Bosco Sacro – Live at Chiesa Armena (Impatto Sonoro 18.04.25)

C’è un punto, nel tempo e nello spazio, in cui la musica smette di essere intrattenimento e si trasfigura in rito. In quel punto dimora “Live at Chiesa Armena”, il nuovo, necessario album dei Bosco Sacro, quartetto italiano che pare suonare non strumenti ma elementi: fuoco, vento, pietra, spirito.

Registrato nella cappella cinquecentesca di una villa immersa nel silenzio arcano del nord-est italiano, questo disco è un documento che cattura l’essenza di un respiro collettivo che attraversa i corpi e si fa suono. C’è una tensione sacra in ogni brano, una liturgia profana che unisce la solennità degli Swans alla sospensione eterea dei Cocteau Twins, passando per l’abissale bellezza dei Dead Can Dance.

La voce di Giulia Parin Zecchin, evoca. È un richiamo ancestrale, a tratti madre, a tratti spettro, che fluttua tra le chitarre dilatate e oblique di Paolo Monti e Francesco Vara. Le loro corde non tremolano: si aprono come crepe nella terra, lasciando emergere paesaggi interiori devastati e fertili. Luca Scotti, con la batteria, sembra scandire il tempo di un cuore collettivo che batte lento, profondissimo, quasi geologico.

L’apertura con The Future Past è già un varco dimensionale: un lento dischiudersi dell’aria, in cui strati di suono si accartocciano come foglie d’autunno sul pavimento di una cattedrale abbandonata. Il tempo si dilata, si torce, si spezza – come in un sogno lucido da cui non si vuole più uscire. Dong Dee emerge invece come un battito sciamanico nel sottobosco: un incantesimo ritmato da pulsazioni tribali e riflessi acustici, dove ogni eco sembra un richiamo da un’altra epoca, o forse da un’altra vita. Una danza delle ombre che si chiudono in cerchio. Undertow è una discesa ipnotica, una corrente sotterranea che cattura e trascina dolcemente verso l’ignoto. Più che un brano, è una carezza scura, che consola mentre inghiotte.

Le tracce tratte da “Gem”, illuminate ora dalla luce obliqua di questa nuova incarnazione dal vivo, non sono semplicemente reinterpretazioni: sono metamorfosi. E Bosco Sacro, emblema e sigillo del progetto, si innalza come una liturgia selvaggia, un canto devoto al ciclo eterno di distruzione e rinascita.

Ma è nella scelta del luogo, nella sua riverberante sacralità, che il gruppo compie il suo gesto più radicale: registrare il presente come se fosse già memoria. Lì, ogni nota è intrisa di spazio, ogni silenzio è una presenza. Il pubblico – mai invadente – sembra respirare con la band, testimone silenzioso di un’esecuzione che è anche esorcismo, trasmutazione, dono.

“Live at Chiesa Armena” si attraversa come una foresta in sogno, a piedi nudi, con il cuore in ascolto. È per chi ha bisogno di ricordare che la musica può ancora essere un luogo, un cammino, una soglia.

Ascoltatelo al buio. A occhi chiusi. In silenzio profondo.

È lì che il Bosco si manifesta.

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La Giornata della Memoria del popolo armeno a 110 anni dal crimine del primo genocidio del XX Secolo (Korazym 17.04.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 17.04.2025 – Vik van Brantegem] – 24 aprile ricorre la Giornata della Memoria del popolo armeno, che in tale data ricorda l’inizio di uno dei più atroci crimini contro l’umanità: il genocidio del 1915. A Roma la Cerimonia di commemorazione del 110° anniversario del genocidio armeno si svolgerà mercoledì 23 aprile 2025 alle ore 19.15 presso il Giardino del Genocidio Armeno in piazza Augusto Lorenzini di Roma (quartiere Portuense), alla presenza dei Responsabili delle Chiese Armene, delle rappresentanze diplomatiche della Repubblica di Armenia presso il Quirinale e presso la Santa Sede, oltre ad esponenti del mondo politico, diplomatico, ecclesiastico e della società civile. Insieme condanneranno ogni violenza, e ribadiranno il NO alle guerre e al negazionismo e il SÌ al rispetto dei diritti fondamentali di ogni essere umano.

