110 anni di silenzio: Il genocidio Armeno e la ferita ancora aperta (Sciscianonotizie 01.05.25)

Dal Metz Yeghern al Nagorno Karabakh: un Popolo sotto assedio

Napoli, 1 Maggio – A centodieci anni dal genocidio armeno, la memoria torna a farsi voce nei luoghi della storia e nelle parole delle istituzioni. Un milione e mezzo di vittime – secondo le stime ufficiali – cadute sotto la furia nazionalista del governo dei Giovani Turchi durante la Prima guerra mondiale. Un massacro sistematico, negato ancora oggi dalla Turchia, che segnò l’inizio del XX secolo con un crimine divenuto archetipo di quelli successivi.

Nella capitale, al Giardino degli Armeni, i rappresentanti della Chiesa armena in Italia e gli ambasciatori presso il Quirinale e la Santa Sede hanno commemorato le vittime, rilanciando l’appello al riconoscimento formale da parte della Turchia. Parole dure quelle dell’ambasciatore armeno in Italia, Vladimir Karapetyan: “La negazione dei fatti storici implica il ripetersi dei crimini”. Un monito che si fa urgente alla luce delle recenti violenze nel Nagorno Karabakh, dove nel 2023 circa 120 mila armeni sono stati assediati, affamati e infine cacciati da una terra abitata da millenni.

“La ferita inferta continua a sanguinare”, ha dichiarato un esponente della Comunità Armena. “Senza memoria, senza giustizia, il genocidio non è finito”. In una nota ufficiale, la Comunità ha rinnovato il proprio impegno verso un futuro europeo, chiedendo il sostegno dell’Italia contro le minacce dei regimi autocratici di Erdogan e Aliyev.

Il genocidio armeno, definito da papa Francesco “il primo genocidio del XX secolo”, fu il risultato di un piano ideologico e politico. Concepito nel cuore dell’Impero Ottomano da un triumvirato di militari – Talaat, Enver e Djemal – il progetto mirava all’omogeneizzazione etnica dell’Anatolia. Deportazioni, marce della morte verso il deserto siriano di Deir el-Zor, massacri sistematici e confisca dei beni segnarono la fine di una presenza plurimillenaria.

La storiografia turca continua a negare l’intenzionalità dello sterminio, relegandolo a tragica conseguenza della guerra. Ma i documenti storici e le testimonianze raccontano altro: un’operazione pianificata, sostenuta da un apparato statale e paramilitare, l’Organizzazione Speciale, sotto la supervisione dei ministeri dell’Interno e della Guerra.

Oggi, il popolo armeno guarda al futuro dalla piccola repubblica emersa nel 1992 dal crollo sovietico. Ma lo sguardo è ancora rivolto verso il Monte Ararat, simbolo di una patria perduta. A Yerevan, il Memoriale del Metz Yeghern sulla Collina delle Rondini resta testimone silenzioso del Grande Male. In un tempo in cui i conflitti su base etnica riemergono in nuove forme, la memoria del genocidio armeno è un monito: il silenzio, l’indifferenza e la negazione sono i primi complici dell’orrore.

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Dal genocidio degli armeni ai genocidi di oggi (Pressenza 01.05.25)

Il 24 aprile è stato celebrato il 110° anniversario del genocidio di oltre 1,6 milioni di armeni per mano dei governi turchi, conosciuto come il primo genocidio del XX secolo. Il popolo armeno è stato quindi la prima vittima di genocidio del secolo scorso.

Oggi più che mai questa ricorrenza dovrebbe essere un monito per l’umanità perché i genocidi continuano a verificarsi, in Europa, in Africa, in Asia, pensiamo ai palestinesi a Gaza, al Myanmar dove gli alti comandi militari stanno commettendo un genocidio contro la comunità musulmana dei Rohingya, in Sudan… e anche sul continente americano.

La Convenzione sul genocidio è tuttora attuale come lo fu il 9 dicembre 1948, giorno in cui divenne il primo Trattato sui Diritti Umani adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, seguito il giorno dopo dall’adozione della Dichiarazione dei Diritti Umani.

Da quel momento si pensò che questi due eventi avrebbero inaugurato una nuova era dei diritti umani: la visione di un mondo in cui i genocidi non si sarebbero mai più ripetuti. Tuttavia, come ha ricordato Zohrab Mnatsakanyan, ministro degli Esteri armeno, dall’adozione della Convenzione, il “mai più” è stato pronunciato molte volte, ma i genocidi non sono stati impediti.

I genocidi non avvengono all’improvviso; al contrario, i segnali che li precedono sono molto chiari. Per questo motivo, possono essere prevenuti, come ha sottolineato l’allora Alto Commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet e, per farlo, sarebbe necessario eliminare l’impunità, punendo i responsabili, perché l’“odioso flagello” del genocidio, come lo descrive la stessa Convenzione, rimane una minaccia e una realtà nel XXI secolo.

Adama Dieng, consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio, ha osservato che non si tratta di “un incidente”, ma del riflesso dell’“inazione della comunità internazionale nell’affrontare i segnali d’allarme che hanno permesso che diventasse una realtà”.

Eppure, le statistiche sullo stato delle ratifiche e delle adesioni alla Convenzione sono preoccupanti. Quasi un quarto dei membri delle Nazioni Unite ha ritardato l’adesione a questo strumento internazionale di fondamentale importanza.

