Armenia: crisi degli ostaggi (Osservatorio Balcani e Caucaso 18.07.16)

La capitale armena Yerevan vive ancora momenti di tensione dopo che ieri un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione in una stazione di polizia prendendo in ostaggio alcune persone

18/07/2016 –  Simone Zoppellaro Yerevan

Una notte è passata senza che la crisi degli ostaggi in corso a Yerevan si sia risolta. Uno stallo, tutti con il fiato sospeso. Gli ostaggi sono ancora in mano degli insorti nel quartiere di Erebuni, a più di 24 ore dall’attacco alla caserma. Alta è la tensione.

Ieri per la capitale armena è stata una giornata infinita, iniziata alla prime luci dell’alba, ma non è bastato. Oltre a un morto, confermato, ci sono stati alcuni feriti negli scontri fra la polizia e gli assalitori. Centinaia di fermi di polizia e arresti sono stati effettuati dalle forze dell’ordine nella capitale e in altre città. Una parte delle persone è già stata rilasciata. Ma gli insorti sono soli, isolati, e il loro appello di scendere in piazza e protestare contro il governo è caduto nel vuoto.

Ma procediamo con ordine. Ieri, verso le 5 del mattino ora di Yerevan, un gruppo di uomini armati ha preso d’assalto una stazione di polizia nel quartiere di Erebuni. Come riportato dalla versione armena di Radio Free Europe, una donna residente nei paraggi ha raccontato di aver sentito diverse esplosioni seguite da colpi di arma da fuoco.

Un poliziotto è morto negli scontri, Artur Vanoyan, padre di tre figli, e due suoi colleghi sono rimasti feriti. Due feriti ci sono stati anche dalla parte degli assalitori. Secondo quanto riportato dal parlamentare Pashinyan, sopraggiunto in seguito per tentare una mediazione, ci sarebbero almeno 26 insorti presenti nella stazione di polizia. Alcuni di loro, secondo quanto riferito dai media in queste ore, sarebbero veterani del conflitto in Nagorno-Karabakh. Il gruppo si fa chiamare “Sasna Tsrer”, dal nome di un antico poema epico armeno, e fra loro c’è anche il parlamentare Varuzhan Avetisyan.

Al momento dell’assalto sono stati presi in ostaggio otto poliziotti, uno dei quali è stato subito rilasciato. Fra gli ostaggi, anche il vice capo della polizia armena, Vartan Yeghiazaryan, e il numero due della polizia di Yerevan, Valeri Osipyan, tenuto in ostaggio – secondo quanto riportato dal portale di news Civilnet – dopo essere sopraggiunto per cercare una mediazione con gli assalitori.

Gli insorti hanno diffuso un video in cui chiedono l’immediato rilascio di Jirair Sefilyan, leader del loro movimento politico e popolare eroe della guerra in Nagorno-Karabakh, che era stato arrestato a fine giugno per possesso e trasporto di armi illegali. Un arresto che molti armeni ritengono politicamente motivato, data anche la posizione intransigente con la quale Sefilyan si oppone a qualsiasi possibile accordo con l’Azerbaijan per la questione del Karabakh.

Gli insorti hanno chiesto inoltre il rilascio di altri prigionieri e le dimissioni del presidente armeno Serzh Sargsyan, chiedendo all’esercito di ribellarsi e alla popolazione di scendere per strada a protestare. Né l’una né l’altra cosa sono però avvenute, a dimostrazione dell’isolamento del gruppo di assalitori, nonostante la popolarità di Sefilyan.

Sdegno è stato espresso invece da molti armeni, anche attraverso i social media, per l’ondata di arresti e fermi di polizia che sono seguiti all’assalto alla stazione di polizia. In molti casi, a essere presi di mira sono stati uomini ritenuti vicini a Sefilyan e agli insorti.

In seguito all’assalto, la polizia ha provveduto a chiudere alcune strade del quartiere, sono stati schierati cecchini e alcuni mezzi corazzati. È iniziata un’infinita mediazione che però non ha prodotto, a più di 24 ore dall’accaduto, alcuna soluzione. La crisi degli ostaggi di Yerevan prosegue, mentre sono in molti a temere che si giunga a un ulteriore spargimento di sangue.

Il Servizio di Sicurezza armeno ha rilasciato nella giornata di ieri due dichiarazioni ufficiali sull’accaduto, in cui si legge che le “autorità armene hanno il pieno controllo della situazione e hanno intrapreso tutte le misure necessarie per risolvere la questione”. Nei documenti, si conferma inoltre che sono in corso negoziazioni con gli insorti. Eppure lo stallo prosegue a Yerevan.

