Ambiguità del governo armeno: tentativo di rivalsa oppure doppio gioco? (Strumentipolitici 12.05.25)

Il percorso politico battuto dal governo di Erevan negli ultimi anni si è snodato in direzioni diverse, lasciando perplessi non solo gli alleati internazionali, ma anche gli stessi cittadini armeni.

Politica contraddittoria oppure bilanciata?

Da tempo l’attività del governo di Nikol Pashinyan oscilla fra la ricerca di un appeasement con Baku e un’apparente tentativo di rivalsa diplomatica – e forse militare – contro l’Azerbaigian. A riprova di tale atteggiamento vi è l’aumento significativo del budget per la difesa: addirittura il 20% in più rispetto al 2024, arrivando al 6% del PIL. Questi numeri fanno sospettare che Erevan non tenda veramente alla stabilità nella regione, ma si prepari piuttosto a un altro round col suo storico nemico. Anche sul piano delle alleanze talvolta fa dei passi su strade che paiono opposte. Pashinyan bussa alla porta dell’Unione Europea, ma torna a celebrare insieme a Putin il 9 maggio sulla Piazza Rossa, evento al quale era mancato lo scorso anno. A tali dubbi il premier armeno risponde così: Perseguiamo una politica estere bilanciata e complementare. Ciò non significa costruire relazioni in una sola direzione a spese delle altre.

Riarmo da tanti fornitori

Le grandi acquisizioni militari, elemento chiave di tale politica, avvengono da fornitori diversi. Con Spagna e Polonia sono in atto trattative, mentre con la Francia e l’India gli invii di armamenti sono ampiamente in corso. Parigi sta mandando decine dei suoi veicoli corazzati Bastion da 12 tonnellate, oltre agli obici Caesar da 155mm. Con gli USA l’Armenia ha siglato a gennaio un accordo di partner strategica, mentre con l’Iran ha appena condotto una serie di esercitazioni congiunte. È la prima volta che le organizzano con Teheran, con cui non sussiste alcun trattato in merito alla fornitura di armi o alla cooperazione militare, ma vi è una chiara convergenza di interessi geopolitici nella regione. Dunque il governo armeno è stato capace di convincere gli iraniani che il suo avvicinamento a Washington non implica in alcun modo una futura ostilità contro di loro.

India

Ma è con Nuova Delhi che la cooperazione militare e strategica sta crescendo verso un livello che non sfugge più alle osservazioni degli analisti, e soprattutto degli altri governi. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), fra il 2022 e il 2024 quasi la metà degli armamenti che l’Armenia ha importato sono giunti dall’India. Nel biennio 2016/2018, invece, questa cifra era virtualmente pari a zero. Per l’anno in corso, il Ministro della Difesa indiano prevede un totale di 600 milioni di dollari pagati da Erevan per le sue armi. Si tratta ad esempio dei sistemi anti-aerei Akash-1S, del lanciarazzi Pinaka e dei veicoli militari Tata, mentre sui sistemi missilistici BrahMos e ASTRA stanno ancora conducendo i relativi colloqui. A tal proposito, negli ultimi anni si è già recato diverse volte in India il ministro della Difesa armeno Suren Papikyan.

Senza la Russia

Sembra che il gioco condotto da Pashinyan sia quello di sfilare Erevan dall’amicizia con Mosca senza far collassare il loro secolare rapporto. Ciò significa sostituire la Russia in vari aspetti della cooperazione internazionale, evitando di andarle contro. Non è chiaro se ciò effettivamente convenga all’Armenia: gli stessi armeni non capiscono il senso di certe mosse del governo o sono contrari ad esse. Ma Pashinyan ha tirato in ballo l’India e anche gli Stati Uniti, allargando così lo spettro degli interessi in ballo e dei rapporti incrociati in cui viene coinvolta. La convenienza indiana qui è di carattere strategico, perché sta armando un nemico dell’Azerbaigian, il quale è amico della Turchia e soprattutto del Pakistan, che appunto è il nemico tradizionale dell’India. Poi gli USA, che sostengono un po’ gli un po’ gli altri, ultimamente con preferenza ad Ankara, come dimostra la cordialità dei rapporti fra Erdoğan e Trump.

Lamentele azere

Baku allunga la mano a Erevan per stringere un accordo definitivo sul Nagorno Karabakh e sulla stabilità del Caucaso, ma non rimane in silenzio su ciò che non gradisce. Per esempio sulle fortificazioni militari e sugli spostamenti di mezzi e uomini, che a suo modo di vedere danno adito al sospetto che gli armeni si stiano preparando a un prossimo scontro. Lo ha detto parlando alla televisione nazionale il presidente azero Ilham Aliyev, che non ha lesinato critiche nemmeno alla Francia e all’India per i loro contratti di fornitura militare agli armeni. Senza mezzi termini ha affermato che devono smetterla di vendere armi a Erevan, la quale deve anzi restituire quanto già acquistato.

