Silvard Atajian, 104 anni, una delle poche sopravvissute al massacro armeno (Articolo21.or 26.06.16)

Un milione e mezzo di alberi, un milione e mezzo di morti. Ogni pianta, intorno al Memoriale del genocidio degli armeni sulla collina delle rondini di Yerevan, visitato oggi da Papa Bergoglio, rappresenta una vita strappata per mano dell’esercito turco tra il 1915 e il 1922. Ma i morti di quel genocidio non si possono contare, molti cadaveri non sono mai stati ritrovati: migliaia di armeni furono condotti nei deserti della Mesopotamia per essere definitivamente sterminati. A Deir ez Zor, in Siria, la destinazione finale: anche lì c’è Memoriale – identico a quello di Yerevan – a testimoniare il primo genocidio del Novecento.
Lo ha ribadito più volte, in questi giorni, Papa Francesco, durante il suo viaggio in Armenia. È tornato a pronunciare la parola “genocidio” riferendosi al massacro patito dagli armeni durante l’impero ottomano, anche oggi, da Khor Virap, a poche centinaia di metri dal confine turco. “Edifichiamo ponti”, ha detto, firmando una dichiarazione congiunta con il patriarca Karekin. Parole di pace interpretate come una provocazione da parte di Ankara, indice – secondo il vicepremier turco Canikli – di una “persistente mentalità da Crociate”. Già lo scorso anno, quando il Papa parlò per la pirma volta di genocidio, Erdogan aveva ritirato il suo ambasciatore in Vaticano. La Turchia, a distanza di 100 anni, non è ancora disposta a riconoscere quello stermino, nonostante sia stato definito un crimine contro l’umanità dalle Nazione Unite già nel ’48, poi, nell’87, dal Parlamento europeo e dai parlamenti di vari paesi, l’ultimo, quello tedesco, poche settimane fa.
A Yerevan, il mese scorso, abbiamo incontrato Silvard Atajian, una delle poche sopravvissute a quel massacro di massa. Oggi ha 104 anni, ne aveva soltanto tre anni quando i turchi raggiunsero il villaggio in cui viveva con la sua famiglia, ai piedi del monte Mussa Dagh, sulla costa mediterranea orientale. “Ero molto piccola, ma di quegli anni ricordo la paura, le fughe, le deportazioni, la preoccupazione di mio padre che ci doveva difendere”, racconta mentre apre uno scrigno incastonato di conchiglie che le regalò il marito 85 anni fa. Ci mostra le foto del padre e dello zio che hanno combattuto fino all’ultimo, contro l’esercito ottomano, per portare in salvo la loro famiglia.
I “quaranta giorni del Moussa Dagh” furono uno dei pochi episodi di resistenza attiva da parte degli armeni. Mentre il Movimento dei Giovani Turchi aveva iniziato ad attuare il suo piano di sterminio, la famiglia di Silvard si era organizzata per resistere: “Si sapeva perfettamente che l’esercito turco sarebbe arrivato per deportarci, e non per aiutarci, come aveva fatto credere inizialmente. Da più parti arrivavano voci di come i turchi stavano uccidendo i nostri fratelli armeni. Per questo ci si era attrezzati. Hanno resistito finché non ci venne a salvare una nave francese che ci portò in Egitto. Siamo rimasti lì 5 anni, ma poi abbiamo tentato di tornare in Armenia. Ogni volta che siamo stati costretti a scappare, non è passato un giorno senza che desiderassimo ritornare. È un’istinto, un richiamo profondo che rimbomba sempre nelle orecchie”, continua a raccontare, “Io avevo solo quattro anni, ma ho nitido il ricordo di tutte le deportazioni: prima in Egitto, poi in Siria, ad Aleppo, poi il rimpatrio in Armenia e lì l’esilio sovietico. Anche quelli sotto l’Urss furono anni difficili: Stalin ci considerava pericolosi e ha attuato contro di noi una grandissima repressione. La nostra famiglia fu abbastanza fortunata perché non venne esiliata in Siberia, come accadde invece a molti armeni”.
A Yerevan, pur nelle difficoltà, Silvard ha costruito la propria casa e fatto nascere i suoi cinque figli. Racconta che soltanto uno oggi vive in Armenia, gli altri sono tra l’Europa e gli Stati Uniti. “Se mi guardo indietro non riesco a trovare nessun bel ricordo – dice – ho passato la mia vita a scappare. E nemmeno oggi so in quale parte del mondo siano dispersi i miei cari”. Ad occuparsi di lei, ancora lucidissima, nella piccola casa nella capitale armena, la nipote Nune, che racconta: “Ogni giorno prende tra le mani le foto dei suoi cari, uccisi dall’esercito turco sotto i suoi occhi. Mia nonna sta ancora aspettando la vittoria della giustizia. Vedrà un raggio di sole soltanto quando la Turchia ammetterà le sue colpe e un giorno tutti gli armeni potranno tornare nella loro madre terra”.

