Bourj Hammoud: dal genocidio armeno alla crisi siriana (Lantidiplomatico.it 21.08.16)

Bourj Hammoud si trova nella parte nord-orientale della capitale libanese a poca distanza dal mare e dal porto della città, oltre il Beirut River. Il quartiere deve il suo nome a quello dell’unico edificio presente prima della progressiva urbanizzazione della zona: la torre (in arabo Bourj) costruita dalla famiglia libanese Hammoud che, in uno dei punti d’accesso alla città, permetteva di tenere sotto controllo il territorio circostante

di Maurizio Vezzosi e Giacomo Marchetti

 

Beirut – La vernice rossa scalfisce i muri del quartiere armeno di Bourj Hammoud. La Turchia è colpevole di un genocidio, Turkey is guilty of genocide.

L’accusa mossa contro Ankara riguarda l’orribile genocidio avvenuto tra il 1915 e il 1916.

Il grande crimine – come viene ricordato dagli armeni il primo genocidio del Novecento – costò la vita a più di un milione e mezzo di persone e fu l’inizio della diaspora di questo popolo, durante la quale migliaia di armeni arrivarono in Siria ed in Libano mentre l’Impero ottomano si sgretolava.

Ancora oggi Ankara nega il genocidio, e chi ne denuncia le responsabilità, soprattutto in Turchia, riceve in cambio intimidazioni e misure repressive, rischiando in alcuni casi l’esilio e addirittura la vita. Anticipando l’arrivo del 1948 e del 1967 dei rifugiati palestinesi, quella armena è stata la prima comunità ad arrivare in Libano dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano, facendo di Beirut uno dei suoi epicentri nel mondo arabo.

Bourj Hammoud si trova nella parte nord-orientale della capitale libanese a poca distanza dal mare e dal porto della città, oltre il Beirut River. Il quartiere deve il suo nome a quello dell’unico edificio presente prima della progressiva urbanizzazione della zona: la torre (in arabo. Bourj) costruita dalla famiglia libanese Hammoud che, in uno dei punti d’accesso alla città, permetteva di tenere sotto controllo il territorio circostante.

Nel suo fitto reticolato di strade sventolano i colori arancione, blu e rosso della bandiera armena, e spesso si specchiano nei cristalli delle decine di gioiellerie del quartiere. In Armenia Street un grande striscione plastificato ricorda il grande crimine. Nei locali, nei negozi, sui muri l’arabo cede il passo all’armeno. I nomi di molte strade che lo attraversano rimandano a quelli dei villaggi dai cui provenivano i primi abitanti arrivati qui un secolo fa, dopo un periodo di quarantena in una zona fuori città ad est del quartiere.

Provvedendo alla progressiva bonifica della zona, grazie alla loro forte coesione comunitaria ed alla loro straordinaria capacità artigianale riuscirono a rendere umano un contesto non certo favorevole, peraltro dovendo fare i conti con una barriera linguistica pressoché insormontabile e trovando un impiego solo nelle mansioni più umili.

Il senso di disorientamento non riguardava solo gli armeni: gli stessi libanesi videro una zona disabitata e insalubre ai margini della città venire popolata da persone completamente estranee alla società libanese del tempo. Il fiorente sviluppo della capitale libanese, ed il successo delle attività  economiche degli armeni, permise agli abitanti di Bourj Hammoud di mutare radicalmente la propria condizione nel giro di qualche decennio. In seguito le buone possibilità di trovare un’occupazione fecero arrivare qui anche non pochi libanesi sciiti provenienti dalle zone più povere del sud del paese.

Nel corso del tempo l’urbanesimo informale che faceva assomigliare Bourj Hammoud alle periferie di molte città italiane venne gradualmente razionalizzato da una ristrutturazione complessiva che dette alle singole famiglie del quartiere un alloggio salubre e sufficientemente spazioso. Nonostante ciò restano ancora ben visibili le tracce della fondazione del quartiere.

La dimensione della comunità e la volontà di rendere le nuove generazioni consapevoli delle proprie radici ha spinto gli armeni di Beirut a costruire e far vivere chiese, scuole in lingua armena e centri culturali dentro e fuori Bourj Hammoud.

Ad Hamra, nel centro di Beirut, dalla metà degli anni ’50  ha sede l’università armena Haigazian,

costruita in ideale continuità con gli istituti armeni presenti in Anatolia e distrutti dai turchi durante il genocidio.

A Bourj Hommoud non si respira l’ostilità sociale che caratterizza altre zone di Beirut, sopratutto quelle più abbienti. Nel quartiere vivevano circa  100.000 persone tra armeni, libanesi e diverse comunità di immigrati asiatici e africani, ma con la crisi siriana sono arrivati qui ben 30.000 profughi siriani e armeno-siriani.

Alcuni dei profughi provenienti dalla Siria trascorrono qui solo qualche tempo, nell’attesa di ricongiungersi con amici e parenti delle grandi comunità armene in Europa, negli Stati Uniti e in Canada. Altri hanno messo radici già da qualche tempo.

Per le strade moltissimi manifesti ricordano uno dei sanguinosi conflitti esplosi dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica: la guerra scatenata contro gli armeni del Nagorno-Karabak. Ritornato recentemente alla ribalta delle cronache dopo le sue fasi di stallo: quello del Nagorno-Karabak è un conflitto mai risoltosi e a lungo ignorato dalla comunità internazionale.

