlo è l’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia, S.E. Sargis Ghazaryan con una missiva inviata al Presidente del Consiglio comunale di Aosta, Michele Monteleone.

Nella lettera di ringraziamento l’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia, S.E. Sargis Ghazaryan, sottolinea come l’atto adottato dal Consiglio comunale di Aosta sia “un risultato che va oltre il mero iter amministrativo e fa del Consiglio comunale di Aosta un incontro di uomini giusti. Soprattutto in questo 2016, Centunesimo anniversario del Genocidio armeno”.

Nel ringraziare la Presidenza del Consiglio, tutto il Consiglio comunale e l’intera cittadinanza di Aosta, “per aver deciso di combattere il negazionismo con lo strumento del riconoscimento, mettendo cioè in prima linea la propria coscienza e il proprio altissimo senso morale” l’Ambasciatore armeno evidenzia come sia stato “compiuto un atto di verità ma soprattutto un sincero atto di solidarietà che fa della
vicinanza ai discendenti dei sopravvissuti del Genocidio del mio popolo, Medz Yeghern (il Grande Male) un messaggio di speranza nel futuro. Con il riconoscimento del Genocidio Aosta non vuole solo commemorare, ma si impegna affinché non abbiano a ripetersi nuovi ed efferati crimini contro l’umanità”.

Ora l’Ambasciata Armena in Italia trasmetterà l’Ordine del giorno approvato dal Consiglio di Aosta alla Direzione del memoriale del Genocidio della capitale armena Yerevan, affinché il Comune di Aosta sia inserito nella lista dei “Giusti”.

L’ordine del giorno approvato il 23 marzo scorso riconosce come “i massacri degli Armeni – che hanno avuto luogo a partire dal 24 aprile 1915 nel contesto dell’Impero ottomano durante la Prima Guerra mondiale provocando la deportazione di circa due milioni di Armeni, un milione e mezzo dei quali sono stati uccisi – sono da considerare genocidio di massa ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del suddetto crimine contro l’umanità adottata a New York nel 1948”

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Aosta: Consiglio comunale ‘Giusto’ per popolo Armeno

Il Comune di Aosta sarà inserito nella lista dei ‘Giusti’ scritta sulla lapide nel Memoriale del Genocidio Armeno. Lo ha reso noto con una nota stampa Michele Monteleone, Presidente del Consiglio comunale di Aosta, precisando che “Una lettera di ringraziamento firmata dall’Ambasciatore della Repubblica Armena, Sargis Ghazaryan, è pervenuta alla Presidenza seguito dell’approvazione del Consiglio Comunale di Aosta lo scorso 23 marzo, dell’ordine del giorno riguardante il riconoscimento del genocidio perpetrato contro il popolo armeno”.

Monteleone ricorda che “con una delibera il Consiglio comunale ha riconosciuto che i massacri degli Armeni sono da considerarsi genocidio di massa ai sensi della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine contro l’umanità adottata a New York nel 1948”. Il genocidio iniziò il 24 aprile 1915, nel contesto dell’Impero ottomano durante la Prima Guerra mondiale, provocando la deportazione di circa due milioni di Armeni, un milione e mezzo dei quali furono uccisi.

L’Ambasciatore armeno nella missiva di ringraziamento evidenzia come l’atto adottato dal Consiglio comunale di Aosta sia “un risultato che va oltre il mero iter amministrativo e fa del Consiglio comunale di Aosta un incontro di uomini giusti. Soprattutto in questo 2016, Centunesimo anniversario del Genocidio armeno”.

Nel ringraziare la Presidenza del Consiglio, il Consiglio comunale e l’intera cittadinanza di Aosta, “per aver deciso di combattere il negazionismo con lo strumento del riconoscimento, mettendo cioè in prima linea la propria coscienza e il proprio altissimo senso morale” l’Ambasciatore armeno evidenzia come sia stato “compiuto un atto di verità ma soprattutto un sincero atto di solidarietà che fa della vicinanza ai discendenti dei sopravvissuti del Genocidio del mio popolo, Medz Yeghern (il Grande Male) un messaggio di speranza nel futuro. Con il riconoscimento del Genocidio Aosta non vuole solo commemorare, ma si impegna affinché non abbiano a ripetersi nuovi ed efferati crimini contro l’umanità”.

L’Ambasciata armena in Italia trasmetterà l’ordine del giorno approvato dal Consiglio di Aosta alla Direzione del memoriale del Genocidio della capitale armena Yerevan, affinché il Comune di Aosta sia inserito nella lista dei ‘Giusti’ per la memoria del Medz Yeghern.

Nagorno Karabakh, conflitto pericoloso a livello globale (Sputniknews.com 13.04.16)

I media si accorgono solo ora della crisi nella regione Nagorno Karabakh, contesa fra Armenia e Azerbaigian, ma si tratta di un conflitto che in realtà durava da anni e dove non si è mai raggiunta una vera pace.

Il conflitto è riesploso e gli scontri armati in pochi giorni hanno provocato centinaia di vittime. Il Nagorno Karabakh si è proclamato indipendente dall’Azerbaigian negli anni ’90, ma non è riconosciuto da alcun Paese, a parte l’Armenia.

