“Caro amico (armeno) ti scrivo” (Portodimare 01.07.16)

NARDO’ – In un momento di particolare attenzione per l’Armenia ed il suo popolo, con le parole del Santo Padre e della cancelliera tedesca Angela Merkel, il sindaco di Nardò, Pippi Mellone, rinnova il rapporto di affetto tra la comunità neritina ed il popolo armeno.
In una missiva, inviata all’Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia, Victoria Bagdassarian, il sindaco di Nardò ha espresso la volontà di rafforzare il rapporto di amicizia tra la città e i fratelli armeni, auspicando che i rapporti già in essere abbiano a proseguire e rinsaldarsi ulteriormente e che si rafforzino quei sentimenti di pace e condivisione di intenti.
Parole di apprezzamento in risposta da parte dall’ambasciatrice che, “sicura che il Santo Patrono Gregorio veglierà sul Suo mandato, sulla città e sui cittadini tutti di Nardò”, ha inviato al primo cittadino i suoi migliori auguri per l’impegnativo incarico di sindaco della Città.
I rapporti tra Nardò e l’Ambasciata armena sono affettuosi e cordiali sin dal 2007.
Nel marzo 2012, peraltro, il comune di Nardò ha approvato una delibera, dal profondo significato simbolico, per il riconoscimento del genocidio armeno.
Nardò fu una delle primissime città d’Italia (la quinta in Puglia, dopo Bari, Conversano, Trani e Casamassima) a legarsi, sotto l’egida del comune santo patrono, San Gregorio Illuminatore, ai fratelli d’Armenia.

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Hesemann: “In Armenia il Papa è venuto come un amico” (Vatican Insider 01.07.16)

Lo scrittore e storico tedesco Michael Hesemann è autore di diversi libri sulla Chiesa e il cristianesimo. Ha scritto, tra gli altri – insieme a Georg Ratzinger – il volume «Mio fratello, il Papa». Nel 2015 ha pubblicato il suo ultimo libro, «Il genocidio armeno», dopo aver studiato più di 3mila pagine dell’Archivio segreto vaticano sul tema, portando alla luce nuove evidenze su questa tragedia a lungo dimenticata. Lo abbiamo incontrato pochi giorni dopo il suo ritorno da Yerevan, in Armenia.

 

Hesemann, la settimana scorsa ha seguito la visita di papa Francesco in Armenia. Secondo lei, quali sono stati gli aspetti più significativi del suo viaggio? Che cosa rappresenta questa piccola ma antica terra per il Pontefice?

«Papa Francesco aveva uno stretto legame con la comunità armena in Argentina quando era ancora arcivescovo di Buenos Aires, già conosceva la ricca e tragica storia dell’Armenia prima di diventare papa. Durante i primi mesi del suo pontificato ha ricevuto numerosi patriarchi armeni e ha dimostrato che il suo amore e l’affetto per gli armeni è rimasto forte. Egli non solo ha fatto il primo armeno, san Gregorio di Narek, dottore della Chiesa, ma ha anche commemorato le vittime del genocidio armeno con questo termine che è così importante per il popolo armeno, dato che è l’unico che descrive in modo adeguato la dimensione dei crimini commessi dai loro persecutori e assassini. Così gli armeni sapevano che era loro amico già prima del suo arrivo. E ha soddisfatto le loro aspettative nel modo più alto. È venuto come un amico nella più antica nazione cristiana al mondo, come messaggero di pace e riconciliazione, di dialogo ed ecumenismo. Il suo viaggio ha avuto tre dimensioni. In primo luogo la commemorazione dei martiri della più grande persecuzione di cristiani nella storia, poi l’amicizia ecumenica con la Chiesa apostolica armena e la sua riconciliazione con la Chiesa cattolica armena e – ultimo, ma non meno importante – la situazione politica attuale riguardo alla nuova persecuzione dei cristiani in Medio Oriente, e ai conflitti della Repubblica di Armenia con entrambi i suoi vicini, turchi e azeri, soprattutto dopo la recente escalation del conflitto per l’enclave armena del Nagorno-Karabakh».

 

A Yerevan papa Francesco ha parlato ancora una volta del «genocidio» armeno. Non solo. Ha anche sottolineato come «le grandi potenze guardavano dall’altra parte». Un’ammissione simile a quella inclusa nella risoluzione recentemente approvate dal Bundestag tedesco. Come valuta le sue parole?

«Non è solo in conformità con la recente risoluzione del Bundestag tedesco, che è stata ispirata in modo decisivo dall’affermazione fatta del papa il 12 aprile 2015, ma anche da altre dichiarazioni di papa Francesco, quando, in modo ripetuto, ha criticato la “globalizzazione dell’indifferenza”, l’ignoranza collettiva delle potenze mondiali e dei popoli, e di noi cristiani, circa il destino dei nostri fratelli e sorelle perseguitati in Medio Oriente dove, secondo diversi eminenti politologi, un nuovo genocidio – una continuazione dei massacri del 1915-16 – si svolge proprio di fronte ai nostri occhi. Abbiamo il dovere di non ripetere gli errori del passato, ma di imparare da questi e agire, questa volta».

