Il Foglio – “Non in nostro nome”. Ebrei, laici e cristiani si mobilitano perché l’Europa non dimentichi la storia degli armeni (16 apr 2015)
Di seguito riportiamo il testo dell’appello che numerose personalità del mondo ebraico, cristiano e laico stanno facendo circolare in queste ore per solidarizzare con il popolo armeno, Papa Francesco e il Catholicos dopo gli attacchi e le minacce turche- Continua
Tutti con gli armeni (16 apr 2015) – raccolta
- Solo un crimine
- Francesco, gli armeni e la politica a due velocità
- Quando il giovane Mussolini denunciava il massacro degli armeni
- Papa Francesco: “La furia è il segno che chi non sa dialogare vuole far tacere”
- Il “Genocidio degli Armeni”. Dyer ” questione complicata”
- ASIA/TURCHIA – Anche il Patriarcato armeno di Costantinopoli commemorerà le vittime del Genocidio
- Per l’Ue il massacro degli armeni fu genocidio
- «Io, armena nata in Turchia, non potevo neanche parlare del genocidio. L’Occidente non sia complice»
- Armeni: per Europarlamento fu genocidio, no a negazionismo
- Turchia, la contesa sul genocidio armeno
- Hrand Nazariantz, un poeta armeno a Bari“
- Mussolini fu il primo a denunciare il genocidio del popolo armeno
- Centenario del genocidio armeno: deputati esortano Turchia e Armenia a normalizzare le relazioni
- Armeni in Turchia, una diaspora lunga un secolo
- Armenia: Calderoli, Turchia mai in Europa, respinta al mittente
Gramsci e l’Armenia (Libertà e Giustizia 15.04.16)
«Avviene sempre così. Perché un fatto ci interessi, ci commuova, diventi una parte della nostra vita interiore, è necessario che esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui abbiamo sentito parlare e che sono perciò entro il cerchio della nostra umanità». Cominciava così l’articolo che Antonio Gramsci dedicava al massacro degli armeni, uscito su Il Grido del Popolo l’11 marzo 1916 (e tradotto ora in inglese da Ara H. Merjian). Ci commuoviamo per ciò che succede vicino a noi e siamo indifferenti a tutto il resto. Per questo, il ruolo del giornalismo è importante: per rendere pubblico e noto a tutti quel che avviene in ogni angolo della terra e non lasciare, come scriveva Kant, che nessuna offesa alla vita di un essere umano passi senza eco. L’indifferenza, scriveva Gramsci, è figlia dell’ignoranza. «È un gran torto non essere conosciuti. Vuol dire rimanere isolati, chiusi nel proprio dolore, senza possibilità di aiuti, di conforto. Per un popolo, per una razza, significa il lento dissolvimento, l’annientarsi progressivo di ogni vincolo internazionale, l’abbandono a se stessi, inermi e miseri di fronte a chi non ha altra ragione che la spada e la coscienza di obbedire a un obbligo religioso distruggendo gli infedeli».
Il torto di non essere conosciuti aveva decretato la sorte degli armeni, una premonizione di altri massacri coperti dall’oblio. «Così l’Armenia non ebbe mai, nei suoi peggiori momenti, che qualche affermazione platonica di pietà per sé o di sdegno per i suoi carnefici; le stragi armene divennero proverbiali, ma erano parole che suonavano solo, che non riuscivano a creare dei fantasmi, delle immagini vive di uomini di carne e ossa». Si era all’inizio della Prima guerra mondiale. E la guerra aveva tolto il velo al massacro del popolo armeno; prima di allora, «niente mai fu fatto» anche se i Paesi europei avrebbero potuto «costringere la Turchia, legata da tanti interessi a tutte le nazioni europee, a non straziare in tal modo chi non domandava altro, in fondo, che di essere lasciato in pace». Il genocidio degli armeni ha messo a nudo diverse responsabilità, quelle dirette di chi li massacrò e quelle indirette di chi non fece nulla per fermare il massacro e farlo conoscere. Pochi anni dopo, con la Lega delle Nazioni fallita miseramente, l’umanità avrebbe assistito, inerme, al genocidio degli etiopi per opera dell’esercito italiano. Il genocidio degli armeni era un segno di quel che la Prima guerra avrebbe portato con sé. Gramsci toccava un nervo sensibilissimo della politica europea, quello delle responsabilità della comunità internazionale nella violazioni dei diritti umani. «La guerra europea ha messo di nuovo sul tappeto la questione armena. Ma senza molta convinzione. Alla caduta di Erzurum in mano ai russi, alla probabile ritirata dei turchi in tutto il paese armeno non è stato dato nei giornali neppure lo stesso spazio che all’atterramento di uno Zeppelin in Francia». Gramsci si rivolgeva ai membri della comunità armena disseminati nei Paesi europei affinché facessero, loro per primi, conoscere «la loro patria, la loro storia, la loro letteratura», confidando nel fatto che la conoscenza li facesse diventare un oggetto di simpatetica solidarietà. Rendere conto con vivide descrizioni e parole per muovere le emozioni e far nascere un giudizio di condanna. Sapere e fare conoscere, non mettere sotto silenzio o censurare (come ancora oggi pare chiedere il governo turco con le sue rimostranze per le parole pronunciate domenica da Papa Francesco).
