Regione, si parla di Turchia tra il genocidio armeno del 1915, il golpe turco e le successive repressioni (Il Nuovo Giornale di Modena 28.07.16)

La storia passata e presente della Turchia al centro del dibattito nell’Assemblea della Regione Emilia Romagna. Sono state infatti approvate a maggioranza una risoluzione Pd-Sel-AltraER, primo firmatario Piergiovanni Alleva (AltraER), per impegnare la Giunta a sostenere progetti di approfondimento storico e di divulgazione del genocidio del popolo armeno, e una seconda risoluzione Pd-Sel, prima firmataria Lia Montalti (Pd), per condannare il tentato golpe in Turchia e la successiva repressione da parte del governo.

Piergiovanni Alleva (AltraER) ha citato Papa Francesco quando ha paragonato il genocidio degli armeni a degli ebrei. Occorre, ha evidenziato, “ci sia un riconoscimento come avvenuto in Germania con il genocidio degli ebrei, non dimentichiamo che lo stesso Hitler vide nella strage degli armeni una sorta di prova generale dell’abominio cui diede avvio”. Parlare del genocidio armeno in Turchia, ha aggiunto, “è ancora un reato, molti intellettuali sono fuggiti all’estero”. Dobbiamo contrastare, ha concluso, “la tesi negazionista e riconoscere quanto accaduto”.

Lia Montalti (Pd) ha ricordato che “le misure messe in atto dal governo turco hanno portato, ad oggi, ad almeno 10.000 arresti, di cui molti giornalisti, 11 mila cancellazioni dei passaporti e sospensioni in massa di dipendenti pubblici, insegnanti e magistrati”. Con questo atto, ha evidenziato, “vogliamo condannare il tentato golpe, azione volta a sovvertire governi democraticamente eletti, e disapprovare quanto sta accadendo ora in Turchia, sollecitando le istituzioni italiane ed europee a esprimersi contro la sospensione dello stato di diritto”.

È stata invece respinta una risoluzione della Lega nord, nell’atto si proponeva di vincolare l’ingresso della Turchia all’Ue al riconoscimento, della stessa, del genocidio armeno.

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TURCHIA: Ibrahim Pașa, il principe curdo che proteggeva i cristiani (East Journal 28.07.16)

In questo periodo la violenza per motivi etnici e religiosi ci viene costantemente somministrata dai media attraverso immagini, parole e suoni. Un esempio sono senza dubbio le violenze di massa portate avanti dallo Stato Islamico in Medio Oriente verso popolazioni cristiane e musulmane distruggendo anche importanti beni culturali d’inestimabile valore. Tuttavia, chissà se in questo momento tra le schiere del terribile Stato Islamico vi è un soldato, un ufficiale o un capo tribù come Ibrahim Pașa, che pur facendo parte volontariamente o forzatamente di questo sistema di violenza, abbia deciso di aiutare in qualche modo clandestinamente o alla luce del sole i perseguitati.

Nella storia dell’umanità vi sono stati personaggi che si sono distinti, nonostante la natura e il ruolo ricoperto, per azioni che potremmo considerare da “uomini giusti”. In quasi tutti i genocidi e massacri, partendo dal genocidio degli Armeni, passando per la Shoah fino ad arrivare al genocidio del Ruanda, vi sono stati uomini e donne che nonostante le condizioni in cui si trovavano e le facili opportunità di ricchezza e gloria ebbero la volontà di comportarsi diversamente dalla maggioranza mettendo in salvo delle vite.

Un “giusto” prima del genocidio

All’interno dell’intricata e vasta “questione armena”, i principali “giusti” sono stati individuati e valorizzati principalmente per il genocidio del 1915. Tuttavia, vi furono dei musulmani che aiutarono gli Armeni anche prima del 1915. Ad esempio, durante le violenze di massa del 1894-1897 accadute sotto il regno del sultano Abdülhamid II, come ben appurato dalla gran parte degli storici, vi furono casi di questo genere.

Grazie ai documenti diplomatici e religiosi europei dell’epoca è stato possibile venire a conoscenza dell’esistenza di un possibile “giusto” nel vilâyet di Diyarbakir. Il personaggio in questione era un capo tribù curdo chiamato Ibrahim Paşa che si distinse positivamente nella protezione degli Armeni e di altre popolazioni cristiane della provincia mentre imperversavano le suddette violenze di massa in tutta l’Anatolia orientale. Ma chi era Ibrahim Paşa nello specifico? In che modo e per quale motivo protesse i cristiani della sua provincia?