Quello degli armeni non è stato l’unico genocidio del XX secolo: Namibia, Cecenia, Giappone, Grecia, Ruanda e Burundi, Cambogia, Vietnam, si aggiungono alla lista di quelli che vanno oltre l’Olocausto dei milioni di ebrei per mano dei nazisti.

Il Sud America non ha fatto eccezione quando si è trattato di violazioni dei diritti umani. Le dittature militari degli anni Settanta e Ottanta hanno portato a massacri indiscriminati di contadini in Nicaragua e El Salvador. Nel Cile di Pinochet furono uccise 4.000 persone e nell’Argentina del generale Videla 30.000 in cinque anni.

Meno ricordato è invece il genocidio provocato dal dittatore dominicano Rafael Trujillo, che nell’ottobre 1937 ordinò la morte di 30.000 haitiani residenti nella Repubblica Dominicana.

Gli armeni

Forse ricordare la barbarie del 1915 perpetrata contro gli armeni potrebbe contribuire a creare una consapevolezza in grado di porre in qualche modo un freno alla barbarie presente e futura.

Il genocidio commesso tra il 1915 e il 1923 ha portato all’uccisione di oltre due milioni di armeni – cristiani – e a una pulizia etnica dei territori turchi che essi abitavano, con la morte di almeno 1,6 milioni di persone.

L’operazione fu inaugurata dal governo dei Giovani Turchi, il quale approfittava della cortina fumogena della Prima Guerra Mondiale, e portata a termine sotto il governo “occidentalista” di Kemal Atatürk. Non fu il primo massacro: un altro genocidio armeno, ma meno vasto, ebbe luogo in precedenza, tra il 1894 e il 1896.

Abdul Hamid II, il “Sultano Rosso” – deposto nel 1909 dai Giovani Turchi – aveva scoperto che si poteva “porre fine alla causa armena ponendo letteralmente fine agli armeni”, una dottrina di “soluzione finale” che ebbe molti seguaci nel XX secolo e anche nel quarto di secolo già trascorso nel XXI secolo.

Questa è stata la principale forza motrice che ha portato la diaspora armena a commemorare ogni anno la data simbolica del 24 aprile, senza lacrime e in silenzio. Per decenni le comunità armene, create dai sopravvissuti al massacro e disseminate in tutto il mondo, si sono riunite insieme ogni 24 aprile, senza applausi. Nel totale silenzio.

Traduzione dallo spagnolo di Maria Sartori. Revisione di Thomas Schmid.

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Roma – Toccante commemorazione del 110° anniversario del Genocidio Armeno (Assadakah 30.04.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Si è svolta ieri, 29 aprile, al Giardino degli Armeni di piazza Lorenzini, la cerimonia di commemorazione del 110° anniversario del Genocidio Armeno. Era prevista per il 23 aprile ma era stata annullata a seguito del decesso di Papa Francesco e della decisione del Consiglio dei Ministri di proclamare cinque giornate di lutto nazionale. Alle ore 19,15 alla presenza delle Istituzioni Capitoline, dei rappresentanti della Chiesa Armena e degli Ambasciatori armeni presso il Quirinale e la Santa Sede è iniziato il ricodo delle vittime del Metz Yeghérn con l’inno nazionale italiano e quello armeno. A seguire canti liturgici armeni e la preghiera in lingua armena da parte dell’autorità religiosa. Il rappresentante per il Consiglio della Comunità Armena di Roma ha dato il benvenuto ai presenti con il suo toccante discorso “Oggi ricordiamo – ha affermato – col cuore trafitto dal dolore ma colmo della speranza del Signore risorto, il 110° anniversario del genocidio armeno”.

Ha ribadito l’importanza di non ignorare certe ferite inferte ad un intero popolo e ha letto le parole pronunciate da Papa Francesco dieci anni fa, in occasione del centenario del genocidio, dicendo che, quello degli armeni è stato il primo genocidio del XX secolo. Il rappresentante della Comunità armena di Roma ha ringraziato il defunto Santo Padre facendo notare che Il silenzio complice, nominato da papa Francesco, risuona anche oggi come 110 anni fa. “Quel …A me che importa – ha proseguito il rappresentante del Consiglio per la Comunità Armena di Roma – è risuonato anche nel 2023 quando 120 mila armeni, i figli dell’Artsakh – Nagorno Karabakh sono stati sotto assedio, affamati e stremati per poi essere cacciati dagli azeri, sotto la minaccia della pulizia etnica, dalla terra che avevano abitato da millenni e con i loro leader ingiustamente carcerati senza la possibilità di avere una giustizia. E quel… A me che importa risuona anche oggi quando ci sono tentativi di revisionismo storico ai danni della chiesa armena e del suo patrimonio religioso e culturale per cancellare la cristianità armena. La ferita inferta agli armeni continua a sanguinare perché c’è ancora silenzio, omertà, indifferenza”. Il rappresentante della Comunità Armena di Roma ha ringraziato Roma per la donazione, avvenuta 10 anni fa, del Giardino degli Armeni e tutte le amministrazioni di quelle città che hanno voluto riconoscere il genocidio.