Quando Gramsci scriveva il suo articolo, l’Italia era da alcuni mesi entrata in guerra contro gli ex-alleati austro-tedeschi. Era prevedibile che contro i nuovi nemici tedeschi, e gli imperi alleati a loro come quello turco-ottomano, gli italiani venissero invitati a simpatizzare con le sofferenze armene. Ma Gramsci non si prestò a questo uso strumentale della simpatia per le vittime. La sua attiva e operante azione giornalistica voleva avere la funzione di denunciare le atrocità turche senza usarle per aizzare sentimenti anti-tedeschi. Ciò che lo interessava prima di tutto era la solidarietà disinteressata internazionale verso gli armeni e altre potenziali vittime di massacri collettivi. E infatti, la carneficina degli armeni per opera dell’esercito guidato dal Sultano Abdul Hamid aveva destato l’ammirazione del re Leopoldo II del Belgio, impegnato nell’eliminazione di milioni di congolesi. La tragedia del popolo armeno era dunque, come Gramsci aveva ben compreso, premonizione e rappresentazione al tempo stesso dellepilogo tragico di quel che, vista da dentro lEuropa, era apparsa come
una lunga età di pace, e che aveva invece approntato le condizioni per i massacri e i genocidi del ventesimo secolo, a cominciare da quelli che con un eufemismo i nostri libri di scuola chiamano ancora oggi guerre coloniali. La costellazione di implicazioni che il massacro armeno portava con sé rendeva ancora più necessario che se ne parlasse, dunque. «Gli armeni dovrebbero far conoscere l’Armenia concludeva Gramsci renderla viva nella coscienza di chi ignora, non sa, non sente».
Rai Tv – “Gli Armeni, 100 anni dopo” 12 aprile 2015. Rubrica Protestantesimo.
Di seguito la trasmissione “Gli Armeni, 100 anni dopo” andata in onda il 12 aprile 2015, all’interno della rubrica Protestantesimo.
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-156d8a1e-9388-4025-b357-eef955fce6f5.html#p=
Altri articoli. Tempesta sul governo! (14 apr 2015) – raccolta
Marcello Flores D’Arcais, docente di Storia comparata e Storia dei diritti umani dell’Università di Siena, sull’atteggiamento dell’Italia nella crisi tra Ankara e il Vaticano: “L’esecutivo non vuole parlare del genocidio armeno perché ha paura di irritare Turchia e Azerbaijan e mettere in pericolo i propri interessi economici”. Secondo lo storico le parole del sottosegretario Gozi (“Non è opportuno prendere posizione”) sono “una follia”: “Se Renzi va dalla Merkel non deve parlare di Olocausto?”
(nella foto il Sottosegretario Sandro Gozi)
Non si attenua l’eco sulle dichiarazioni del Pontefice (14 apr 2015) – raccolta
- Governo italiano e genocidio armeno: perché tanta freddezza?
- Erdogan al Papa: “Sugli armeni non faccia più quell’errore”
- Aram I: gli armeni non vennero sterminati perché erano cristiani
- Genocidio degli armeni: i compromessi (a Roma) non fanno la buona politica
- Armeni: Lega, governo denunci genocidio
- Unione armeni in Italia: parole Gozi di opportunismo sconvolgente
- Il governo scomunica il Papa: “Non dite genocidio armeno”
- Perché la Turchia nega il massacro che ispirò perfino Hitler?