Il principe di Viranşehir

Andiamo per ordine. Ibrahim Paşa era un importante e potente capo curdo della tribù dei Milli e della confederazione tribale Milan della provincia di Diyarbakir. Fedele e devoto comandante della cavalleria Hamidiye, sul finire del XIX secolo era una figura locale di un certo livello con un quartier generale localizzato nella cittadina di Viranşehir a metà strada tra Mardin e Şanlıurfa. Ibrahim Pașa era un personaggio locale particolare, infatti, oltre a contendersi il territorio con le altre tribù curde e arabe concorrenti della zona era un abile diplomatico e aveva ottimi rapporti con i diplomatici e missionari europei residenti nel vilâyet di Diyarbakir nel XIX secolo.

A differenza degli altri comandanti Hamidiye che in altre province come Van, Bitlis, Erzeroum si distinsero negativamente per i drammatici casi di violenze di massa sugli Armeni, Ibrahim Paşa dalla sua ascesa 1890 al sua caduta nel 1909, fece in modo che nei territori controllati dalla sua tribù i cristiani ricevessero protezione e accoglienza. Durante le violenze di massa che colpirono il vilayet di Diyarbakir tra il 1895 e il 1897, Ibrahim Pașa diede riparo e sostegno agli armeni in fuga dai villaggi e dalle città ove imperversavano le violenze. La stessa città di Viranşehir e il suo territorio circostante divennero noti per le centinaia di famiglie armene (circa 500) che vi si stabilirono migliorando l’economia generale dell’area.

Amici e nemici

Ibrahim Paşa oltre ai nemici provenienti dalle tribù concorrenti era anche osteggiato dal notabilato curdo e turco di Diyarbakir che lo riteneva un personaggio scomodo per i loro interessi economici e politici nella provincia. Antipatia che di certo era anche dovuta all’attitudine del capo curdo di proteggere i cristiani della provincia. Amico del vice console francese Gustave Meyrier e del frate cappuccino Giambattista da Castrogiovanni, Ibrahim Pașa ebbe più volte occasione di ospitarli nella sua tenda persona e consumare dei pasti nelle residenze di quest’ultimi a Diyarbakir.

Il missionario nei suoi scritti descriveva Ibrahim Pașa come un leader molto abile nel gestire i rapporti tra il centro e la periferia, ma anche un ottimo stratega sul campo di battaglia. Doti queste che gli permisero di avere il controllo nel vilâyet di Diyarbakir della gran parte dei reggimenti Hamidiye e un’importante autonomia politica ed economica nei territori sotto la sua sfera d’influenza. Probabilmente, proprio grazie alla sua presenza che gli Hamidiye nella provincia di Diyarbakir non si scagliarono contro gli armeni nel 1895. Anzi, vi furono casi, ad esempio nel distretto di Mardin dove quest’ultimi impedirono ad altre tribù di perpetuare violenze sui cristiani.

Il potere di Ibrahim Paşa si esaurì nel 1909 con la caduta del sultano Abülhamid II, che lo considerava come un “figlio”, e con l’avvento dei Giovani Turchi. Questo leader curdo, la cui vita è ben descritta nell’opera della storica Janet Klein “The Margins of Empire”, rappresenta certamente una figura particolare e ricca di contraddizioni. Ancora oggi, nonostante il materiale d’archivio e gli studi fatti su questo mondo tribale curdo ottomano del XIX secolo, non è dato sapere quali fossero le motivazioni che stavano alla base della protezione in favore dei cristiani di Diyarbakir. Ci piace pensare che, nonostante la ferocia con cui era solito abbattere i suoi rivali, Ibrahim Paşa avesse anche esso qualcosa di quei tanti “giusti” esistiti nella storia per rendere meno bui alcuni dei momenti più oscuri della nostra umanità.

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Armenia, commando prende in ostaggio quattro sanitari (TGCOM24 27.07.16)

I membri del gruppo armato che il 17 luglio ha assaltato e occupato una caserma di polizia a Ierevan, in Armenia, hanno preso in ostaggio i sanitari mandati su loro stessa richiesta per curare i feriti. Si tratta di due medici e due infermieri. Nella notte c’è stata una sparatoria tra i poliziotti e il gruppo armato in cui sono rimaste ferite tre persone: un agente e due membri del commando.


Armenia, gruppo armato sequestra medici e infermieri l’Unione Sarda 27.07.16


Armenia, commando opposizione prende in ostaggio 4 medici (Askanews.it 27.07.16)

Erevan (Armenia), 27 lug. (askanews) – In Armenia quattro medici e infermieri sono stati sequestrati da un gruppo armato che occupa da più di una settimana una stazione di polizia nel Sud-Es di Erevan, per dimostrare sostegno al leader dell’opposizione in carcere Zhirair Sefilyan. Lo ha riferito il Ministero della Salute armeno. “Sono stati rapiti i medici Norayr Tevanian e Salvador Jechoián, e gli infermieri Tonoian David e Malina Markarian”, dice la nota.

Nella notte la polizia armena ha arrestato 30 persone a una manifestazione in appoggio del gruppo armato. Tra gli arrestati c’era una donna che ha dichiarato lo sciopero della fame. Gli agenti hanno rimosso inoltre gli striscioni che chiedevano le dimissioni del presidente Serzh Sargsyan.