Molto spazio è stato dato in queste ore dai media internazionali alla crisi armena, ma si tratta in parte di un equivoco che parte dal presupposto che sia messa a rischio – come avvenuto in Turchia poco prima – la sicurezza dello stato. In realtà la situazione in Armenia è molto diversa, e dipende in larga parte da dinamiche locali, in parte personali, in parte determinate dai quattro giorni di feroci combattimenti che si sono avuti in Karabakh a inizio aprile.

Una svolta, nella politica della regione. Le autorità armene hanno a lungo esitato nel riconoscere la perdita di alcuni chilometri nella frontiera del Karabakh, e subito dopo l’accaduto è tornata all’attenzione del pubblico la necessità urgente di cercare un accordo di pace, mai raggiunto in questa guerra infinita.

Nel dibattito è intervento anche il veterano Jirair Sefilyan, uomo di riferimento degli insorti, che ha criticato in maniera molto ferma il presidente e il governo per il territorio perduto e ogni possibile concessione all’Azerbaijan. Duro, intransigente e ultra-nazionalista, Sefilyan è un sintomo di una politica, quella armena, in cui pesa ancora molto l’elemento militare. Diversi esponenti di spicco e parlamentari sono infatti veterani di quell’esperienza, e la componente del Karabakh è una fetta importante del potere armeno di oggi, a iniziare dallo stesso presidente Sargsyan – che è originario della regione contesa.

L’arresto di Sefilyan, avvenuto a fine giugno, ha fatto molto scalpore, e sono molte le voci che ho raccolto a Yerevan che lo ritenevano un atto politicamente motivato. Ancora una volta, purtroppo, la politica armena fa ricorso alla violenza. Se sono in molti in queste ore, nei social media armeni, a ritenere in parte fondate le critiche mosse dagli insorti alle autorità – anche e soprattutto in merito alla deriva autocratica che starebbe prendendo il partito di governo – è unanime la condanna al ricorso alla violenza come possibile soluzione.

Durante la notte è avvenuto il rilascio di alcuni ostaggi, e l’esitazione delle autorità armene a ricorrere alla forza per risolvere la crisi si spera sia un buon auspicio. Presto per dirlo, però. A Yerevan può ancora accadere di tutto.

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Fino al 17.VII.2016 Claudio Gobbi, Arménie Vill eFondazione Fotografia, Modena (Exibart 18.07.16)

È un percorso iniziato nel 2007 quello di Claudio Gobbi, classe 1971, che a Parigi nel corso di una residenza presso la Cité Internationale del Arts concepisce un progetto che raccolga e racconti l’architettura sacra armena, non a caso in quell’anno in Francia si celebra l’Anno dell’Armenia.
Sono tutte immagini di chiese armene che Gobbi scatta in vari angoli di mondo e non solo. L’indagine si compone di scatti ritrovati sul web, in archivi francesi, tedeschi, georgiani, armeni e lavori commissionati ad altri artisti, testimonianze visive raccolte in sette anni. Il materiale d’archivio e fotografico proviene da epoche differenti, il progetto di Gobbi non si cura della profondità temporale, anzi ne abbatte il limes al fine di voler rendere evidente come l’architettura armena sia rimasta fedele ad uno stesso stile per oltre 1500 anni. Gli edifici immortalati si compongono nella medesima e semplice maniera: una struttura compatta e lineare, sulla quale svetta centralmente una cupola (gmbet), simbolo della volta celeste.
Se non fosse per le didascalie le centoventi immagini scattate dall’artista parrebbero raccolte in anni e in luoghi geografici non troppo distanti tra loro. I paesi attraversati, invece, sono oltre venticinque, dall’Armenia al Caucaso, dall’Europa alla Russia e le immagini ricoprono un arco temporale che va dall’Alto Medioevo ad oggi. Paesaggi e tempo cambiano ma l’edificio sembra non rispondere alla caducità e ai cambiamenti della storia, rimanendo fedele a se stesso e temporalmente immobile.
Armenia: la storia di un popolo migrante ed in costante tensione, ostacolato da una sfavorevole posizione geografica ad alto rischio di isolamento politico ed economico ed incerti confini culturali, l’eterna divisione tra Oriente ed Occidente che trova un punto d’unione in un edificio di culto, divenendo una certezza fisica riscontrabile in più luoghi.
Armenie ville si presenta come il terzo capitolo di una trilogia, i cui primi due capitoli erano Persistence e Within, rispettivamente sui teatri e sui giardini alla giapponese, entrambi volti alla ricerca di identità culturali diffuse sul territorio europeo, anche se il progetto in mostra alla Fondazione Fotografia di Modena vuole anche essere una riflessione sullo stato attuale della fotografia.
Le fotografie di piccolo formato si combinano uniformemente sulla parete bianca come un mappamondo senza date o altri riferimenti, è un percorso attraverso spazio e tempo ma contemporaneamente è questa una ricerca sospesa nel tempo, che Gobbi racconta con foto e reperti archivistici e in uno splendido libro d’artista.