 

Nel suo libro ha studiato migliaia di documenti inediti provenienti da fonti vaticane sul «genocidio» armeno, gettando nuova luce su questo crimine a lungo dimenticato. Quali sono i risultati più importanti del suo lavoro in questo proposito?

«A causa del negazionismo turco tuttora in corso, è di grande importanza trovare una conferma indipendente del numero presunto di vittime, un milione e mezzo, sostenuto da molti storici autorevoli, ma anche al fatto che lo sterminio degli armeni, il genocidio, sia stato già pianificato anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale dagli ideologi dei “Giovani Turchi”, che seguivano una sorta di ideologia protofascista secondo la quale una nazione può essere forte solo se diventa religiosamente ed etnicamente omogenea. Questi ideologi accusavano la multietnicità dell’impero ottomano per il suo declino e lenta dissoluzione svoltasi a partire dalla metà del XIX secolo, e volevano creare un nuova “Turchia per i turchi” sulla base dell’omogeneità etnica e religiosa. E naturalmente, i molti dettagli duri e raccapriccianti riportati da osservatori neutrali – spesso religiosi romano-cattolici e cappellani sul campo – sono così toccanti e impressionanti che diverse dozzine di lettori mi hanno detto di aver letto il mio libro con le lacrime agli occhi».

 

Come hanno reagito il Vaticano e papa Benedetto XV in quegli anni alla «prima delle immani catastrofi del secolo scorso», come il Pontefice l’ha chiamata di recente?

«Dopo che ebbe ricevuto delle relazioni, agì in diversi modi. Protestò apertamente, chiedendo pietà per gli armeni perseguitati in due lettere scritte di suo pugno al sultano; cercò di costruire un’alleanza soprattutto con Austria e Germania – alleate della Turchia nella guerra –, di esercitare pressioni sulla Turchia per fermare le uccisioni. Quando si rese conto che nessuno era in grado o disposto ad aiutare gli armeni, donò soldi per costruire orfanotrofi per i bambini armeni ad Angora (Ankara) e a Costantinopoli».

 

Qual è stato il ruolo dell’arcivescovo Angelo Maria Dolci, delegato apostolico a Costantinopoli, nel tentare di prevenire il Metz Yeghern, il «Grande Male», come gli armeni chiamano il loro genocidio?

«Il Vaticano non aveva relazioni diplomatiche con l’Impero Ottomano, e così non aveva un nunzio e una nunziatura a Costantinopoli, ma solo un delegato apostolico, cui era permesso di usare una stanza come suo ufficio presso l’ambasciata austro-ungarica. Pertanto, i suoi mezzi erano limitati. Scrisse diverse note al gran visir del sultano, che furono semplicemente ignorate. Cercò di ottenere sostegno per i suoi sforzi da parte di altri diplomatici occidentali in Turchia. Alla fine si rese semplicemente conto che nulla avrebbe cambiato le intenzioni dei turchi rispetto a questo punto. Gli mentirono, fecero false promesse e sabotarono il suo lavoro. Per esempio, gli ci vollero sei settimane prima di essere ricevuto dal sultano in udienza per presentare la lettera scritta dal Papa. Altre quattro settimane passarono prima che la lettera ricevesse una risposta».

 

Un’ultima domanda. Più di un secolo è passato, ma il «genocidio» armeno non è ancora considerato come un fatto storico in diversi paesi del mondo. Pensa che l’apertura degli Archivi vaticani – che lei ha studiato per molti anni – e le parole di papa Francesco metteranno fine a questa controversia e al negazionismo?

«Per essere precisi, ho ricevuto il permesso di lavoro presso l’Archivio segreto vaticano nel 2008, otto anni fa. Qualsiasi storico che studi questi documenti – più di 3mila pagine – arriverà alla conclusione che quanto avvenne nel 1915-16 non era solo un genocidio, ma la “Madre di tutti i genocidi”. Ma il motivo per cui alcuni paesi ancora si rifiutano di usare il termine “genocidio” è solo politico, e non può essere risolto con semplici fatti. La Turchia fa di tutto per sopprimere la verità e per evitare una discussione aperta, perché sanno che non fu solo la più grande persecuzione dei cristiani nella storia, ma fu anche il trauma all’origine della Turchia moderna, uno stato che si è formato su questo e altri genocidi: non solo quella degli armeni, ma anche di assiri e aramei, greci e yazidi, aleviti e, oggi, i curdi. Tutti furono vittime di “pulizie etniche”. Non ci sono molte famiglie nell’élite turca moderna che non abbiano tratto profitto dal genocidio e dalla successiva confisca dei beni agli armeni. Anche Erdogan ha costruito il suo palazzo dalle mille stanze sul terreno di una famiglia armena. Questo fatto da solo spiega l’esitazione della Turchia ad avere a che fare con i fatti storici e le loro conseguenze. Ma nessuno può evitare la sua responsabilità per sempre. Se un giorno la Turchia vorrà diventare una nazione rispettata, deve ammettere e chiedere perdono apertamente per i suoi crimini, e cercare almeno di compensare le sue vittime. Si può perdonare solo qualcuno che ammette le sue azioni, non è vero? Così la verità è la conditio sine qua non per la riconciliazione e la pace».