Armeni confusi

Le critiche di Baku sono di fatto dirette anche verso Bruxelles. Infatti, se da un lato l’Unione Europea si sforza di favorire pace e stabilità nel Caucaso meridionale (perseguendo comunque i propri interessi: tenersi l’Azerbaigian come fornitore energetico e premere sulla Russia da sud), dall’altro uno dei membri preminenti, la Francia, supporta in modo esplicito e concreto una parte in causa, l’Armenia. E la politica di Pashinyan sta suscitando confusione e ostilità fra gli stessi armeni. Forse per accontentare diplomaticamente gli avversari internazionali e placarli, ha sminuito la portata del genocidio subito nel secolo scorso ad opera dell’Impero Ottomano. Il presidente del parlamento Alen Simonyan ha infatti accusato l’opposizione di preoccuparsi troppo del lutto e del dolore passato invece che della costruzione del futuro. Anche Trump e i rappresentanti UE in Armenia stanno evitando di usare la parola “genocidio” e parlano genericamente di “vittime”, facendo così gongolare Erdoğan.

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Armenia, polemiche sul genocidio e tensioni politiche (Osservatorio Balcani e Caucaso 12.05.25)

Con l’approssimarsi delle elezioni parlamentari del 2026, si acuiscono le tensioni in Armenia: il premier Pashinyan spera ancora di normalizzare le relazioni con i paesi vicini, ma l’opposizione cerca di sfruttare la questione del genocidio armeno per esautorare il primo ministro

12/05/2025 –  Onnik James Krikorian

Lo scorso 22 aprile l’Assemblea nazionale armena è stata teatro di uno scontro, provocato dalla controversa proposta dei deputati dell’opposizione che chiedono sanzioni più severe per chi nega o mette in discussione le uccisioni di massa e le deportazioni di circa 1,5 milioni di armeni compiute dall’Impero ottomano nel 1915 – un evento ampiamente riconosciuto come genocidio.

“Chiediamo che la negazione e ogni tentativo di sminuire il genocidio armeno siano considerate di per sé un atto criminale, a prescindere dal fatto che siano accompagnate o meno dall’odio”, ha scritto in seguito su Facebook un deputato dell’opposizione.

L’Armenia dispone già di una normativa che vieta la negazione del genocidio, però il nuovo disegno di legge mira ad ampliarne la portata, punendo chiunque neghi il genocidio, non solo chi incita “all’odio, alla discriminazione o alla violenza”.

Se dovesse essere approvata, la legge proposta inasprirebbe le pene portandole ad un massimo di cinque anni di carcere. Considerando però che la proposta è stata avanzata dall’opposizione, è poco probabile che venga adottata.

Il nuovo disegno di legge si inscrive in un contesto più ampio, segnato dagli sforzi del primo ministro Nikol Pashinyan per normalizzare le relazioni con la vicina Turchia. Sforzi fortemente osteggiati dai partiti nazionalisti, compresa la Federazione rivoluzionaria armena Dashnaktsutyun (ARF-D), che vi vedono un’occasione per rimuovere Pashinyan prima delle elezioni del 2026 e riaccendere il fervore nazionalista.

“I suoi commenti che mettono in discussione la percezione storica e nazionale del genocidio armeno sono un tentativo di allontanare l’Armenia dalla storia che a lungo ha costituito un pilastro della sua identità e della sua politica estera”, scrive un quotidiano statunitense vicino al partito ARF-D. Anche altre forze di opposizione affermano di voler mettere sotto accusa Pashinyan in un prossimo futuro.

Un tentativo analogo, compiuto un anno fa, è andato a vuoto per mancanza di sostegno. Attivisti e analisti politici sperano ora in un esito diverso.

Alcuni membri della rock band armeno-americana System of a Down si sono uniti al coro di voci critiche. Il bassista Shavo Odadjian ha pubblicato su Instagram un’immagine di Pashinyan contrassegnata con una croce rossa e la didascalia: “Chi cancella […] la storia merita di morire”.

Il chitarrista Daron Malakian ha gettato ulteriore benzina sul fuoco, definendo i membri della band “velenose vipere armene” pronte ad “attaccare”.

In netto contrasto con questa retorica, lo scorso 24 aprile decine di migliaia di armeni a Yerevan hanno partecipato ad una marcia solenne verso il memoriale di Tsitsernakaberd. La sera prima, l’ala giovanile di ARF-D ha guidato una fiaccolata più piccola e provocatoria. Gli attivisti hanno bruciato bandiere dell’Azerbaijan e della Turchia, indossando abiti che celebravano l’Operazione Nemesi, una serie di omicidi perpetrati dal partito negli anni ‘20.