Armenia, gruppo armato per strade della capitale – Presa d’ostaggi (Rassegna 17.07.16)

(ANSA) – ROMA, 17 LUG – Uomini armati che fanno capo al leader dell’opposizione armena, Jirair Sefilian, hanno fatto irruzione in una stazione di polizia a Yerevean, ucciso un ufficiale e tengono sette poliziotti in ostaggio. Lo riferisce la Bbc. Il gruppo chiede la liberazione del leader e di altri prigionieri politici e invita la popolazione a scendere nelle piazze per protesta. Sefilian ha fortemente criticato il presidente Serge Sarkisian per come ha gestito il conflitto sul Nagorno-Karabakh, l’enclave armena in Azerbaijan.


Armenia, assalto alla stazione di polizia: «Tentato golpe» Corriere delle Sera 17.07.16

Armenia, gruppo armato per strade della capitale – Il Giornale 17.07.16

Presa d’ostaggi in Armenia RSI News 17.07.16

Un gruppo armato ha assaltato la sede della polizia in Armenia TPI-it 17.07.16

 

Papa Francesco in Armenia tra libertà negate e tensioni sociali (Il Primato Nazionale 14.07.16)

Roma, 14 lug – Il Papa sta visitando il Caucaso in questi mesi del 2016. Una prima visita ha toccato l’Armenia, dal 24 al 26 giugno, mentre si recherà in Georgia e Azerbaigian  dal 30 settembre al 2 ottobre. Ed è’ infatti proprio degli ultimi giorni la divulgazione del dettaglio del programma. Ma la visita del Sommo Pontefice nella cristiana Armenia potrebbe però da subito gettare una luce diversa sul viaggio ecumenico del papa che oltre a visitare le comunità cristiane locali, l’antica chiesa armena, dovrebbe forse esprimersi sulle spiacevoli vicende di escalation di tensioni interne al paese. Alla vigilia dello sbarco di Francesco in Armenia sono infatti iniziate delle proteste di attivisti per i diritti umani, che sono proseguite durante tutta la visita del papa. Al centro della vicenda l’appello del comitato per i prigionieri politici in Armenia, con sede in Francia, che si è rivolto a papa Francesco chiedendo di aderire alla petizione per la liberazione di Zhirayr Sefilyan, personaggio centrale delle tragiche vicende legate al conflitto del Nagorno Karabak. Zhirayr è considerato da molti, in Armenia, un eroe nazionale. Già decorato con la croce del combattimento di prima classe per meriti di guerra è oggi promotore del “new armenian front“, il gruppo politico che denuncia da tempo il presidente Serzh Sarkisian per i suoi modi definiti anti democratici e per la vasta corruzione che investe l’apparato politico armeno. Il comitato ha esortato il papa a non restare indifferente di fronte al problema degli arresti degli oppositori al presidente e di discuterne con la leadership armena per ottenere una mediazione nei confronti dei detenuti. Zhirayr Sefilyan era stato arrestato il 20 giugno con l’accusa di voler organizzare con altri un assalto ad alcuni palazzi di importanza statale nello scorso aprile e di detenere armi e munizionamento vario. Per questo Selifyan è stato trasferito in un penitenziario dopo che la corte ha stabilito l’arresto come misura restrittiva nei suoi confronti, che pero’ gli attivisti sostengono basato su una falsa accusa per eliminare una voce scomoda nel panorama politico armeno. Sefilyan non ha mai risparmiato critiche aspre alla giunta definendola autoritaria e criminale ed evidenziando le crepe del suo insuccesso politico che porterebbe all’impoverimento del popolo armeno, alla perdita di reputazione internazionale, al fallimento militare nello scontro con l’esercito dell’Azerbaigian nello scorso aprile, al collasso dell’economica e alla totale dipendenza dell’Armenia da un altro stato, la Russia, che ad oggi ne controlla e protegge i confini.