 

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Giorno del Ricordo per il genocidio armeno con Amerikatsi di Michael Goorjian (Comune Venezia 17.04.25)

Mercoledì, 23 Aprile, 2025

Scarica la programmazione dal 17 al 23 aprile 2025

 

Mercoledì 23 aprile, alle ore 19 al Rossini, è in programma la prima veneziana di Amerikatsi di Michael Goorjian; il film sarà presentato da Minas Lourian, Direttore del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena. L’evento rientra nel programma delle celebrazioni del Giorno del Ricordo per il genocidio armeno, organizzato dal Comune di Venezia.

 

Amerikatsi di Michael Goorjian scivola sul filo della commedia e del dramma con la storia di Charlie Bakhchinyan sfuggito da bambino al genocidio armeno.

Nel 1948 Charlie è un americano tornato volontariamente in Armenia, la patria dalla quale era scappato nel 1915. In quello che era stato l’Impero Ottomano, ora regna il comunismo e Charlie si ritrova rocambolescamente in una prigione sovietica. Nella sua cella, però, c’è una finestra dalla quale può osservare l’appartamento di fronte e, attraverso le scene di vita quotidiana che si svolgono al suo interno, scoprire la ricchezza e la vivacità della vita e della cultura armena. Per molti anni quella vista sarà per lui il mondo intero.

La prima veneziana del film Amerikatsi di Michael Goorjian sarà al Rossini mercoledì 23 aprile alle ore 19; il film sarà presentato da Minas Luorian; proiezione in versione originale con sottotitoli italiani.

Per restare aggiornati sulla programmazione dei film e degli eventi di Circuito Cinema Venezia, completi di trame e trailer, e per acquistare comodamente i biglietti, invitiamo gli spettatori a collegarsi al sito https://www.circuitocinemavenezia.it/

Sempre attivo anche il servizio WhatsApp per ricevere gli aggiornamenti su tutta la programmazione di Circuito Cinema Venezia: è sufficiente memorizzare il numero 342 761 1875 e inviare un messaggio WhatsApp contenente Nome + Cognome + Circuito Cinema.

È disponibile il canale Telegram Circuito Cinema Venezia, con la possibilità di iscriversi e seguire gli aggiornamenti sulla programmazione cinematografica.

Grazie per l’attenzione. 

Vi aspettiamo al Rossini! 

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IL GENOCIDIO ARMENO RACCONTATO DA VITTORIO ROBIATI BENDAUD (Opinione 17.04.25)

Vittorio Robiati Bendaud ha firmato un importante saggio sulla tragedia armena. Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno, edito da Liberilibri, preceduto da un testo introduttivo curato da Paolo Mieli, racconta e analizza la storia e le cause di questo colossale dramma, ma ne mostra anche la bruciante attualità. Il genocidio armeno infatti è “tuttora in essere” nonostante un “negazionismo, magistralmente perseguito e realizzato”, scrive l’autore. Un negazionismo che è “parte costitutiva, anzi “essenziale” del processo genocidario”, ribadisce Mieli, e che “ha permesso, ai nostri giorni, il riattivarsi di politiche belliche contro gli armeni”. Il Metz Yeghérn, o il grande male, consumatosi fra il 1915 e il 1921 e finalizzato all’annientamento della popolazione armena, è stato definito il peccato originale del Novecento.