“Il primo ministro Pashinyan condanna l’azione, considerandola irresponsabile e inaccettabile. Anche il capo dello Stato non può considerare diversamente il tentativo di dare alle fiamme le bandiere di uno stato riconosciuto a livello internazionale, in particolare se si tratta di stati confinanti”, si legge in una dichiarazione ufficiale.

Anche Jeyhun Bayramov, ministro degli Esteri azerbaijano, ha condannato l’incidente, ormai una tradizione annuale, chiedendo che i responsabili venissero sanzionati.

Intanto, Pashinyan continua a muoversi con cautela. Durante il suo discorso del 24 aprile, anziché pronunciare esplicitamente la parola “genocidio”, ha deciso di utilizzare il termine Medz Yeghern – espressione armena per indicare gli eventi del 1915.

Altrettanto controversi i suoi precedenti commenti pronunciati in Svizzera dove ha invitato gli armeni a comprendere appieno le cause degli eventi del 1915 per evitare future tragedie. Anche in quell’occasione Pashinyan è stato criticato dai gruppi nazionalisti.

Persino la Missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA) è stata coinvolta nella polemica. In un primo momento l’EUMA ha pubblicato su Twitter un messaggio commemorativo utilizzando l’espressione “genocidio armeno”, per poi cancellarla e sostituirla con una formulazione più ambigua.

Anche in passato le reazioni internazionali sono state caratterizzate da simili tentativi di bilanciamento, con figure come Barack Obama e Donald Trump che hanno optato per l’espressione Medz Yeghern per evitare eventuali conseguenze politiche.

All’inizio di aprile, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha sottolineato come la normalizzazione delle relazioni tra Armenia, Azerbaijan e Turchia fosse una priorità.

“Dopo tre decenni di chiusura, l’apertura dei confini dell’Armenia con Turchia e Azerbaijan segnerà una svolta. Renderà l’Europa e l’Asia centrale più vicine che mai”, ha affermato la presidente della Commissione al primo vertice UE-Asia centrale.

Le attuali controversie ruotano attorno all’obiettivo mai raggiunto e, secondo alcuni, irrealistico di ottenere riparazioni finanziarie e territoriali dalla Turchia.

Quando, nei primi anni 2000, la Commissione per la riconciliazione turco-armena (TARC) chiese al Centro internazionale per la giustizia di transizione (ICTJ) di fare chiarezza su alcune questioni legali, la risposta non lasciò spazio all’ambiguità: la Convenzione sul genocidio del 1948 non può essere applicata retroattivamente.

In Armenia, la narrazione del genocidio è stata spesso strumentalizzata a scopi politici. Il termine “genocidio” è stato introdotto solo a distanza di decenni dagli eventi del 1915, pur essendo stato ispirato a quei fatti.

Nel frattempo, l’opposizione ha promesso di focalizzare la sua campagna elettorale sulla questione del genocidio e sulla perdita definitiva del Karabakh nel 2023. Tuttavia, legiferare sulle interpretazioni storiche rischia di soffocare il dibattito e di isolare ulteriormente l’Armenia.

Uno degli alleati di Pashinyan ha sintetizzato questo dilemma sui social. “Riconciliatevi con la realtà. Capisco che le nostre ferite sono profonde. Però solo riconoscendo la sconfitta potremo scegliere come costruire un’Armenia più forte. Un’intera nazione non può essere costantemente trascinata nel passato”, ha scritto Robert Ananyan.

Questo dibattito non è senza precedenti. Nel 2006, quando la Francia aveva preso in considerazione l’idea di criminalizzare la negazione del genocidio armeno, il giornalista turco-armeno Hrant Dink – poi assassinato – si era opposto fermamente alla proposta.

“Se il progetto legislativo dovesse diventare legge, sarei tra i primi a recarmi in Francia per violare quella legge”, aveva affermato Dink. “Quello di cui i popoli di questi due paesi hanno bisogno è un dialogo. E queste leggi non fanno che danneggiare tale dialogo”.

Nell’Armenia di oggi, l’avvertimento di Dink è spaventosamente attuale. Mentre gli schieramenti politici continuano a scontrarsi su storia e identità, il percorso verso la riconciliazione, interna e regionale, sta diventando sempre più difficile.

Rivolgendosi alla minoranza armena, o meglio a ciò che ne è rimasto, in Turchia, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha affermato che “i tristi ricordi del passato non dovrebbero tenere in ostaggio il presente e il futuro”.

Per Pashinyan invece “una Repubblica di Armenia sviluppata, sovrana, sicura, […] con confini demarcati, è la strada per sopravvivere alla tragedia del Medz Yeghern, la garanzia della nostra lealtà verso tutti i sacrifici e le vittime del nostro popolo”.