Ha ringraziato il parlamento italiano che, nel 2019, ha approvato la risoluzione per il riconoscimento del genocidio armeno e tutti coloro che sono vicini agli armeni, i rappresentanti della Chiesa Armena, il rettore e gli alunni del collegio armeno, i rappresentanti della Chiesa Armena Apostolica, l’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia S. E. Vladimir Karapetyan e S. E. Boris Sahakian Ambasciatore armeno nella Santa Sede

La parola è poi passata all’Ambasciatore Karapetyan che ha letto il suo primo discorso in lingua italiana su quello che è successo nel passato e nel presente. “La negazione dei fatti storici implica il ripetersi dei crimini”. E ha parlato dello sfollamento forzato del Nagorno Karabakh e la cancellazione della presenza armena con tentativi di manipolare e mistificare la storia. Ha dichiarato che noi abbiamo un ruolo da svolgere e ha ringraziato i presenti e anche le autorità capitoline.

Federico Rocca era lì in rappresentanza del comune di Roma, definito un amico armeno di vecchia data, senza interessi ma solo per amicizia. “Dobbiamo impegnarci – ha affermato Rocca – alla conservazione della memoria per testimoniare e raccontare per le future generazioni. Il popolo armeno ha lottato con enorme fierezza per la verità”.

Il successivo intervento è stato quello dell’Onorevole Andrea Casu del gruppo parlamentare amicizia italia armena che ha nominato il suo collega Centemero che, insieme a lui, condivide questo impegno a favore degli armeni. Ha raccontato del suo viaggio in Armenia e la visita al memoriale. “Occorre – ha dichiarato Casu – unire le istituzioni laiche e religiose per la memoria del popolo armeno e rinnovare la vicinanza a un popolo che soffre anche attualmente per ciò che è successo nel Nagorno Karabakh. È stata poi la volta dell’ex europarlamentare del M5S Fabio Massimo Castaldo: “Roma non arebbe così senza il contributo che negli anni hanno dato gli armeni e 10 anni fa ero in Armenia alla commemorazi del centenario. Come politici dobbiamo lottare affinché tutti riconoscano il genocidio. La pace per essere vera pace deve essere giusta. L’UE deve proteggere il patrimonio armeno in pericolo. Perdere quel patrimonio e costringere migliaia di persone a lasciare la loro terra significa che non siamo stati in grado di assolgere il nostro compito e questo grida vendetta”. Castaldo ha ricordato la guerra del 2020 e ha dichiarato che l’armenia è un futuro membro dell’UE per tutto quello che ha dato. Ha citato anche le minacce da parte degli azeri fatte ai parlamentari europei. “Dobbiamo – ha concluso l’ex europarlamentare – pretendere il rispetto del diritto di vivere nelle proprie terre. Aiutateci ad aiutarvi. Senza l’Armenia l’Europa è più piccola”. La commemorazione è terminata con un canto liturgico per onorare Ignazio Maloyan, arcivescovo cattolico armeno, cittadino ottomano, arcieparca di Mardin degli Armeni che fu ucciso dai turchi durante il genocidio del 1915 ed è stato beatificato come martire da papa Giovanni Paolo II nel 2001.

A ridosso del ricordo delle vittime del genocidio armeno diversi sono stati gli interventi di parlamentari e capi di Stato. Il 24 aprile Filippo Sensi del Pd, nel suo intervento in aula, ha ricordato il massacro. “Ricorre proprio oggi il centodecimo anniversario del genocidio armeno – ha affermato Sensi – una pagina fosca e negletta di un Novecento che non ci abbandona. Nel 1915 un pianificato sterminio portò alla strage, da parte dell’impero ottomano (ancora gli imperi, sempre gli imperi) di un milione e mezzo di armeni deportati, massacrati, violentati, crocifissi, lasciati morire nelle marce della morte lungo il deserto come polvere della storia. Alla loro memoria dobbiamo ancora oggi uno sforzo di verità, tuttora negata, la cui mancanza pesa sulla disgraziata situazione di tutta quell’area, piagata oggi da morte e aggressioni e dove tuttavia resiste testarda un’aspirazione alla pace, fioca luce della quale non dobbiamo disperare nella oscurità di questi anni”.

“Basti pensare – ha sottolineato – alle centinaia di migliaia di armeni costretti a lasciare, poco più di anno fa l’Artsakh, esodo di una Bibbia di dolore che dobbiamo saper leggere, riconoscere e dire, ricordare, guardare dentro l’abisso che spalanca. Verità e giustizia sono le parole che di solito balbettiamo di fronte alla umana disumanità di questa violenza smisurata della volontà di un popolo di annichilirne un altro, perché non ne resti traccia, ombra, ricordo.

Per questo oggi sentiamo il dovere storico e collettivo di commemorare il genocidio armeno e fare più vivo ciò che non muore, l’aspirazione a un impossibile mai più, un sentimento profondo di silenziosa e complice vergogna, il disagio di un silenzio che rompiamo in questa sede solenne, dove tutti insieme qualche settimana fa, maggioranza e opposizione, abbiamo saputo fare un passo avanti per la pace tra Armenia e Azerbaigian, perché i diritti umani sappiano custodirsi come umani doveri di ognuno di noi, verso ognuno di noi. Aylevs yerbek’, mai più”. Alle parole di Sensi si è associato anche il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto.

