La Base della discordia: chi trae vantaggio dal ritiro delle truppe russe dall’Armenia? (Politicamentecorretto 03.09.25)

Il Giorno dell’Indipendenza Armena è stato segnato da diverse proteste, ma quella più interessante si è svolta attorno alla 102ª base militare russa di Gyumri, dimostrando un rinnovato vigore. Due gruppi di manifestanti si sono radunati contemporaneamente in città: il primo chiedeva il ritiro delle truppe russe dall’Armenia, il secondo esponeva manifesti con la scritta “Giù le mani dalla 102ª base militare russa”. Ma per il direttore del Centro Analisi Paesi del Caucaso Meridionale, Evgeny Mikhailov, è chiaro chi alimenta questo nervosismo.

I sostenitori del ritiro delle truppe russe sono stati mobilitati dal partito “In Nome della Repubblica”, guidato da Arman Babajanyan, ex parlamentare dell’Assemblea Nazionale armena. Nonostante le esigue dimensioni della manifestazione, circa una trentina di persone al seguito del politico, la polizia ha voluto transennare il perimetro della base.

L’ex deputato Babajanyan è conosciuto per le sue posizioni filo-turche. E a dirla tutta, il politico armeno sembra proprio un agente dell’influenza di Ankara e le sue attività ricordano quelle della cosiddetta “quinta colonna”. Il suo partito include personaggi che un tempo spingevano apertamente la Turchia ad invadere la Transcaucasia, estromettendo la Russia dalla regione. Evidentemente i ricordi del genocidio armeno sono svaniti nel nulla. E in effetti, queste contestazioni sono diventate una condizione favorevole per le attività filo-turche.

“I partner occidentali di Yerevan, con i quali è stato delineato un percorso comune, sognano di smantellare il campo militare di Gyumri. I tentativi di screditare le attività dell’esercito russo sono iniziati con l’arrivo del Primo Ministro Nikol Pashinyan, ma all’epoca andavano ancora al rilento. Oggi, invece, hanno iniziato a prendere slancio”, ha commentato Yevgeny Mikhailov in merito al fallito raduno di Babajanyan.

A sostegno dei russi il partito “Madre d’Armenia” ha organizzato una manifestazione che ha radunato all’incirca 200 persone. Si deve anche dire che finora i funzionari di Yerevan hanno ripetutamente lasciato intendere, ma talvolta anche dichiarato apertamente, che il ritiro delle truppe di Mosca non è attualmente nella loro agenda. Questa posizione politica trova riscontro nella portata delle manifestazioni dalle quali si intuisce un certo disagio in caso di chiusura del Campo. Gli armeni non hanno alcuna fretta di bruciare tutti i ponti che conducono alla Russia.

“Circa 200 persone sono scese in piazza per difendere la base militare russa di Gyumri. Ciò è dovuto al fatto che la città ne dipende fortemente. L’economia di questo territorio è strettamente legata alla caserma, dove i residenti locali, oltre a commerciare, lavorano o ne garantiscono il funzionamento. Gli armeni sanno molto bene che una loro partenza dal Caucaso non sarebbe facilmente sostituibile con rapporti di vicinato di Azerbaigian e Turchia”, ritiene l’esperto, il quale ci tiene a precisare che il vantaggio sarebbe esclusivamente per l’Occidente. In effetti, l’ingente afflusso di risorse finanziarie in Armenia, rispetto agli standard del paese, non verrebbe destinato alla beneficenza, ma utilizzato nella destabilizzazione della situazione attorno alla struttura militare. “Adesso ci sono 30 persone al raduno, domani potrebbero aumentare a 100. E se i “sorosini” dessero a tutti 500 dollari, il giorno dopo potrebbero presentarsi in 500, e questo processo continuerebbe”, ha concluso Mikhailov.

La situazione del popolo armeno è ulteriormente complicata dal fatto che Pashinyan e il suo entourage non sono figure politiche indipendenti, ma fortemente controllati da Londra e Ankara. Il presidente turco, Erdogan, sa di non poter controllare pienamente l’Armenia, per questo cerca di espandere la sua influenza sul governo di Nikol Pashinyan attraverso i suoi agenti, uno dei quali sarebbe il già citato Arman Babajanyan. Quanto i tentativi turchi di distruggere lo Stato armeno avranno successo lo sapremo solo col tempo.

Cosa spera di ottenere Pashinyan consegnando l’Armenia a Erdogan? (Tempi 02.05.25)

Pare che sia il passaporto per l’Europa. Ma quale Europa? Chiesa e popolo recalcitrano. Il premier, d’accordo col suo protettore Macron, vuole laicizzare la Repubblica, farne uno Stato anonimo
Pashinyan Erdogan Armenia
Il presidente armeno Pashinyan con il presidente turco Erdogan a Istanbul, lo scorso 20 giugno (foto Ansa)

Ci sono movimenti intorno al destino dell’Armenia. E che cosa si intende qui per Armenia?
1. Anche ma non solo: la Repubblica di 3 milioni di abitanti, con capitale Erevan, situata nel Caucaso meridionale; territorio grande come la Lombardia e dotato anch’esso di un lago bello come il Lario, che si chiama Sevan.
2. Anche ma non solo: la galassia di 10-11 milioni di persone che, dovunque abitino, hanno le radici in quell’entità spirituale-corporale, storica e metastorica, cristiana e traditrice del cristianesimo, ma inesorabilmente legata a Cristo e a Sua Madre, in modo particolarissimo, sorta di predilezione che come tutte quelle divine spande molto sangue e petali di rose.
3. Anche ma non solo: segno misterioso dell’ultimo giorno in quanto prima nazione battezzata fino alle midolla dal vino di Noè appeno sceso dall’Arca, preparata al martirio da quello degli apostoli Bartolomeo (a cui fu cavata anche la pelle) e Taddeo, qui giunti insieme con la lancia di Longino che trafisse i…