Tutto è cominciato nella stazione di polizia di Erebuni, periferia di Erevan, il 17 luglio. Nella notte tra il 20 e il 21 la polizia ha arrestato decine di manifestanti dopo violenti scontri, cercando di sbloccare una situazione in stallo da giorni. Gli uomini armati pro opposizione avevano ucciso un ufficiale e hanno preso diverse persone in ostaggio.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha condannato “l’uso della violenza per attuare un cambiamento politico in Armenia” e ha esortato il governo a “gestire la situazione con adeguata moderazione”. Sefilyan – il leader del piccolo gruppo di opposizione chiamato Nuova Armenia Fronte di salvezza pubblica – e sei dei suoi sostenitori sono stati arrestati nel mese di giugno. (con fonte Afp)

Il pasticcio armeno (L’Opinione 26.07.16)

Il fallito golpe in Turchia ha catturato l’attenzione dei media internazionali, ma la vicina Armenia ha vissuto negli stessi giorni la crisi interna più seria e pericolosa dalla dichiarazione di indipendenza del settembre 1991.

Una stazione di polizia alla periferia della capitale Erevan era stata presa d’assalto da una ventina di uomini armati appartenenti al gruppo ultra-nazionalista “Sasna Tsrer”, che avevano catturato diversi agenti di polizia e alcuni alti ufficiali che si trovavano in quel momento in visita alla caserma, tra i quali il vice capo della polizia nazionale e il vice capo della polizia di Erevan. Durante gli scontri è morto un poliziotto e altri agenti sono rimasti feriti. Gli insorti chiedevano la liberazione di Jirair Sefilian, capo di Sasna Tsrer e popolare eroe della guerra in Nagorno-Karabakh. Di genitori armeni, Jirair Sefilian è nato in Libano, dove ha militato da giovanissimo come attivista del partito armeno e ha combattuto durante la guerra civile nel 1980 nei ranghi delle Falangi Libanesi. Si è poi trasferito in Armenia per prendere parte alla guerra contro l’ Azerbaigian per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh, distinguendosi per atti di coraggio e guadagnandosi grande seguito tra i soldati armeni. Da sempre feroce critico del governo ed in particolare del potente presidente della Repubblica, Serž Azati Sargsyan, Sefilian era stato arrestato nel 2006 e imprigionato per 18 mesi dopo essere stato accusato del tentativo di rovesciare il governo con la violenza. Era stato nuovamente imprigionato nel 2015, di nuovo per tentativo di colpo di Stato.

Agli inizi di giugno la polizia lo aveva arrestato per l’ennesima volta, nell’occasione per possesso illegale di armi e con l’accusa di voler occupare edifici governativi e centri di telecomunicazione. Un arresto ritenuto da molti politicamente motivato che aveva fatto infuriare i suoi numerosi seguaci. Sefilian è ritenuto dal governo armeno molto scomodo per la sua posizione intransigente di opposizione a qualsiasi possibile accordo con l’Azerbaigian per la questione del Nagorno-Karabakh, nervo scoperto di migliaia di Armeni. Gli assalitori della stazione di polizia che hanno tenuto per giorni con il fiato sospeso l’intera Armenia, oltre alla liberazione del loro leader, chiedevano la scarcerazione di altri prigionieri politici e le dimissioni del presidente armeno Sargsyan.

Dopo che la notizia dell’assalto alla caserma della polizia si è diffusa, migliaia di persone, sostenitori di Sasna Tsrer e reduci della guerra in Nagorno-Karabakh, sono scesi in piazza per manifestare in protesta contro il governo ed a favore degli insorti. A mobilitare molte persone sono stati anche diversi video, foto e testimonianze di abusi perpetrati dalla polizia contro i manifestanti, diffusi sui social network, e le centinaia di fermi ed arresti, da molti ritenuti arbitrari, effettuati dalle forze di sicurezza nelle settimane scorse. La polizia ha reagito con estrema durezza, utilizzando idranti, granate stordenti e gas lacrimogeni. I manifestanti allora hanno attaccato gli agenti con un massiccio lancio di pietre e bottiglie molotov ed erigendo barricate con auto rovesciate, in una lunga guerriglia urbana andata avanti per ore. Solo l’intervento massiccio della polizia antisommossa ha bloccato i manifestanti. Almeno 51 persone, tra cui 25 poliziotti, sono rimaste ferite negli scontri. Decine di arresti in tutta la città e almeno 15 parlamentari del partito moderato di opposizione “Accordo civile”, compreso il popolare deputato Nikol Pashinyan, segretario del partito e alleato in parlamento di Sefilian, figurano tra gli arrestati.