Da allora fino ai nostri giorni, la Repubblica di Turchia, erede diretta dell’Impero ottomano, non è stata sanzionata né punita, come invece è accaduto alla Germania alla fine della Prima guerra mondiale, né tantomeno obbligata a fare i conti con la propria tenebra genocidaria, com’è avvenuto in seguito alla caduta del nazismo. Gli armeni sono tuttora sotto l’attacco di Ankara e di Baku, sono vittime di pulizia etnica e di etnocidio nei territori dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh) nel silenzio quasi assoluto del mondo libero. Funzionale alle antiche e nuove politiche antiarmene è appunto un inquietante e mostruoso negazionismo del Metz Yeghérn perdurante da oltre un secolo. Tale negazionismo, “di Stato” in Turchia e in Azerbaigian, trova ora insidiosa sponda anche in Occidente grazie a politicigiornalisti e intellettuali compiacenti e a finanziamenti a dipartimenti accademici.

(*) Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno di Vittorio Robiati Bendaud, con saggio introduttivo di Paolo Mieli, Liberilibri 2025, Collana Altrove, 216 pagine, 18 euro

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GeopoliticaIl premier armeno: pronti a firmare la pace con l’Azerbaigian (Renovatio21 17.04.25)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha annunciato che Yerevan è pronta a firmare un accordo di pace con l’Azerbaigian e contemporaneamente a sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE, un formato di mediazione ormai defunto per il conflitto del Nagorno-Karabakh.

La dichiarazione fa seguito alla decennale disputa tra le due ex repubbliche sovietiche sulla regione del Karabakh. L’Azerbaigian ha ripreso il controllo del territorio nel 2023, provocando la partenza della rimanente popolazione di etnia armena e lo scioglimento della sua amministrazione separatista. Da allora, Baku ha chiesto lo scioglimento formale del Gruppo di Minsk, istituito nell’ambito dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), come condizione per la firma di un accordo di pace.

Parlando martedì al parlamento armeno, Pashinyan ha affermato che Yerevan «comprende l’agenda dell’Azerbaigian in merito allo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE. In effetti, se stiamo chiudendo il capitolo sul conflitto del Nagorno-Karabakh – e lo stiamo facendo – allora qual è lo scopo di un formato che si occupi della sua risoluzione?»

Pashinyan ha aggiunto che l’Armenia è pronta a formalizzare entrambi i passaggi contemporaneamente. «Proponiamo di firmare l’accordo di pace e di sciogliere contemporaneamente il Gruppo di Minsk dell’OSCE, il che significa la firma di entrambi i documenti lo stesso giorno», ha affermato.

I funzionari azeri hanno dichiarato in precedenza che qualsiasi accordo di pace dovrà includere lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE e modifiche alla costituzione armena, che a loro dire conterrà rivendicazioni territoriali nei confronti di Baku.

Il Gruppo di Minsk, presieduto congiuntamente da Russia, Francia e Stati Uniti, è stato istituito nell’ambito dell’OSCE negli anni Novanta. È rimasto in gran parte inattivo dopo la guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 e l’operazione militare azera del 2023 che ha ripristinato il controllo di Baku sulla regione.

Nel 2022, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha riconosciuto che il Gruppo di Minsk dell’OSCE aveva di fatto cessato di funzionare su iniziativa di Stati Uniti e Francia. La risoluzione del conflitto del Nagorno-Karabakh è stata quindi realizzata principalmente attraverso contatti diretti tra i leader di Russia, Azerbaigian e Armenia, ha aggiunto.

In precedenza, anche il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan aveva dichiarato ai giornalisti che Yerevan e Baku si erano riconosciute reciprocamente l’integrità territoriale in base ai rispettivi confini al momento del crollo dell’Unione Sovietica. Ha descritto l’attuale versione del trattato di pace come «una questione storica».

Secondo Mirzoyan, le consultazioni per la firma del trattato dovrebbero iniziare presto, anche se non ha fornito né una data né un luogo.

Come riportato da Renovatio 21, l’esodo degli armeni dell’Artsakh (così chiamano l’area del Nagorno-Karabakh) a seguito dell’invasione nell’énclave delle forze azere arriverebbe a contare 100 mila persone, in una zona dove la popolazione armena ha un numero di poco superiore. Le immagini del corridoio di Lachin intasato da vetture di famiglie che fuggono sono a dir poco impressionanti.