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Nagorno-Karabakh: Cremlino, ne hanno parlato Putin e Hollande (Swissinfo.ch 01.07.16)

Il presidente russo Vladimir Putin e quello francese Francois Hollande hanno discusso ieri sera al telefono della situazione in Nagorno-Karabakh e di Ucraina.

Lo riporta il Cremlino, secondo il quale Putin “ha informato Hollande, come capo dello Stato che co-presiede il Gruppo di Minsk dell’Osce sul Nagorno-Karabakh, dei risultati dell’incontro trilaterale del 20 giugno avuto con il presidente azero Ilham Aliyev e quello armeno Serzh Sargsyan, a San Pietroburgo”.

I due leader, spiega la nota del Cremlino, “hanno auspicato che i risultati raggiunti nell’incontro contribuiscano alla promozione del processo di pace” e hanno concordato sul proseguimento del lavoro congiunto all’interno del Gruppo di Minsk dell’Osce.

Questo è guidato da Francia, Russia e Usa e comprende Bielorussia, Germania, Italia, Svezia, Finlandia, Turchia, Armenia e Azerbaijan. Putin e Hollande hanno anche discusso “altre questioni di carattere internazionale, concentrandosi anche sugli sforzi per la soluzione della crisi ucraina”.

È dal 1988 che l’Armenia reclama l’autodeterminazione della regione che Stalin aveva annesso all’Azerbaijan e che, crollata l’Urss, decise per la secessione e l’annessione all’Armenia, scatenando un conflitto tra i due Paesi.

E proprio nello scorso aprile, dopo oltre vent’anni, sono ricominciati gli scontri: 300 i soldati uccisi, mille i feriti. La Turchia appoggia l’Azerbaigian ed Erdogan si dice convinto che il territorio conteso “un giorno tornerà certamente al suo padrone legittimo, l’Azerbaijan”.

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Papa in Armenia: pace e riconciliazione (Osservatorio Balcani e Caucaso 30.06.16)

La recente visita in Armenia di Papa Francesco si è svolta all’insegna della pace e della riconciliazione, senza mancare di fare esplicito riferimento al genocidio del 1915

30/06/2016 –  Simone Zoppellaro Yerevan

Un viaggio di tre giorni destinato a lasciare il segno. Una visita storica, quella effettuata da papa Francesco in Armenia fra  il 24 e il 26 giugno, che segue di quindici anni la prima di un pontefice nel Paese: quella di Giovanni Paolo II nel 2001. Parole e gesti importanti, quelli del papa argentino, che tracciano una linea politica e morale molto chiara nei confronti dei conflitti che affliggono la regione.

Non solo di genocidio – parola destinata a suscitare scandalo, paradossalmente, a più di un secolo da quegli eventi – si è parlato a Yerevan e nelle altre tappe del suo viaggio. Un ruolo di primo piano hanno avuto anche temi quali la riconciliazione fra Turchia e Armenia, e la pace in Nagorno-Karabakh, regione contesa dove ad aprile si sono avuti oltre trecento morti in pochi giorni.

Un “pellegrinaggio”, nelle parole del pontefice, fatto “per attingere alla sapienza antica di quella popolazione” – gli armeni – per la cui storia e tradizioni ha dimostrato un grande affetto. Ultimo motivo conduttore nella visita è stato poi l’ecumenismo, e in particolare il dialogo con la Chiesa apostolica armena, rappresentata dal catholicos Karekin II. Tutt’attorno – sempre presente – il calore della gente, accorsa da ogni angolo dell’Armenia e dai Paesi limitrofi per prestare omaggio a un gigante del nostro tempo.

“Mi inchino di fronte alla misericordia del Signore, che ha voluto che l’Armenia diventasse la prima nazione, fin dall’anno 301, ad accogliere il Cristianesimo quale sua religione, in un tempo nel quale nell’impero romano ancora infuriavano le persecuzioni”. Queste le parole pronunciate da papa Francesco al suo arrivo ad Etchmiadzin, cittadina a pochi chilometri dalla capitale Yerevan, cuore spirituale della Chiesa armena. Questa la prima tappa del viaggio del pontefice, venerdì 24 giugno, dopo la cerimonia all’aeroporto di Yerevan. Al centro della visita, il dialogo religioso.

Genocidio armeno

Dopo l’incontro con Karekin II, massima autorità spirituale armena, si è passati alle autorità civili con la visita al palazzo presidenziale a Yerevan. E qui, alla presenza del presidente Sargsyan, il pontefice è andato subito dritto al nodo fondamentale della sua visita: il ricordo degli eventi del 1915, quando un milione e mezzo di armeni persero la vita nell’allora impero ottomano. “Quella tragedia, quel genocidio, inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli.”.