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La partecipazione della Turchia al vertice dell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai a Tianjin, Gli incontri bilaterali con Cina, Russia, Iran e Armenia. Collegamento con Mariano Giustino da Ankara (Radio Radicale

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La Türkiye ha accolto con favore la decisione dell’OSCE di sciogliere il Gruppo di Minsk (TRT Global)


 

L’Armenia polo globale per l’intelligenza artificiale (Osservatorio Balcano e Caucaso 01.09.25)

In Armenia una combinazione tra passato sovietico, innovazione tecnologica americana e imprenditorialità di successo della sua diaspora offre al paese una grande opportunità di diventare non solo il principale polo IT del Caucaso meridionale, ma anche un centro emergente per l’innovazione

01/09/2025 –  Onnik James Krikorian

Firebird, una startup con sede a San Francisco e Yerevan, e il governo armeno hanno annunciato lo sviluppo di una fabbrica  di Intelligenza Artificiale (IA) da 500 milioni di dollari.

Un data center di nuova generazione, progettato appositamente per produrre modelli e soluzioni di IA su larga scala, sarà completato il prossimo anno. Firebird e Team Centre, un’altra impresa locale, finanzieranno lo sviluppo, mentre il gigante tecnologico statunitense Nvidia sarà il partner tecnologico.

Nvidia è nota soprattutto per le sue unità di elaborazione grafica (GPU). Inizialmente destinate ai videogiochi, le GPU Nvidia sono ora ricercate per scopi scientifici e di intelligenza artificiale. L’azienda ha una capitalizzazione di mercato di 4 trilioni di dollari.

Nvidia prevede di aprire altre 20 fabbriche di intelligenza artificiale in Europa nei prossimi anni, affermando che queste aumenteranno di dieci volte la capacità di calcolo dell’IA nell’Unione Europea nei prossimi dieci anni. Le fabbriche di IA sono considerate il pilastro del futuro dell’intelligenza artificiale in Europa. Nvidia inizierà a realizzare  le prime “fabbriche” in Germania, Svezia, Italia, Spagna e Finlandia, oltre che nel Regno Unito, al di fuori del blocco economico, per “alimentare la prossima trasformazione industriale”.

Nvidia ha aperto un ufficio e un centro di ricerca a Yerevan nel 2022. Per coincidenza, uno dei vicepresidenti di Nvidia, Rev Lebaredian, è di etnia armena e ha avuto un ruolo determinante nel mettere in contatto l’azienda con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan dopo la sua ascesa al potere nel 2018. È anche nipote di Gerard Lebaredian, ex consigliere per la politica estera del primo presidente dell’Armenia, Levon Ter-Petrosyan, negli anni ’90.

L’annuncio della partnership con AI Factory è arrivato alla GPU Technology Conference di Nvidia a Parigi nel giugno di quest’anno. In questa fase iniziale, l’Armenia riceverà migliaia di GPU Blackwell anziché le H20 di fascia alta.

Nvidia è il nome più importante nel settore dell’intelligenza artificiale ed è l’ultima a mostrare interesse per l’Armenia. La Carta del partenariato strategico tra Stati Uniti e Armenia, firmata all’inizio dell’anno con la precedente amministrazione Biden, include la cooperazione in materia di intelligenza artificiale e semiconduttori.

L’11 agosto, il portavoce di Nikol Pashinyan ha dichiarato ai media che due dei tre memorandum di cooperazione reciproca firmati da Armenia e Stati Uniti al recente vertice dell’otto agosto alla Casa Bianca, facilitato da Trump, riguardavano anche l’intelligenza artificiale, i semiconduttori e la sicurezza energetica. Ciò potrebbe riguardare la sostituzione del reattore nucleare armeno Metsamor, risalente all’era sovietica, entro il 2036, possibilmente con reattori modulari di piccole dimensioni (SMR) americani, e l’alimentazione del futuro dell’intelligenza artificiale del Paese.

Il consumo energetico è un fattore importante per un data center o una fabbrica di intelligenza artificiale come quello di Nvidia, che sarà scalabile fino a 100 MW e potenzialmente espandibile in futuro.

Attualmente, il governo armeno sta tentando di nazionalizzare la rete elettrica mentre il suo proprietario, l’imprenditore russo-armeno Samuel Karapetyan, è in custodia cautelare con l’accusa di tentato colpo di stato e corruzione. Il Paese, in ogni caso, vantava una tradizione di successi anche in epoca sovietica, quando veniva spesso definito la “Silicon Valley dell’URSS”. Dopo l’indipendenza, si erano già verificati tentativi di far rivivere e sviluppare questa competenza tecnologica prima ancora di Pashinyan.

Se nel 2008 il settore tecnologico aveva un fatturato di 96 milioni di dollari, nel 2017 aveva raggiunto i 765 milioni di dollari, con l’apertura di diverse importanti aziende tecnologiche statunitensi come Synopsis. L’Armenia ha anche ottenuto successi nella formazione di una nuova generazione di professionisti del settore. Il Tumo Centre for Creative Technologies, un progetto educativo per i giovani fondato dalla diaspora, è stato creato nel 2011 e si è già espanso a livello globale. Lebaridian, tra l’altro, fa anche parte del comitato consultivo di Tumo. La AI Factory di Nvidia attirerà specialisti stranieri nel paese, ma tali iniziative prepareranno anche le giovani generazioni a future opportunità di lavoro. È una delle poche storie di successo dell’assistenza della diaspora all’Armenia.