Quando già si stava temendo per una inversione autoritaria in Armenia e una fine tragica degli ostaggi, la svolta: gli insorti asserragliati nella caserma della polizia hanno chiesto e ottenuto, per la liberazione degli ostaggi, di incontrare i media e la stampa. Infine, le ultime quattro persone nelle mani degli insorti sono state rilasciate dopo una lunga trattativa condotta dal generale Vitaly Balasanyan, capo delle forze popolari armene in Karabakh ed eroe della guerra di liberazione, che è riuscito finalmente a convincere gli assalitori. Tutti liberi e l’Armenia si è risvegliata da un brutto incubo.

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Armenia, risolta la crisi degli ostaggi (Il Giornale 23.07.16)

Si è appena risolta la crisi degli ostaggi iniziata in Armenia all’alba di domenica scorsa

A affermarlo sono i media locali armeni. Le ultime quattro persone nelle mani degli insorti sono state rilasciate dopo una lunga trattativa durata per giorni. Il generale Vitaly Balasanyan è riuscito finalmente a convincere gli assalitori. Tutti liberi, anche il vice capo della polizia armena, Vartan Yeghiazaryan, e il numero due della polizia di Yerevan, Valeri Osipyan, tenuto in ostaggio dopo essere sopraggiunto per cercare una mediazione con gli assalitori.

La stazione di polizia del quartiere di Erebuni, alla periferia della capitale Yerevan, era stata presa d’assalto da una ventina di uomini appartenenti a un gruppo ultra-nazionalista che si fa chiamare “Sasna Tsrer”. Durante gli scontri era morto un poliziotto, Artur Vanoyan, padre di tre figli, e due suoi colleghi erano rimasti feriti. Gli insorti chiedevano la liberazione del loro leader, Jirair Sefilyan, capo del loro movimento politico e popolare eroe della guerra in Nagorno-Karabakh, che era stato arrestato a fine giugno per possesso e trasporto di armi illegali. Un arresto che molti armeni ritengono politicamente motivato, data anche la posizione intransigente con la quale Sefilyan si oppone a qualsiasi possibile accordo con l’Azerbaijan per la questione del Karabakh. Chiedevano inoltre le dimissioni di altri prigionieri politici e le dimissioni del presidente armeno Serj Sargsyan. Ma nulla di tutto questo è avvenuto.

Da lunedì pomeriggio c’erano state manifestazioni di proteste contro il governo e a favore degli insorti, dimostrazioni che però non sono mai riuscite a raccogliere – nei momenti di massima tensione – più di poche migliaia di persone. A mobilitare molte persone erano stati anche diverse foto, video e testimonianze di abusi perpetrati dalla polizia contro i manifestanti, nonché le centinaia di fermi ed arresti, da molti ritenuti arbitrari.

Gli insorti hanno chiesto e ottenuto, per la liberazione degli ostaggi, di incontrare i media e la stampa in una “zona neutrale” nei pressi della stazione di polizia assaltata.


Armenia: risolta la crisi degli ostaggi (Euronews 23.07.16)

Yerevan, violenze fra polizia e opposizioni in piazza per la liberazione dell’eroe nazionale (Asianews 22.07.16)

Yerevan (AsiaNews) – Le autorità armene hanno arrestato in queste ore decine di persone, scese in piazza (clicca qui per il filmato) per chiedere la liberazione di un eroe nazionale. I manifestanti denunciavano l’arresto “ingiusto” di Jirair Sefilian, ex militare e leader del movimento di opposizione Founding Parliament, chiedendo al contempo le dimissioni del presidente della Repubblica Serž Azati Sargsyan per “cattiva gestione” degli affari dello Stato.

Al lancio di gas lacrimogeni sono seguiti scontri fra poliziotti e manifestanti. Secondo i dati forniti dal ministero della Sanità i feriti finora confermati sono circa 80, di cui 29 poliziotti e 51 civili. Tuttavia, il bilancio è destinato ad aumentare in modo vertiginoso nelle prossime ore, in base ai filmati che testimoniano le violenze della polizia diffusi sui social media.

Secondo Nigol Pashinian, deputato vicino all’opposizione, sono almeno 15 gli attivisti del movimento guidato da Sefilian arrestati oggi. Questa mattina all’alba 200 manifestanti hanno bloccato le strade e si sono barricati dietro postazioni simili alle trincee da guerra civile.

Fonti non confermate parlano di almeno 15mila persone fermate da quando è iniziato lo scontro fra governo e opposizione, in conseguenza dell’arresto di Jirair Sefilian. Un abitante di Yerevan, dietro anonimato, racconta ad AsiaNews che “chiunque scende in piazza per una camminata viene arrestato e portato in carcere come manifestante”. Il “metodo Erdogan” della vicina Turchia “nell’epurare gli oppositori”, aggiunge la fonte che da giorni evita di uscire di casa, “ha fatto scuola anche qui”.