Parole importanti, in linea con quanto affermato da papa Francesco lo scorso anno, e che ancora una volta hanno destato le ire del governo turco, ostinato nel suo negazionismo. Non è mancato, infine, in questo discorso, un omaggio ai 25 anni dell’indipendenza dell’Armenia, alle sue radici cristiane e alla sua cultura.

Il giorno seguente, sabato, la visita papale è ripresa da Tsitsernakaberd, il memoriale del genocidio che si trova su un colle subito fuori dal centro di Yerevan. Qui papa Francesco ha deposto una rosa bianca al fuoco perenne, cuore del memoriale, e ha pregato in silenzio. Lungo il percorso del giardino ha benedetto e innaffiato – come da tradizione, in questo luogo – un albero posto a memoria della visita. Ha poi incontrato alcuni discendenti di perseguitati armeni che furono messi in salvo e ospitati a Castel Gandolfo da Papa Benedetto XV e da Papa Pio XI.

Toccanti le parole scritte dal pontefice sul Libro d’Onore del memoriale: “Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro”.

Pace e riconciliazione

Folla a Yerevan per la visita di Papa Francesco (foto S. Zoppellaro)

Folla a Yerevan per la visita di Papa Francesco (foto S. Zoppellaro)

La visita è poi proseguita a Gyumri, seconda città armena, dove si trova concentrata la maggior presenza di cattolici nel Paese. Una città povera e allo stremo, che non si è più ripresa dal terremoto del 1988, quando qui e nei dintorni morirono circa 25.000 persone. Dei 222.000 abitanti registrati nel censimento sovietico del 1984, oggi ne restano poco più di 120.000. Una perdita costante, che non ha avuto fine neanche in anni più recenti.

E proprio dalla memoria del terremoto ha avuto inizio l’omelia pronunciata da Francesco nella piazza principale di Gyumri. Al termine della messa, il Santo Padre ha raggiunto il convento Nostra Signora dell’Armenia, delle suore armene dell’Immacolata Concezione. Qui il Papa ha salutato le religiose, gli orfani curati dalle suore nel Boghossian Educational Centre annesso al convento e gli studenti della scuola professionale Diramayr gestita dalla congregazione.

Ultimo appuntamento di sabato, l’incontro ecumenico e la preghiera per la pace in piazza della Repubblica a Yerevan, al quale hanno preso parte oltre 50.000 persone. Qui papa Francesco è ritornato ancora sulla storia armena e sulla tragedia del genocidio, un dolore che non guarda solo al passato ma che – nelle parole del pontefice – “può diventare un seme di pace per il futuro”. Da qui, il discorso si è mosso sul tema della riconciliazione: “Farà bene a tutti impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace”.

Con un appello ai giovani: “Ambite a diventare costruttori di pace: non notai dello status quo, ma promotori attivi di una cultura dell’incontro e della riconciliazione”. Con un riferimento esplicito sia alla Turchia che al conflitto per il Nagorno-Karabakh, Francesco ha invitato gli armeni a farsi testimoni di un “grande messaggio cristiano di pace”. “Il mondo intero ha bisogno di questo vostro annuncio, ha bisogno della vostra presenza, ha bisogno della vostra testimonianza più pura”.

Nell’ultima giornata di visita, Francesco ha preso parte alla liturgia nel Piazzale di San Tiridate del palazzo apostolico a Etchmiadzin. “Lo Spirito Santo faccia dei credenti un cuore solo e un’anima sola: venga a rifondarci nell’unità”, ha ribadito il papa, muovendo i suoi passi ancora una volta sulla via dell’ecumenismo.

Ultima tappa, la visita al Monastero di Khor Virap, uno dei luoghi sacri della Chiesa armena, ai piedi del Monte Ararat e a poche centinaia di metri dal confine con la Turchia. Qui papa Francesco e Karekin II dalla terrazza del belvedere hanno liberato due colombe che hanno spiccato il volo – quale auspicio di pace – verso il Monte Ararat e la frontiera chiusa da molti anni. Un’immagine divenuta simbolo di questo viaggio, che ha colpito l’immaginario di molti armeni, e che ha avuto ampia diffusione su stampa e TV locali, e sui social media. Nell’isolamento diplomatico e nell’indifferenza delle grandi potenze verso questo piccolo Paese, gesti come questo valgono più di mille parole.