Il primo ministro Pashinyan, cedendo alle lusinghe dell’Ovest, ha irritato giocoforza la Russia, che è l’unico Paese che si era impegnato davvero per la pace nell’area. Mosca non può aver preso bene né le esercitazioni congiunte con i militari americani (specie considerando che Yerevan aderisce al CSTO, il «Patto di Varsavia» dei Paesi ex sovietici) né l’adesione dell’Armenia alla Corte Penale Internazionale, che vuole processare Putin.

Bisogna aggiungere anche i rapporti dell’Occidente con Baku, considerato un fornitore energetico affidabile e ora piuttosto necessario all’Europa privata del gas russo. L’Azerbaigian è una delle ex repubbliche sovietiche ritenute più strategicamente vicine all’Occidente: si consideri inoltre le frizioni con l’Iran e quindi il ruolo nel contenimento degli Ayatollah.

Dietro all’Azerbaigian vi è l’appoggio sfacciato della Turchia e, si dice, quello militare-tecnologico di Israele. È stato detto che la Turchia avrebbe impiegato nell’area migliaia di mercenari siriani ISIS per combattere contro i cristiani armeni.

Come riportato da Renovatio 21, il clan Erdogan farebbe affari milionari in Nagorno-Karabakh e la Turchia, come noto, è già stata accusata di genocidio per il massacro degli armeni ad inizio Novecento.

Baku invece accusa la Francia di essere responsabile dei nuovi conflitti con l’Armenia. Il dissidio tra i due Paesi è arrivato al punto che il ministro degli interni di Parigi ha accusato l’Azerbaigian di aver avuto un ruolo nelle recenti rivolte in Nuova Caledonia.

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L’università vaticana e quel convegno che nega gli armeni (Ilfattoquotidiano 17.04.25)

Il 10 aprile scorso la Pontificia università Gregoriana di Roma ha ospitato un convegno dal titolo Christianity in Azerbaijan: History and Modernity, organizzato dall’ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede. A questo incontro a porte chiuse, tenuto segreto, sono stati invitati vari rappresentanti del mondo accademico, ma nessuno studioso armeno né ricercatori esperti di cose armene. […]

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La propaganda anti-armena dell’Azerbaigian infiltra il Vaticano (Tempi 16.04.25)

Gli armeni sono oggi la cartina di tornasole di quanto i paesi del mondo cristiano e democratico siano realmente coerenti con i loro valori. Il Parlamento europeo ha definito gli eventi successivi alla guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 una vera e propria «pulizia etnica», denunciando «con fermezza i processi farsa in corso e le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali degli ostaggi armeni» in Azerbaigian. L’Europarlamento ha anche espresso «profonda preoccupazione per l’ordine delle autorità di Baku di chiudere gli uffici del Comitato internazionale della Croce Rossa e delle agenzie delle Nazioni Unite», invitando l’Azerbaigian a «rispettare» i diritti degli armeni del Nagorno-Karabakh, compreso quello al ritorno nella loro terra.

Allo stesso modo, la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (Uscirf) raccomanda di mantenere l’Azerbaigian in una speciale lista di controllo per chi commette o tollera gravi violazioni della libertà religiosa.

Contemporaneamente a queste iniziative, alla Pontificia Università Gregoriana è stata organizzata dall’ambasciata azera presso la Santa Sede una conferenza pseudoscientifica, intrisa di propaganda azera, ostile al popolo cristiano armeno, il popolo della Chiesa apostolica gregoriana.

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L’Azerbaigian perseguita gli armeni

È noto come gli attori turchi e azeri ricorrano spesso a date dal forte valore simbolico per veicolare messaggi di propaganda anti-armena. Anche in questa occasione, con cinismo calcolato, è stato scelto un giorno altamente emblematico, il 33° anniversario del massacro degli armeni di Maragha perpetrato dalle truppe azere, per lanciare una campagna mediatica volta a presentare l’Azerbaigian come un paese «multiculturale e multireligioso», che «rispetta anche i cristiani».