“Oggi si ricorda il genocidio armeno – ha dichiarato l’esponente di Italia Viva – che iniziò con l’arresto e la decapitazione degli intellettuali armeni, quindi le idee, la letteratura, la lingua di quelle persone. È questo che caratterizza un genocidio: il desiderio di annientare quel particolare popolo, cancellando la sua anima. Oggi dobbiamo continuare ad attivarci affinché in quella regione la pace prevalga e il popolo armeno non sia costretto ad altre sofferenze, come è successo anche di recente quando più di centomila persone sono state costrette all’esodo dalle loro casa”. Anche Giulio Centemero della Lega, ha voluto ricordare il dramma degli armeni. “Sono trascorsi 110 anni dal genocidio degli armeni – ha spiegato Centemero – ma non dobbiamo dimenticare. Dimenticare la storia e soprattutto i suoi momenti più oscuri fa sì che gli stessi si ripetano. In questo giorno ci stringiamo a tutti gli armeni nel ricordo del Metz Yegérn e in particolare alle associazioni e comunità armene d’Italia, senza dimenticare che il popolo armeno è tuttora sotto minaccia esistenziale”.

Anche Andrea De Priamo (FdI), componente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Armenia, ha fatto il suo intervento in aula: “Il 24 aprile di 110 anni iniziò il genocidio del popolo armeno, ad opera dell’Impero ottomano, che dal 1915 al 1923 costò la vita a più di un milione e mezzo di cristiani armeni e provocò l’esodo di chi riuscì a sfuggire alle persecuzioni. A più di un secolo di distanza quello del popolo armeno è un genocidio dimenticato e, addirittura, in taluni casi negato. Il ricordo delle tragiche vicende del popolo armeno è uno strumento importante per vincere la battaglia del riconoscimento del genocidio e, soprattutto, un modo per ribadire la ferma condanna a ogni forma di persecuzione. In un contesto internazionale che vede il diffuso e preoccupante riaccendersi di conflitti, il riconoscimento e il ricordo di quei tragici eventi deve essere sempre di insegnamento alla ricerca della pace, e deve essere uno strumento per ricordare l’amicizia col popolo armeno e l’impegno espresso dall’Italia anche con una recente mozione bipartisan approvata in senato per promuovere e favorire la pace tra Armenia e Azerbaijan”,

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Jerevan: l’ambasciatore Ferranti a colloquio con il presidente della Corte Costituzionale armeno Dilanyan (Aise 30.04.25)

JEREVAN\ aise\ – L’ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, ha incontrato venerdì scorso, 25 aprile, il presidente della Corte Costituzionale della Repubblica d’Armenia, Arman Dilanyan.
Nel corso dell’incontro, parlando della cooperazione tra le Corti Costituzionali dei due Paesi, il presidente Dilanyan ha espresso grande apprezzamento per le ricche tradizioni dell’Italia nel campo dello sviluppo del diritto e, in particolare, in quello della giustizia costituzionale. A tale proposito il presidente, richiamando i profondi rapporti di amicizia tra le due Nazioni, ha inoltre sottolineato l’importanza dello scambio di esperienze e del rafforzamento dei legami sia in ambito bilaterale che multilaterale.
L’ambasciatore Ferranti, ringraziando per la calorosa accoglienza, ha assicurato che nel corso del suo mandato compirà tutti gli sforzi necessari per sviluppare ulteriormente le relazioni e la collaborazione già esistenti tra gli organi di giustizia costituzionale dei due Paesi.
Su invito dell’ambasciatore Ferranti, il presidente Dilanyan ha inoltre presentato le funzioni e il ruolo della Corte Costituzionale nel sistema di pubblica amministrazione della Repubblica d’Armenia. (aise)

Roma ricorda genocidio degli armeni 110 anni dopo,’memoria viva’ (Ansa e altri 30.04.25)

A110 anni dal genocidio armeno, le istituzioni capitoline, i rappresentanti della Chiesa armena in Italia e gli ambasciatori presso il Quirinale e la Santa Sede hanno ricordato il tragico evento, sottolineando il persistente pericolo di conflitti su base etnica, non solo in Armenia, e auspicando un riconoscimento del genocidio da parte della Turchia.
Un ricordo delle vittime, circa un milione e mezzo secondo le fonti ufficiali, si è svolto al Giardino degli Armeni di Roma.
Sono state ricordate le parole di papa Francesco, che definì quello degli armeni “il primo genocidio del XX secolo”.

Un attacco ritentato nel 2023 quando – è stato ricordato – “120 mila armeni, i figli dell’Artsakh-Nagorno Karabakh sono stati sotto assedio, affamati e stremati per poi essere cacciati dagli azeri, sotto la minaccia della pulizia etnica, dalla terra che avevano abitato da millenni e con i loro leader ingiustamente carcerati senza la possibilità di avere una giustizia”.
“La negazione dei fatti storici implica il ripetersi dei crimini”, ha detto l’ambasciatore armeno in Italia Vladimir Karapetyan.