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Il Punto – L’ecumenismo è vivo in Armenia (La Voce 30.06.16)

Sul fronte dell’ecumenismo (il movimento di riunificazione di tutti i credenti in Cristo) da Mosca vengono segnali scoraggianti, almeno in un’ottica di breve periodo. Segnali ottimi invece vengono dall’Armenia. Pochi giorni fa c’è stata la visita di Papa Francesco in quel Paese. Bisogna sapere che laggiù i cattolici – in parte di rito romano, in parte di rito armeno – sono pochissimi; la maggior parte della popolazione appartiene alla Chiesa apostolica armena, affine per certi aspetti a quella ortodossa, ma separata anche da questa, perché gli armeni non accettarono il Concilio di Calcedonia (quinto secolo d.C.), l’ultimo comune a tutta la Chiesa indivisa. Da lì in poi, tra gli armeni, da una parte, e i cattolici e gli ortodossi, dall’altra, nasce una differenza dottrinale che non voglio neanche provare a riferire tanto è lontana dalla mia capacità di comprensione.

In ogni caso, in Armenia il Papa e il Patriarca di quella Chiesa si sono incontrati, puramente e semplicemente, come se appartenessero alla stessa Chiesa; dovunque andava il Papa, il Patriarca era accanto a lui come avrebbe fatto, in una nazione cattolica, il Primate locale. In onore del Papa, domenica scorsa il Patriarca ha celebrato una messa solenne in una grande piazza per il popolo dei suoi fedeli e il Papa assisteva pregando con lui, non come un estraneo, sia pure ospite, ma come uno di loro. È vero che il Papa non ha concelebrato né ha ricevuto l’eucarestia: questo ancora non è possibile perché non c’è ancora piena comunione.

Ma si è capito che basta un nulla per superare questi ultimi ostacoli. Alla fine, il Papa ha chiesto al Patriarca di benedire lui e con lui tutta la Chiesa cattolica, e il Patriarca lo ha fatto, come se il Papa appartenesse alla sua giurisdizione: non come superiore ma neppure come inferiore, solo come un fratello accanto al fratello. Perché stupirsi allora se il Papa ha ricordato ancora la tragedia dello sterminio degli armeni di un secolo fa? I turchi si sono risentiti, ma verrebbe da dire: peggio per loro. Il Governo tedesco mica si sente offeso quando si parla della Shoah: i tedeschi hanno riconosciuto quella colpa storica e hanno chiesto perdono. I turchi, mostrandosi offesi, paradossalmente si autodenunciano come colpevoli. Ma la Storia è contro di loro.

Pier Giorgio Lignani

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Papa Francesco in Armenia: non usare la fede per fare le guerre (Korazym 30.06.16)

Alle ore 20.30 di domenica 26 giugno papa Francesco è rientrato in Italia dal viaggio apostolico in Armenia, recandosi alla Basilica Santa Maria Maggiore per ringraziare la Vergine Maria per il suo Pellegrinaggio, che proprio nell’ultimo giorno ha visto le proteste della Turchia. Nel tempio liberiano il Papa si è raccolto in preghiera presso l’icona della ‘Salus populi romani’ per la 37^ visita. Al popolo armeno il papa ha twittato: “La Chiesa armena cammini in pace e la comunione tra noi sia piena”.

La giornata conclusiva ha visto papa Francesco e il Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, firmare una dichiarazione congiunta in cui si dichiara pretestuosa una visione delle fede che fomenta l’odio, ricordando che “in una solenne liturgia nella Basilica di San Pietro a Roma il 12 aprile 2015, nella quale ci siamo impegnati ad opporci ad ogni forma di discriminazione e violenza, e abbiamo commemorato le vittime di quello che la Dichiarazione Comune di Sua Santità Giovanni Paolo II e Sua Santità Karekin II menzionò quale ‘lo sterminio di un milione e mezzo di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo’ (27 settembre 2001)”.

La dichiarazione sostiene che il popolo armeno non ha mai dimenticato la propria fede, nonostante le persecuzioni subite nei secoli, che devono essere conservate come memoria per costruire un mondo di solidarietà, pace e giustizia: “Tuttavia, siamo purtroppo testimoni di un’immensa tragedia che avviene davanti ai nostri occhi: di innumerevoli persone innocenti uccise, deportate o costrette a un doloroso e incerto esilio da continui conflitti a base etnica, politica e religiosa nel Medio Oriente e in altre parti del mondo.

Ne consegue che le minoranze etniche e religiose sono diventate l’obiettivo di persecuzioni e di trattamenti crudeli, al punto che tali sofferenze a motivo dell’appartenenza ad una confessione religiosa sono divenute una realtà quotidiana. I martiri appartengono a tutte le Chiese e la loro sofferenza costituisce un ‘ecumenismo del sangue’ che trascende le divisioni storiche tra cristiani, chiamando tutti noi a promuovere l’unità visibile dei discepoli di Cristo”.

Nella dichiarazione si rafferma che è grave far risaltare le religioni come fomentatrici di odio e si ribadisce che i popoli hanno bisogno di pane e non di armamenti: “Imploriamo i capi delle nazioni di ascoltare la richiesta di milioni di esseri umani, che attendono con ansia pace e giustizia nel mondo, che chiedono il rispetto dei diritti loro attribuiti da Dio, che hanno urgente bisogno di pane, non di armi. Purtroppo assistiamo a una presentazione della religione e dei valori religiosi in un modo fondamentalistico, che viene usato per giustificare la diffusione dell’odio, della discriminazione e della violenza.