La Fondazione Afeyan per l’Armenia è un investitore e fondatore di Firebird, e l’americano-canadese Noubar Afeyan fungerà da consulente strategico e socio fondatore. Afeyan è meglio conosciuto da molti come co-fondatore di Moderna, responsabile della produzione di uno dei principali vaccini durante la pandemia di COVID-19.

“Si tratta di costruire una piattaforma di lancio per l’innovazione, dall’Armenia al mondo”, ha affermato l’egiziano-americano Razmig Hovaghimian, co-fondatore e CEO di Firebird. “Investiremo in nuovi modelli, nella robotica e nelle scienze, in partnership con le principali università di tutto il mondo, e svilupperemo la capacità di incubare la prossima generazione di innovatori in Armenia”.

Per l’Armenia, la presenza di Nvidia non rappresenta solo un semplice investimento straniero, ma anche un passo avanti verso l’integrazione in una rete di innovazione globale in un momento in cui l’intelligenza artificiale sta rimodellando interi settori industriali in tutto il mondo. Se coltivata con attenzione, la partnership potrebbe incoraggiare l’arrivo di altre aziende tecnologiche leader, accelerando ulteriormente la crescita dell’Armenia come economia digitale.

“Siamo entusiasti del potenziale delle esportazioni tecnologiche statunitensi e della leadership nell’intelligenza artificiale di promuovere una maggiore innovazione nel dinamico settore tecnologico armeno, a vantaggio degli Stati uniti e dell’Armenia”, ha affermato l’ambasciatrice statunitense in Armenia, Kristina Kvien. “Aziende come NVIDIA continuano a offrire soluzioni informatiche e di intelligenza artificiale leader a livello mondiale e siamo orgogliosi che siano i partner scelti dalle controparti armene”.

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Radio Mariam: inaugurata la nuova sede ad Aleppo (Radio Mariam 01.09.25)

Con grande gioia e profonda gratitudine al Signore, sabato 16 agosto 2025 è stata inaugurata la nuova sede degli uffici di Radio Mariam ad Aleppo, alla presenza dei vescovi della città, dei loro vicari, dello staff e di numerosi volontari. È stato un momento di festa e di speranza, che ha visto riunita una comunità viva e desiderosa di annunciare il Vangelo anche in tempi difficili.

Un sentito ringraziamento va a tutti coloro che hanno contribuito, con generosità e dedizione, a rendere possibile questo progetto. La nuova sede non è soltanto un passo avanti per Radio Mariam Siria, ma rappresenta anche un dono prezioso per Radio Mariam Armenia, che troverà qui uno spazio dedicato. Grazie ai nuovi studi, sarà infatti possibile realizzare trasmissioni in lingua armena, sia in diretta che registrate, offrendo così una voce forte e chiara alla comunità armena cattolica di Aleppo e oltre i confini.

Durante la cerimonia, è stato affidato a Mons. Joseph Bezouzou, vicario episcopale, il ruolo di rappresentante di Radio Mariam Armenia ad Aleppo. Sarà lui, insieme a un gruppo di volontari, a coordinare e sostenere le attività, affinché la voce della Chiesa armena possa raggiungere il mondo intero attraverso le onde di Radio Mariam.

Questa inaugurazione è segno concreto della comunione che lega le emittenti della Famiglia Mondiale di Radio Maria: pur parlando lingue diverse, tutte collaborano per annunciare l’unica Parola di Dio e per portare un messaggio di fede, speranza e unità in contesti spesso segnati dalla sofferenza.

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Antonia Arslan: “L’Armenia è stata colpita dal genocidio, ma si parla solo di Gaza. L’accordo con l’Azerbaijan? C’è un agnello e un leone” (Il Riformista 28.08.25)

«Così si permette all’Azerbaijan di fare quello che vuole». Il trattato di pace firmato l’8 agosto, tra Armenia e Azerbaijan, di fronte a Donald Trump, è un chiaro tentativo del premier armeno, Nikol Pashinyan, di sopravvivere a qualunque costo. Antonia Arslan, già docente all’Università di Padova, ma ancor più scrittrice e profonda studiosa dell’Armenia e del genocidio del suo popolo, osserva i recenti accordi tra Yerevan e Baku e ne approfitta per riflettere sugli altri conflitti tra Medio Oriente e Asia centrale. Da ultimo Gaza.

Professoressa, regge l’accordo?

«Mi viene in mente quello che si diceva già due anni fa, con la fine degli scontri sul campo. In un qualsiasi tipo di pace tra l’agnello e il leone, è quest’ultimo a rimandare solo di un po’ il banchetto. Oggi, la sproporzione di forze tra i due Paesi è incolmabile. A decidere se ci sarà la pace sarà solo uno».

Immagino l’Azerbaijan, che fa la parte del leone.

«Certo che sì. Baku è supportato dalla Turchia, che ha tutto l’interesse che si faccia il cosiddetto “corridoio di Zangezur” (il collegamento che l’Azerbaijan rivendica attraverso il sud dell’Armenia, per unire la sua parte occidentale all’exclave di Nakhchevan e che, a seguito dei recenti accordi raggiunti alla Casa Bianca, potrebbe prendere il nome di Trump route for international peace and prosperity, Tripp, ndr). È questo il passaggio via terra che finora manca ad Ankara tra il proprio territorio e quello dell’Azerbaijan, suo cugino per etnia e fede. Solo in parte, però. Visto che i turchi sono sunniti e gli azeri sciiti. Grazie allo Zangezur, la Turchia realizzerebbe il suo sogno di collegarsi agli Stati musulmani ex-sovietici dell’Asia centrale: Uzbekistan, Tajikistan, eccetera».