Altra ragione di protesta è il referendum “antidemocratico” del 2015 che ha permesso al presidente, Serzh Sarkisian, di mantenere il suo controllo del potere auto- attribuendosi tempi più lunghi per il suo secondo mandato presidenziale che ora andrà a concludersi nel 2018. Il referendum si è svolto con gravi brogli, così come è stato dichiarato dagli osservatori dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. La lista dei prigionieri politici in Armenia è composta da 14 nomi per i quali i comitati per i diritti umani si battono a gran voce. Si tratterebbe di Voloda Avetisyan, Shant Arutunyan, Alek Pogosyan, Avetis Avetisyan, Liparit Petrosyan, Vardan Vardanyan, Vage Mkrtichyan, Albert Margaryan, Sevak Mnachakanyan, Ayk Arutunyan, Mkrtich Ovannisyan, Ayk Kuregyan, Gevork Safaryan, e appunto Zhirayr Sefilyan. Per questi attivisti reclusi si era pensato, in occasione della visita del Papa, di organizzare un flash-mob di iniziativa civica ma secondo la dichiarazione rilasciata dal gruppo di opposizione radicale “armenia’s founding parliament“, la polizia ha massicciamente violato il diritto di libertà e movimento di centinaia di persone inficiando la protesta. “Le azioni della polizia sono apparentemente illegali e violano i fondamentali diritti umani e la libertà” si legge dalla dichiarazione del gruppo che dichiara che tra i nuovi arrestati vi sarebbero: Shahen Harutyunyan, Gagik Yeghiazartyan, Ramik Manukyan, Tigran Manukyan, Vahram Petrosyan, Paylak Tevanyan, il giornalista Tigran Mazmanyan , Tigran Kirishchyan, Elmon Yeghnukyan, Mikayel Nazaryan, Sergey Kyureghyan, Nerses Gevorgyan, Sevak Manukyan and Hovhannes Ghazaryan. Anche il famoso scrittore armeno Gaspari che aveva ricevuto udienza dal pontefice e che avrebbe dovuto consegnare una nota al papa è stato bloccato quando la polizia ha voluto ispezionare il testo.

Da sottolineare che, all’inizio di quest’anno, il Comitato Direttivo del Forum della Società Civile del Partenariato Orientale ha espresso la sua preoccupazione per il crescente numero di violazioni dei diritti umani di attivisti civili e politici da parte delle autorità armene. “Dall’inizio del 2016, le autorità armene hanno inasprito la repressione contro gli oppositori politici e arrestando un altro attivista hanno aumentato il numero dei prigionieri politici a 13. La situazione è aggravata attraverso l’uso da parte delle autorità di strumenti palesi di pressione contro i prigionieri politici che sono attualmente in carcere. Gli attacchi e le minacce contro i giovani oppositori, attivisti civili e difensori dei diritti umani sono diventati più frequenti “, dice un comunicato stampa del 1 febbraio scorso del Forum della Societa’ Civile del Partenariato Orientale.

In questo ambito di gravi restrizioni e violazioni di diritti umani, di cui i media raramente parlano, si colloca la notizia di questi giorni della chiusura dell’ultimo mezzo di comunicazione dell’opposizione in Armenia, che forniva informazioni trasparenti, il portale “Prima informazione”  (http://www.1in.am/). Esso era attivo dal 2010, e aveva cercato di rappresentare il primo e imparziale mezzo di informazione armeno. E’ stato il portale stesso, con un comunicato, a dichiarare la cessazione delle attività. D’altra parte questo episodio si colloca in un contesto di gravi problemi con la libertà di stampa in Armenia.  Ricordiamo che il 23 giugno 2015, giornalisti provenienti da vari media sarebbero stati aggrediti, maltrattati, verbalmente aggrediti e arrestati dalla polizia mentre seguivano una manifestazione pubblica a Yerevan. Inoltre ci sono stati una serie di casi di giornalisti ostacolati nello svolgimento delle loro funzioni mentre si occupavano, il 6 dicembre scorso, del referendum sulle riforme costituzionali in Armenia. In entrambi i casi la Rappresentante OSCE per la libertà dei media Dunja Mijatović ha espresso preoccupazione per i casi di ostruzione e di minacce nei confronti di giornalisti e ha evidenziato come la sicurezza dei giornalisti deve essere garantita in ogni momento.

Alberto Palladino

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ARMENIA: La visita del Papa e la riconciliazione nel Caucaso (Ilsole24 ore 11.07.16)

Lo scorso 24 giugno papa Francesco si è recato in visita in Armenia, dove si è trattenuto 3 giorni per visitare i luoghi simbolici del genocidio e per far sentire la propria vicinanza ad una popolazione che attraversa una fase storica particolarmente complessa. In occasione della visita al memoriale del genocidio armeno di Yerevan ha ribadito, dopo averlo già affermato lo scorso anno alla presenza di Karekin II in Vaticano, che la persecuzione da parte dei turchi è stata e rimane un genocidio.

