Era il 24 aprile 1915 quando a Costantinopoli – l’attuale Istanbul – il governo dell’Impero Ottomano ordinò l’arresto di oltre 200 intellettuali, scrittori, giornalisti, religiosi e uomini politici armeni. Fu l’inizio di una delle più tragiche e dimenticate stragi del XX secolo: il genocidio armeno.
Quel giorno è considerato l’inizio ufficiale del massacro sistematico del popolo armeno. Nei mesi e negli anni successivi, l’orrore avrebbe assunto proporzioni immani: circa 1,5 milioni di armeni vennero sterminati attraverso deportazioni forzate, marce della morte nel deserto siriano, esecuzioni sommarie, fame e malattie.
Dietro il genocidio c’era la volontà del governo dei Giovani Turchi di “purificare” l’Impero Ottomano da tutte le minoranze non musulmane. Gli armeni, cristiani e storicamente stanziati nelle regioni orientali dell’impero, furono accusati di collusione con il nemico russo nel contesto della Prima Guerra Mondiale.
Il genocidio armeno è stato per decenni negato ufficialmente dalla Turchia, e solo una parte della comunità internazionale lo ha riconosciuto formalmente. Tuttavia, storici, studiosi e numerosi Paesi lo considerano unanimemente come il primo genocidio del Novecento, ispiratore – secondo alcuni – anche delle successive atrocità naziste.
Ogni 24 aprile, la diaspora armena in tutto il mondo si raccoglie per ricordare e chiedere giustizia. A Yerevan, capitale dell’Armenia, migliaia di persone si recano in pellegrinaggio al memoriale del genocidio sul colle Tsitsernakaberd, portando fiori e mantenendo viva la memoria di una tragedia troppo a lungo ignorata.
Ricordare il genocidio armeno non è solo un dovere della storia, ma un impegno per il futuro, affinché l’umanità non ripeta gli stessi orrori.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-24 18:01:082025-04-26 18:01:40“ACCADDE OGGI”. 24 aprile 1915 – Inizia il genocidio armeno: un milione e mezzo di vite spezzate (Binews 24.04.25)
Esisteva una lista di persone, più di 200, che il 24 aprile 1915 avrebbero visto la loro libertà svanire, ma ci sono storie che oggi possono essere ancora raccontate, non solo per sensibilizzare la società mondiale sul genocidio armeno, che oggi, 24 aprile 2025, si commemora. La storia di Zabel Yesayan è un esempio lampante di ciò.
Una breve biografia
Zabel Yesayan, née Hovhannessian è nata il 4 febbraio 1878 a Uskudar (Scutari), in prossimità di Costantinopoli, oggi conosciuta come Istanbul. Nel 1895, all’età di 17 anni, si trasferisce a Parigi per studiare letteratura e filosofia alla Sorbona, un raro caso di accessibilità per una donna all’istruzione universitaria del tempo e alla costruzione di una prolificacarriera da scrittrice e giornalista, ispirata anche al Romanticismo francese. Sempre durante gli studi, conosce e sposa Dikran Yesayan con il quale avrà due figli, Sophie e Hrant. Ritorna poi nell’odierna Turchia nel 1908 per continuare il suo lavoro e aiutare la comunità armena e in particolare le donne.
Nel 1909 viene inviata a Cilicia dal Patriarcato di Costantinopoli per assistere e aiutare gli sfollati sopravvissuti al massacro di Adana. Racconterà poi la sua testimonianza nel libro “Tra le rovine”, ed è proprio questo che la pone nella lista di quei intellettuali, artisti, scrittori e musicisti che il 24 aprile 1915 verranno assassinati dall’Impero Ottomano per il fatto di essere armeni e cristiani. Ma quel destino non si sarebbe avverato per Zabel: lei, l’unica donna di quella lista, riuscì a fuggire dall’Impero Ottomano e andare prima in Bulgaria, poi in Georgia e infine in Azerbaijan dove inizierà un altro lavoro, quello di attivista, per aiutare coloro che, come lei, sono riusciti a scappare lo sterminio premeditato dei Giovani Turchi.
Raccoglierà intere testimonianze e pubblicherà in seguito una di queste, quella di Sepastatsi Murad (Khrimian), politico e soldato che andrà contro i Turchi con la forza e le armi. Nel 1918 viaggia nel Medio Oriente per aiutare i sopravvissuti a trovare una nuova casa e anni dopo, nel 1934 si trasferisce a Yerevan, la capitale armena, con la famiglia dove insegnerà letteratura francese e armena all’Università Statale e continuerà a scrivere e sarà una sostenitrice del partito comunista sovietico.