“La ferita inferta agli armeni continua a sanguinare perché c’è ancora silenzio, omertà, indifferenza”, ha detto un rappresentante della Comunità Armena. “L’Armenia guarda al futuro – ha affermato la Comunità in una nota – e sceglie la strada della democrazia e dell’Unione Europea”. Su questo percorso chiede il sostegno dell’Italia, “poiché i regimi autocratici di Erdogan e Aliyev vogliono distruggere l’ultima speranza degli armeni per una vita dignitosa in Europa”. “Oggi più che mai gli armeni hanno bisogno di aiuto affinché il genocidio non venga dimenticato. Senza un riconoscimento da parte della Turchia di quanto è avvenuto – conclude la nota – dimostriamo al mondo che è accettabile ammazzare le persone soltanto per loro origine etnica”.


Roma ricorda genocidio degli armeni 110 anni dopo,’memoria viva’ (GiornalediBrescia)


 

Non ti scordar di me/ Un video reportage e un libro per ricordare il Genocidio Armeno (Il Sussidiraio 30.04.25)

‘Non ti scordar di me’: Liberilibri pubblica un videoreportage e un libro scritto da Vittorio Robiati Bendaud per commemorare e capire il Genocidio armeno

È stato pubblicato in questi giorni – proprio in occasione del 110mo anniversario che cadeva lo scorso 24 aprile – il video reportage ‘Non ti scordar di me‘ che accompagna l’omonimo libro scritto da Vittorio Robiati Bendaud e pubblicato da Liberilibri dedicati – entrambi – allo spesso dimenticato, ignorato e talvolta insabbiato Genocidio Armeno del che risale agli anni a cavallo tra il 1915 e il 1916: due documenti – appunto, ‘Non ti scordar di me‘ – che oltre a voler tenere sempre viva la memoria di un evento storico crudo e tristemente drammatico, ne indagano anche gli antefatti e il persistente relazionismo turco ed azerbaigiano reso possibile – più o meno volontariamente – dalla complicità dell’intero occidente.

Prima di arrivare ai documenti che portano il titolo di ‘Non ti scordar di me‘ – richiamando il noto ed omonimo fiore perenne scelto come simbolo ed emblema del centenario di quella triste pagina della storia moderna -, vale la pena ricordare che il Genocidio Armeno venne perpetrato (appunto) dalla Turchia e dall’Azerbaijan all’epoca raccolti sotto l’egide dell’impero ottomano: si stima che tra deportazioni e veri e propri stermini, nell’arco di appena un anno morirono più di 3 milioni di armeni; mentre ad oggi sono solamente 29 i paesi del mondo (tra cui l’Italia) che riconoscono quegli eventi come genocidio, con la Turchia e numerosi storici mondiali che si limitano a parlare di “massacri” negando la natura genocidiaria di quegli eventi.

‘Non ti scordar di me’: il video reportage e il libro di Vittorio Robiati Bendaud per ricordare il Genocidio armeno

Tornando a noi, il video reportage ‘Non ti scordar di me – pubblicato sempre da Liberilibri e raggiungibile gratuitamente semplicemente cliccando su queste parole – è stato diviso in tre differenti parti nel corso delle quali oltre a commemorare quei tragici eventi di oltre un secolo fa, si fissa l’obbiettivo di indagare le ragioni storiche dell’accaduto estendendosi fino al presente per uscire da quella visione relegata nella storia: ancora oggi – infatti – il popolo armeno è soggetto a violenze, isolamento e precarietà nel Caucaso nel più completo silenzio da parte dell’occidente libero che diventa cancellazione dal passato.

La pubblicazione del videoreportage – lo accennavamo già prima – segue peraltro a stretto giro la pubblicazione del libro ‘Non ti scordar di me – Storia e oblio del Genocidio armeno scritto da Vittorio Robiati Bendaud con una prefazione firmata da Paolo Mieli e una postfazione di Antonia Arslan: anche in questo caso – e il libro è acquistabile a questo indirizzo – oltre a ricordare quanto accaduto al popolo armeno 110 anni fa, ci si estende fino al presente per indagare l’atteggiamento negazionista della Turchia avallato dall’assenza di sanzioni o punizioni da parte dell’occidente che fa sì che il genocidio sia tuttora in essere.

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“La Chiesa non si fermi Serve un terzo Concilio” (Il Giornale 29.04.25)

Il “Papa armeno” Aram I: “Il cambiamento deve proseguire Bergoglio era amato da noi, riconobbe il genocidio”

"La Chiesa non si fermi Serve un terzo Concilio"

Aram I è il patriarca degli armeni. Lo chiamano anche il Papa armeno e gli riconoscono il titolo di Sua Santità. È un arcivescovo cristiano orientale, il suo nome all’anagrafe è Aram Keshishian, ha 78 anni, era molto legato a Papa Bergoglio che ha incontrato diverse volte a Roma.

Papa Francesco è stato un Papa amico degli armeni?

«Ho conosciuto Papa Francesco molto da vicino, è stato un grande Papa e ha provato costantemente a rendere la Chiesa cattolica una realtà viva e in trasformazione, vicina alla vita delle persone. Per questo è stato definito il Papa delle persone. Aveva una posizione chiara riguardo qualsiasi problema riguardante i diritti umani e i valori biblici. In occasione del centesimo anniversario del genocidio armeno, durante le celebrazioni eucaristiche in Vaticano, il Papa si è espresso pubblicamente ed apertamente, dichiarando che ciò che è accaduto alla popolazione armena durante il primo conflitto mondiale è stato un genocidio organizzato. Per questo motivo, per la popolazione armena il Papa è diventato ancor di più una persona altamente rispettata ed è anche per questo che ho voluto essere presente al suo funerale».