La giustificazione di tali crimini sulla base di idee religiose è inaccettabile, perché ‘Dio non è un Dio di disordine, ma di pace’ (1 Cor 14,33). Inoltre, il rispetto per le differenze religiose è la condizione necessaria per la pacifica convivenza di diverse comunità etniche e religiose. Proprio perché siamo cristiani, siamo chiamati a cercare e sviluppare vie di riconciliazione e di pace. A questo proposito esprimiamo anche la nostra speranza per una soluzione pacifica delle questioni riguardanti il Nagorno-Karabakh”.

I due ‘capi’ delle Chiese sorelle confermano i progressi avvenuti in questi decenni, auspicando di sviluppare più intensamente le relazioni con una più decisiva collaborazione non solo nella preghiera, ma anche nella teologia: “Esortiamo i nostri fedeli a lavorare in armonia per promuovere nella società i valori cristiani, che contribuiscono efficacemente alla costruzione di una civiltà di giustizia, di pace e di solidarietà umana. La via della riconciliazione e della fraternità è aperta davanti a noi. Lo Spirito Santo, che ci guida alla verità tutta intera, sostenga ogni genuino sforzo per costruire ponti di amore e di comunione tra noi”.

Ancora una volta la Chiesa ha auspicato la riconciliazione tra le nazioni e la collaborazioni tra le religioni, cosa che in sottofondo è apparsa non gradita alla Turchia, che attraverso il vice premier, Nurettin Canlikli, ha criticato l’uso del termine ‘genocidio’ per tutto il Caucaso e il Medio Oriente: “Possiamo ravvisare tutti i segni e i riflessi della mentalità dei crociati nelle azioni del Papa… Non è una dichiarazione obiettiva che corrisponda alla realtà”.

Ma la storia non vuole i colpevoli, in quanto cerca di ristabilire della verità, come ha affermato il presidente armeno, Serzh Sargsyan, nel saluto iniziale al papa: “Noi non cerchiamo colpevoli… Vogliamo semplicemente che le cose siano chiamate con il loro nome, il che consentirà due popoli confinanti di muoversi verso una vera riconciliazione e un comune futuro prospero, riconoscendo il passato e abbracciando il perdono e una coscienza pulita”.

In più nel colloquio con i giornalisti durante il viaggio di ritorno, papa Francesco ha precisato: “In Argentina quando si parlava di sterminio armeno sempre si usava la parola genocidio e nella cattedrale di Buenos Aires, nel terzo altare a sinistra, abbiamo messo una croce di pietra ricordando il genocidio armeno. Io non conoscevo un’altra parola. Quando arrivo a Roma sento l’altra parola ‘Grande Male’ e mi dicono che genocidio è offensiva.

Io sempre ho parlato dei tre genocidi del secolo scorso: quello armeno, quello di Hitler e quello di Stalin. Ce n’è stato un altro in Africa ma nell’orbita delle due grandi guerre ci sono quei tre. Alcuni dicono che non è vero, che non è stato un genocidio. Un legale mi ha detto che è una parola tecnica, che non è sinonimo di sterminio. Dichiarare un genocidio comporta azioni di riparazione. L’anno scorso, quando preparavo il discorso per la celebrazione in San Pietro, ho visto che san Giovanni Paolo II ha usato la parola, e io ho citato tra virgolette ciò che aveva detto.

Non è stato ricevuto bene, è stata fatta una dichiarazione del governo turco che ha richiamato in pochi giorni l’ambasciatore ad Ankara, ed è un bravo ambasciatore! E’ tornato alcuni mesi fa. Tutti hanno diritto alla protesta. Non c’era la parola nel discorso. Ma dopo aver sentito il tono del discorso del presidente armeno, e per il mio uso della parola, sarebbe suonato molto strano non dire lo stesso che avevo detto l’anno scorso.

Ma venerdì scorso ho voluto sottolineare un’altra cosa: in questo genocidio, come negli altri due successivi, le grandi potenze internazionali guardavano da un’altra parte. Durante la Seconda Guerra mondiale, alcune potenze avevano la possibilità di bombardare le ferrovie che portavano ad Auschwitz, e non l’hanno fatto”.

In ciò papa Francesco ha compiuto gli stessi gesti di san Giovanni Paolo II durante il viaggio apostolico del 2001, che nella dichiarazione congiunta con Sua Santità Karekin II aveva affermato: “Il martirio per amore di Cristo divenne così una grande eredità per molte generazioni di Armeni. Il tesoro più prezioso che una generazione poteva trasmettere alla successiva era quello della fedeltà al Vangelo cosicché, con la grazia dello Spirito Santo, i giovani divenissero risoluti quanto i loro antenati nel rendere testimonianza alla verità.