Un ritorno all’impero ottomano che penetra nel cuore dell’Asia in funzione antirussa.

«Nel Nakhchevan, gli azeri, amici dei turchi e sotto l’egida degli Usa, hanno fatto un’operazione di “de-armenizzazione” senza precedenti. Hanno cancellato una storia di tredici secoli. Se lei sorvola quel territorio, dove un tempo c’erano chiese e luoghi di culto cristiani, oggi vede solo l’erba. Il Nakhchevan oggi è azero».

Ma da tutto questo, Trump cosa ci guadagna?

«Trump fa il suo mestiere. Cerca di ottenere un vantaggio strategico prima di tutto in funzione anti-Iran. L’Azerbaijan è il primo alleato di Israele nella regione. Baku è armata da Israele. È il suo unico appoggio in campo musulmano. Trump non poteva non tenere conto di questo».

Un paradosso, vista l’alleanza tra Baku e Ankara. Come anche la rivalità tra quest’ultima e Israele.

«Sono movimenti tellurici difficili da comprendere, in Occidente».

Però anche l’Armenia è amica di Israele. Come sta affrontando questo paradosso?

«Sul terreno, questo si traduce in villaggi che passano di mano e confini porosi. Dieci chilometri di frontiera spostati qua, altri cinque là. I contadini armeni scappano man mano che l’esercito azero avanza. Di vittime se ne registrano poche, per fortuna. Se con questo accordo tacciono le armi e si ha uno stop a questa erosione di territorio, è già un risultato».

Resta in sospeso il discorso dei prigionieri.

«Questo è il punto più oscuro. Nelle prigioni di Baku marciscono prigionieri di guerra armeni ancora dal 2020 che Erevan non se ne occupa, sebbene abbia liberato i prigionieri azeri. Al momento, ci sono poi almeno sessanta funzionari armeni in ostaggio del governo filo-azero del Nagorno-Karabach (dopo la vittoria azera che ha provocato l’esodo di decine di migliaia di abitanti armeni dalla regione, ndr) in quanto accusati di crimini di guerra. Di questo, nell’accordo della Casa Bianca, non se ne parla».

Pashinyan rinuncia a tutto questo in cambio di cosa?

«Della popolarità perduta. Il premier armeno vantava un sostegno popolare fortissimo (ancora nelle elezioni del 2018, era stato eletto con una maggioranza del 70,4%, ndr). Ora questo consenso è crollato. Pashinyan vuole a tutti i costi un accordo con l’Azerbaijan. Al punto da attaccare perfino la Chiesa armena, collante millenario del Paese. Un’ingerenza nelle questioni religiose che gli è proibita perfino dalla Costituzione».

Così però rischia di doversi buttare tra le braccia di Putin pur di sopravvivere?

«No, perché Pashinyan è salito al potere puntando su una rottura con Mosca e un avvicinamento all’Unione europea. Una scommessa per certi versi persa in partenza».

Perché?

«Perché Bruxelles non muoverà mai un dito per l’Armenia. Il Paese è piccolo. Una volta e mezza il nostro Veneto. È lontano. Né la Nato né l’Ue interverrebbero a suo fianco».

Un isolamento già vissuto e che ora è di facile accostamento con Israele.

«Da decenni, autorevoli studiosi affiancano il destino comune di ebrei e armeni. Questi ultimi, già nella stampa tedesca di fine Ottocento, venivano spesso chiamati “gli ebrei d’Oriente”. Isolati e destinati alla catastrofe. In qualche modo, i primi a subirla nel Novecento».

E qui arriviamo al punto: la parola «genocidio». Oggi è oggetto di strumentalizzazioni. La Shoah e il genocidio armeno rispondono a caratteristiche precise: un piano organizzato, programmato da un governo, con il coinvolgimento della popolazione civile. A Gaza non succede questo.

«Il termine “genocidio” viene coniato da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica, a proposito proprio del caso armeno. Poi, dopo Auschwitz, la sua elaborazione trovò conferma. Alla base c’è l’idea che non si tratti di massacri occasionali, ma della distruzione programmata di un popolo. Un genocidio non è quello di Attila, che scende dalle Alpi e rade al suolo Aquileia. Perché i contadini vengono risparmiati. Ad Attila servono per le sue truppe e li fa lavorare nelle campagne. Ecco la differenza: nel genocidio c’è una volontà politica di eliminare l’intero popolo. Attenzione: armeni ed ebrei non hanno l’esclusiva di aver vissuto questa tragedia. Un genocidio è avvenuto in Cambogia e in Ruanda, ma anche in Ucraina all’inizio degli anni Trenta del Novecento, per volontà di Stalin. Tuttavia, non bastano guerre o stragi perché lo si possa decretare. Serve la volontà politica di effettuare uno sterminio integrale. Ecco perché parlare di “genocidio a Gaza” non è corretto. Manca l’organizzazione sistematica e, soprattutto, non c’è il coinvolgimento diretto della popolazione israeliana in un piano di eliminazione collettiva, come invece avvenne in Turchia e nella Germania nazista».