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Incontro di coordinamento per la “Settimana della Cultura Armena” (Unich 12.05.25)

Si è svolto lo scorso 7 maggio un incontro di coordinamento presso il Teatro Marrucino di Chieti, in vista dell’organizzazione della “Settimana della Cultura Armena”, che si terrà dall’8 al 13 luglio 2025.
L’evento è frutto della collaborazione tra il Teatro Marrucino, l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara e la National University of Architecture and Construction of Armenia (NUACA).
All’incontro erano presenti: il Prorettore vicario dell’Università d’Annunzio, Prof. Carmine Catenacci, una delegazione della NUACA guidata dal Prof. Armen Minassian, il Direttore amministrativo del Teatro Marrucino, Dott. Cesare Di Martino, il Direttore artistico del Teatro, Maestro Giuliano Mazzoccante, il Prof. Filippo Angelucci, Dipartimento di Architettura, e il Responsabile del Settore Relazioni internazionali, Dott. Glauco Conte.
Il Prof. Minassian, a nome della delegazione armena, ha dichiarato:
“Siamo profondamente grati per l’accoglienza ricevuta e ci sentiamo onorati di poter collaborare con istituzioni di così alto profilo.
Siamo certi che la Settimana della Cultura Armena sarà un evento di grande rilievo e un’opportunità preziosa di scambio culturale tra i nostri Paesi.”
L’iniziativa si propone di valorizzare il dialogo interculturale attraverso una serie di appuntamenti dedicati alla musica, al teatro, all’architettura e alla tradizione armena, che si svolgeranno nel prestigioso contesto del Teatro Marrucino.
Il programma completo sarà presentato ufficialmente nelle prossime settimane.

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Per non dimenticare il genocidio armeno (Il Torinese 11.05.25)

IL TORINESE WEB TV

Il genocidio armeno è uno degli eventi più tragici e significativi della storia del XX secolo. Si riferisce al massacro sistematico e alla deportazione di circa 1,5 milioni di armeni dall’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale, tra il 1915 e il 1923. Questo genocidio è riconosciuto da molti paesi e dagli storici come uno dei primi genocidi del XX secolo, anche se la Turchia, erede dell’Impero Ottomano, ne nega ufficialmente la natura genocidaria. Le cause di questo orribile evento sono complesse e legate a tensioni etniche, politiche e religiose. Gli armeni, che erano una minoranza cristiana all’interno di un impero a maggioranza musulmana, erano spesso considerati come collaboratori degli eserciti nemici durante la guerra, anche se questa accusa è stata ampiamente contestata. Le autorità ottomane decisero di attuare una politica di sterminio e deportazione, che portò a massacri di massa, marce della morte e condizioni disumane nei campi di concentramento. Il riconoscimento del genocidio armeno è un tema ancora molto delicato e politico. Molti paesi e organizzazioni internazionali hanno riconosciuto ufficialmente questi eventi come genocidio, mentre la Turchia continua a negare questa definizione, sostenendo che si trattò di un conflitto civile e di perdite causate dalla guerra. Ricordare il genocidio armeno è importante non solo per onorare le vittime, ma anche per promuovere la consapevolezza e la prevenzione di simili atrocità in futuro. La memoria di questo evento ci invita a riflettere sui pericoli dell’odio, del razzismo e dell’intolleranza, affinché tragedie simili non si ripetano mai più. Ai nostri microfoni il presidente dell’Unione Armeni d’Italia Baykar Sivazliyan accademico, scrittore e attivista armeno-italiano, noto per il suo impegno nella preservazione della memoria storica armena e nella promozione della cultura armena in Italia.

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Da Locri a Dubai: il violinista Haik Kazazyan trionfa al Classic Violin Olympus (Il Reggino.it 11.05.25)

Lo scorso 29 aprile il grande violinista Haik Kazazyan ha vinto il primo premio da €200. 000 al Classic Violin Olympus International Competition 2025 di Dubai, insieme ad un violino modello Stradivari realizzato appositamente dal rinomato liutaio lucchese Fabio Piagentini.

Il violinista armeno si era esibito lo scorso ottobre presso il Teatro Palazzo della Cultura di Locri con la Senocrito Festival Orchestra sotto la direzione del M° Gianluca Marcianò.

Un talento unico che abbiamo avuto il privilegio di ascoltare dal vivo attraverso le composizioni del contemporaneo Baruch Berliner e il concerto doppio in Do maggiore di Vivaldi, al fianco del violinista Guinness World Record Nicolay Madoyan.

Considerato uno dei concorsi per violino più prestigiosi al mondo, il Classic Violin Olympus riunisce ogni anno i migliori talenti della scena internazionale.

Durante la finale, i dodici violinisti si sono confrontati in un programma diviso in sei fasi, progettato per mettere in luce diverse abilità, tra cui un’esibizione con l’Orchestra Sinfonica di Stato dell’Armenia e l’Orchestra Filarmonica di Madrid, oltre ad esibizioni soliste e una sessione di domande e risposte con la giuria.