Lo sterminio di 1.500.000 di Cristiani Armeni, che generalmente viene definito come il primo genocidio del XX secolo, e il successivo annientamento di migliaia di persone sotto il regime totalitario, sono tragedie ancora vive nel ricordo della generazione attuale. Gli innocenti che furono massacrati senza motivo non sono canonizzati, ma molti di loro sono stati certamente confessori e martiri per il nome di Cristo…

A motivo della sua fede e della sua Chiesa, il popolo Armeno ha sviluppato un’unica cultura cristiana, che di fatto è un preziosissimo apporto al tesoro del cristianesimo nel suo insieme… Questa testimonianza sarà ancor più convincente se tutti i discepoli di Cristo potranno professare insieme l’unica fede e sanare le ferite della divisione fra loro. Che lo Spirito Santo guidi i Cristiani, ed anzi tutte le persone di buona volontà, sulla via della riconciliazione e della fraternità.

Qui, nella Santa Etchmiadzin, noi rinnoviamo il nostro impegno solenne a pregare e a operare per affrettare il giorno della comunione fra tutti i membri del gregge dei fedeli di Cristo, con riguardo autentico per le nostre rispettive tradizioni sacre”. Sempre la Chiesa ha ribadito il massacro degli armeni alle cancellerie europee, come ha dimostrato l’impegno di papa Benedetto XVI, che aveva scritto al Sultano la sua preoccupazione:

“Maestà, tra le afflizioni che ci procura la grande guerra nella quale si trova coinvolto il potente impero di Vostra Maestà assieme alle grandi nazioni d’Europa, ci spezza il cuore l’eco dei dolorosi lamenti di un intero popolo, che nel territorio governato dagli ottomani è sottoposto a indescrivibili dolori. La nazione armena ha già visto molti dei suoi figli giustiziati, mentre molti altri sono stati arrestati o mandati in esilio.

Tra di loro ci sono anche numerosi religiosi e perfino alcuni vescovi… Noi crediamo, Maestà, che eccessi di questo genere si siano verificati contro la volontà del governo di Vostra Maestà. Per questa ragione ci rivolgiamo, colmi di fiducia nella Vostra Maestà, invitandovi fervidamente, nella Vostra sublime Magnanimità, a dimostrare compassione e a intervenire a favore di un popolo che proprio grazie alla religione nella quale si riconosce, viene invitato a servire fedelmente e devotamente la persona della Vostra Maestà.

Dovessero risultare tra gli armeni dei traditori della patria o persone responsabili di altri crimini, costoro dovranno essere giudicati e puniti in conformità al diritto vigente. Possa quindi la Vostra Maestà in virtù del suo grande senso di giustizia non lasciare che degli innocenti ricevano la stessa pena di chi è colpevole e possa la Vostra sovrana clemenza raggiungere anche coloro che hanno commesso delle mancanze”. Ma la supplica di papa Benedetto XV non trovò riscontro positivo né dal Sultano né dalle diplomazie europee, come ha detto papa Francesco.

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Aznavour, Papa meraviglioso sull’Armenia (Ansa 30.06.16)

MILANO, 30 GIU – “Non voglio disturbare la gente con i miei problemi, se ne parla già molto, il Papa ne ha parlato due volte in modo meraviglioso e lo stesso ha fatto la Merkel”: così Charles Aznavour, oggi a Milano, ha parlato del suo sostegno alla causa armena. Il 92enne artista e diplomatico è di origine armena ed è stato anche ambasciatore presso le Nazioni Unite per il suo popolo.
“La Francia ha riconosciuto il genocidio e lo stesso stanno per fare altri Paesi – ha detto Aznavour, oggi a Milano per presentare il concerto del 14 settembre all’Arena di Verona – non c’è bisogno di me per questo. Non sono un nemico dei turchi, sono solo un uomo che reclama la verità e ho – ha concluso l’artista, che nel 1998 ha fondato l’associazione Aznavour per l’Armenia – tanti amici turchi”.

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Armenia, Georgia e Azerbaigian. Papa: pace è venirsi incontro a piccoli passi (Radio Vaticana 30.06.16)

Nel corso dell’udienza giubilare il Papa ha parlato anche della sua recente visita in Armenia e dei suoi prossimi viaggi apostolici in Polonia, per la Giornata mondiale della gioventù, e in Georgia e Azerbaigian. Il servizio di Sergio Centofanti:

“Pellegrino di fraternità e di pace”, Papa Francesco ricorda la sua intensa visita in Armenia (24-26 giugno), “prima nazione ad avere abbracciato il cristianesimo, all’inizio del quarto secolo. Un popolo – ha detto – che, nel corso della sua lunga storia, ha testimoniato la fede cristiana col martirio”.

Dal 30 settembre al 2 ottobre completerà il suo viaggio nella regione caucasica recandosi anche in Georgia e Azerbaigian, dove i cattolici sono una piccola minoranza tra ortodossi e musulmani, accogliendo l’invito a visitare questi Paesi “per un duplice motivo: da una parte valorizzare le antiche radici cristiane presenti in quelle terre – sempre in spirito di dialogo con le altre religioni e culture – e dall’altra incoraggiare speranze e sentieri di pace”:

“La storia ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro. Proprio per questo il mio auspicio è che tutti e ciascuno diano il proprio contributo per la pace e la riconciliazione”.