Durante la guerra civile libanese la comunità armena si limito ad autodifendersi, con una posizione neutrale, che non gli risparmiò comunque lutti e sofferenze. Alle fine anni ’70, durante una delle fasi più critiche della guerra, la popolazione armena era l’unica ad essere rimasta estranea dal conflitto godendo della tutela internazionale dell’Unione Sovietica. A Beirut le milizie falangiste intendevano far diventare Bourj Hommoud un deposito di munizioni: di fronte al rifiuto armeno circondarono gli accessi al quartiere minacciando di bombardarlo.
A quel punto si racconta che a Bashir Gemayel, capo dei falangisti, arrivò una telefonata dell’allora Ambasciatore sovietico a Beirut Andrej Kolotosha, e che il diplomatico si rivolse a Gemayel con un’unica affermazione, senza aspettare risposte. “Se non volete capovolgere le sorti della vostra guerra, andate via da Bourj Hammoud”.
La telefonata fu sufficiente a convincere i falangisti a sciogliere l’assedio il mattino seguente.

 

Due occasioni per parlare della storia e delle tradizioni dell’Armenia (Histonium.net 17.08.16)

Il 18 agosto alle ore 18 presso l’Aula Convegni del Basilica Madonna dei Miracoli e il 19 agosto alle ore 20:30 presso le Casetta Santini di Casalbordino (versante nord adiacente la pineta), si parlerà della storia e delle tradizioni del popolo armeno.

Gli argomenti degli incontri saranno nello specifico rispettivamente “Italiani e Armeni, un rapporto poco conosciuto che dura da secoli” e “La mia Armenia: ritorno alle radici e incontri di pace”.

A presiedere entrambi gli appuntamenti interverrà la dott.sa Fimi Arakelian, portavoce della cultura armena, che ci parlerà delle tradizioni del suo popolo, ma avrà anche il gravoso compito di raccontarne il terribile massacro subito, non nascondendo “il profondo dolore che a tutt’oggi significa rievocarne la storia”.

Gli incontri, patrocinati dal Comune di Casalbordino, dalla Basilica-Santuario Santa Maria dei Miracoli di Casalbordino e dal Ristobar Finis Terrae di Casalbiordino Lido, saranno arricchiti dai reportage fotografici sul viaggio del Papa nel paese caucasico, un secolo dopo il genocidio che cancellò l’antica comunità cristiana.

armenia

Cittadini dei Paesi ex Urss valutano la vita prima e dopo il crollo del comunismo (Sputnik 17.08.16)

Secondo il sondaggio all’interno del progetto “Sputnik.Opinioni”, in 9 Paesi su 11 appartenuti all’Unione Sovietica gli abitanti di età superiore ai 35 anni ritengono che la qualità della vita nell’Urss era migliore rispetto a quella dopo il crollo dell’impero comunista.In Russia il 64% degli intervistati ha valutato la qualità della vita nell’Unione Sovietica migliore. In Ucraina sostiene questa idea il 60% degli intervistati, mentre le più alte percentuali di nostalgici della vita nell’Urss si registrano in Armenia (71%) e Azerbaigian (69%). Gli intervistati tra quelli che non ricordano la vita in URSS, di età compresa dai 18 ai 24 anni, ritengono al contrario che la vita è migliorata dopo il crollo dello Stato sovietico. In Russia la pensa in questo modo il 63% dei giovani intervistati. © Sputnik/ Era meglio prima? I dati sono stati ottenuti in base alle rilevazioni condotte dalle società di ricerca VTsIOM, M-Vector, GFK Kazakistan, Moreinfo e Qafqaz in 11 Paesi dell’ex URSS su commissione dell’agenzia stampa e radio Sputnik. In quasi tutti i Paesi, la maggior parte delle persone di età superiore ai 35 anni ritiene che in Unione Sovietica si viveva meglio: in Armenia i nostalgici sono al 71% contro il 23%, in Azerbaigian 69% contro 29%, in Russia 64% contro 28%, in Kazakistan 61% contro 27% in Ucraina 60% contro 23% in Kirghizistan 60% contro 30%, in Bielorussia 53% contro 28%, in Georgia 51% contro 46%. Solo i cittadini di Tagikistan (39% contro 55%) e Uzbekistan (4% contro 91%) oltre i 35 anni ritengono migliore la vita dopo il crollo dell’Urss. Gli intervistati (fino a 25 anni) che sono nati dopo o poco prima del crollo dell’Unione Sovietica sostengono che si viva meglio ora: in Armenia 48% contro 47% in Kirghizistan 48% contro 37% in Kazakistan 56% contro 35%, in Bielorussia 57 % contro 34%, in Georgia 79% contro 20% in Ucraina 39% contro 18%, in Russia 63% contro 25%, in Azerbaigian 68% contro 14%, in Tagikistan 84% contro 13% e in Uzbekistan 89% contro 5%.