«È davvero incredibile, come un sogno», sono state le parole di Haik sul palco dopo aver ricevuto il premio. «Grazie per aver apprezzato il mio modo di suonare e la mia arte. Sento una grande responsabilità nei confronti di tutti coloro che hanno creduto in me oggi, di continuare a migliorarmi costantemente».

Haik Kazazyan ha ereditato la passione per la musica, diventata poi la sua professione, da entrambi i genitori, amanti della musica classica; la scelta di suonare uno strumento quale il violino (divenuta negli anni la sua “scelta di vita”) è scaturita proprio dal padre che amava particolarmente le “Quattro Stagioni” di Vivaldi.

Il violinista si esibisce sui più prestigiosi palchi del mondo, come la Carnegie Hall di New York, la Berliner Philharmonie, la Victoria Hall di Ginevra, la Rachmaninoff Hall del Conservatorio di Mosca. Collabora con la Royal Scottish National Orchestra, la Mariinsky Orchestra, la Russian National Orchestra, la Prague Philharmonic Orchestra, la Irish National Orchestra, la State Academic Symphony Orchestra of Russia (Svetlanov Symphony Orchestra), l’Orchestre National de France e la Münchener Kammerorchester.

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L’Anno santo delle Chiese orientali (L’Osservatore Romano 10.05.25)

Fedeli e rappresentanti delle Chiese orientali cattoliche, i patriarchi e i metropoliti: a loro è dedicato l’evento giubilare in programma dal 12 al 14 maggio.

Tre giornate scandite da diverse celebrazioni: lunedì, nella cappella del Coro della basilica di San Pietro, alle 8.30, si tiene la Divina liturgia in rito etiopico, guidata dalle Chiese etiopiche ed eritree. Alle 11.30, nella cappella Paolina della basilica di Santa Maria Maggiore, è la volta della Divina liturgia in rito armeno, organizzata dalla stessa Chiesa armena. A seguire, nel medesimo luogo, alle 15, la Chiesa copta guida la Divina liturgia nel proprio specifico rito.

Il giorno successivo, 13 maggio, lo scenario sarà nuovamente la basilica Vaticana dove, alle 13, è in programma la Divina Liturgia in rito siro-orientale, con l’anafora di Addai e Mari, ovvero l’antica preghiera eucaristica cristiana, caratteristica della Chiesa d’Oriente. A coordinare la celebrazione saranno la Chiesa caldea e quella siro-malabarese.

Nel tardo pomeriggio, alle 18.45, la basilica Liberiana ospiterà i Vespri in rito siro-occidentale, organizzati dalla Chiesa siro-cattolica, da quella maronita e da quella siro-malankarese. Infine, alle 21, sul sagrato della medesima basilica, si terrà l’Acatisto, ossia l’inno di lode alla Madre di Dio tipico della tradizione liturgica della Chiesa ortodossa.

Mercoledì 14 maggio, ultimo giorno del pellegrinaggio giubilare delle Chiese orientali, si tornerà in San Pietro per la divina liturgia in rito bizantino che si terrà alle 14 e sarà guidata dalle seguenti Chiese: greco-cattolica melchita, greco-cattolica ucraina, greco-cattolica romena, insieme con le altre Chiese sui iuris di rito bizantino.

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Il Giubileo delle Chiese orientali: tre giorni ricchi di preghiere e di parole di speranza

Il musicista lucano Pippi Dimonte in concerto a Yerevan (Armenia) (Suditaliavideo 08.05.25)

Un nuovo interessante impegno internazionale attende il contrabbassista lucano Pippi Dimonte, infatti per Mercoledì 14 Maggio sarà a Yerevan, capitale dell’Armenia, alla Arno Babajanyan Concert Hall, sede dell’Orchestra Filarmonica di Stato, per un concerto frutto della collaborazione fra due musicisti armeni, due italiani e uno olandese.

Il progetto, che sarà alla sua prima assoluta mondiale, intende coniugare musica classica, sonorità della tradizione armena, suoni mediterranei e world music di autori contemporanei. Erik Manukyan al violino, Karen Ananyan al pianoforte, Tolga During alle chitarre, Enrico Pelliconi all’accordion, Pippi Dimonte al contrabbasso formano il quintetto AR-IT Music Project con cui iniziano questa nuova avventura e che in futuro dovrà portarli a tenere concerti in altre città armene, italiane e nel resto d’Europa. L’iniziativa è patrocinata dal Ministero della Cultura armeno e dall’Orchestra Filarmonica di Stato dell’Armenia. I nostri musicisti voleranno a Yerevan qualche giorno prima per effettuare le relative prove di preparazione dell’evento e per fare un giro turistico in città.

Erik Manukyan è primo violino dell’Orchestra Giovanile di Stato Armena, del Quartetto d’Archi Saryan e della Arms Symphony Orchestra. Diplomato al Conservatorio di Yerevan ha tenuto concerti sia in Armenia che all’estero.