Nessuna parola è stata spesa sul fatto che la dittatura petrolifera azera appena due anni fa abbia completato la pulizia etnica dell’Artsakh – una regione storicamente a maggioranza armena – dopo nove mesi di blocco totale, imposto con l’obiettivo di affamare, sottomettere e costringere all’esodo 150.000 armeni autoctoni, colpevoli unicamente di voler vivere liberi dal giogo della dittatura musulmana azera.

Il regime governato da oltre mezzo secolo dalla dinastia Aliyev è lo stesso che orchestrò i sanguinosi pogrom anti-armeni di Sumgait e Baku (1988-1990), nel solco della macabra tradizione dei massacri di Shushi del 1920.

La distruzione del patrimonio cristiano

Durante il convegno non è stato fatto neanche un accenno al genocidio culturale di Nakhichevan, dove interi cimiteri e monumenti armeni sono stati cancellati dalla faccia della terra. Nessuna menzione della sistematica distruzione delle chiese come la Zoravor Surb Astvatsatsin di Mekhakavan, la Surb Hambardzum di Berdzor o la Surb Hovhannes Mkrtich di Shushi, tutte testimonianze millenarie della presenza cristiana armena, oggi ridotte a rovine o completamente scomparse a causa del regime azero.

La conferenza che si è svolta presso la Pontificia Università Gregoriana è un insulto al mondo cristiano, alla memoria delle vittime del genocidio di Maragha e al patrimonio culturale armeno, oggi violentato e manipolato sotto gli occhi di un’Europa troppo spesso silenziosa. Un patrimonio deturpato, svuotato delle sue iscrizioni armene plurisecolari, privato della sua identità per essere arbitrariamente attribuito ad altri popoli che, storicamente, sono sempre stati minoranze nella regione dell’Artsakh.

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La menzogna diventa realtà

Ospitando simili convegni, le strutture accademiche si trasformano in megafoni della propaganda di Stato azera.
Scribacchini e sedicenti studiosi, alimentati dai petrodollari della Fondazione Aliyev, cercano di riscrivere la storia dell’Artsakh armeno, ignorando deliberatamente le ricchissime testimonianze storiche, archeologiche e culturali che ne attestano l’identità armena cristiana.

La storia di città armene come Stepanakert, Shushi, Hadrout, Shahumyan, Yeghegnut e molte altre viene ignorata dagli studiosi al soldo di Baku, al pari di monumenti secolari come Gandzasar, Dadivank, Amaras, tra centinaia di altri oggi caduti sotto l’occupazione azera a seguito della pulizia etnica.
Un’aggressione alla verità, alla storia, all’umanità.

Non possiamo restare in silenzio mentre si consuma la seconda delle tre tappe dell’annientamento dei popoli e delle loro culture: dopo il genocidio, la damnatio memoriae e infine il negazionismo. La prima fase è la realizzazione del crimine stesso; la seconda è il soffocamento della memoria, il controllo della narrazione, l’eliminazione di ogni forma di commemorazione; la terza è la menzogna elevata a verità, l’assoluzione dei carnefici, la cancellazione definitiva.

Come scrisse George Orwell in 1984: «Il passato veniva cancellato, la cancellazione dimenticata e la menzogna diventava realtà». È questo il mondo che vogliamo consegnare alle nuove generazioni? Un mondo dove la verità è sacrificabile, dove la storia può essere riscritta da chi ha più potere, più soldi, più petrolio?