Che lezione si può trarre quindi dalla vicenda armeno-azera a beneficio del conflitto a Gaza?

«Trarrei la triste lezione che quando un popolo è piccolo ed è stato già molto maltrattato non se ne parla finché non si muove un circo mediatico come, al contrario, sta succedendo a Gaza, prendendo come oro colato qualsiasi dichiarazione di Hamas. Gli armeni però non hanno un sistema di comunicazione efficiente, né un impatto sull’opinione pubblica. E tantomeno uno strumento di ricatto come sono gli ostaggi che, dal 7 ottobre 2023, sono nelle mani dei terroristi palestinesi. Gli armeni sono condannati al silenzio da decenni. Il mio timore è che, anche con questo accordo, il Paese sia destinato a diventare una realtà del tutto ininfluente. Anche per responsabilità del suo governo. Pashinyan in prima persona. Mi auguro di sbagliarmi».

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Armenia: un viaggio di cuore, di mente e di fede (Corrierecesentae 29.08.25)

“Tutto lascia nel cuore il senso della fragilità umana, la potenza del potere che chiude gli occhi alle necessità della gente…”, dicono i coniugi Bartoletti Stella

Foto di gruppo per i pellegrini in Armenia guidati da don Gabriele Foschi, parroco a Sant'Egidio di Cesena
Foto di gruppo per i pellegrini in Armenia guidati da don Gabriele Foschi, parroco a Sant’Egidio di Cesena

Il racconto di un tour che rimarrà impresso nella memoriaUn popolo e una terra spesso martoriati

Abbiamo attraversato l’Armenia

Caro direttore, un viaggio è sempre un andare pieno di incognite, ma quando si torna, si è diversi… Un viaggio è movimento di cuore, di mente e di fede. È così che abbiamo attraversato l’Armenia, un paese ricco di storia, di lotte, dominazioni subite, ma anche di profonda fede fin da quando Gregorio armeno, l’Illuminatore ha portato nel 301, alla conversione del re Tiridate III rendendo il cristianesimo religione di stato, la prima nazione a essere cristiana. Una fede sofferta perché proprio san Gregorio fu imprigionato per 13 anni in un pozzo profondo sei metri nel monastero Khor Virap nel punto più vicino al biblico monte Ararat.

Un pellegrinaggio scandito dalla fede

Grazie all’eccellente organizzazione dell’agenzia Gattinoni (e di Cinzia in particolare), nonché della presenza di don Gabriele Foschi, il viaggio è stato un pellegrinaggio sapientemente scandito sui passi di una fede che col tempo ha lasciato un segno indelebile nel popolo armeno e in noi. Un popolo che ha vissuto il tremendo genocidio del 1915 da parte dei turchi ottomani, mai riconosciuto. Tanti i monasteri medievali, ognuno dei quali con la propria storia, come quello di Tatev, il più grande del sud dell’Armenia, di fondamentale importanza per la conoscenza dell’arte e della cultura medioevale armena, poi il monastero rupestre di Geghard (patrimonio mondiale Unesco), situato in una stretta gola e scavato nella roccia, il cui nome significa “lancia”, poiché qui venne custodita per secoli la lancia che trafisse il costato di Cristo sulla Croce, e poi il monastero di Haghpat del X secolo, oggi patrimonio Unesco, con la sua università molto famosa in tutto il mondo armeno e con la sua scuola di copisti e miniaturisti tra le più rinomate dell’Armenia.

Monumenti di pietra a croce

E chi conosceva i KhachkarMonumenti di pietra a croce, unici, patrimonio dell’umanità. Se ne contano 40.000 storici, di cui solo 900 nel cimitero di Noraduz, vicino al lago Sevan. Ma come sempre, la fede è anche cultura, archeologia, segna la sua impronta negli eventi geo-politici e di tutto si rimane a bocca aperta, constatando la propria personale ignoranza rispetto a un mondo che ci sovrasta, ma che è la nostra casa… Vedere a pochi metri i rigidi confini dell’Azerbajgian o della Turchia o approfondire il conflitto del Nagorno Karabakh… Tutto lascia nel cuore il senso della fragilità umana, la potenza del potere che chiude gli occhi alle necessità della gente… Come le tante strutture dismesse dal regime sovietico e lì lasciate avviluppate di erba e abbandono.

Il terremoto del 1988 con 25 mila morti

Inoltre, ce l’eravamo dimenticato, ma nel vicino 1988 l’Armenia ha subito ancora una volta un violento terremoto con 25 mila morti. La nostra guida locale Lilit è una sopravvissuta e, come lei, tutti si sono dovuti ricostruire una vita, il lavoro, le relazioni. Quando tocchi con mano il dolore e lo senti dai testimoni, solo il rispettoso silenzio ti fa essere partecipe, come presente. Il popolo italiano, ci hanno detto, ha aiutato molto l’Armenia in questa calamità. Insieme a Lilit, ha fatto la differenza la presenza di Mauro, corrispondente in loco, che ci ha accompagnato per tutto il tour dandoci il punto di vista di un italiano che vive in Armenia da 10 anni.

La storia antica prosegue nel presente

E poi il pane armeno, il lavash, patrimonio immateriale dell’Unesco, tirato ad arte dalle donne e cotto nelle pareti del forno a pozzo. Gesti tramandati da secoli e che hanno sostenuto e alimentato questo popolo. E che dire? Un gruppo motivato, solidale, unito ha ricordato che la storia antica prosegue con quella presente, con l’oggi delle buone azioni e relazioni e solo se saremo capaci di far tesoro di tutto il buono seminato nelle terre del mondo.