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ASIA/TURCHIA – Armeni manifestano per chiedere l’elezione di un nuovo Patriarca (Agenzia Fides 24.06.16)

Istanbul (Agenzia Fides) – Con un’iniziativa senza precedenti, un gruppo di cristiani turchi della Chiesa armena apostolica hanno organizzato una manifestazione di protesta nella giornata di ieri, giovedì 23 giugno, ad Istanbul, davanti alla sede del loro Patriarcato, per chiedere l’elezione di un nuovo Patriarca. L’episodio rivela il grado di tensione vissuto all’interno della comunità armena presente in Turchia, riguardo alla guida del Patriarcato.
Dal 2008 il Patriarca armeno di Costantinopoli, Mesrob II, è stato colpito dal morbo di Alzheimer in una forma che lo ha rapidamente ridotto allo stato vegetativo. Secondo le leggi turche, la carica di Patriarca è a vita, e un nuovo Patriarca armeno non può essere eletto finchè il suo predecessore è ancora vivo. Dal 2008, per l’amministrazione ordinaria del Patriarcato, l’Arcivescovo Aram Atesyan esercita le funzioni patriarcali in qualità di Vicario patriarcale. Ma negli ultimi tempi le critiche e il malessere nei suoi confronti si sono accentuati, soprattutto dopo la lettera da lui inviata al Presidente turco Tayyip Erdogan, in cui il Vicario patriarcale esprimeva il “rammarico suo e degli armeni” per la risoluzione votata dal Parlamento tedesco sul riconoscimento del Genocidio armeno, definito da lui come un tentativo di strumentalizzare le tragedie del popolo armeno per interessi di “politica internazionale” (vedi Fides 14/6/2016).
Secondo un comunicato, pervenuto all’Agenzia Fides, il gruppo di manifestanti ha depositato una corona nera davanti al Patriarcato armeno, con la scritta: “Vogliamo eleggere noi stessi il nostro Patriarca”. Le leggi canoniche in vigore dispongono che l’elezione di un nuovo Patriarca può avvenire solo in caso di morte o di dimissioni volontarie del suo predecessore. (GV) (Agenzia Fides 24/6/2016).

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Viaggio del Papa in Armenia: rassegna stampa completa (dal 23 al 27 giugno 2016)

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Turchia. E’ legge l’immunità all’Esercito (Nena, 25.06.16)

Il parlamento ha passato la proposta che salva militari e membri dei servizi segreti dai processi per abusi contro i civili. Tutto coperto dalla volatile etichetta del “controterrorismo”

Roma, 25 giugno 2016, Nena News – L’immunità ai soldati è legge: la proposta presentata all’inizio di giugno dal Ministero della Difesa è stata approvata ieri dal parlamento turco. Garantisce ai militari impegnati “in operazioni di controterrorismo” una copertura legale nel caso di abusi e crimini commessi durante le azioni sul campo.

L’espressione “controterrorismo” può avere significati ampi, che la politica può arricchire a seconda delle esigenze. Di certo dentro ci finisce la campagna militare in corso a sud est, contro il Pkk, ma soprattutto contro la popolazione civile.Sebbene pochi giorni fa il premier Yildirim parlasse di operazione conclusa, così non è: gli scontri terrestri continuano, come aumentano i villaggi sotto coprifuoco e i raid aerei contro presunte postazioni kurde.