Leggi tutto: http://it.sputniknews.com/mondo/20160817/3275623/Russia-sondaggio-Sputnik.html


Sondaggio in 11 Paesi dell’ex Urss: si stava meglio in Unione Sovietica

L’analisi, condotta dal Centro panrusso di studi dell’opinione pubblica, ha coinvolto 12.645 persone

[17 agosto 2016]

Urss

Secondo un sondaggio di Sputnik.Opinions, «la maggioranza degli abitanti dei Paesi dell’ex Unione Sovietica  di età oltre i 35 anni stimano che il livello di vita nell’Urss fosse più elevato che dopo il suo crollo». Il sondaggio è stato realizzato in 11 Paesi dell’ex Unione Sovietica dal Centro panrusso di studi dell’opinione pubblica (VTsIOM), M-Vector, Ipsos, Expert Fikri e Qafqaz  su richiesta dell’agenzia di informazione e radio Sputnik dal 4 luglio al 15 agosto 2016 ha coinvolto 12.645 persone.

Nella Russia di Putin, che ha mantenuto molti dei simboli e degli atteggiamenti autoritari dell’Urss ma non i suo stato sociale, il 64% delle persone che ha vissuto in epoca sovietica considera il livello di vita nell’Urss più elevato di quello attuale.  Perfino il 60% degli ucraini, il cui governo è apertamente anticomunista, anti-sovietico e anti-russo, dicono che nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche si viveva molto meglio di ora.  Quelli che hanno più nostalgia dello Stato sociale comunista sono gli armeni (71%) e i loro vicini-nemici dell’Azerbaigian, due Paesi divisi dal conflitto per il Nagorno Karabakh, dalla religione (cristiani gli armeni e musulmani gli azeri) e dall’energia, ma uniti nella nostalgia per i bei tempi dell’Urss, anche perché la qualità della loro democrazia non è aumentata di molto – soprattutto in Azerbaigian – dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

Solo in Tagikistan e Uzbekistan la maggioranza della popolazione pensa che la qualità della vita nel loro Paese sia considerevolmente  aumentata dopo la fine dell’Urss. Infatti, in questi problematici Paesi chi ha più di 35 anni pensa che per nell’attuale situazione di caos e pseudo-democrazia si stia meglio che ai tempi del comunismo: la pensano così il  55% dei tagiki (contro il  39% di nostalgici dell’Urss) e ben il 91% degli uzbeki (con solo il 4% che rimpiange lo Stato sovietico), ma in questi due Paesi giocano probabilmente motivazioni etniche e religiose già presenti in epoca comunista che sono molto più deboli negli altri Stati dell’ex Urss dell’Asia centrale, rimasti alleati di ferro di Mosca.

Il ricordo dell’Unione Sovietica sembra invece sbiadito nelle giovani generazioni: i giovani tra i 18 e i 24 anni, nati dopo la caduta dell’Urss pensano che la qualità della vita sia migliorata dopo il crollo del comunismo. E’ di questa opinione il 63% dei giovani russi, il 48% degli armeni e dei Kirghisi, il 56% dei kazaki, il 57% dei bielorussi, il 79% dei georgiani, il 60% degli ucraini, il 68% degli azeri, l’84% dei tagiki e degli uzbeki.

Una convinzione che non deriva spesso da un miglioramento “democratico” rispetto al regime sovietico, visto che molti di questi giovani post-sovietici vivono in Paesi che sono Stati autoritari, finte democrazie o vere e proprie dittature.

La nostalgia dell’Urss era già stata confermata ad aprile da un altro sondaggio VTsIOM, secondo il quale i due terzi dei russi volevano ripristinare l’Unione Sovietica, ma più che come entità politica l’Urss manca loro per cose molto concrete: la protezione dell’infanzia, le vittorie sportive, la mancanza di traffico automobilistico e i picnic in città, il cinema sovietico, le ragazze “senza grilli per la testa”, i prodotti sovietici sempre scarsi ma ora tornati di moda, l’architettura sovietica, il lavoro agricolo estivo per gli studenti, le grandi manifestazioni di massa pacifiche, i vecchi abiti russi spazzati via dagli ambiti jeans occidentali.

Più che nostalgia per il comunismo sembra nostalgia per la sicurezza, l’unità e la tradizione di un mondo che non c’è più, quando l’Unione Sovietica si spartiva il pianeta con gli Usa.

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Edo, dall’Armenia l’angelo della Casa degli angeli: “Imparavo l’italiano con Celentano” (Primonumero.it 16.08.16)

Anche a Ferragosto Varazdat Sargsyam (questo il suo vero nome), custode della struttura di via Monte San Gabriele, è stato alla mensa della Caritas insieme agli ospiti su cui veglia notte e giorno ormai da due anni. Dalla sua terra a Campobasso con la famiglia, dice dei molisani: “Siete accoglienti”