Floriana e Ivan Bartoletti Stella – Cesena

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Armenia in autunno: un viaggio che riserva tante belle sorprese (Masterviaggi 29.08.25)

L’autunno trasforma l’Armenia in un mosaico di boschi, vigneti e pascoli dai toni rossi e dorati. Il clima mite e l’aria frizzante rendono questo periodo ideale per esplorare i paesaggi cambianti e partecipare a varie attività all’aperto.

Tra ottobre e novembre, la visibilità è ottimale per ammirare il Monte Ararat e i suoi dintorni, con possibilità di vivere esperienze dall’alto come il “Discover Armenia from the Sky” International Balloon Festival a Yerevan, dove mongolfiere da tutto il mondo offrono voli panoramici.

Per gli amanti degli sport outdoor, il parapendio nelle zone di Tavush, lago Sevan e bacino di Azat regala prospettive uniche sul foliage autunnale.
Sul terreno, il Parco Nazionale di Dilijan e la regione di Lori invitano a escursioni tra boschi colorati e specie vegetali diverse, mentre itinerari verso Jermuk mostrano cascate e valli incontaminate.

L’autunno è anche stagione di eventi come l’Areni Wine Festival il 4 ottobre nella regione vitivinicola di Areni, sede della più antica cantina al mondo, risalente a circa 6100 anni fa.
L’evento prevede degustazioni, incontri con produttori e manifestazioni musicali. Nella stessa giornata si svolge la Maratona di Yerevan, evento sportivo che attraversa la città, che risale al 782 a.C.
A Yerevan, enoteche e ristoranti offrono la possibilità di assaggiare piatti tradizionali accompagnati da vini locali, mentre nelle cantine fuori città si può vivere la vendemmia partecipata.
Tra i piatti tipici spicca il ghapama, una zucca ripiena di riso, frutta secca, miele e burro, piatto simbolo delle festività autunnali.

In conclusione, l’autunno in Armenia coniuga natura, cultura, gastronomia e sport, presentando una proposta articolata che va oltre il turismo tradizionale e offre un’immersione autentica nel territorio e nelle sue tradizioni.

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Armenia-Azerbaijan: se vera pace sarà, non sarà per tutti (Haffington Post 28.08.25)

Show mediatico a parte – e pur con tutta la condivisibile cautela espressa da diversi analisti – l’accordo siglato a Washington è un passo importante di un percorso avviato dalla diplomazia dei due stati del Caucaso meridionale già prima dell’arrivo al potere di Trump. Se si rivelerà solo di un pessimo spettacolo, è presto per dirlo. C’è però un primo elemento, certamente negativo

28 Agosto 2025 alle 13:59

(di Simone Zoppellaro)

La guerra tra Azerbaijan e Armenia, che si trascina da oltre trent’anni ai confini dell’Europa con decine di migliaia di morti, pulizie etniche da entrambe le parti, interi paesi e città rasi al suolo, sembrerebbe aver trovato una conclusione. Dati i tempi in cui viviamo, forse una tragedia di tale portata non poteva che finire con una farsa. E così è stato. La conferenza stampa dell’accordo di pace firmato a Washington l’8 agosto scorso ha visto il presidente azero Ilham Aliyev, con l’approvazione del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, proporre una candidatura per il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump, seduto accanto a lui e visibilmente compiaciuto.

“Un miracolo,” come lo ha definito Aliyev, quello compito in pochi mesi per arrivare all’accordo dal presidente americano. Che ha contraccambiato lodando il lungo periodo di potere ininterrotto che il suo collega, con il pugno di ferro, ha saputo mantenere a Baku: “Ventidue anni: niente male. Significa che è intelligente e tenace,” ha detto Trump che, poco prima, sempre di fronte alle telecamere, discuteva con Aliyev l’eventualità di una sua terza candidatura.

Show mediatico a parte – e pur con tutta la condivisibile cautela espressa da diversi analisti – si tratta di un passo importante di un percorso avviato dalla diplomazia dei due stati del Caucaso meridionale già prima dell’arrivo al potere di Trump. In diciassette punti assai sintetici pubblicati pochi giorni dopo la firma, l’accordo vede il riconoscimento reciproco dei confini tra i due paesi sulla base di quelli che separavano, prima della dissoluzione dell’Urss, le repubbliche socialiste sovietiche di Armenia e Azerbaijan. Le parti si impegnano, inoltre, a “non avanzare alcuna rivendicazione […per la modifica dei confini] in futuro”. E ancora: i due stati, leggiamo, “non intraprenderanno alcun atto, compresa la pianificazione, la preparazione, l’incitamento e il sostegno di azioni che mirino a smembrare o a pregiudicare, del tutto o parzialmente, l’integrità territoriale o l’unità politica dell’altra parte”.

Non è un punto scontato: caduta la questione dell’autodeterminazione per gli armeni del Karabakh, dopo la disfatta militare armena del 2020 e l’ulteriore offensiva di Baku del 2023, restava aperta la questione delle crescenti rivendicazioni della propaganda azera circa un non meglio determinato “Azerbaijan occidentale,” ovvero i territori stessi dell’attuale Repubblica di Armenia. Inoltre, per quanto il documento pubblicato non tocchi esplicitamente il tema, i due governi hanno annunciato il raggiungimento di un accordo su quello che, negli ultimi anni, sembrava essere l’ostacolo maggiore per poter arrivare a una pace: la richiesta di Baku di un corridoio infrastrutturale tra l’Azerbaijan e la sua exclave del Nakhichivan che transiti in territorio armeno nei pressi del confine con l’Iran.