Il presidente armeno Sargsyan non appare in pubblico dal 17 luglio scorso, da quando al mattino un uomo armato ha occupato una caserma della polizia della capitale, dopo aver ucciso un poliziotto e preso in ostaggio i colleghi presenti. Nelle ore successive il ministero degli Interni ha dato ordine di circondare la stazione di polizia, senza autorizzare l’irruzione.

Da cinque giorni sono in corso trattative che sono sfociate nella liberazione di cinque poliziotti tenuti in ostaggio; gli assalitori, tuttora accerchiati, chiedono le dimissioni del presidente della Repubblica e la liberazione del loro leader Sefilian. Restano ancora adesso in mano agli assalitori quattro poliziotti, fra i quali vi è anche Vardan Eguizarian, capo aggiunto della polizia nazionale, e Valeri Ossipian, capo aggiunto della polizia di Yerevan.

Gli assalitori si sono impossessati di un enorme arsenale di armi e hanno invitato gli abitanti a scendere in piazza; fin dai primi giorni della protesta almeno 1500 persone hanno aderito alla manifestazione, repressa in un secondo momento con la forza dalla polizia.

A complicare il quadro la richiesta, filtrata nelle ultime ore, avanzata dal presidente armeno Sargsyan alla Russia di aiuto per sedare la rivolta. Secondo alcune fonti nella capitale è arrivata la squadra anti-sommossa “Alfa”, nota per le “soluzioni radicali” adottate in caso di problemi. Le voci di una imminente irruzione per liberare i poliziotti in ostaggio è confermata dal fatto che da due giorni agli assalitori viene negato il cibo e i medicinali.

Il portavoce del movimento Founding Parliament Varujan Avedissian ha dichiarato che questa è una “Sardarabat interna”. Il riferimento è alla omonima guerra del 1918, quando uomini, donne, anziani armati solo di coltelli e bastoni hanno affrontato l’esercito turco e fermato l’invasione di Yerevan, dando inizio al processo di indipendenza dell’Armenia e alla nascita della repubblica. “Questa volta – ha affermato Varujan Avedissian – il nemico ce l’abbiamo dentro casa”.

I fatti sono precipitati all’improvviso, in seguito all’arresto di Jirair Sefilian, esponente dell’opposizione ed eroe nazionale nella guerra di liberazione del Nagorno-Karabakh, che lotta contro le cessioni territoriali all’Azerbaijan, trovando un’ampio sostegno popolare. Negli ultimi giorni le voci di un possibile via libera del presidente armeno a una parziale cessione di territorio del Karabakh all’Azerbaijan ha agitato lo scontento popolare e animato la protesta. Jirair Sefilian, uno dei pochi eroi di guerra a non essere morto in circostante misteriose dopo il conflitto, si oppone con forza a qualsiasi progetto di cessione.

Da anni Sefilian contrasta il presidente e il governo, accusati di corruzione e di tradimento della patria, con l’obiettivo di svuotarla dei suoi abitanti. Del resto l’Armenia, visitata di recente da papa Francesco, perde ogni anno il 5% della popolazione a causa della corruzione e del potere concentrato nelle mani di pochi oligarchi. In pochi anni essi hanno eliminato la classe media, riducendo la popolazione in una minoranza di ultra-miliardari e una maggioranza di ultra poveri disperati, senza alcuna speranza di sbocco sociale o professionale.

Lo spirito degli armeni, pronto a sopportare ogni sacrificio pur di mantenere unita e inviolata la patria, è rimasto colpito nel leggere sulla stampa di trattative segrete in corso “per risolvere la questione del Karabakh” che prevedono la cessione di territorio. Una zona che gli armeni considerano parte integrante, se non il cuore stesso della nazione. Da qui le contestazioni di piazza che nemmeno una povertà imposta aveva saputo sollevare.

In vista di un accordo segreto favorevole all’Azerbaijan, che si terrà forse in Turchia e che prevede la cessione di parte del territorio, le autorità hanno provveduto in via preventiva ad arrestare l’eroe Sefilian con l’accusa di “detenzione illegale di una pistola”. Una accusa pretestuosa visto che egli non possiede un’arma da fuoco da quando è rientrato dal fronte, che mira a bloccare sul nascere una possibile rivoluzione di piazza in grado di rovesciare il governo.

Jirair Sefilian è lo stesso eroe che, due anni fa, aveva costituito un gruppo di volontari per andare in Siria e liberare il distretto armeno di Kessab, occupato dallo Stato islamico (SI) con l’aiuto della Turchia. Un progetto che ha incontrato l’opposizione del presidente Sargsyan, che gli ha impedito di lasciare il Paese e continuare a organizzare il movimento di lotta.

Voce critica nei confronti del governo, egli era già stato arrestato nel 2006 e detenuto per 18 mesi con l’accusa di aver progettato un “tentativo di golpe”. La stessa accusa con la quale è stato fermato lo scorso anno, a giugno; infine il terzo arresto, nei giorni scorsi, per “detenzione di arma” e “tentativo di voler occupare gli uffici del governo e i centri di telecomunicazione”.