Ora i soldati che commetterranno abusi – le comunità kurde ne hanno pronta una lunga lista: edifici residenziali assediati, utilizzo di armi chimiche, omicidi di civili (oltre 600 quelli accertati), raid indiscriminati in aree residenziali – non subiranno conseguenze. I poteri dell’esercito, così come quelli dei servizi segreti, si ampliano a dismisura. E con loro quelli del presidente Erdogan che sulle forze armate mantiene il controllo: secondo la nuova normativa, spetterà al governo – in particolare il primo ministro – dare il permesso per giudicare soldati sospettati di abusi. Ma anche civili impegnati in attività di controterrorismo, come i funzionari dei servizi segreti.

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Sogni di pietra di Aylisli Akram (Il Foglio 23.06.16)

Sogni di pietra dovrebbe essere adottato come libro di testo nelle scuole di ogni ordine e grado. Dovrebbe essere distribuito davanti alle moschee, commentato nelle sinagoghe, letto nelle chiese. Tutti dovrebbero conoscerlo: armeni e azeri, arabi e israeliani, turchi e curdi. Perché è innanzitutto un libro di verità, pieno di storia e poesia. Un popolare attore di teatro, celebrato e amato in tutto l’Azerbaigian, viene ricoverato in ospedale in gravi condizioni dopo un brutale pestaggio: aveva cercato di difendere un armeno linciato in piazza. Sadaj Sadygly è in coma e sogna. I suoi sono appunto “sogni di pietra”, una pietra levigata come quella delle chiese di Ajlis, il villaggio natale del protagonista, dal quale gli armeni furono cacciati nel 1919. Cacciati, ma mai del tutto scomparsi: restano le donne sopravvissute e convertite a forza, i racconti tramandati di bocca in bocca; restano gli spiriti nell’aria e in terra le chiese, retaggio di una civiltà millenaria. “Ad Ajlis vivevano persone eccezionali per energia e ingegno. Fecero arrivare l’acqua, piantarono giardini, tagliavano pietre. Gli artigiani e i mercanti armeni girarono centinaia di città e villaggi, guadagnando soldino su soldino solo per trasformare ogni palmo di terra della loro piccola Ajlis in un autentico angolo di paradiso”. Strutturato su diversi piani narrativi, il libro racconta l’infanzia di Sadaj, il suo stupore di bambino, il tormento del suo spirito, fino alla presa di coscienza della religiosità e dell’umanità antica della nazione armena. Ne resta testimone indomito ai tempi dell’Unione sovietica; e poi ancora quando crolla il comunismo. Pagando prima con l’emarginazione, poi con l’ostracismo, fino all’inevitabile epilogo. “Prova a dire adesso che la lingua non è il peggior nemico dell’uomo”. Come il suo protagonista e alter ego, anche Akram Aylisli era amato e stimato in patria, ma è diventato un “traditore della Nazione e nemico del Popolo” nel 2012, quando ha pubblicato questo libro. Ha scritto: “Nel mio paese, nemmeno durante i peggiori giorni dello stalinismo la verità era così tabù come lo è oggi”. Nel 2014 è stato proposto per il premio Nobel per la Letteratura, ma gli è servito a poco. Di recente, mentre stava per recarsi a Venezia a ritirare un premio, gli è stato impedito di partire: lo hanno accusato di avere aggredito un poliziotto in aeroporto. “E di colpo gli sembrò che Ajlis non fosse mai esistita… Non esisteva neanche quella chiesa, né quella luce giallo-rosa che gli ricordava il sorriso dell’Altissimo. E con un nodo alla gola pensava: forse, anche Dio è un’invenzione, una menzogna? Non c’è e non c’era mai stato?”.

 

SOGNI DI PIETRA
Aylisli Akram
Guerini, 139 pp., 12,50 euro

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Genocidio armeno, “ora non si può più negare”. Grazie a Benedetto XVI e Papa Francesco (Aleteia.org 23.06.16)

Un libro di Franca Giansoldati contro il negazionismo: cominciare dalle scuole.