La crisi nella regione si è riaccesa e rischia di provocare gravissime conseguenze in uno scenario dove ad essere coinvolti sarebbero più attori, fra cui anche la Russia e la Turchia. Una guerra dimenticata da tutti, in questo momento diventa un fattore molto rischioso a livello regionale e globale.

Per fare il punto della situazione Sputnik Italia ha raggiunto Aldo Ferrari, Direttore delle ricerche su Russia, Caucaso e Asia Centrale all’ISPI, professore alla Ca’Foscari di Venezia.

Il conflitto nel Nagorno Karabakh si è inasprito, ma la tensione fra Armenia e Azerbaigian dura da anni. Quali sono le particolarità di questo conflitto e a quali conseguenze può portare? 

                                                                                          

Quello che vediamo oggi è un nuovo peggioramento di un conflitto che non è mai terminato fra gli armeni e gli azerbaigiani nel Nagorno Karabakh, il quale ha visto nel 1994 una conclusione di un armistizio e non di una pace. È uno dei cosiddetti conflitti congelati, che congelati non sono per niente e riesplodono periodicamente. Questa riesplosione è però la più violenta che ci sia stata fino ad ora.

Anche se la tregua sembra ora sostanzialmente reggere, indubbiamente il fatto è molto grave. Ci sono varie ragioni per cui è riscoppiato il conflitto in questo momento, ma la situazione è complessa, perché bisogna conoscere bene che in questo conflitto sono presenti gli armeni e gli azerbaigiani, ma altre potenze hanno voce in capitolo, penso alla Russia, alla Turchia e agli Stati Uniti. Sono tutti fattori che complicano la situazione, più che semplificarla e risolverla.

Secondo il diritto internazionale i territori possono dichiarare che vogliono l’indipendenza, ma poi scoppia la guerra. In questi casi secondo lei che vie d’uscita esistono, l’autonomia o una soluzione federale?

Sono problemi molto gravi per i quali non esiste a mio giudizio un’unica soluzione. Secondo me la comunità internazionale dovrebbe trovare degli strumenti elastici e flessibili di volta in volta. Questi conflitti mettono a contrasto due principi giuridici contingenti: da una parte il diritto dei popoli all’autodeterminazione, dall’altra il riconoscimento del diritto internazionale dell’integrità territoriale degli Stati. I due principi sono spesso in contrasto, normalmente si tende a preferire il principio dell’integrità territoriale degli Stati, se pensiamo ai disastri che scoppierebbero se si desse il via libera a tutte le forme di separatismo.

Il riferimento principale all’integrità territoriale e nazionale è legittimo, però ci sono dei casi in cui il contrasto arriva alla guerra e allora probabilmente la comunità internazionale dovrebbe trovare strumenti più flessibili che non ha ancora trovato. Ognuno di questi casi è diverso dall’altro.

La comunità internazionale ha ritenuto che nel caso del Kosovo o del Sudan meridionale ci fossero le condizioni per giungere alla separazione. Nel Caucaso meridionale, come anche nel caso del Donbass la comunità internazionale ritiene che questi principi non esistono. Non è per niente una questione semplice, perché al di là del diritto internazionale, contano i diversi interessi fra gli Stati più forti e quindi si fa molta fatica ad individuare un percorso.

Sarebbe opportuno all’inizio tenere più presente la realtà sul terreno. Laddove si crea dopo un conflitto una situazione che rispecchia la realtà dei fatti, probabilmente sarebbe opportuno che la comunità internazionale ne tenesse conto, come ha fatto per l’appunto con il Kosovo. La mia personalissima posizione è che fermo restante che l’integrazione territoriali degli Stati vada tenuta presente, si possono e si devono fare delle eccezioni, le quali evidentemente sacrificano questo principio, ma rendono possibile il superamento del conflitto.

La guerra nel Nagorno Karabakh che ruolo può giocare a livello geopolitico nella regione, vista la presenza di più attori coinvolti?

Noi sappiamo bene che esiste nel Caucaso meridionale una sorta di contrapposizione fra la Russia che ha un alleato principale nell’Armenia e un asse occidentale che ha negli Stati Uniti e nella Turchia una linea contingente che si appoggia alla Georgia e all’Azerbaigian. È una semplificazione del quadro, ma entro certi limiti funziona. Il problema è che il quadro internazionale in questi ultimi mesi si è ulteriormente complicato e aggravato. Sappiamo com’è grave il conflitto siriano, che i rapporti fra Russia e Turchia sono entrati in una fase molto difficile e ci sono alcuni analisti che leggono il conflitto Nagorno Karabakh come una sorta di estensione delle difficoltà che la Turchia e la Russia hanno tra di loro. Mi sembra un’analisi un po’ esagerata.

A mio avviso questa recrudescenza del conflitto ha soprattutto cause locali, Armenia e Azerbaigian sono sempre ai ferri corti, le violazioni del cessate il fuoco sono quotidiane e non necessariamente quest’ultima recrudescenza va inserita in un contesto così vasto. Allo stesso tempo il conflitto nel Karabakh è pericolosissimo proprio perché Armenia è alleato della Russia, l’Azerbaigian ha dietro di sé la Turchia che a suo volta fa parte della NATO. L’aggravamento del conflitto potrebbe avere effetti devastanti non solo sulla regione, ma a livello globale.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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