Campobasso. Varazdat Sargsyam. Con questo nome, che prese a 18 anni in ricordo di un fratello morto bambino, nessuno lo conosce. Ma, se lo si chiama Edoardo, alla Casa degli angeli “Papa Francesco” tutti sanno chi è.
51 anni, armeno, il custode dell’ex asilo di via Monte San Gabriele a Campobasso, che ospita il dormitorio e la mensa della Caritas, è molto amato. Sempre disponibile, per volere di don Franco D’Onofrio (il responsabile diocesano) è un vero e proprio tuttofare. L’ultima sua creazione è il giardino di fiori e spezie realizzato con grande fantasia nelle aiuole della struttura: scarpe e borse in disuso, cassette di legno recuperate qua e là, tutte colorate, ora ospitano azalee e gerani, basilico e rosmarino.
«Faccio ogni cosa con grande passione, per me è una vocazione – racconta Edoardo -. Ai migranti che passano di qui, soprattutto ai più giovani, dico sempre di non fare sciocchezze e di imparare qualcosa che possa aiutarli nel loro percorso, non di bivaccare. Anche quest’anno ho trascorso il mio Ferragosto alla mensa. Tra lasagne, bignè e tanta musica, insieme agli altri volontari, ho cercato di alleviare la solitudine degli ospiti. Lo scorso anno fu mia moglie a preparare i dolci, ma ora è in Armenia. Qui a Campobasso mi trovo molto bene, voi molisani non siete razzisti. Però ho il cuore pulito, mi sento cittadino del mondo e ho trasmesso questa convinzione ai miei due figli. Il primo parla ben cinque lingue e mantiene i rapporti via Skype con tutti i parenti sparsi nel mondo».
Sì, perché i membri della famiglia di Edo, è questo il diminutivo usato dagli amici che a volte lo chiamano anche san Edoardo, dall’Armenia sono emigrati un po’ ovunque. «Anni fa – continua – ho scelto di venire in Italia, per la precisione a Roma, perché la vostra storia antica mi ha sempre affascinato.

Ho cominciato a parlare italiano attraverso le canzoni di Celentano e Toto Cutugno. Però, restando in tema di cantanti, nel mio cuore c’è sempre Charles Aznavour».
Edoardo è riservato ma lascia trasparire grande emozione quando parla del suo Paese d’origine dove faceva il poliziotto. «Al giorno d’oggi – dice con fermezza –, con tutto quello che sta succedendo, ci vorrebbero più persone solidali come lui (sempre Aznavour, ndr) che, dopo il terremoto del 1988 che fece migliaia di vittime, ha praticamente ricostruito un’intera città. Dalle mie parti la situazione è difficile da sempre, e non è mai stata affrontata in maniera adeguata dalla politica internazionale. L’unica cosa che possiamo fare noi è ricordare. In Armenia, il genocidio viene tramandato di padre in figlio. Il 24 aprile commemoriamo la mattanza di un milione e mezzo di concittadini ad opera dell’Impero ottomano ma noi ricordiamo 365 giorni l’anno. La memoria resta il punto di partenza». (gv)

Il ritorno del Papa nel Caucaso, incontri con ebrei e musulmani (La Stampa 11.08.16)

Da oggi mancano 50 giorni per il ritorno di papa Francesco nel Caucaso: in concreto per la visita in Georgia il 30 settembre e 1° ottobre (41 ore) e poi in Azerbaigian il 2 ottobre (9 ore 45m). Dunque un pellegrinaggio lampo: 50 ore e 45m. Per raggiungere la capitale della Georgia il Papa dovrà coprire con l’aereo dell’Alitalia 2.668 km. Poi tra questa capitale e quella dell’Azerbaigian, Baku, ne coprirà altri 445 e, infine, per rientrare a Roma dalla capitale azera i chilometri da percorrere sono altri 3.105. In totale, andata e ritorno: 6.218 km. Questi due Paesi fanno parte della seconda tappa del pellegrinaggio pontificio nel Caucaso cominciato con il viaggio in Armenia dal 24 al 26 giugno 2016.

 

Lo stesso papa Francesco, nell’udienza giubilare del 30 giugno scorso, dopo il suo pellegrinaggio in Armenia, così ricordò i suoi impegni pastorali nelle Nazioni del Caucaso: «Nei giorni scorsi il Signore mi ha concesso di visitare l’Armenia, la prima nazione ad avere abbracciato il cristianesimo, all’inizio del quarto secolo. Un popolo che, nel corso della sua lunga storia, ha testimoniato la fede cristiana col martirio. Rendo grazie a Dio per questo viaggio, e sono vivamente grato al Presidente della Repubblica Armena, al Catholicos Karekin II, al Patriarca e ai Vescovi cattolici, e all’intero popolo armeno per avermi accolto come pellegrino di fraternità e di pace. Fra tre mesi compirò, a Dio piacendo, un altro viaggio in Georgia e Azerbaigian, altri due Paesi della regione caucasica. Ho accolto l’invito a visitare questi Paesi per un duplice motivo: da una parte valorizzare le antiche radici cristiane presenti in quelle terre – sempre in spirito di dialogo con le altre religioni e culture – e dall’altra incoraggiare speranze e sentieri di pace. La storia ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro. Proprio per questo il mio auspicio è che tutti e ciascuno diano il proprio contributo per la pace e la riconciliazione. Come cristiani siamo chiamati a rafforzare tra noi la comunione fraterna, per rendere testimonianza al Vangelo di Cristo e per essere lievito di una società più giusta e solidale. Per questo tutta la visita è stata condivisa con il Supremo Patriarca della Chiesa Apostolica Armena, il quale mi ha fraternamente ospitato per tre giorni nella sua casa. Rinnovo il mio abbraccio ai Vescovi, ai sacerdoti, alle religiose e ai religiosi e a tutti i fedeli in Armenia. La Vergine Maria, nostra Madre, li aiuti a rimanere saldi nella fede, aperti all’incontro e generosi nelle opere di misericordia».

 

Una visita del Papa con un programma particolare

In queste due antiche Nazioni caucasiche, i cattolici sono pochissimi, ma mentre la Georgia è a maggioranza cristiana (gli ortodossi sono il 54%) l’Azerbaigian è a maggioranza musulmana (63% sciiti e 33% sunniti – Totale: 96%).