Il pontefice si è recato poi in un luogo particolarmente esemplificativo della situazione armena: la città di Gyumri dove il terremoto avvenuto alla fine degli anni ’80 ha sortito gli effetti più catastrofici, causando la morte di 25000 persone. La ricostruzione iniziata successivamente è proceduta a rilento a causa della fine della parabola sovietica: la città non si è più ripresa dal disastro e la popolazione attuale è inferiore alla metà rispetto a quella degli anni ’80.

Nel corso della sua visita in Armenia, Francesco ha inoltre voluto mettere sotto i riflettori la realtà particolarmente complessa del paese, dovuta ad una situazione economica fortemente compromessa. L’Armenia, a differenza di altri paesi dell’area caucasica, non detiene risorse nel sottosuolo e ha un indice di sviluppo umano tra i più bassi rispetto ai paesi appartenenti all’area post-sovietica. A ciò si aggiunge un isolamento imposto da circostanze esterne; infatti l’Armenia oggi ha due frontiere chiuse: quella turca, per le tensioni legate alla questione del genocidio, e quella azera, a causa del problema del Nagorno-Karabakh. Nell’ultimo periodo lo scenario azero è stato caratterizzato da un intensificarsi delle tensioni, e proprio nel territorio separatista del Nagorno-Karabakh sono avvenuti degli scontri che hanno portato anche all’uccisione di diversi civili.

Il papa e la riappacificazione del Caucaso

La figura di Francesco ha iniziato ad essere vista di buon occhio dal popolo armeno già un anno fa, in occasione delle parole pronunciate lo scorso anno dallo stesso Papa riguardo al genocidio. L’incontro di fine di giugno è stato perciò il coronamento del sodalizio con la chiesa apostolica armena, che sembra avere alle spalle un progetto molto più ampio di quello che si potrebbe pensare.

Papa Francesco, fin dall’inizio del suo pontificato, ha inteso dare ai suoi interventi una forte impronta informale, avulsa dalle dinamiche diplomatiche tradizionali, con istanze a favore del dialogo e della pace. Proprio sulla strada di questa missione conciliatrice si colloca il prossimo viaggio di Francesco in Georgia e Azerbaijan del prossimo settembre, durante il quale molto probabilmente il Pontefice tenterà una mediazione altamente conciliatoria tra Yerevan e Baku.

La prospettiva di un riavvicinamento tra i due paesi sembra però allontanarsi con il tempo, poiché l’Azerbaijan continua a compiere operazioni militari nel Nagorno-Karabakh con il benestare turco, contro il quale sostegno si è scagliato il Catholicos Karekin II proprio in occasione della visita pontificia.

Il papa e la chiesa ortodossa moscovita

Con i suoi viaggi nel Caucaso, papa Francesco sta tentando di ricucire i rapporti con le chiese orientali (come quella armena, con la quale si sono già avuti riscontri positivi) e ortodosse (georgiana e moscovita) della regione.

In particolare la chiesa ortodossa moscovita non ha mai nascosto la sua intenzione di diventare, con il sostegno politico del Cremlino, il riferimento per le chiese ortodosse nel Caucaso, con lo scopo di superare le divergenze interne a tutt’oggi presenti. In questa prospettiva si è ricercato anche il sostegno del papato romano, con il quale si è cercato un punto di incontro durante la visita a Cuba lo scorso febbraio. In quella sede sono stati trattati argomenti di ordine teologico e morale, nella probabile prospettiva di una convergenza su tematiche geopolitiche. Per una maggiore unità di intenti sulle questioni caucasiche, lo stesso Putin ha avuto un incontro con il Papa.

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Missione di pace in Caucaso. Il programma del viaggio in Azerbaigian e Georgia (Farodiroma 11.07.16)

 Papa Francesco completerà la sua missione di pace in Caucaso (iniziata lo scorso giugno in Armenia) visitando Georgia e Azzerbaijan, dal 30 settembre al 2 ottobre prossimi. A Tiblisi è prevista una visita al Presidente della Repubblica e nel cortile del Palazzo presidenziale il Papa terrà un discorso alle autorità, la società civile e con il Corpo diplomatico. Presso il Palazzo del Patriarcato ci sarà invece l’incontro con sua Santità e Beatitudine Ilia II, Catholicos e Patriarca di tutta la Georgia.