La favola dell’Albania Caucasica

Il dittatore azero Ilham Aliyev continua a definire gli armeni «nemici». Questo linguaggio affonda le sue radici nell’ideologia promossa dal padre, Heydar Aliyev, attraverso la teoria dell’azerbaigianismo: una costruzione ideologica elaborata come risposta alla crisi identitaria dei tatari del Caucaso, ribattezzati “azerbaigiani” da Stalin nel 1936. Con il tempo, questa dottrina si è trasformata in una macchina propagandistica che ha alimentato odio e fanatismo anti-armeno, diventando il collante identitario di un mosaico etnico privo di una coesione storica e culturale autentica.

Oggi la narrazione forzata dell’Albania Caucasica – esagerata e manipolata dal regime degli Aliyev – serve a legittimare l’appropriazione della cultura armena. Per rafforzare un’identità fittizia l’Azerbaigian ha il bisogno costante di trovare un nemico. E in questo schema, gli armeni sono il bersaglio perfetto. Accusati di complotti internazionali, tradimenti, infiltrazioni religiose, fino a far apparire l’odio xenofobo come legittima difesa patriottica.

È per questo che appaiono ipocrite e nauseanti le maschere di “multiculturalismo” e “dialogo interreligioso” organizzate dall’ambasciata azera presso la Santa Sede e ospitate da un importante istituto vaticano come la Pontificia Università Gregoriana.

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Yerevan Fashion Week 2025: tra moda e architettura brutalista (Lofficieitalia 16.04.25)

Con oltre una dozzina di sfilate e una cerimonia di apertura che si è tenuta al Soviet Repression Memorial, il memoriale dedicato alla fine dell’oppressione sovietica, l’edizione autunno inverno 2024-25 di quest’anno è stata l’occasione per conoscere il know-how manifatturiero di un Paese in via di crescita e di realizzare un’editoriale con i brand più interessanti della fashion week e le location più spettacolari della capitale armena. Il fenomeno della Fashion Week ha trovato il suo posto in Armenia, offrendo a stilisti, artisti e modelle una piattaforma per presentare al mondo il potenziale creativo del Paese, e a partire dal 2024, gode del sostegno economico del Comune di Yerevan, un riconoscimento ufficiale della sua importanza nel panorama culturale del Paese.

Dal 23 al 26 ottobre 2025, la Yerevan Fashion Week tornerà per la sua terza edizione, consolidandosi sempre più come uno degli eventi culturali e creativi più significativi dell’Armenia. Oltre a promuovere i designer locali, l’evento favorisce collaborazioni internazionali con realtà prestigiose come Fashion Scout London, White Milano, Visa Fashion Week Almaty e molte altre.

Teryan Cultural Center – Collezione “Telik-Melik”

Il Centro Culturale Teryan, fondato nel 2004, continua la sua missione di valorizzare la moda tradizionale armena. La collezione “Telik-Melik”, frutto della collaborazione tra Lilit Melikyan e Margarita Karapetyan, rinnova l’artigianato e l’abbigliamento folklorico armeno con un tocco contemporaneo. Un connubio armonioso tra patrimonio culturale e design moderno.

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Corset, MANUK ALAKSANYAN; headpiece, TERYAN CULTURAL CENTER.

Ariga Torosian – Unione tra Iran e Armenia

La designer iraniano-armena Ariga Torosian, laureata all’Accademia di Belle Arti di Yerevan, presenta una collezione che riflette la ciclicità della vita, dove creazione e distruzione si incontrano in una danza estetica. Il suo stile unisce Oriente e Occidente, incarnando il crocevia culturale che è l’Armenia.

Harmony Yerevan – Forza ed Eleganza Femminile

Harmony Yerevan celebra la complessità della donna attraverso tessuti pregiati come seta, velluto e taffetà. Le linee delicate e i corsetti evocano una femminilità forte ma vulnerabile, capace di esprimere ogni sfumatura dell’essere donna.

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Blusa e pantaloni, ARIGA TOROSIAN; orecchini, HARMONY YEREVAN.

Manuk Aleksanyan – Innovazione e Identità

Le creazioni di Manuk Aleksanyan si distinguono per la fusione di tecniche all’avanguardia con motivi e simboli armeni. Il risultato è una collezione che parla di radici e futuro, artigianato e sperimentazione, tradizione e moda contemporanea.