Battezzato ufficialmente come TRIPP, acronimo che sta per Trump Route for International Peace and Prosperity, questo offrirebbe per novantanove anni i diritti esclusivi di sviluppo e gestione a un consorzio statunitense, nell’auspicio di coniugare i profitti economici derivanti dalla costruzione di infrastrutture e dallo sfruttamento commerciale in un’ottica di sostenibilità economica e politica. In attesa di capirne di più, e sperando non si tratti solo – si perdoni il gioco di parole – di un bad trip, la prospettiva ha sollevato dubbi e proteste in Iran e in Russia, che temono di veder ridotta la loro influenza nella regione. Infine, come ha scritto lo stesso Trump sulla sua piattaforma Truth Social, “gli Stati Uniti firmeranno accordi bilaterali con entrambi i Paesi per perseguire insieme opportunità economiche, in modo da saper sfruttare appieno il potenziale della regione del Caucaso meridionale.”

Coniugando, alle solite, cinismo, narcisismo e un approccio brutalmente pragmatico che cerca in primis un immediato tornaconto tanto mediatico quanto economico, Trump porta a casa un risultato concreto che, nelle sue intenzioni, vorrebbe mettere in ombra il fallimento della sua diplomazia per quanto riguarda l’Ucraina. Nonostante le sue evidenti difficoltà ad azzeccare persino lo spelling di Azerbaijan e Armenia, l’accordo potrebbe rappresentare un ritorno in primo piano degli Stati Uniti nella regione. Se la Russia era stata protagonista indiscussa nella mediazione tanto del cessate il fuoco del 1994, che aveva posto fine alla prima guerra del Karabakh, sia di quello del 2020, che aveva determinato la sospensione dei combattimenti della seconda, fra l’altro dispiegando l’esercito russo in Karabakh in presunta funzione di peacekeeping, il fatto che l’accordo di pace sia stato firmato a Washington alla presenza di un presidente statunitense ha un impatto simbolico che non andrà sottovalutato, al di là alle prospettive economiche e politiche di cui si diceva. Non che gli USA fossero in precedenza assenti dallo scenario: a loro spettava, insieme a Russia e Francia, la copresidenza del gruppo di Minsk, struttura creata nel 1992 dall’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, per la mediazione del conflitto in Karabakh. Ma il salto di qualità è tangibile, e – con la sola eccezione dei due paesi coinvolti, ovvero Azerbaijan e Armenia – rischia di rappresentare uno smacco per gli altri attori in precedenza impegnati nella mediazione.

“È una terribile umiliazione per la Russia,” ha dichiarato il propagandista di regime Aleksandr Dugin su Telegram, poi ripreso da Deutsche Welle. “È una sconfitta totale, un disastro completo per la nostra politica nel Caucaso meridionale”. Toni drammatici a parte, e con il dovere di ricordare come, al contrario, l’influenza russa si sia assai rafforzata negli ultimissimi anni nel terzo paese della regione, la Georgia, il protagonismo trumpiano rappresenta un ulteriore passo indietro per una Russia sempre più impopolare in Armenia, proprio mentre assistiamo a una parziale rottura del regime di Aliyev con Mosca, dovuta anche al crescente ruolo di fornitore di energia di Baku per l’Unione Europea e alla sua ascesa diplomatica internazionale. Appaiono lontanissimi i tempi in cui analisti improvvisati – in Italia ciò era pressoché la regola – volevano ridurre, sbagliando, la guerra in Karabakh a un conflitto per procura tra Ankara e Mosca.

A perdere, senza dubbio, è anche l’Iran, i cui tentativi di espandere la sua influenza nella regione in passato avevano prodotto tensioni sia, in modo sensibile ma non troppo eclatante, con Mosca che, più apertamente, con Baku. E, a differenza della Russia, in questo caso più dimessa, Teheran si è affidata in questi giorni a una protesta più accesa. Con i toni un po’ truculenti tipici di chi non ha molte carte da giocare, Ali Akbar Velayati, ex ministro degli esteri della Repubblica Islamica tra 1981 e 1997 ed ora consigliere per le relazioni internazionali della guida suprema Ali Khamenei, ha dichiarato: “Questo corridoio non diventerà una porta d’accesso per i mercenari di Trump, ma il loro cimitero.” Per l’Iran, il fatto di avere un nuovo dispiegamento statunitense nei pressi dei suoi confini è uno smacco che va ad aggiungersi al recente netto indebolimento della sua posizione in tutto il Medio Oriente.

Non meno sensibile è il tracollo e, insieme, l’inanità dimostrata dalla diplomazia europea, la cui influenza nella regione va riducendosi ulteriormente. Il fallimento del Gruppo di Minsk, che a giorni dovrebbe cessare di esistere dopo trentatré anni di attività, è il coronamento di decenni di esitazioni, ipocrisie e fallimenti e, per quanto la notizia in questo periodo balneare non abbia raggiunto molti, rappresenta un segno epocale, paragonabile, su piccola scala, all’incapacità dimostrata dalle nostre diplomazie durante le guerre nella ex-Jugoslavia negli anni Novanta. In un conflitto ultratrentennale fra due paesi situati ai nostri confini, che sono parte del Consiglio d’Europa fin dal 2001 e che hanno rapporti vitali con le nostre economie (basti pensare al ruolo del gas e del petrolio azero in Italia), la voce dell’Europa è semplicemente irrilevante, assente, a tratti apertamente sbeffeggiata. Dopo il successo del Ministero del Made in Italy, sarebbe forse il caso ribattezzare i nostri affari esteri (non solo a Roma, ma in tutta Europa) con la denominazione più appropriata di Ministeri del Wishful Thinking.