L’abbraccio con la comunità assiro-caldea si terrà invece preso la chiesa cattolica di S.Simone il tintore. Il giorno dopo, sabato primo ottobre, ci sarà la santa messa nello stadio M. Meskhi, poi l’incontro con i sacerdoti, religiosi e religiose presso la chiesa dell’Assunta. Toccante sarà la visita agli assistiti e con gli operatori delle opere di carità della Chiesa davanti al Centro di assistenza dei Camilliani. Quindi la visita alla cattedrale patriarcale Svietyskhoveli di Mskheta.

Domenica 2 ottobre dopo la cerimonia di congedo all’aeroporto internazionale di Tbilisi la partenza in aereo per Baku. All’arrivo all’aeroporto internazionale “Heydar Aliyev” è prevista l’accoglienza ufficiale. Poi la Santa Messa nella chiesa dell’Immacolata nel Centro salesiano a Baku e il pranzo con la comunità salesiana e con il seguito papale. La cerimonia protocollare di benvenuto si terrà nel Piazzale del Palazzo presidenziale di Genclik. Poi la visita di cortesia al Presidente. L’incontro con le autorità si terrà nel Centro “Heydar Aliyev”.

Nell’omonima Moschea si terrà il colloquio privato con lo Sceicco dei Musulmani del Caucaso. Dopo l’incontro con il vescovo ortodosso di Baku e con il presidente della Comunità ebraica si terrà la cerimonia di congedo all’aeroporto di Baku e la partenza per Roma.

Mons. Minassian: il Papa ha toccato il cuore di tutti gli armeni (Radio Vaticana 04.07.16)

E’ trascorsa una settimana dal rientro del Papa dal viaggio in Armenia, tre giorni in cui Francesco ha lanciato molti messaggi: ha chiesto di custodire la memoria, fonte di pace e di futuro, ma ha soprattutto reso omaggio al primo popolo cristiano. Francesca Sabatinelli ha intervistato mons. Raphael Minassian, ordinario per gli armeni cattolici dell’Europa orientale:

R. – Il messaggio del Santo Padre è arrivato, è arrivato immediatamente nel cuore di tutto il popolo armeno, anche nella diaspora: parliamo di un messaggio che ha penetrato il cuore di 13 milioni di armeni nel mondo. Lui è venuto per il primo popolo cristiano, che durante tutti questi secoli è riuscito a resistere a tutte le tentazioni della vita di un popolo. Il genocidio è stato già proclamato il 12 aprile del 2015 e quindi non era questo né lo scopo, né la meta della visita del Papa. E’ piuttosto questo legame spirituale di un pastore verso il gregge di Gesù.

D. – La memoria del passato per disinnescare le vendette, gli scontri, per portare perdono e riconciliazione. Mons. Minassian, è stato potente questo messaggio del Papa…

R. – Ha perfettamente ragione, perché in questo messaggio c’era il lavoro per la pace, il lavoro dell’unità nella testimonianza evangelica. E questo viene proprio dal cuore del pastore che sa dove va e per quale scopo va. Questo messaggio è arrivato pure negli animi di tutti quelli che lo hanno incontrato, lo hanno sentito o lo hanno visto anche solo sullo schermo televisivo. Io non mi aspettavo di vedere questa gente, questo popolo così ardente nella sua fede, che è riuscito ad esprimerla completamente nella pura semplicità, nella sua povertà, con i sacrifici, però era presente. La presenza alla Messa del Santo Padre, del 25 giugno, si è basata su un sacrificio, perché voi non conoscete il popolo e come vive, vivono tutti nei villaggi, ma sono venuti, hanno lasciato le loro famiglie, le loro mucche, le loro pecore, il lavoro quotidiano, per venire a vedere e sentire e toccare il Papa. Questo è un segno molto popolare della fede popolare.

D. – Lei ha ringraziato più volte il Papa nei suoi interventi…

R. – E’ vero. Io ho usato il ringraziamento in tutte le mie parole, ma in ogni mio ringraziamento c’era un desiderio, un modo di esprimere e di chiedere di continuare questo legame. E’ stato fatto un primo passo, adesso tocca a noi. Il messaggio era per noi, per noi clero. E qui non faccio differenza fra armeno cattolico e apostolico, tutto il clero è chiamato al servizio delle anime. Questo passo del Santo Padre in Armenia è un richiamo al servizio profondamente attivo. Un primo passo che ha cambiato l’amicizia, la fratellanza tra il clero cattolico e apostolico. Questo lo abbiamo avuto: abbiamo cancellato tutto il passato con questa collaborazione assieme al servizio del Santo Padre, il Santo Padre è al servizio di tutto il popolo.