 

Occorre tenere conto di questi dati statistici e delle parole del Papa riportate sopra (udienza del 30 giugno scorso) per capire perché i programmi delle visite di papa Francesco sono un po’ particolari.

 

Georgia  

Venerdì 30 settembre, papa Francesco, dopo il benvenuto nell’aeroporto internazionale di Tbilisi-Novoalexeyvka, nell’arco della giornata avrà quattro incontri. Prima con il presidente, Giorgi Margvelashvili, in carica dal 17 novembre 2013, leader del Partito Sogno georgiano, eletto con il 62% dei voti. Seguirà l’incontro di Francesco con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico nel cortile del palazzo presidenziale. Poi ci saranno due momenti religiosi molto importanti: l’incontro con Ilia II, Catholicos e patriarca di tutta la Georgia nel palazzo del patriarcato e l’incontro con la comunità assiro-caldea nella chiesa cattolica caldea di S. Simone Il Tintore (il calzolaio).

 

Elia II (Vladikavkaz, 4 gennaio 1933) è l’attuale primate della Chiesa apostolica autocefala ortodossa georgiana ed è in carica dal 1977. Possiede i titoli di Catholicos Patriarca di tutta la Georgia, Arcivescovo di Mtskheta e Tbilisi e Vescovo metropolita di Abcasia e Bichvinta.

 

La storica comunità assiro-caldea in Georgia negli ultimi tempi ha accolto nuovi profughi fuggiti dalle zone controllate dall’Isis soprattutto in Iraq.

 

Il 1° ottobre, papa Francesco, nello stadio Mikheil Meskhi, Tbilisi, presiederà la prima Celebrazione eucaristica delle due previste in questo viaggio e poi ci saranno l’incontro con sacerdoti, religiose e religiosi nella chiesa dell’Assunta e l’incontro con gli assistiti e con gli operatori delle opere di carità della Chiesa davanti al «Centro di assistenza» dei Camilliani. I primi missionari camilliani giungono a Tbilisi nel 1998 su invito di papa san Giovanni Paolo II, il quale affida loro la conduzione di un poliambulatorio situato alla periferia Temka della capitale Tbilisi.

 

Seguirà il trasferimento di papa Francesco a Mskheta per una visita alla cattedrale patriarcale Svietyskhoveli, reintegrata recentemente al «Patrimonio Unesco». Mskheta è una delle più antiche città della Georgia nella regione di Mtskheta-Mtianeti e si trova nella provincia storica di Kartli, vicino a Tbilisi. La Città fu la capitale del regno di Georgia fra il III secolo a.C. e il V secolo d.C. Qui i georgiani si convertirono al cristianesimo nel 317 e Mtskheta rimane la città in cui ha sede la Chiesa ortodossa e apostolica georgiana. A Mskheta si trovano numerosissimi edifici molto antichi, entrati a far parte nel 1994 dell’elenco dei «Patrimoni dell’umanità dell’Unesco». Fra questi edifici vale la pena ricordare: la cattedrale di Svetitskhoveli (dell’XI secolo), il monastero di Jvari (VI secolo), la fortezza di Armaztsikhe (III secolo a.C.), l’acropoli (con costruzioni del I millennio a.C.), oltre ad altri edifici di culto di quasi 2mila anni fa.

 

Domenica 2 ottobre nell’aeroporto Internazionale Tbilisi-Novoalexeyvka, papa Francesco, si congederà dalle autorità e raggiungerà Baku, la capitale dell’Azerbaigian.

 

Azerbaigian  

Il 2 ottobre la cerimonia di benvenuto si svolgerà presso l’aeroporto internazionale Baku-Heydar Aliyev. Subito dopo, il Santo Padre presiederà la seconda Eucaristia di questo pellegrinaggio e sarà presso la chiesa dell’Immacolata nel Centro salesiano a Baku, dove dal 18 ottobre 2015 ci sono anche le Figlie di Maria Ausiliatrice. Dopo il pranzo nella Casa dei Salesiani ci sarà la visita di cortesia al presidente della Repubblica, Ilham Aliyev, nel palazzo presidenziale di Genclik. Seguirà l’incontro con le autorità nel Centro Heydar Aliyev. Il Presidente, nato il 24 dicembre 1961, è in carica dal 2003. È figlio del terzo presidente dell’Azerbaigian Heydar Aliyev. I risultati ufficiali delle elezioni del 15 ottobre 2003 hanno assegnato la vittoria a Ilham Aliyev, che ha ottenuto il 76,84% dei voti. Tuttavia l’opposizione si è rifiutata di accettare i risultati dello scrutinio organizzando manifestazioni di protesta. Le proteste sono state scatenate dalle accuse di corruzione e di brogli elettorali.

 

Prima del congedo, previsto per le 19,15 (ora locale), il Santo Padre avrà tre incontri privati importanti: con lo sceicco dei musulmani del Caucaso nella moschea Heydar Aliyev, Hadji Allahchukur Pachazadeh, con il vescovo ortodosso di Baku, Alessandro, e con il presidente della Comunità ebraica, Shneor Segal.