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Corsetto e pantaloni, Z.G.EST; Cappotto, MANUK ALEKSANYAN; scarpe, ARIGA TOROSIAN.

Reza Nadimi – L’eredità Persiana nel Design Contemporaneo

Direttamente da Teheran, Reza Nadimi propone una collezione ispirata all’architettura persiana, arricchita da ricami a mano e tagli progressivi. Un ponte tra arte e moda, dove ogni capo è espressione di cultura, movimento e forma.

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Abito, REZA NADIMI; Cappotto, MANUK ALEKSANYAN; Scarpe, ARIGA TOROSIAN.

Z.G.EST – “I Have a Crush”: Moda Sostenibile e Identità

Fondata da Alla Pavlova, Z.G.EST presenta una collezione senza stagionalità, che celebra l’autenticità e l’espressione personale. Silhouette fluide, trasparenze, volumi e spalle marcate si uniscono a un messaggio potente: “I am enough”, per promuovere l’autoaccettazione e l’empowerment femminile.

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Pantaloni e gilet, Z.G.EST; bra, MANUK ALEKSANYAN; headpiece, TERYAN CULTURAL CENTER.

Soncess – Sulla Via della Seta

Ispirata alla storica Via della Seta, la collezione di Soncess unisce forme architettoniche orientali e la libertà dell’Occidente. Giacche e blazer narrano un viaggio tra culture, con design intricati che simboleggiano l’interconnessione tra civiltà diverse.

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Abito SONČESS, blazer Z.G.EST

LOOM Weaving – Tradizione e Boho Chic

Inga Manukyan, fondatrice di LOOM Weaving, propone capi lavorati a mano che mescolano uncinetto, pizzi e tecniche tradizionali con lo stile boho. Lana, cotone, seta e cashmere si fondono in una palette solare e romantica, riflesso dello spirito di Yerevan.

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Maglione, LOOM Weaving; trench, SONČESS; collana, MADE-VEL-E.

Sona Hovsepyan / SONAIS – “Siesta”: Tra Libertà e Lotta

“Siesta” prende ispirazione dalla cultura spagnola, simbolo di libertà e introspezione. SONAIS contrappone questo stile di vita alla lotta armena per l’espressione individuale, creando capi voluminosi e strutturati per donne che vogliono distinguersi ed esprimere sé stesse.

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Giacca, felpa, SONA HOVSEPYAN; orecchini, DEMIURGE.

Yeva Hovhannisyan / KimLin – “Skylines”: Architettura e Libertà

Ispirata all’aeroporto di Zvartnots, la collezione “Skylines” riflette temi come la democrazia e la libertà di parola. Linee decorative e dettagli in eco-pelle disegnano una narrazione visiva moderna ed elegante, mentre il verde pistacchio illumina una palette neutra con tocchi vibranti.

Abito YEVA HOVHANNISYAN
Vestito YEVA HOVHANNISYAN

Stylist assistants: Sona Hovsepyan and Diana Muradyan
Model: Ani Safaryan @wot.models
Make up and Hair: Ani Avdalyan, Ani Avdalyan Image Center

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Venezia rende omaggio al popolo armeno con un mese di eventi (Lapiazzaweb 15.04.25)

Un legame antico, profondo e mai interrotto unisce Venezia al popolo armeno. Ed è proprio da questa connessione secolare che nasce il programma di iniziative promosso dalla presidenza del Consiglio comunale per commemorare il genocidio armeno, di cui quest’anno ricorre il 110° anniversario.

Presentato il 14 aprile a Ca’ Farsetti, il calendario propone una serie di appuntamenti diffusi su tutto il territorio cittadino, in collaborazione con associazioni culturali, istituzioni accademiche, fondazioni e la comunità armena in Italia. Un vero e proprio percorso di memoria, con momenti di approfondimento, riflessione e valorizzazione della cultura armena.