Karen Ananyan compositore e pianista di fama internazionale ha studiato al Conservatorio di Yerevan dove attualmente insegna pianoforte e composizione. E’ autore di  musiche per pianoforte solo, per orchestra e musica da camera con le quali ha pubblicato diversi album. Ha tenuto concerti in Armenia, Russia e Francia.

Enrico Pelliconi pianista e fisarmonicista ha studiato presso i Conservatori di Bologna e Ferrara e già da giovanissimo si esibisce in orchestrine di liscio romagnolo come tastierista e cantante. Attualmente suona con numerose formazioni jazz e contemporaneamente insegna pianoforte e fisarmonica. Musicista e compositore poliedrico ha inciso tre Cd di composizioni proprie: Mai Troppo Piano, Avanzo di Balera e Breastroke.

Tolga During è un musicista e compositore di Amsterdam che vive in Italia da diversi anni. Ha pubblicato ben nove album con composizioni proprie che vanno dal gypsy, al mediterranean jazz, alla world music e suona una particolare chitarra acustica con due manici, di cui uno fretless, appositamente costruita per lui. La rivista Moors Magazine scrive di lui: “Musica di una bellezza incredibile che supera i confini di tempo e di genere”. E’ impegnato contemporaneamente in vari suoi progetti: OttoMani, LiberDjango, Amar Corda, Gypsy Trio, Quai des Brumes e ha tenuto concerti in tutta Europa.

Giuseppe ‘Pippi’ Dimonte è un musicista e compositore originario di Bernalda che vive a Bologna. Suona con numerose formazioni jazz e con il suo contrabbasso è sempre in giro per concerti sia in Italia che all’estero. Contrabbassista gypsy fra i più richiesti ha suonato con i più importanti chitarristi manouche in attività. Diplomato in Contrabbasso Classico (VO) ha studiato presso i Conservatori di Matera e Bologna. A 17 anni è già compositore iscritto alla Siae dove deposita i suoi primi lavori. Ha pubblicato cinque album con tutte composizioni proprie: Morning Session, Hieronymus, Trio Mezcal, Majara e Dinamo.

Un convegno fuori luogo alla Gregoriana. Ad Aliyev mancava solo la scusa delle radici Cristiane per massacrare gli Armeni (Korazym 08.05.25)

Aliyev e Erdogan

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 08.05.2025 – Renato Farina] – È una vergogna, mi rendo conto, rimando ancora la trattazione del film dedicato a Komitas, il genio musicale del Cristianesimo del Novecento: Armeno e perciò universale. Ma la realtà mi prende per la gola qui vicino al lago di Sevan, in attesa probabile (non sono un allegrone, mi rendo conto) di deportazione ad opera degli Azeri. E questo trasloco forzato – di noi Molokani e dei miei e vostri fratelli d’anima Armeni – è diventato più probabile dopo un convegno purtroppo propagandistico che l’Università pontificia, la nobilissima Gregoriana, ha proposto con la collaborazione esclusiva (ed escludente) dell’Azerbaigian sull’antica comunità di Albània, che fiorì nelle terre più o meno corrispondenti all’attuale superficie dello Stato governato da Ilham Aliyev. Il popolo si convertì al cristianesimo nei primi secoli del primo millennio grazie alla predicazione di Sant’Eliseo.

L’Albània rappresenta per molti versi ancora oggi un mistero. Ma che sia esistita, lasciando tracce della propria fede (prima di rinunciarvi durante le persecuzioni) e che le stirpi che la costituirono siano qua e là ancora presenti nel Caucaso, è certo. Da decenni, queste reliquie del passato sono usate per rivendicare la primogenitura Albano-Cristiana (di cui gli Azeri si ritengono eredi) sull’Artsakh (Nagorno-Karabakh), e di conseguenza a preparare il terreno per giustificare la sovranità sull’intero Caucaso, Armenia compresa, da ottenersi con le buone o con le cattive. Una sorta di diritto a premere sotto il proprio calcagno per ora soltanto l’ex Repubblica autonoma dell’Artsakh falsificando – senza possibilità di contraddittorio – l’appartenenza alla civiltà Albana (e dunque a Baku) di chiese e abbazie di quel territorio sottoposto a pulizia etnica e spogliazioni oscene dopo l’invasione del 19 settembre 2023.

Bugie sul sigillo

La sovranità dell’Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh è riconosciuta dall’ONU, e oggi anche dalla Repubblica armena (con la pistola alla tempia), sulla base assai discutibile – dal punto di vista del diritto internazionale e della morale su cui si dovrebbe regge – della volontà di Stalin che assegnò a Baku e non a Erevan quelle terre, fregandosene dei referendum che si celebrarono in Nagorno-Karabakh nel 1988 (sotto la legge sovietica) e poi nel 1991. Ma si sa: il diritto non basta averlo, occorre che qualcuno che può gestire il mondo te lo dia. E non è il caso degli Armeni, che dalla loro parte – come insegna la storia antica e recente – hanno solo Uno che si è fatto mettere in croce, non proprio un protettore vittorioso in tempi brevi.