Cosa perdiamo con la morte del Papa?

«Il Papa ha fatto del suo meglio per realizzare la sua visione, come ogni buon leader. Papa Francesco voleva prendere la Chiesa e portarla oltre la Chiesa e la liturgia, offrendola alle persone. La Chiesa è una comunità, esiste nelle persone che la formano, non è l’amministrazione o la gerarchia. Adesso la responsabilità è dei cardinali: guardando alla nostra società in continua evoluzione dovranno decidere che tipo di Chiesa vogliono, e quindi che Papa è giusto eleggere».

Cosa si aspetta dal Conclave?

«Giovanni XXIII iniziò il Concilio Vaticano II nel 1962 e utilizzò la parola aggiornamento: voleva che la chiesa fosse reattiva nei confronti della società e che si aprisse al mondo. Dopo oltre 50 anni io chiesi a Giovanni Paolo II: Non è il tempo di iniziare il Concilio vaticano terzo?. E poi lo chiesi a Papa Benedetto, e lui mi rispose: Probabilmente lo farà il mio successore. Infine, lo chiesi a Papa Francesco che iniziò l’aggiornamento della Chiesa con la sinodalità, un processo importante per l’agenda vaticana. Dal conclave spero giunga la consapevolezza di vivere in un’età di ecumenismo, di congiunzioni e cooperazione».

Quali sono le sue relazioni con la Chiesa cattolica?

«Siamo sempre stati vicini al Vaticano e siamo anche oggi impegnati a continuare questa relazione».

C’è qualcosa in particolare che ricorda degli incontri con il Papa?

«L’ho incontrato tante volte e in differenti contesti, privati, pubblici, congressi. La sua posizione sul genocidio degli armeni è molto chiara, e che un Papa si esprima in maniera così netta ha costituito un evento storico, e mi ha impressionato che lui abbia affermato ciò che ha affermato, semplicemente perché lo sentiva dentro di se e per essere fedele alla storia».

Qual è l’atteggiamento dell’Occidente nei confronti del genocidio armeno?

«Il mondo politico si muove in base agli interessi. La religione invece si muove sui valori. Questa è la differenza fondamentale. Alcuni paesi esprimono la loro solidarietà, alcuni restano in silenzio, ma è solo questione di interessi politici, dei quali la religione non si cura».

La tragedia armena non ha mai avuto grande riconoscimento, cosa pensa di questo?

«La storia è la testimone di ciò che è accaduto ma noi continueremo il nostro lavoro perché ci sia il riconoscimento del genocidio. In particolare vogliamo che la Turchia lo riconosca, perché è necessario si guardi in faccia la realtà, che i turchi sappiano che i loro bisnonni hanno ucciso i nostri bisnonni. Devono guardare in faccia l’amara realtà comprendendo che per quanto triste la storia non può essere cambiata e questa è la mia aspettativa e speranza».

Armenia e Azerbaijan: qual è lo stato delle cose?

«Tutti sanno che gli armeni erano lì (nel Nagorno-Karabakh) storicamente: oltre 120.000 armeni vivevano lì. Adesso l’Azerbaijan ha l’obiettivo di deportarli e si può dire si tratti di un differente tipo di genocidio, supportato dalla Turchia. Sono molto deluso dal fatto che ci sia stato un convegno internazionale all’università gregoriana, e il tema era la presenza cristiana in Azerbaijan, e non solo si è completamente ignorata e negata la presenza di armeni, ma le chiese armene sono state presentate come parte della cultura dell’Azerbaijan. Una cosa del genere nelle mura vaticane, qualcosa organizzato da un’università così conosciuta, ha profondamente deluso gli armeni, in tutto il mondo. In questo momento ci sono negoziazioni e lo scopo è stabilire una pace permanente ma non c’è pace senza giustizia e giustizia è il vero nome della pace».

Che domanda vorrebbe fare al nuovo Papa?

«Chiederei che continui il processo di aggiornamento della Chiesa su tanti temi. Per esempio sul tema dei matrimoni omosessuali. In questo piccolo mondo non possiamo dire questo è un tuo problema, non mio. E credo quindi sia necessario guardare a questi problemi esistenziali in modo che sì preservino i valori della religione ma rispondendo alla realtà. La mia domanda al nuovo papa è questa: come possiamo riconciliare i valori biblici e la realtà del mondo presente?».

I suoi pensieri sul conflitto Russo- Ucraino?

«Ho ottimi rapporti con il Patriarca russo Kirill. Riguardo al conflitto, la guerra ha le proprie regole e non ho alcun giudizio sulle parti. Ma questi due Paesi sono vicini per cultura, etnia, religione. Ritengo sia urgente che si fermino le armi, che si fermino queste uccisioni il prima possibile, con l’impegno di trovare una soluzione accettabile da tutti e due i contendenti».

Ha una preferenza per uno dei papabili?

«Lascio questa decisione al conclave che opera per lo Spirito santo».

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Chi è Aram I? Biografia del Catholicos della Chiesa Apostolica Armena?