Il cuore delle celebrazioni il 23 aprile a Santa Margherita

Il momento centrale sarà la cerimonia cittadina del 23 aprile, alle ore 10.30, all’auditorium Santa Margherita. Sarà un’occasione non solo per ricordare le vittime del genocidio del 1915, ma anche per ascoltare poesie armenecanti tradizionali e la suggestiva esecuzione al duduk, l’antico strumento musicale simbolo dell’identità armena.

Cultura, storia e nuove generazioni

Il programma si distingue per la varietà delle iniziative: dalla conferenza “L’Armenia di oggi” in programma il 21 maggio al Centro Candiani di Mestre, alle visite guidate all’Isola di San Lazzaro degli Armeni (5 maggio) e alla chiesa della Santa Croce degli Armeni (7 maggio), curate dall’Ordine dei Padri Mechitaristi.

Anche la Biennale Architettura sarà parte del percorso con un focus, il 13 maggio, sul Padiglione Venezia e quello dell’Armenia, mentre prosegue il progetto di residenza artistica per il giovane artista armeno Taron Manukyan, sostenuto dalla Fondazione Bevilacqua La Masa.

Il professor Aldo Ferrari dell’Università Ca’ Foscari ha elogiato la crescente sensibilità veneziana verso il tema, mentre Baykar Sivazliyan, presidente dell’Unione Armeni d’Italia, ha espresso profonda gratitudine per l’attenzione ricevuta: «Tutti gli armeni in Italia si sentono rappresentati da questa città che ha accolto le nostre radici».

Armenia offre un accordo di pace all’Azerbaigian, propone di porre fine al Gruppo di Minsk (Trt 15.04.25)

15 aprile 2025

Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha proposto martedì la firma di un accordo di pace con l’Azerbaigian e, contemporaneamente, un documento per lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

“Comprendiamo l’agenda proposta dall’Azerbaigian per sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE. In effetti, se stiamo chiudendo il capitolo sul conflitto del Karabakh, e lo stiamo chiudendo, allora perché abbiamo bisogno di un formato che si occupa della sua risoluzione?” ha dichiarato Pashinyan durante una riunione dell’Assemblea Nazionale del paese nella capitale Erevan.

Pashinyan ha poi aggiunto che, tuttavia, il Gruppo di Minsk dell’OSCE ha de facto un contesto più ampio e che Erevan vuole assicurarsi che Baku non interpreti il passo dell’Armenia come un tentativo di “chiudere il conflitto sul suo territorio e trasferirlo in Armenia.”

“Proponiamo di concludere un accordo di pace e, contemporaneamente, sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE. Vale a dire, firmare entrambi i documenti nello stesso giorno,” ha affermato.

L’Azerbaigian non ha ancora commentato la proposta di Pashinyan.

Guerra del Karabakh

Istituito nel 1992, il Gruppo di Minsk dell’OSCE, presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti, aveva l’obiettivo di facilitare la risoluzione del conflitto del Karabakh.

Le relazioni tra le due ex repubbliche sovietiche sono state tese dal 1991, quando l’esercito armeno occupò il Karabakh — un territorio riconosciuto a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian — e sette regioni adiacenti.

La maggior parte del territorio è stata liberata dall’Azerbaigian durante una guerra di 44 giorni nell’autunno del 2020, conclusasi con un accordo di pace mediato dalla Russia che ha aperto la strada a colloqui di normalizzazione e demarcazione.

Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha stabilito la piena sovranità sul Karabakh dopo che le forze separatiste nella regione si sono arrese.

A marzo, Baku ed Erevan hanno dichiarato di aver raggiunto un consenso su un accordo di pace, ma da allora entrambi i paesi si sono accusati reciprocamente di attacchi transfrontalieri.

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Armenia-Azerbaigian: Pashinyan propone firma congiunta accordo pace e scioglimento Gruppo Minsk