Il presidente Sargsyan – ex militare del Karabakh – è stato eletto nel 2008, in seguito a una tornata elettorale contestata dalle opposizioni; negli scontri sono morte 10 persone.(PB)

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ARMENIA: Dalla crisi degli ostaggi alle proteste in strada. Come sta evolvendo la situazione a Yerevan (Eastjournal 22.07.16)

Armenia: servizi alternativi di tutela dei minori (Osservatorio Balcani e Caucaso 22.07.16)

In Armenia ci sono ancora parecchi bambini affidati alle istituzioni. Le organizzazioni che fanno parte del ChilPact si adoperano per offrire servizi alternativi all’istituzionalizzazione dei minori

22/07/2016 –  Onnik Krikorian

Nel 2005, in Armenia più di 10.000 bambini sono stati iscritti in collegi e istituti per l’infanzia d’origine sovietica. Erroneamente indicati come “orfanotrofi”, termine fuori luogo dato che la maggior parte dei bambini ha almeno un genitore, la loro situazione è migliorata tanto che oggi gli iscritti sono poco più di 2.500. Tuttavia, rilevano i sostenitori della tutela dei minori, resta urgente la necessità di deistituzionalizzare. Nella vicina Georgia, ad esempio, fino ad un decennio fa c’erano poco meno di 5.000 bambini in collegi e orfanotrofi d’epoca sovietica, mentre oggi sono appena qualche centinaio.
“L’istituzionalizzazione si verifica perché vi è un sostegno insufficiente alle famiglie che vivono in povertà” afferma Mira Antonyan, Presidente del Network sulla Tutela dei Bambini in Armenia, membro della coalizione ChildPact . Il Network è costituito da 39 organizzazioni non governative (ONG) con la quarantesima pronta ad aderire quest’anno. Antonyan è anche direttrice esecutiva  del Centro di sostegno del Fondo armeno per il sostegno di bambini (FAR), membro della rete Child Protection. Secondo le statistiche della Banca mondiale, la metà di tutti i bambini dell’Armenia vive sotto la soglia di povertà. Ciò significa 440.000 bambini.

“I bambini sono stati inviati all’istituto perché avevano bisogno di mangiare, e anche se soffrono, vivendo in questi grandi gruppi, lontani dalle loro famiglie, ottengono qualcosa”, spiega Antonyan. “Abbiamo bisogno di servizi di supporto per ridurre questa sofferenza e riportarli alle loro famiglie.”

Ma anche se il processo di deistituzionalizzazione in Georgia è stato relativamente di successo, ciò non vuol dire che si è sviluppato senza problemi. I circa 1.600 bambini che vivono e lavorano per le strade di Tbilisi, la capitale, e in altre città del paese, lo dimostrano fin troppo bene. E’ una lezione, dice Antonyan, che il network sulla tutela dei bambini si impegna ad evitare in Armenia. Inoltre, è uno dei motivi per cui il ChildPact, la coalizione regionale di reti di protezione dell’infanzia, è incredibilmente utile e importante.

Deistituzionalizzazione

“La deistituzionalizzazione è avvenuta in modo diverso nei vari paesi”, spiega Antonyan. “Alcuni hanno avuto successo, mentre altri non sono riusciti, ma nessuno ha avuto un successo completo. Tuttavia, i successi che abbiamo incontrato attraverso il  ChildPact sono stati molto interessanti e utili per noi. Vi è l’esempio romeno, bulgaro, serbo, e georgiano. Insieme possiamo progettare il nostro piano. Abbiamo voluto questa collaborazione, abbiamo voluto imparare dalle reciproche esperienze, e nei paesi post-sovietici o post-socialisti, molte cose accadono nello stesso modo. ”

Antonyan spiega che diventare parte di ChildPact non è stato una mossa artificiale. È accaduto in modo molto naturale. “Eravamo alla ricerca di questo e siamo molto felici che sia successo”, continua. “La cooperazione regionale consiste nell’imparare l’uno dall’altro, evitando gli errori che altri potrebbero aver sperimentato prima.”

Inoltre, FAR di Antonyan è una delle Ong  in Armenia responsabili di un progetto pilota per promuovere famiglie affidatarie nel paese. Speciale attenzione è stata posta sulla continuità e la permanenza. Lei ci tiene a sottolineare che la deistituzionalizzazione e la promozione di queste famiglie non dovrebbe significare trascurare la famiglia biologica del bambino, ma deve essere vista come una soluzione temporanea fino a quando i problemi specifici che potrebbero portare alla istituzionalizzazione saranno affrontati. E’ anche per questo motivo che ci sono due tipi di affidamento in Armenia – a breve termine (fino a un anno) e a lungo termine (oltre un anno).