ARMENI, AZERI E ALBANIA CAUCASICA di GIAN ANTONIO STELLA (Corriere della Sera 29.04.25)

Con la morte di Francesco, dicono gli armeni, hanno perso più che un amico: non mancava mai il 24 aprile a Buenos Aires alla Giornata del Ricordo delle stragi di un secolo fa, definì nel 2015 quei massacri di oltre tre milioni di cristiani un «genocidio» a dispetto dell’irritazione turca, aprì gli archivi vaticani su quei pogrom, andò in pellegrinaggio nel 2016 in Armenia, esaltò la figura di san Gregorio di Narek… Eppure, insieme col dolore per l’addio a Jorge Bergoglio, che ha attutito ogni polemica, non cessa la raccolta di firme di intellettuali di mezzo mondo (inclusa Antonia Arslan che scrisse «La masseria delle allodole») della rivista armeno-americana asbarez.com contro la decisione della pontificia Università Gregoriana di aver ospitato il 10 aprile un convegno intitolato «Il Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità». Una provocazione, dicono. Per promuovere «narrazioni sponsorizzate dallo Stato azero volte a cancellare la presenza storica della Chiesa armena e ad appropriarsi dei suoi monumenti attribuendoli falsamente agli antichi albanesi caucasici».
Obiettivo: «delegittimare le radici indigene degli armeni e dipingerli come estranei alle loro terre ancestrali».
Distorcendo «la millenaria eredità della Chiesa armena, sul suolo armeno ora occupato da un regime con una comprovata storia di sradicamento culturale».
Nella scia dell’«assalto genocida dell’Azerbaigian al Nagorno-Karabakh nel settembre 2023, che portò alla pulizia etnica di 120.000 armeni cristiani indigeni». La Gregoriana ha sdrammatizzato: è stata solo affittata una sala all’ambasciata azera presso la Santa Sede. La polemica, però, non cessa.
Con gli armeni che definiscono «inaccettabile che un simile revisionismo abbia potuto radicarsi in un’importante istituzione accademica della Santa Sede». E invitano il Vaticano a non accettare ulteriori donazioni da Baku per il restauro di edifici religiosi: solo la maschera d’una «incessante campagna di genocidio culturale».

Il Circolo della lirica di Padova mette in scena “Nur”, ovvero viaggio attraverso la musica armena rivisitata in chiave contemporanea (Padovaoggi 29.04.25)

QuandoDal 11/05/2025 al 11/05/202517
Prezzo5 euro
Altre informazioniSito web circolodellalirica.it

 


Il Circolo della lirica di Padova mette in scena “Nur”, ovvero viaggio attraverso la musica armena rivisitata in chiave contemporanea l’11 maggio 2025
https://www.padovaoggi.it/eventi/concerto-musica-armena-nur-11-maggio-2025.html
© PadovaOggi

 

ur, che in lingua armena significa melograno, è il frutto simbolo stesso dell’Armenia, rappresentato in antichi manoscritti insieme all’uva e ai suoi tralci, simbolo di salute e abbondanza idi fertilità dell’allegria e dell’amore, espressione dell’esuberanza della vita. Il programma è infatti dedicato alla musica tradizionale armena rivisitata in chiave moderna. Lo spirito e i testi delle canzoni tradizionali sono attraversati da nuove sonorità che arricchiscono il prezioso repertorio folkloristico dei più importanti compositori armeni.

L’utilizzo di ritmi pulsanti in contrapposizione ad ambienti rarefatti immerge l’ascoltatore in una affascinante cultura lontana.
L’elegante voce del soprano armeno-americano Rosy Anoush Svazlian si fonde con il pianismo energico, gli arrangiamenti e l’affascinante racconto di Andrea Manzoni, pianista-compositore italiano e parigino di adozione, per dare vita a una performance ritmata e unica, capace di trascinare e coinvolgere l’ascoltatore in un affascinante viaggio alla scoperta di cultura lontana e preziosa.

Dopo i prestigiosi concerti alla chiesa di Saint Martin in the Fields di Londra, all’e-Luminate festival di Cambridge, al festival MITO di Milano, al Teatro Sociale di Bellinzona, e dopo il successo al Carnegie Hall, il tempio della musica classica di New York City, “Nur – Armenian Melodies” arriva a Padova a Palazzo Zacco!

  • Domenica 11 maggio h. 17 – Chiusura accesso alla sala h. 16.45
  • Palazzo Zacco Armeni – Circolo Unificato dell’Esercito
  • Prenotazione obbligatoria ai numeri 349 802 6146 – 380 759 6925 – 335 630 3408


Il Circolo della lirica di Padova mette in scena “Nur”, ovvero viaggio attraverso la musica armena rivisitata in chiave contemporanea l’11 maggio 2025
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Il genocidio armeno, una questione ancora da risolvere, un libro per studiare il passato e valutare il futuro (AciStampa 29.04.24)

“Nel complicato scacchiere mediorientale, infatti, gli stati del Caucaso (le tre repubbliche ex sovietiche, Armenia, Georgia, Azerbaigian: le prime due cristiane, la terza musulmana sciita) rivestono un’importanza molto maggiore di quel che sembrerebbe, se si guarda solo alla loro ridotta estensione geografica.