Un milione e mezzo di armeni in marcia verso il nulla. Accadeva 101 anni fa, alle porte dell’Europa, nelle stesse terre che oggi assistono ad altri massacri di innocenti. In “La marcia senza ritorno” la giornalista Franca Giansoldati racconta la storia del primo genocidio del XX secolo. “Più che passione è una battaglia civica” precisa. La battaglia di una figlia di partigiani emiliani contro il silenzio che per decenni ha avvolto queste vicende. La battaglia di una donna laureata in storia moderna che di tutto questo sapeva “poco o niente” finché non ci si è imbattuta un po’ per caso. “Il negazionismo non è lontano da noi. Nei libri di storia c’è un buco nei fatti che accaddero tra il 1915 e il 1920 all’interno dell’impero ottomano. Il tema viene condensato in mezzo capitolo, poche righe nell’ambito della I Guerra Mondiale, come un accessorio, senza arrivare alle radici di questo capitolo nero della nostra storia di europei”. Per questo Franca ha voluto un libro agile per una ampia divulgazione e documentato, pubblicato con Salerno, una casa editrice piccola ma autorevole. Per questo appena può va nelle scuole a incontrare i ragazzi, parla con loro: “È dalla scuola che bisogna cominciare”.

Nel ’94 Franca è stagista in una agenzia di stampa. Si occupa dei primi passi di una mozione per il riconoscimento del genocidio armeno da parte del Parlamento italiano, a firma del leghista Giancarlo Pagliarini, sposato alla figlia di una sopravvissuta. Per lei si apre un mondo. Comincia a raccogliere documentazione, a rendersi conto di quanto avvenuto, a spendersi perché sia conosciuto. La mozione viene approvata sei anni dopo, nel 2000, anche sull’onda della dichiarazione congiunta firmata pochi giorni prima da Giovanni Paolo II e il Catholicos degli armeni Karekin II, in cui compare la parola “genocidio”. Del resto, la Chiesa cattolica non ha mai fatto mancare il proprio sostegno al popolo armeno, da Benedetto XV, pontefice all’epoca dei fatti, a Benedetto XVI e Francesco. Quest’ultimo, dopo aver letto le bozze del libro, ha scritto alcune righe a Franca Giansoldati: “Auspico che la sua fatica di ricerca e documentazione trovi adeguato apprezzamento per un lavoro di inchiesta storica, preziosa al recupero della memoria quale forma di giustizia e via alla pacificazione”.

“Benedetto XV è un grande”. Franca Giansoldati ne racconta la visione profetica e la capacità diplomatica. “È stato l’unico capo di stato europeo che si è battuto come un leone per fermare i massacri. Si rendeva perfettamente conto delle dimensioni della cosa, quello che arrivava sul suo tavolo era agghiacciante”. Nel 1915, ben prima del Concilio Vaticano II e dell’ecumenismo, “non ha mai fatto distinzione tra gregoriani e cattolici, scrisse al sultano, organizzò una rete di diplomatici che anche finita la guerra cercò di sensibilizzare i governi sulla questione armena”. Al Papa che definì “inutile strage” la Guerra mondiale si ispirò Benedetto XVI: “Fu coraggioso e autentico profeta di pace (…). Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell’armonia tra gli uomini e i popoli”. E proprio “sotto l’impulso di Benedetto XVI e poi di Francesco, il gesuita Georges-Henry Ruyssen ha raccolto, catalogato e reso fruibili circa 20mila documenti sull’Armenia, relativi al periodo 1915-1923”, conservati in diversi archivi del Vaticano (Segreteria di Stato, Congregazione per le Chiese orientali, Propaganda fide).

Papa: in Armenia come servo del Vangelo, pellegrino di pace

Alla vigila del 14° viaggio apostolico in Armenia, Papa Francesco ha diffuso un videomessaggio. Il Pontefice saluta con affetto il “primo Paese cristiano – come recita il motto del viaggio – che incontrerà tra breve. Il servizio del nostro inviato in Armenia, Giancarlo La Vella:

La grande fede cristiana e l’accorata richiesta di pace. Questi i punti salienti sui quali Papa Francesco incentra il videomessaggio col quale saluta il popolo armeno a poche ore dal viaggio.

“Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra”.

Vengo come vostro fratello – continua il Papa – animato dal desiderio di vedere i vostri volti, di pregare con voi e condividere il dono dell’amicizia. Poi Francesco guarda più da vicino le ferite di un popolo tenace, ma duramente colpito nella sua storia, una storia – dice il Santo Padre – che suscita ammirazione e dolore.

“Ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne”.

Ma è un popolo forte, quello armeno, che ha i mezzi per reagire al dolore e agli assalti del male, sottolinea Papa Francesco. Come Noè dopo il diluvio, di fronte alle difficoltà, anche tragiche, non deve mai mancare la speranza e la voglia di resurrezione.

“Come servo del Vangelo e messaggero di pace desidero venire tra voi, per sostenere ogni sforzo sulla via della pace e condividere i nostri passi sul sentiero della riconciliazione, che genera la speranza”.

Il videomessaggio si conclude con spirito ecumenico: il Papa esprime trepidazione nell’attesa di riabbracciare il Patriarca della Chiesa apostolica armena, quello che lui stesso chiama “il mio fratello Karekin”, e insieme a lui dare rinnovato slancio al nostro cammino verso la piena unità. A conclusione del videomessaggio, un saluto in tradizione puramente armena:

“Grazie e a presto! Tsdesutiun!”.

Francesco in Armenia, preghiera con Karekin II (Avvenire 22.06.16)

Dopo quattro ore di volo comincia il viaggio di Francesco in Armenia. L’aereo con a bordo il Pontefice è partito questa mattina alle 9.20 dallo scalo romano di Fiumicino, ed è atterrato poco fa all’aeroporto internazionale di Erevan.

Ad accogliere il Papa, il presidente della Repubblica dell’Armenia Serzh Sargsyan, con la consorte, e il Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli armeni Karekin II, oltre a una rappresentanza di fedeli con un coro di bambini che hanno offerto al Santo Padre il pane e il sale di benvenuto.
Dopo l’esecuzione degli inni, gli onori militari e la presentazione
delle rispettive delegazioni, Papa Francesco e Karekin II si sono trasferiti in auto alla sede apostolica di Etchmiadzin, per la
visita di preghiera alla Cattedrale, prima tappa del viaggio del Pontefice.

GUARDA IL PROGRAMMA

Tra i momenti più significativi, sabato ci sarà la visita al memoriale delle vittime del genocidio armeno. (LEGGI)

“Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra”.

Vengo come vostro fratello – continua il Papa – animato dal desiderio di vedere i vostri volti, di pregare con voi e condividere il dono dell’amicizia. Poi Francesco guarda più da vicino le ferite di un popolo tenace, ma duramente colpito nella sua storia, una storia – dice il Santo Padre – che suscita ammirazione e dolore.

“Ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne”.
Ma è un popolo forte, quello armeno, che ha i mezzi per reagire al dolore e agli assalti del male, sottolinea Papa Francesco. Come Noè dopo il diluvio, di fronte alle difficoltà, anche tragiche, non deve mai mancare la speranza e la voglia di resurrezione.
“Come servo del Vangelo e messaggero di pace desidero venire tra voi, per sostenere ogni sforzo sulla via della pace e condividere i nostri passi sul sentiero della riconciliazione, che genera la speranza”.
Il videomessaggio si conclude con spirito ecumenico: il Papa esprime trepidazione nell’attesa di riabbracciare il Patriarca della Chiesa apostolica armena, quello che lui stesso chiama “il mio fratello Karekin”, e insieme a lui dare rinnovato slancio al nostro cammino verso la piena unità. A conclusione del videomessaggio, un saluto in tradizione puramente armena:
“Grazie e a presto! Tsdesutiun!”.