“Essendo un tecnico sociale, so che nella società trovi sempre persone che dicono ch eè difficile applicare l’affidamento, ma nel nostro caso penso che sarà facile. Dal 2005 al 2008 abbiamo avuto un programma pilota nelle regioni Lori e Gegharkunik con l’UNICEF e più di 300 famiglie iscritte per diventare genitori affidatari. Queste famiglie sono quelle i cui figli avevano già lasciato casa, oppure coppie che ora sono nonni. Molti dei bambini sono cresciuti e alcuni addirittura si sono arruolati nell’esercito, ma sono sempre tornati dai loro genitori affidatari.”

Famiglie affidatarie

Tatevik Gharibyan, l’unica rappresentante ufficialmente impiegata dal Network di protezione per i bambini in Armenia, è d’accordo. In particolare, dice che come parte del ChildPact, il network armeno ha la possibilità di promuovere e sostenere le questioni di tutela dei minori a livello nazionale e regionale. Lei conferma anche che l’istituzionalizzazione dei bambini in Armenia rimane un problema, in particolare visto che circa l’80 per cento dei bambini in istituzioni ha almeno un genitore.

“Finiscono in istituzioni soprattutto a causa di difficoltà economiche e sociali”, dice Gharibyan “, e circa il 40 per cento dei bambini hanno bisogni speciali. Vi è la necessità di ampliare i servizi alternativi per ridurre il flusso di bambini degli orfanotrofi, istituzioni di cura e istituzioni speciali e scolastiche. Attualmente ci sono solo circa 20 famiglie affidatarie in Armenia. L’istituzionalizzazione ha un impatto negativo su tutti gli aspetti dello sviluppo dei bambini, tra cui quelli intellettuali, fisici, comportamentali e socio-emozionali “.

Un’altra Ong membro del network per la protezione dei bambini, Aravot , è stata coinvolta in un progetto pilota nella regione armena di Lori, per fornire sopporto alle famiglie biologiche di bambini ospitati nelle istituzioni. Quando il programma è iniziato c’erano sette scuole sovietiche nella regione, dalle quali ne sono state selezionate cinque che assistevano bambini con necessità speciali, nonché famiglie socialmente vulnerabili. Le circa 200 famiglie che avevano la possibilità di reintegrazione poi sono state selezionate per un’ulteriore valutazione, prima che 40 fossero scelte.

Ora, ogni anno dal 2006, 50 famiglie lasciano il programma dopo essere state sostenute per un anno, mentre altre 50 sono selezionate per l’inserimento nel programma. Circa 200 bambini sono passati per questo programma in un periodo di quattro anni.

“L’ambiente familiare che sostiene la crescita e lo sviluppo del bambino è considerato più desiderabile che il mandare i bambini in strutture di assistenza”, conclude Gharibyan. “La promozione di meccanismi di assistenza alternativi in ​​Armenia è una delle priorità del ChildPact e della rete di protezione dei bambini.”

Onnik Krikorian James è un giornalista britannico su contratto con ChildPact, coalizione regionale di ONG di protezione dei bambini nella regione del Mar Nero, per aumentare la consapevolezza dei problemi rigaurdanti la protezione dell’infanzia in Armenia e in Georgia.

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Armenia: deputato del Nagorno Karabakh tratta con un gruppo armato barricato in stazione polizia a Erevan (Agenzia Nova 21.07.16)

Mosca, 21 lug 19:56 – (Agenzia Nova) – Un membro del parlamento dell’autoproclamata repubblica del Nagorno Karabakh, il generale in pensione Vitali Balasanyan, è attualmente in trattative con i membri del gruppo armato che ha sequestrato l’edificio della polizia di Erevan, in Armenia. Lo riferiscono i media locali, i quali, facendo riferimento alle dichiarazioni di un’esponente del gruppo armato, Pavel Manukian, informano che alle trattative ha preso parte anche l’arcivescovo della Chiesa Apostolica Armena, Pargev Martirosian. Domenica scorsa, un gruppo di uomini armati è entrato nell’edificio della polizia nel territorio della Repubblica Armena e, sotto la minaccia della violenza, hanno preso degli ostaggi. Tra i quattro membri della polizia ancora in mano dei ribelli vi sarebbero anche due ufficiali. La richiesta del gruppo armato è la liberazione dei detenuti che hanno preso parte al conflitto del Karabakh, tra i quali il leader dell’opposizione radicale del Fronte di salvezza nazionale “Nuova Armenia”, Zhirajr Sefiljan, accusato di acquistare illegalmente armi. Le autorità sono in trattative con i membri del gruppo armato. Nei giorni successivi all’occupazione dell’edificio, attivisti dell’opposizione hanno tenuto nella zona diversi meeting. Secondo quanto riferisce l’agenzia russa “Ria Novosti”, nella serata del 20 luglio, i manifestanti hanno chiesto di poter rifornire i ribelli barricati nell’edificio. Al rifiuto della polizia sono partiti scontri tra gli agenti ed i manifestanti. Secondo i dati preliminari, sarebbero rimaste ferite 51 persone, tra cui 28 poliziotti. (Rum)