Più complessa la lettura per quanto riguarda i paesi coinvolti. Per Yerevan e Baku, per diverse ragioni, l’accordo rappresenta un passo positivo verso una stabilizzazione interna, ma anche verso un consolidamento di potere che rischia di avere conseguenza negative in senso autoritario, soprattutto per l’Azerbaijan, dove la famiglia Aliyev è ai vertici del potere quasi ininterrottamente fin dal 1969. Non è per nulla una buona notizia, invece, per la sempre più esile e perseguitata opposizione azera, ormai sotto attacco quotidiano e con sempre meno supporto da parte della cosiddetta comunità internazionale. Discorso analogo si può fare per gli oltre centomila armeni del Karabakh, espulsi dalle loro case, in quella che il Parlamento Europeo, fra gli altri, non ha esitato a definire una pulizia etnica. È “come se non esistessimo,” ha scritto di recente in un articolo la giornalista Siranush Sargsyan.

Se Pashinyan ha discusso con Trump la questione dei prigionieri armeni nelle carceri dell’Azerbaijan, nulla di concreto è stato però intrapreso per loro, come per gli attivisti, ricercatori e giornalisti azeri che condividono la loro sorte, di cui non si è affatto parlato. Ma ciò è parte di questo terribile gioco, e la pace in salsa trumpiana ignora in modo sistematico le vittime e la società civile in toto, guardando esclusivamente a affari e potere.

Il conflitto, nato per il controllo del Nagorno-Karabakh, territorio da secoli a maggioranza armena attribuito da Mosca all’inizio degli anni Venti del secolo scorso all’Azerbaijan sovietico, era esploso negli anni Ottanta, quando la perestrojka aveva fatto riemergere rivendicazioni, tensioni e violenze che avevano già insanguinato in passato la regione. Dopo l’indipendenza di Armenia e Azerbaijan, la prima guerra, conclusa dal cessate il fuoco del 1994, aveva determinato la vittoria di Yerevan e la creazione di una Repubblica del Nagorno-Karabakh che, non riconosciuta da alcun paese al mondo, paradossalmente neppure da Yerevan, era proseguita fino al suo scioglimento, avvenuto il primo gennaio 2024. Un esito, questo, che è stato diretta conseguenza della seconda guerra del Karabakh, avvenuta nel 2020 e che, rovesciando gli esiti militari di quella precedente, aveva portato Baku a una riconquista della totalità dei territori perduti in precedenza, decretando al contempo l’espulsione dell’intera popolazione autoctona armena. L’attuale corrispondenza fra confini etnici e di stato dei due paesi, in netta controtendenza rispetto alla storia di un territorio estremamente composito da un punto di vista linguistico e religioso (“la montagna delle lingue”, così gli arabi chiamavano il Caucaso nel Medioevo) rappresenta purtroppo una sconfitta – l’ennesima – di un’Europa incapace di andare oltre le sue prediche e la sua falsa coscienza.

Si tratta di una pace vera o solo di un pessimo spettacolo, che avrà la durata effimera uno spot? Presto per dirlo. Se gli esperti si dividono, in questi tempi insidiosi e convulsi la prudenza è quantomai d’obbligo. Ma una cosa è certa, però, e non rappresenta affatto una buona notizia. Se pace sarà, non sarà per tutti. Oppositori, minoranze, attivisti per i diritti umani e giornalisti che non si piegano alla propaganda di regime: per loro, salvo un cambiamento di rotta radicale che al momento sembra poco probabile, la pace è nel Caucaso del Sud più che mai lontana.

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Armenia: Pashinyan presenta Torosyan come nuovo ministro del Lavoro e Affari sociali (Agenzia Nova 28.08.25)

Erevan, 28 ago 09:37 – (Agenzia Nova) – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha presentato oggi Arsen Torosyan come nuovo ministro del Lavoro e degli Affari sociali, subentrato a Narek Mkrtchyan, nominato ambasciatore straordinario e plenipotenziario negli Stati Uniti. Pashinyan ha ringraziato Mkrtchyan per i quattro anni di mandato, durante i quali sono state realizzate “importanti riforme nel settore”, molte delle quali ancora in fase di attuazione. Il premier ha sottolineato che la nomina a Washington rappresenta una missione di rilievo “alla luce del partenariato strategico avviato quest’anno con gli Stati Uniti”. Presentando Torosyan, Pashinyan lo ha definito “uno dei rappresentanti più esperti del team politico” ed ha espresso fiducia che porterà “nuove idee e nuova energia al lavoro del Ministero”. Ha inoltre sottolineato l’importanza della componente formativa nelle politiche sociali: “Il nostro obiettivo è rendere ogni cittadino il più indipendente e libero possibile, anche attraverso formazione, riqualificazione e sviluppo di competenze professionali”. Mkrtchyan, nel suo intervento di congedo, ha ringraziato per l’opportunità di servire lo Stato in un periodo “pieno di sfide”, ricordando i programmi di sostegno ai profughi del Karabakh e assicurando il massimo impegno nel nuovo incarico diplomatico negli Stati Uniti. Torosyan ha infine ringraziato per la fiducia ricevuta e garantito la prosecuzione delle riforme: “Questo settore mi è naturalmente caro. Cercheremo di migliorare i programmi esistenti e avviare nuove riforme in stretta collaborazione con il governo”.
(Rum)