D. – In settembre la visita in Azerbaigian del Papa: ci si possono aspettare frutti?

R. – Primo: il Papa è libero di andare dove vuole. Secondo: anche il parlare con il nemico è un passo positivo per una pace internazionale. Io credo sempre all’ottimismo, perché in ogni contatto c’è un punto positivo.

D. – Difficile spostare questo ottimismo sul fronte della Turchia, dopo le critiche forti lanciate al Papa…

R. – La gente è libera di criticare e di esprimersi nel modo che vuole. Come padre spirituale di tutta la Chiesa cattolica nel mondo, il Papa ha il dovere di dire la verità e di andare avanti. La missione è quella di dire la verità. Noi dobbiamo difendere la gente che ha bisogno della nostra assistenza e poi gli altri sono liberi di esprimersi nel modo che vogliono. Non è una nostra preoccupazione cosa diranno di noi: la nostra preoccupazione è cosa dirà di noi il nostro Salvatore Gesù, se abbiamo compiuto il nostro dovere o no. Le altre cose sono secondarie…

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L’Armenia verso l’Eurovision 2017 con una selezione televisiva (Eurofestivalnews.com 04.07.16)

Nonostante gli ottimi risultati che le scelte interne hanno portato all’Armenia negli ultimi anni – con un unico “scivolone” registrato nel 2011 – il paese caucasico non è mai riuscito a condurre a Yerevan l’Eurovision Song Contest (nel 2011 ha però ospitato la versione Junior del festival europeo).

Dopo anni di selezioni interne dell’artista in gara, per l’Eurovision 2017 l’Armenia ha deciso di cambiare idea e affidarsi stavolta al pubblico.

depi evratesil

Il format individuato dall’emittente armena AMPTV si chiamerà Depi Evratesil (in italiano, Verso l’Eurovision), e durerà circa tre mesi. Secondo i piani, saranno diverse le fasi televisive del meccanismo di selezione, che comprenderanno audizioni, commenti da parte di rappresentanti delle scorse edizioni dell’Eurovision Song Contest e pareri di giurie di professionisti del settore musicale.

Le iscrizioni si apriranno il 6 luglio e saranno consentite non solo ai cittadini armeni, ma anche a tutti coloro che hanno discendenza armena, nonostante vivano all’estero. Questo dettaglio è in accordo con la linea percorsa durante la partecipazione dell’Armenia all’Eurovision 2015, quando a rappresentare il paese fu un gruppo di sei cantanti, sotto il nome di Genealogy, provenienti dai cinque continenti e i cui parenti furono vittima della diaspora armena.

 

Le candidature potranno essere presentate fino al 25 agosto, mentre nel mese di settembre si terranno le audizioni. I vari show televisivi andranno invece in onda da ottobre a dicembre 2016 sulle frequenze della televisione armena.

Non è ancora chiaro se, oltre all’artista partecipante, tramite Depi Evratesil sarà scelto anche il brano per l’Eurovision 2017 in Ucraina: a tale proposito, saranno rilasciati ulteriori dettagli nelle prossime settimane.

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La visita del Papa in Armenia tra memoria e condanna dei genocidi (toscanaoggi.it 02.07.16)

Il tema della memoria da conoscere e da vivere in una prospettiva che alimenti riconciliazione e dialogo è stato il filo rosso della visita pastorale di Papa Francesco in Armenia, che è stata la prima tappa nel Caucaso, dove il Papa tornerà alla fine di settembre per visitare la Georgia e l’Azerbaijan

«Prego, col dolore nel cuore perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro». Papa Francesco ha scritto queste parole sull’albo d’oro del memoriale del Genocidio armeno, a Tzitzernakaberd, dove sulla «collina delle rondini» si trova il Memoriale con il quale l’Armenia vuole ricordare al mondo il genocidio del popolo armeno del 1915 da parte dell’Impero Ottomano. Il tema della memoria da conoscere e da vivere in una prospettiva che alimenti riconciliazione e dialogo è stato il filo rosso della visita pastorale di Papa Francesco in Armenia, che è stata la prima tappa nel Caucaso, dove il Papa tornerà alla fine di settembre per visitare la Georgia e l’Azerbaijan. Nei suoi incontri, a vario livello, dalla visita di preghiera alla cattedrale apostolica di Etchmiadzin, all’incontro con le autorità civili e con il corpo diplomatico nel palazzo presidenziale, all’omelia della celebrazione eucaristica a Gyumri, fino alle parole durante la divina liturgia ancora nella cattedrale apostolica Papa Francesco è tornato più volte sulla storia del popolo armeno, delle sue sofferenze che hanno rafforzato la sua fede cristiana.