Armenia, il terzo giorno della crisi degli ostaggi a Yerevan (Askanews 20.07.16)

Yerevan (askanews) – In un mondo che appare sempre più una polveriera a cielo aperto, non si sentiva la mancanza del riesplodere delle tensioni in Armenia. Il 17 luglio un gruppo armato ha fatto irruzione nel quartier generale della polizia nella capitale Yerevan. Un’azione che, sulla scia avvelenata degli avvenimenti turchi, aveva fatto pensare a un altro tentativo di golpe.

Nell’attacco, un poliziotto è morto e altri due sono rimasti feriti nel corso di scontri nei pressi dell’edificio, subito circondato dai mezzi blindati governativi. Il capo della polizia è stato preso in ostaggio insieme ad altri sette colleghi, quattro dei quali sono stati rilasciati nelle ore successive. Gli obiettivi del gruppo sarebbero più circoscritti rispetto alle ipotesi di un innesco di colpo di Stato, limitandosi al rilascio di un leader dell’opposizione, Zhirair Sefilyan, arrestato nel giugno scorso.

Le forze di sicurezza stanno negoziando una resa pacifica del commando che si è impadronito dell’arsenale del comando della polizia di Yerevan e hanno anche chiesto le dimissioni del presidente armeno Serzh Sarkisian.

Sefilyan, capo carismatico del Nuovo fronte di salute pubblica armeno, insieme a sei seguaci è stato arrestato per prevenire azioni eversive nella capitale. Aveva già scontato 18 mesi dopo un altro arresto nel 2006 per avere cercato di organizzare il rovesciamento del governo.

Sefilyan ha violentemente criticato il governo, accusato di aver gestito debolmente la crisi del Nagorno-Karabakh, regione all’interno del vicino Azerbaijan i cui abitanti, in maggioranza di origine armena, hanno proclamato una repubblica autonoma. Scontri tra esercito azero e autonomisti appoggiati dal governo armeno vanno avanti da diversi anni. I più gravi, nell’aprile scorso, sono cessati dopo un accordo negoziato dalla Russia.

Il presidente Sarkisian, ex ufficiale dell’esercito, ha assunto la carica dopo le elezioni del 2008 che fecero registrare violenti scontri tra le forze di sicurezza armene e i sostenitori dello sconfitto leader dell’opposizione, scontri che provocarono una decina di vittime.

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Olimpiadi Rio 2016 – Tutta la squadra dell’Armenia: convocati, partecipanti e qualificati (Oasport.it 20.07.16)

 L’Armenia parteciperà ai Giochi Olimpici di Rio 2016 con una delegazione di 33 atleti in otto discipline differenti.

ATLETICA
Levon Aghasyan (salto triplo maschile)
Gor Nerkararyan (salto in lungo maschile)
Gayane Chiloyan (200 metri femminili)
Lilit Harutyunyan (400 metri ostacoli femminili)
Diana Khubeseryan (200 metri femminili)
Amaliya Sharoyan (salto in lungo femminile)

BOXE
Artur Hovhannisyan (pesi mosca leggeri maschili)
Narek Abgaryan (pesi mosca maschili)
Aram Avagyan (pesi gallo maschili)
Hovhannes Bachkov (pesi superleggeri maschili)
Vladimir Margaryan (pesi welter maschili)

GINNASTICA ARTISTICA
Artur Davtyan (maschile)
Harutyun Merdinyan (maschile)
Houry Gebeshian (femminile)

JUDO
Hovhannes Davtyan (60 kg maschile)

TIRO
Hrachik Babayan (carabina 10 m, carabina 50 m tre posizioni maschile)

NUOTO
Vahan Mkhitaryan (50 m stile libero maschile)
Monika Vasilyan (50 m stile libero femminile)

SOLLEVAMENTO PESI
Andranik Karapetyan (77 kg maschile)
Arakel Mirzoyan (85 kg maschile)
Simon Martirosyan (105 kg maschile)
Ruben Aleksanyan (+105 kg maschile)
Gor Minasyan (+105 kg maschile)
Nazik Avdalyan (69 kg femminile)
Sona Poghosyan (75 kg femminile)

LOTTA
Garnik Mnatsakanyan (57 kg libera maschile)
David Safaryan (65 kg libera maschile)
Georgy Ketoyev (97 kg libera maschile)
Levan Berianidze (125 kg libera maschile)
Migran Arutyunyan (66 kg greco-romana maschile)
Arsen Julfalakyan (75 kg greco-romana maschile)
Maksim Manukyan (85 kg greco-romana maschile)
Artur Aleksanyan (98 kg greco-romana maschile)