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YOUTUBE Rio 2016, sollevamento pesi: atleta armeno si spezza gomito (Blitz Quotidiano 11.08.16)

RIO DE JANEIRO – Durante la gara di sollevamento pesi valida per le Olimpiadi di Rio 2016, l’atleta armeno Andranik Karapetyan, mentre cercava di sollevare 195 kg, il braccio sinistro non ha retto lo sforzo e si è spezzato. Il grido di dolore dell’armeno ha riempito il palazzetto dov’era in corso la gara; anche i suoi allenatori si sono accorti del dramma che stava vivendo il loro atleta. Stessa cosa ha fatto la regia che, dopo qualche secondo ha staccato dall’inquadratura stretta passando ad una a campo largo.

Le immagini della frattura sono impressionanti. Un video su YouTube documenta a pieno quello che è accaduto.

Non è la prima volta che il sollevamento pesi regala infortuni o situazioni difficili. A gennaio, in una palestra in un luogo non precisato, un bodybuilder ha fatto crollare tutto. La sua performance è stata disastrosa: l’uomo sistema sulla barra per il sollevamento pesi almeno otto dischi in ognuna delle due estremità. Il peso è però un po’ troppo e l’omone del filmato, si appoggia il carico sulle spalle senza farcela a tenersi in equilibrio. E così poco dopo gli crolla tutto a terra. Non si sa dove sia stato girato questo filmato pubblicato dal Daily Mail che intanto è diventato virale.

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Junior Eurovision 2016, Anahit Adamyan e Mary Vardanyan per l’Armenia (Eurofestivalnews.com 11.08.16)

Saranno  le tredicenni Anahit Adamyan e Mary Vardanyan a rappresentare la tv armena al prossimo Junior Eurovision Song Contest, in programma il 20 novembre al Mediterranean Center di La Valletta, sull’Isola di Malta. La loro canzone sarà selezionata in autunno.

Anahit Adamyan e Mary Vardanyan

Si tratta di due ragazzine che hanno dalla loro già una notevole esperienza, nonostante l’età: Anahit Adamyan, nata in Russia a Sochi da una famiglia armena, ha preso parte nel 2013 alla versione russa di The Voice Kids e poi a The Battle of Talents. Mary Vardanian è stata invece lanciata lo scorso anno dal concorso Renaissance International Music Festival, dal quale è uscita vincitrice.

L’Armenia si è imposta nel 2010 con Vladimir Arzumanyan, giovane cantante della regione contesa con gli azeri del Nagorno Karabakh ed ha poi ospitato la rassegna l’anno dopo a Erevan. Ma è uno dei paesi col palmares più alto: vanta anche tre secondi posti dei quali uno proprio l’anno scorso e due terzi posti in nove partecipazioni dal 2007 ad oggi.

Al momento i paesi paesi iscritti sono 13:Albania (con Klesta Qehaja),  Armenia, Bielorussia, Bulgaria (con Lydia Ganeva), Cipro, Irlanda, Italia (che sceglierà internamente),  Macedonia (con Martija Stanojkovic),  Malta (con  Christina Magrin), Paesi Bassi (con le Kisses), Polonia (che torna dopo 12 anni di assenza),  Russia e Ucraina. Non ci sarà invece  quest’anno San Marino.

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Russia-Armenia, Putin incontra oggi il presidente Sargsyan (Sputnik 10.08.16)

Colloquio oggi a Mosca fra il presidente russo e il proprio omologo armeno. Focus su cooperazione bilaterale in materia di politica, commercio, impegno umanitario e integrazione eurasiaticaIl Cremlino ha annunciato che il presidente armeno Serzh Sargsyan sarà oggi a Mosca per incontrare il presidente russo Vladimir Putin. Nel corso dell’incontro, i due leader discuteranno delle più urgenti questioni regionali e internazionali e delle attività di cooperazione bilaterale in materia di politica, commercio, impegno umanitario e ulteriore integrazione eurasiatica. La visita del presidente armeno, che è stato invitato da Putin, arriva due giorni dopo quella del presidente russo a Baku, la capitale dell’Azerbaijan, dove ha incontrato il proprio omologo azero Ilham Aliyev.

Leggi tutto: http://it.sputniknews.com/politica/20160810/3251248/russia-armenia-putin.html

Il nuovo Risiko di Erdogan e Putin (Lastampa.it 09.08.16)

ASPETTATIVE DI MOSCA

Una “Grande Eurasia” sotto la guida del Cremlino

Gas, Siria, e il sogno molto ambizioso di una «Grande Eurasia» guidata da Mosca, uno spazio regionale integrato dall’Iran alla Turchia che rompa l’asse, presente o futura, dei Paesi della regione con Nato e Ue.

 

Basta guardare l’agenda di Putin di questi giorni, per capire che l’incontro di oggi a San Pietroburgo con Erdogan non serve solo a ristabilire i rapporti diplomatici ed economici Russia-Turchia dopo mesi di gelo. Ma è un segnale all’Occidente, che vuol mostrare dove tira il vento: cioè che la politica di isolare la Russia non sta funzionando. Entrambe economie in difficoltà, Ankara ai ferri corti con Usa e Ue dopo il golpe, Putin emarginato dopo la Crimea punta ad attrarre Erdogan nell’orbita russa. Da una posizione di forza, è stato il turco a chiedergli scusa, anche se Putin non l’ha ancora perdonato per il caccia abbattuto.

 

Ieri il capo del Cremlino è volato a Baku per il primo vertice trilaterale col presidente dell’Azerbaijan Aliyev e Hassan Rouhani dall’Iran. Obiettivo: creare un nuovo «triangolo del Caspio», che non può prescindere dalla Turchia.