E nella situazione attuale, in contemporanea con i due conflitti ‘maggiori’ riguardanti Ucraina e Israele, si vede chiaramente una terza guerra serpeggiare minacciosamente intorno all’Armenia”: così ha scritto la scrittrice Antonia Arslan nel mensile ‘Vita e Pensiero’, editato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, presentando il libro ‘Un genocidio culturale dei nostri giorni. Nakhichevan: la distruzione della cultura e della storia armena’, scritto con il professor Aldo Ferrari, docente di lingua e letteratura armena, storia dell’Eurasia, storia del Caucaso e dell’Asia centrale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove dirige l’Osservatorio di politica e relazioni internazionali (OPRI).

Sempre la scrittrice di origine armena nel saggio scrive che il Nchkichevan “situato fra l’Armenia ex sovietica e l’Azerbaigian, è una piccola enclave fra le alte montagne del Caucaso, abitato da millenni da tribù di etnia armena, come dimostrano i numerosi monumenti là presenti, le chiese e i monasteri antichissimi (con affreschi meravigliosi da poco restaurati) e le pittoresche rovine archeologiche (ricche di straordinari ritrovamenti) risalenti all’epoca del più vasto regno armeno, quello del re Tigrane il Grande (95-55 a.C.).

Fu Stalin, plenipotenziario di Lenin per il Caucaso (come è noto, lui proveniva dalla Georgia), che negli anni tumultuosi del primo dopoguerra stabilì i confini fra le tre repubbliche transcaucasiche, dopo aver soppresso la loro fragile indipendenza. E decise di attribuire alla sovranità azera due territori confinanti con l’Armenia, e popolati in grande maggioranza da Armeni, uno ad est (il Nakhichevan) e l’altro ad ovest (che è, appunto, l’Artsakh). Vennero classificati come oblast, cioè regioni ‘a statuto speciale’, con un soviet proprio, dotato di una certa autonomia, in cui si usava la lingua armena”.

Partendo da queste note storiche al prof. Aldo Ferrari abbiamo chiesto di raccontarci, dopo 110 anni cosa resta del genocidio armeno, avvenuto il 25 aprile 1915: “Resta la realtà irrevocabile della tragedia che tra il 1915 ed il 1923  ha portato al massacro e all’espulsione di un popolo intero dal suo territorio ancestrale, alla distruzione di gran parte dei suoi monumenti, alla falsificazione della memoria di questo crimine da parte dello Stato, la Turchia, che è erede di quello (l’impero ottomano) che lo ha perpetrato. Resta la precarietà del piccolo e debole stato armeno, che occupa solo un decimo del suo territorio storico; resta, infine, una vasta ‘diaspora’, che non potendo neppure sperare di far ritorno in patria ha saputo ricostruirsi un’esistenza decorosa e spesso benestante in molti paesi del mondo”.

Per quale motivo ancora si parla poco del genocidio armeno?

“Le ragioni sono molteplici e di ordine diverso. Da un lato vi è certo la forza politica della Turchia, capace di limitare la conoscenza stessa del genocidio. Ma occorre anche pensare allo scarso peso politico, demografico ed economico della repubblica d’Armenia, a cui stessa esistenza appare minacciata e è quindi  meno efficace della ‘diaspora ‘nel diffondere la memoria del genocidio armeno”.

Quali sono le ragioni per cui ci si ostina a negare ciò che è accaduto?

“Il persistente negazionismo della Turchia dipende in primo luogo dal fatto che il genocidio le ha consentito di mantenere i territori storicamente armeni e che in quanto tali erano stati attribuiti all’Armenia dal trattato di Sèvres del 1920. Riconoscere il genocidio minerebbe la legittimità (morale se non giuridica) del loro possesso. Inoltre Ankara dovrebbe impegnarsi in una colossale opera di risarcimento a favore dei discendenti degli armeni, molti dei quali avevano ingenti patrimoni. Infine, il riconoscimento dovrebbe essere accompagnato dall’ammissione di aver mentito per più di un secolo e di aver considerato eroi nazionali persone responsabili di crimini orrendi”.

Quanto è stato importante il Nakhichevan?

“Questa regione, storicamente parte dell’Armenia, ma attribuita negli anni 20 del ‘900 all’Azerbaigian dalle autorità sovietiche, ha visto dapprima il completo abbandono della popolazione armena quindi la recente e completa distruzione del suo patrimonio artistico, costituito da circa 90 chiese e oltre 10.000 khachkar, le croci di pietra così caratteristiche dell’arte sacra del popolo armeno. Queste distruzioni costituiscono senza dubbio il più grave caso di genocidio culturale dei nostri giorni e lasciano intravvedere la possibilità che la stessa sorte tocchi adesso al patrimonio artistico del Nagorno-Karabakh, una regione abitata in larga maggioranza da armeni,  ma attribuita anch’essa all’Azerbaigian dai sovietici, e completamente svuotata dalla sua popolazione armena nel settembre del 2023”.

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Quanto è stato importante il cristianesimo nella storia armena?

“La conversione dell’Armenia al cristianesimo, avvenuta nel 301 secondo la datazione tradizionale, ha avuto un’importanza straordinaria per questo paese. Da allora e sino ad oggi l’identità del popolo armeno è indissolubilmente legata alla fede cristiana, che ha determinato l’invenzione dell’alfabeto nazionale nel 405,  la creazione di una letteratura quanto mai ricca e di un’arte estremamente originale. La secolare fedeltà al cristianesimo in un contesto sempre più islamico è la ragione principale delle numerose traversie conosciute dal popolo armeno, sino a quella del genocidio”.

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