Qual è il problema rispetto a quel convegno? In un certo senso non c’è nulla di nuovo, in un altro senso tutto questo è nuovissimo. Sono anni che Ilham Aliyev fa insegnare nelle scuole azere che la capitale della Repubblica di Armenia, Erevan, è in realtà una città azera, e che tutto quel territorio che inizia con il lago di Sevan e si sviluppa a ovest, è in realtà Azerbaigian occidentale. L’ho scritto su Tempi un sacco di volte. Così come ho ricordato che il socio di Aliyev, cioè Erdoğan, intende restaurare l’Impero ottomano estendendolo di popolo turco in popolo turco fino all’Afghanistan, spianando l’anomalia Cristiana dell’Armenia. La differenza dove sta? Quelli che in precedenza erano argomenti di tipo storico simili a quelli che useranno gli alieni quando invaderanno il pianeta sostenendo che Noè sull’Arca era uno di loro, insomma bugie risibili, adesso gli Azeri possono dire di aver ricevuto il sigillo scientifico della più prestigiosa università pontificia, che di civiltà Cristiana e non solo, ha una autorità indiscussa.

Vedrete: occuperanno l’Armenia, e diranno noi siamo i legittimi eredi degli Albàni, di cui parlarono gli storici e geografi classici Cassio Dione, Plutarco e Strabone. E poi siamo ancora noi dell’Azerbaigian ad essere eredi del Cristianesimo diffuso nel Regno dell’Albània da Sant’Eliseo. Ehi, cari amici della Gregoriana, reverendissimi padri e professori Gesuiti, come avete potuto consentire questo esercizio di propaganda sotto il vostro manto? Gli organizzatori e gli studiosi a cui avete offerto la vostra cattedra, senza alcun contraddittorio, negando il dialogo con i maggiori esperti al mondo sul tema (a parte Monsignor Fekete, grande e bella persona, Salesiano slovacco, e Vescovo cattolico di Baku), tagliando fuori gli studiosi Armeni, si sono posti sotto l’egida di uno Stato e di una cultura ufficiale che nega il genocidio armeno. Proprio quello che Papa Francesco riconobbe il 12 aprile 2015 come il primo genocidio del XX secolo.

Come spiegano i signori organizzatori la distruzione sistematica, totale delle diecimila croci armene, appena gli Azeri si sono insediati in Nakhchivan, la città capoluogo dell’exclave a sovranità di Baku sottratta all’Armenia sempre da maneggi sovietici e post-sovietici? Proprio lì dove predicò a Ordubad, l’Apostolo San Bartolomeo, non esiste più alcuna traccia di Cristianesimo, né albano né armeno. Insomma: o scempio sacrilego o – quando va bene – damnatio memoriae: un simile sistematico trattamento azero dei segni apostolici vi pare dia garanzie di dialogo interreligioso? Nachchivan è parola dell’antico armeno, e significa letteralmente “il Primo Paradiso”, e fu fondata nei luoghi dell’Eden, secondo tradizione, proprio da Noè disceso dall’Ararat dov’era approdato dopo il diluvio. Che ne hanno fatto gli Azeri… E questo lo sanno i reverendi padri professori Gesuiti?

Una palese contraddizione

Noi Molokani non siamo oscurantisti. Tendiamo a informarci. Attingiamo preziose ipotesi dal libro avventuroso e onesto di Augusto Massari, già ambasciatore italiano a Baku, dedicato a Il Regno perduto dell’Albània caucasica (Cantagalli 2024, 464 pagine). E se ci sono prove scientifiche che attestano una diffusione del cristianesimo transcaucasico coeva a quella armena, va bene, benissimo, al diavolo le gelosie del passato, ma perché allora rifiutare di mettere a confronto in questa università del Papa le scoperte e le interpretazioni? Non perdiamo certo l’unicità della nostra storia qualora se ne trovasse un’altra, sorella di essa, fissandone ambiti e reperti autentici. Che poi gli Albàni abbiano perso la fede, cedendo alle lusinghe e arrendendosi alle persecuzioni, chi siamo noi per giudicare? E la piccola comunità di Albàni (tremila fedeli, coccolati dal regime azero in chiave anti-armena, peraltro) che vive ancora, sia benedetta.

Resta un fatto. Gli Azeri, nel valorizzare questo passato cristiano dei loro territori, legandolo all’etnia albana e a quella lingua, sono in palese contraddizione con l’ostinata rivendicazione del ceppo turcico (si scrive così) che è il faro geopolitico e motivazionale dei leader turchi e turcici? Ammettere da parte di Aliyev di avere radici cristiane non accadrà mai, se non per situarle in una bacheca per acchiappare i gonzi. Propaganda. Anzi peggio. Se si usano sacre memorie non per il Vangelo ma per impossessarsi di terre altrui, questa è simonia. E tributare attestati di cristianesimo a chi sta perseguitando i tuoi fratelli, che nome ha?