 

Erdogan da Putin, sfida all’Occidente

Ci sono i rapporti economici tra Turchia e Russia in cima all’agenda dei colloqui di oggi tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – che lascia per la prima volta Ankara dal fallito golpe del 15 luglio – e il suo omologo russo Vladimir Putin a San Pietroburgo. Primo incontro dalla crisi diplomatica esplosa nel novembre dello scorso anno, quando un F-16 turco ha abbattuto un jet militare russo che dalla Siria era entrato nel territorio della Turchia, quello di oggi tra Erdogan e Putin rappresenta il coronamento di sforzi diplomatici di mesi per ricucire i rapporti tra i due Paesi.

 

I gasdotti

Al centro Siria ed energia: il corridoio di trasporto internazionale Nord-Sud, (7200 Km, via Baku collegherebbe merci da India, Iran, Golfo, Russia e poi Europa settentrionale e occidentale). Putin vorrebbe «doppiarlo» con quello energetico, un gasdotto Mosca-Baku-Teheran che si oppone al corridoio Sud (Est-Ovest) da Baku alla Turchia voluto dalla Ue per ridurre la dipendenza dall’energia russa. Finora Ankara lo ha preferito al Turkish Stream con Mosca, ma ieri il Sultano con un cambio di passo, si è detto «pronto subito a compiere passi verso la realizzazione del progetto». Scopo russo è far pressione sui leader Ue perché diano il via libera a un altro gasdotto molto più importante per Mosca, il Nord Stream-2.

 

In cambio, il Cremlino offre a Erdogan un inedito, quanto peregrino, patto sunnita-sciita. «Con Putin vogliamo aiutare Erdogan a creare buone condizioni e risolvere i problemi in modo che possa prendere la decisione giusta. Vale per Iraq e Siria», ha annunciato il vice degli Esteri iraniano Rahimpur. Con Mosca intanto, fa sapere Teheran, «la nostra partnership è sempre più strategica»: collaborano in Siria nel sostenere Assad, e Putin ha proposto un prestito di 2.2 miliardi di euro all’Iran e nuove centrali nucleari e termoelettriche. La Russia spera di creare una zona di libero scambio tra l’Unione economica Eurasiatica (Russia, Kazakhstan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan) e Teheran. E spera di coinvolgervi la Turchia.

 

Il fronte siriano

Ancora più difficile trovare convergenze sulla Siria. Erdogan insiste sulla cacciata di Assad, ma ora che Mosca è in vantaggio sul campo nella guerra, potrebbe convincere il Sultano a ottenere in cambio una attenuazione dell’appoggio russo ai curdi di Siria. Infine domani 10 agosto, ultima tappa della maratona diplomatica, a Mosca Putin ha invitato il presidente dell’alleata Armenia Serzh Sargsyan. Pare voglia fare da paciere per il conflitto sul Nagorno Karabakh: «Ci adopereremo per aiutare Armenia e Azerbaigian a trovare una soluzione». Soluzione impossibile senza Ankara, alleato di Baku.

 

 

LE RICHIESTE DI ANKARA

Gas, accordi economici e patto anti curdi in Siria

Il presidente della Repubblica turca, Recep Tayyip Erdogan, lascia per la prima volta il Paese dal golpe fallito dello scorso 15 luglio e, dato significativo, come destinazione non ha scelto né l’Unione europea, né gli Stati Uniti, ma la Russia di Vladimir Putin. Proprio ieri, all’agenzia russa Tass, il capo di Stato di Ankara ha parlato di «nuovo inizio». «Nei colloqui con il mio amico Vladimir – ha dichiarato Erdogan – credo che si aprirà una nuova pagina nelle relazioni bilaterali». Sembrano lontani anni luce le tensioni di qualche mese fa, quando il presidente turco aveva reagito con rabbia alle parole del Capo del Cremlino, che aveva accusato lui e la sua famiglia di commerciare petrolio proveniente dai territori controllati dallo Stato islamico. La visita di oggi potrebbe vedere la nascita di un nuovo asse destinato a pesare sulla geopolitica di tutta la regione.

 

La via della seta

Quello che oggi planerà a San Pietroburgo è un Recep Tayyip Erdogan pieno delle migliori intenzioni, ma anche molto determinato: si presenterà al cospetto di Putin con il sorriso, ma non certo con il cappello in mano. Il Capo di Stato di Ankara sa perfettamente che il ripristino delle relazioni economiche ai livelli precedenti l’abbattimento del caccia russo dello scorso 24 novembre conviene a entrambi. Se la Mezzaluna infatti rischia un danno da quasi 10 miliardi di dollari, anche per Mosca, secondo partner commerciale della Turchia, significherebbe una boccata di ossigeno. C’è poi una proiezione comune sui mercati dell’Asia Centrale e dell’Estremo Oriente. Ankara sembra sempre più ansiosa di entrare di forza, anche per diminuire la dipendenza dall’Europa e dagli Stati Uniti, che con i loro investimenti rappresentano i maggiori finanziatori del boom economico del Paese.