Anche la fede cristiana era la causa della persecuzione alla quale gli armeni sono stati sottoposti, più volte nel corso dei secoli; il martirio del popolo armeno rappresenta una ricchezza spirituale per tutti i cristiani che possono trovare nell’esempio che gli armeni hanno dato una forza del tutto particolare per testimoniare Cristo. Il papa ha ricordato il genocidio degli armeni del 1915, sottolineando le responsabilità non solo di coloro che lo hanno compiuto abbandonando ogni senso di umanità ma anche di coloro che hanno voltato lo sguardo di fronte alla tragedia che si stava compiendo; papa Francesco è così tornato a parlare del genocidio degli armeni sul quale già era intervenuto un anno fa, quando si era rivolto agli armeni, uniti a Roma, che stavano celebrando il proprio Sinodo, citando la dichiarazione comune di Giovanni Paolo I e di Karekin I che già nel 2001 aveva condannato il genocidio degli armeni, il primo del XX secolo: allora, come in questi giorni, il governo turco ha espresso la sua contrarietà per queste affermazioni, contestando ancora una volta l’uso del termine genocidio e accusando papa Francesco di volersi ingerire in questioni politiche che per Ankara non devono appartenere alla Chiesa Cattolica se non nell’ottica del recupero di una mentalità di «crociata».

Papa Francesco ha chiesto di coltivare la memoria del genocidio per favorire un cammino di riconciliazione che rappresenta un passo fondamentale nella costruzione della pace con la quale sconfiggere la violenza; papa Francesco si è rivolto a tutti, con una particolare attenzione ai giovani, che per il papa devono essere protagonisti di un tempo di dialogo e di accoglienza, uscendo da quella apatia che toglie la speranza per un domani nel quale, grazie all’impegno dei giovani, la pace deve essere realmente il fondamento di una società diversa da quella presente.

Nella visita ampio spazio è stato dedicato alla dimensione ecumenica: fin dal tempo del concilio Vaticano II la Chiesa Armena Apostolica e la Chiesa Cattolica hanno iniziato un dialogo per la riscoperta del comune patrimonio spirituale; con Giovanni Paolo II questo dialogo ha avuto un ulteriore sviluppo, anche per la visita compiuta dal pontefice polacco proprio in Armenia, che papa Francesco ha ricordato nel suo primo incontro con Karekin II, a Roma, nel maggio 2014. Di fronte alle parole del catholicos Karekin II, che proprio nell’incontro ecumenico di preghiera per la pace ha ricordato tensioni e conflitti nei quali è immersa l’Armenia, minacciata della sua stessa esistenza dai vicini, papa Francesco ha rilanciato la forza della riconciliazione come elemento fondamentale nella testimonianza ecumenica che i cristiani del XXI secolo devono vivere per superare lo scandalo della divisione e per rafforzare la missione della Chiesa.

In questa prospettiva, accanto ai gesti di fraternità evangelica di papa Francesco e del catholicos Karekin II, anche durante questa visita,  si deve leggere  la Dichiarazione comune, firmata nell’ultimo giorno della visita, dove si ribadisce che «lo spirito ecumenico […] impedisce la strumentalizzazione e manipolazione della fede, perché obbliga a riscoprirne le genuine radici, a comunicare, difendere e propagare la verità nel rispetto della dignità di ogni essere umano e con modalità dalle quali traspaia la presenza di quell’amore e di quella salvezza che si vuole diffondere. Si offre in tal modo al mondo – che ne ha urgente bisogno – una convincente testimonianza che Cristo è vivo e operante, capace di aprire sempre nuove vie di riconciliazione tra le nazioni, le civiltà e le religioni».

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La settimana di Papa Francesco: in Armenia, la luce della fede (Lastampa.it 02.07.16)

Vatican Magazine (Ctv)
La visita apostolica del Papa in Armenia; il suo colloquio con i giornalisti sul volo di ritorno, durante il quale ha parlato di Brexit, riforma protestante e Benedetto XVI; la Messa del Pontefice nella solennità dei Santi Pietro e Paolo. Approfondisce tutto questo l’edizione in uscita oggi, sabato 2 luglio 2016, di Vatican Magazine, il settimanale tv di notizie e approfondimenti che il Centro televisivo vaticano mette a disposizione delle televisioni di tutto il mondo, per seguire le attività del Papa, le iniziative della Santa Sede e i principali avvenimenti mondiali visti dal cuore della Chiesa.

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