Non mi viene la parola. Forse Realpolitik? O Patto faustiano?

Il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio 2025 di Tempi in formato cartaceo.

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L’assessora Purchia riceve il Console Onorario della Repubblica di Armenia (Torinoclick 08.05.25)

L’assessora alla Cultura Rosanna Purchia ha accolto oggi a Palazzo Civico una delegazione armena guidata dal Console Onorario della Repubblica di Armenia in Italia, Pietro Kuciukian, accompagnato dal presidente dell’Unione Armeni d’Italia, Baykar Sivazliyan. All’incontro erano presenti anche i consiglieri comunali Simone Fissolo e Elena Apollonio, tra i promotori di un ordine del giorno del Consiglio Comunale volto a rafforzare i legami con il popolo armeno.

Tra le prospettive di collaborazione tra la Città di Torino e la comunità armena vi sono percorsi congiunti in ambito culturale, accademico e istituzionale. In particolare, sono stati evocati possibili progetti di partecipazione a manifestazioni cittadine, il coinvolgimento del mondo universitario, iniziative pubbliche e mostre volte a favorire una maggiore conoscenza reciproca e a consolidare il dialogo tra le comunità.

Nel pomeriggio, alle ore 16.15 nella Sala Colonne di Palazzo Civico, si è tenuto l’evento intitolato “1915. Il canto spezzato”, iniziativa dedicata alla sensibilizzazione della cittadinanza e alla riflessione storica sul genocidio del popolo armeno, con l’obiettivo di promuovere consapevolezza, memoria e dialogo tra culture.

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Riflessioni e verità storica, la presentazione alla Camera del libro “Non ti scordar di me” sul genocidio armeno. (Nicolaporro 08.05.25)

Genocidio Armeno, alla Camera un incontro per la memoria: istituzioni unite contro il negazionismo

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Si è tenuta ieri, nella cornice di Palazzo San Macuto, presso la Sala del Refettorio, la presentazione del volume Non ti scordar di me, dedicato al genocidio armeno. L’iniziativa ha offerto un’occasione di riflessione collettiva sulla necessità di custodire la verità storica, contrastare ogni forma di negazionismo e rinnovare l’impegno della politica nella difesa della memoria.

Ad aprire l’incontro è stato il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che ha richiamato il “dovere di verità” delle istituzioni nel raccontare una delle pagine più drammatiche del Novecento. Un dovere morale e civile, ha sottolineato, che riguarda soprattutto le nuove generazioni, chiamate a riconoscere e affrontare le conseguenze della storia in un mondo ancora attraversato da conflitti e tensioni.

Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha insistito sull’importanza della documentazione storica come fondamento della memoria. “Quod non est in actis, non est in mundo”, la mancanza di prove rischi di alimentare narrazioni distorte, aprendo la strada a una pericolosa rimozione collettiva del passato.

Un forte richiamo alla responsabilità del linguaggio e delle istituzioni è arrivato da Chiara Gribaudo, vicepresidente del Partito Democratico, che ha denunciato con fermezza la persistenza del negazionismo, sottolineando come il silenzio e l’ambiguità possano rappresentare un ulteriore oltraggio alle vittime di questi orribili crimini contro l’umanità.

Galeazzo Bignami (Fratelli d’Italia) ha riportato al centro il tema dell’impegno personale e collettivo, rievocando le parole di Antonio Gramsci: “Lindifferenza è il peso morto della storia”. Una riflessione che ha dato forza all’idea di una memoria attiva, capace di resistere all’oblio e all’indifferenza.

Giulio Centemero (Lega) ha ripercorso con soddisfazione l’iter che ha portato la Camera, nel 2019, a riconoscere ufficialmente il genocidio armeno. “Un atto di giustizia – ha detto – che nasce dall’ascolto delle testimonianze e dalla volontà di affermare con chiarezza la verità storica”.

A chiudere gli interventi parlamentari è stato Maurizio Lupi (Noi Moderati), che ha sottolineato come il riconoscimento del genocidio armeno non sia solo un tema di giustizia storica, ma anche un impegno di civiltà. “Ricordare significa costruire ponti, non muri”, ha dichiarato, auspicando un maggiore impegno dell’Europa per la tutela dei diritti umani e delle minoranze.

Tra i momenti più intensi dell’incontro, la testimonianza dell’Ambasciatore della Repubblica dArmenia in ItaliaVladimir Karapetyan, che ha espresso profonda gratitudine per l’attenzione dimostrata dalle istituzioni italiane. Le sue parole, cariche di emozione, hanno richiamato la responsabilità collettiva di mantenere viva la memoria e il valore della solidarietà internazionale di fronte alle ingiustizie del passato e del presente.

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