 

Un nuovo Mediterraneo

Ma i punti più caldi dell’incontro fra i due capi di Stato riguarda l’agenda internazionale. Il vero motivo degli ultimi dissapori fra Ankara e Mosca ha un nome solo: Siria. Più volta Vladimir Putin aveva messo in guardia Erdogan in persona dall’immischiarsi negli affari di Damasco. Il presidente turco non gli ha dato retta e oltre a non aver ottenuto la caduta di Bashar al-Assad, la destabilizzazione della Siria si è tradotta in un flusso di rifugiati sul territorio nazionale che ormai sfiora i tre milioni e che nonostante l’accordo con l’Unione europea sta creando non pochi problemi di ordine interno ed economico. Erdogan porta in dote a Putin un Paese sotto il suo stretto controllo, forze armate incluse, ma soprattutto la buona volontà di ricucire con l’ingombrante vicino. Ma, anche in questo caso, è pronto a chiedere in cambio un adeguato compenso. Sono almeno due le richieste che Erdogan metterà sul piatto in cambio di vedere Assad rimanere al suo posto. La prima è garantire l’indivisibilità del suolo siriano. Questo significherebbe impedire la formazione di una regione autonoma controllata dai curdi sul modello di quella irachena, che potrebbe dare vita a nuove rivendicazioni nella minoranza che vive sul suolo turco e che ha già molte tensioni all’attivo con il governo di Ankara. La seconda è indulgenza nei confronti del Fronte Al-Nusra, una delle realtà dell’opposizione siriana contro Assad, recentemente uscito da Al Qaeda.

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Armenia, una terra “vivente” (Osservatorio Balcani e Caucaso 08.08.16)

Una guida appassionata e competente che offre strumenti per comprendere meglio l’Armenia e il piacere di conoscere qualcosa in più di questa terra antica che ha saputo conservare nei secoli la sua unicità

08/08/2016 –  Roberta Bertoldi

Dal 2014 Simone Zoppellaro racconta ai lettori di OBC Transeuropa quel che accade in Armenia. Scorrendo l’archivio dei suoi articoli si ritrova il filo di un passato importante e difficile, ma anche l’attualità di un paese che oltre a tramandare la memoria affronta nuovi problemi e sfide, come le difficoltà economiche, la crisi interna politica, la mancanza di opportunità lavorative per i giovani e il conflitto in Nagorno Karabakh.

Una parte di questi articoli, insieme al lavoro svolto da Zoppellaro per Il Manifesto, si trova raccolto nella sua nuova pubblicazione “Armenia oggi – Drammi e sfide di una nazione vivente” uscita nel giugno 2016 per la casa editrice Guerini e Associati. Un libro agile da leggere, che si fregia della prefazione della scrittrice Antonia Arslan.

Il racconto di Simone Zoppellaro prende avvio fuori dall’Armenia e precisamente in Iran snodandosi poi attraverso molti luoghi, perché l’Armenia è molto più di un paese: è la Repubblica d’Armenia di oggi, ma è anche la Grande Armenia del passato che si estendeva tra mar Nero, Caspio e Mediterraneo, è la diaspora del suo popolo sparso in tutti i continenti, e il feroce fronte di una guerra dimenticata in Nagorno Karabakh.

Filo rosso che lega i capitoli del volume è il 2015, l’anno del centenario del Genocidio armeno che ha portato il 24 aprile nella capitale Yerevan le diplomazie estere e centinaia di migliaia di armeni per ricordare quell’evento terribile noto come Metz Yeghern, il “Grande Crimine”. Si parla di questo anniversario e del peso del negazionismo, ma non manca nel libro l’eccitante “urlo rock contro il Genocidio“ lanciato dai System of a Down, famosa band rock armeno-americana che ha concluso il suo tour “Wake up the souls” proprio a Yerevan nella notte tra il 23 e 24 aprile.

Armenia oggi

ARMENIA OGGI
DRAMMI E SFIDE DI UNA NAZIONE VIVENTE

di Simone Zoppellaro
Ed: Guerini e Associati

Il 2015 è stato per l’Armenia anche l’anno di un’ondata di proteste senza precedenti, battezzata con il nome “Electric Yerevan” perché scoppiata a seguito dell’aumento, del 16%, delle bollette elettriche da parte dell’azienda russa che gestisce la fornitura d’elettricità nel paese. Zoppellaro inquadra questo momento difficile, l’insorgere del malcontento e delle proteste, fino alla repressione da parte della polizia. Questa vivace esperienza è conseguenza dell’Armenia di oggi, vitale e colta, ma estremamente povera, dove pochi oligarchi detengono un patrimonio stimato in circa la metà del PIL nazionale mentre oltre il 40% della popolazione è costretta a vivere con meno di due dollari al giorno.

L’Armenia di oggi è anche il paese di approdo di migliaia di profughi che giungono dalla Siria. Attualmente la piccola repubblica transcaucasica ne ospita circa 20mila. Nel libro l’autore racconta questo nuovo terribile esodo e la sorprendente disponibilità degli armeni ad accogliere le vittime di questo conflitto.

Non manca nel libro un costante sguardo a quel fazzoletto di terra conteso da oltre 20 anni tra Armenia e Azerbaijan, il Nagorno Karabakh. Un conflitto definito spesso “congelato” o “a bassa intensità” che però nell’aprile di quest’anno ha registrato una feroce recrudescenza. Zoppellaro è stato in quelle trincee al fronte dove i giovani consumano i migliori anni della loro vita e scrive la sua preoccupazione ora che più che mai la pace tra Armenia e Azerbaijan pare lontana.