Il Papa agli armeni: ammirazione e dolore per la vostra storia (La Stampa 22.06.16)

«La vostra storia e le vicende del vostro amato popolo suscitano in me ammirazione e dolore»: così il Papa nel video-messaggio che viene trasmesso questa sera al popolo armeno in occasione dell’imminente viaggio in Armenia da venerdì a domenica prossimi. «Ai ricordi dolorosi non permettiamo di impadronirsi del nostro cuore», afferma Francesco – che peraltro concluderà il viaggio al monastero di Khor Virap, vicino al confine con la Turchia, liberando due colombe in direzione del monte Ararat, dove secondo la Bibbia approdò Noè dopo il diluvio universale – invitando a seguire l’esempio di Noè, «che dopo il diluvio non si stancò di guardare verso il cielo e di liberare più volte la colomba, finché una volta essa ritornò a lui, portando una tenera foglia di ulivo».

 

«Cari fratelli e sorelle – afferma Papa Francesco – tra pochi giorni avrò la gioia di essere tra voi, in Armenia. Già da ora vi invito a pregare per questo viaggio apostolico. Con l’aiuto di Dio vengo tra voi per compiere, come dice il motto del viaggio, una “visita al primo paese cristiano”. Vengo come pellegrino, in questo Anno Giubilare, per attingere alla sapienza antica del vostro popolo e abbeverarmi alle sorgenti della vostra fede, rocciosa come le vostre famose croci scolpite nella pietra».

 

«Vengo verso le mistiche alture dell’Armenia come vostro fratello, animato dal desiderio di vedere i vostri volti, di pregare insieme a voi e di condividere il dono dell’amicizia. La vostra storia e le vicende del vostro amato popolo – sottolinea il Pontefice – suscitano in me ammirazione e dolore: ammirazione, perché avete trovato nella croce di Gesù e nel vostro ingegno la forza di rialzarvi sempre, anche da sofferenze che sono tra le più terribili che l’umanità ricordi; dolore, per le tragedie che i vostri padri hanno vissuto nella loro carne. Ai ricordi dolorosi non permettiamo di impadronirsi del nostro cuore; anche di fronte ai ripetuti assalti del male, non arrendiamoci. Facciamo piuttosto come Noè, che dopo il diluvio non si stancò di guardare verso il cielo e di liberare più volte la colomba, finché una volta essa ritornò a lui, portando una tenera foglia di ulivo: era il segno che la vita poteva riprendere e la speranza doveva risorgere».

 

«Come servo del Vangelo e messaggero di pace desidero venire tra voi, per sostenere ogni sforzo sulla via della pace e condividere i nostri passi sul sentiero della riconciliazione, che genera la speranza», afferma ancora Jorge Mario Bergoglio. «I grandi santi del vostro popolo, specialmente il Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, benedicano i nostri incontri, che aspetto con vivo desiderio. In particolare, attendo di riabbracciare il mio Fratello Karekin e, insieme con lui, dare rinnovato slancio al nostro cammino verso la piena unità. Lo scorso anno, da diversi Paesi, siete venuti a Roma, e presso la tomba di San Pietro abbiamo pregato tutti insieme. Ora – conclude il Papa – vengo nella vostra terra benedetta per rafforzare la nostra comunione, avanzare sulla via della riconciliazione e lasciarci animare dalla speranza».

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Alla vigilia del viaggio di papa Francesco, Georges-Henri Ruyssen ci parla della ‘questione armena’ (Rainews.it 22.06.16)

Alla vigilia del viaggio di papa Francesco, Georges-Henri Ruyssen ci parla della ‘questione armena’ Papa Francesco sarà in Armenia dal 24 al 26 giugno. Tra le tappe “simboliche” del viaggio la visita al memoriale del genocidio Armeno, a Yerevan, dedicato alle vittime dei massacri avvenuti 100 anni fa sotto l’impero ottomano. Le ripercussioni di quella pagina storica arrivano fino ai nostri giorni. Vania De Luca e Maria Rita Pasqualucci ne hanno parlato Georges-Henri Ruyssen, decano del Pontificio Istituto Orientale, uno dei massimi studiosi della questione armena. –