Come cristiani – ha sottolineato – “siamo chiamati a rafforzare tra noi la comunione fraterna, per rendere testimonianza al Vangelo di Cristo e per essere lievito di una società più giusta e solidale”:

“Per questo tutta la visita è stata condivisa con il Supremo Patriarca della Chiesa Apostolica Armena, il quale mi ha fraternamente ospitato per tre giorni nella sua casa”.

Salutando, infine, i pellegrini polacchi, il Papa ha ricordato il suo viaggio in Polonia, dal 27 al 31 luglio, in occasione della Giornata mondiale della gioventù:

“Vi prego di continuare a pregare per me e per i giovani che in Polonia e in tutto il mondo cristiano si stanno preparando per il nostro, ormai imminente, incontro a Cracovia”.

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In Arzebaigian per incoraggiare speranze e sentieri di pace (Farodiroma 30.06.16)

Fra tre mesi compirò, a Dio piacendo, un altro viaggio in Georgia e Azerbaigian, altri due Paesi della regione caucasica” per “incoraggiare speranze e sentieri di pace”. Lo ha annunciato Papa Francesco questa mattina all’ultima Udienza giubilare tenuta in piazza San Pietro prima della pausa estiva. “La storia – ha spiegato Bergoglio dopo aver ricordato che la sua missione di pace è iniziata la settimana scorsa in Armenia, prima Nazione ad aver abbracciato il cristianesimo nel 300 – ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro”. “Proprio per questo – ha scandito – il mio auspicio è che tutti e ciascuno diano il proprio contributo per la riconciliazione”, perché come cristiani tutti sono chiamati a rafforzare la comunione fraterna per una società più giusta e solidale. Lo stesso appello Francesco lo ha lanciato sempre in Armenia rivolgendosi al popolo armeno e agli altri paesi della regione caucasica interessati da molti anni da un conflitto drammatico e distruttivo per tutti.

Il conflitto del Nagorno Karabakh nasce con la decisione sovietica del 1923 di assegnare la piccola enclave cristiana alla Repubblica musulmana dell’Azeirbagian. Con la fine dell’Urss, la regione ha deciso di rendersi autonoma federandosi con l’Armenia e questo ha dato avvio a un conflitto armato che a fasi alterne continua ancora.

Domenica scorsa, di ritorno dall’Armenia, nella conferenza stampa tenuta sull’aereo, il Papa ha affermato che la Chiesa “deve chiedere scusa di aver benedetto tante armi”. E nel discorso all’incontro ecumenico in piazza della Repubblica a Yerevan, capitale di un paese di fatto in guerra con il vicino Azerbaigian per il possesso del Nagorno Karabakh, Francesco ha ripetuto la sua condanna del traffico degli armamenti parlando “di conflitti sempre fomentati dalla piaga della proliferazione e del commercio di armi, dalla tentazione di ricorrere alla forza e dalla mancanza di rispetto per la persona umana, specialmente per i deboli, per i poveri e per coloro che chiedono solo una vita dignitosa”. Conversando con i giornalisti il Papa ha poi ripetuto il suo augurio di pace agli armeni: “Io auguro – ha detto – a questo popolo la giustizia e la pace. E prego per questo, perché è un popolo coraggioso. E prego perché trovi la giustizia e la pace. Io so che tanti lavorano per questo. E io sono stato anche molto contento, la settimana scorsa, quando ho visto una fotografia del Presidente Putin con i due Presidenti armeno e azero: almeno si parlano. E anche con la Turchia: il Presidente della Repubblica Armena nel suo discorso di benvenuto ha parlato chiaro; ha avuto il coraggio di dire: ‘Mettiamoci d’accordo, perdoniamoci e guardiamo al futuro’. Questo – ha concluso il Papa – è un coraggio grande! Un popolo che ha sofferto tanto!”.

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Difesa: Armenia, parlamento ratifica accordo per sistema antiaerei congiunta con Russia (Agenzianova 30.06.16)

Erevan, 30 giu 12:03 – (Agenzia Nova) – L’Assemblea nazionale armena ha ratificato oggi un accordo per la creazione di un sistema unificato di difesa aerea nella regione del Caucaso insieme alla Russia. Su un totale di 131 deputati, 102 hanno votato a favore, mentre solo 8 hanno espresso un parere negativo. “In tempo di pace, le due parti saranno in grado di assumere decisioni autonome su come usare le proprie truppe. Sarà necessaria una comunicazione fra Mosca e Erevan in merito alle rispettive decisioni e azioni intraprese nella regione”, ha spiegato il vice ministro della Difesa armeno Ara Nazaryan, introducendo i termini dell’accordo al parlamento. “L’Armenia avrà il diritto di usare i propri sistemi di difesa aerea per tutte le condizioni che ritiene necessarie”, ha aggiunto Nazaryan. (Res