Ma nonostante il suo supporto dichiarato sia su carta che a voce, verrà condannata di “nazionalismo” durante le Grandi Purghe e verrà arrestata nel 1937. La sua morte è ancora avvolta nel mistero: c’è chi dice che è morta a Yerevan nel ’37 secondo l’Enciclopedia letteraria concisa sovietica che la Grande enciclopedia sovietica (1972), mentre altri ipotizzano che sia morta in esilio in Siberia nel 1943 e ad oggi, quest’ultima ipotesi è la più accettata.
Perché oggi, nella 110° commemorazione del genocidio armeno conoscere storie come quella di Zabel è importante? Perché Zabel Yesayan sfidò tutte le regole del suo tempo: viaggiava da sola, scriveva di politica, denunciava l’oppressione sia etnica che di genere. In un impero che imponeva silenzi, lei sceglieva la parola. In un mondo che voleva la sua sottomissione, lei si affermava con la forza della mente.
Combatté su due fronti: come armena e come donna. In un’epoca dominata da uomini, fu ascoltata e letta; in un’epoca di guerra, offrì rifugio e racconti; in un’epoca di negazioni, portò verità. Ma pagò caro quel coraggio e nonostante questo non smise mai di affermare quella verità che la Turchia ad oggi cerca invano di negare.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-24 17:55:072025-04-26 17:56:42Zabel Yesayan: la voce che non si è piegata durante il genocidio armeno (Torino Cronaca 24.04.25)
Gli armeni, popolo quasi sconosciuto di cui non si conosce molto se non qualche estratto del genocidio che 110 anni fa, ha visto lo sterminio di 1 milione e mezzo di persone da parte dell’Impero Ottomano (che, a differenza degli altri persecutori, i turchi non hanno mai riconosciuto nemmeno per sbaglio le azioni dei loro avi). Eppure di armeni ce ne sono e anche di famosi, alcuni dei quali sono conosciuti e amati globalmente. Rimarreste anche voi a bocca aperta se sapeste che alcuni dei personaggi più conosciuti di Hollywood e non presenta sangue armeno. Tra cui, giusto per citarne qualcuno…
CHER, née Cheryl Sarkisian
Una delle artiste più iconiche al mondo, Cher è cantante, attrice e icona di stile. Nata in California da madre irlandese e padre armeno, vincitrice di un Premio Oscar come miglior attrice per Stregata dalla luna (1987) e ha una carriera lunghissima e multiforme. La sua origine armena è parte orgogliosa della sua identità, anche se raramente al centro della narrazione pubblica.
Il celebre interprete di Gollum (Il Signore degli Anelli) e Caesar (Il pianeta delle scimmie), ha rivelato di avere sanguearmeno e iraqueno dalla parte paterna, il suo nome infatti è una variazione del cognome armeno ‘Sarkisian’ (e no, non è parente lontano di Cher), mentre la madre è iraquena e inglese. Sebbene nato a Londra, Serkis ha espresso interesse per le sue radici e per le cause legate all’Armenia e all’Iraq, dove ha vissuto per alcuni anni da bambino.
JOE MANGANIELLO
Attore conosciuto per la sua performance in Magic Mike, Joe sapeva già di essere in parte armeno da parte materna ma solamente nel 2023, durante una puntata della serie “Finding Your Roots” ha scoperto che la bisnonna, Terviz “Rose” Darakjian, sopravvissuta al genocidio (dove ha visto il marito e sette degli otto figlio assassinati), è stata messa incinta da un soldato tedesco in un campo di sopravvissuti. La bambina nata dai due sarebbe poi diventata la nonna di Joe. L’attore da quell’episodio ha espresso pubblicamente il suo amore per il paese d’origine della bisnonna visitandola e tatuandosi sul braccio la parola ‘angelo’ in armeno.
COSMO JARVIS, née Harrison Cosmo Krikoryan Jarvis
Attore, musicista e regista anglo-americano, è nato nel 1989 a Ridgewood, New Jersey, da madre armena-americana e padre inglese. Il suo secondo nome, Krikoryan, è un chiaro omaggio alle sue radici armene. L’attore, conosciuto dal pubblico nell’acclamata miniserie “Shogun”, aveva parlato di come l’armeno risuonava tra le mura di casa da ragazzino, anche se non ha mai imparato la lingua. Non essendo un ammiratore del vittimismo della “sindrome del sopravvissuto”, ha sempre trovato la questione della continua negazione del genocidio armeno da parte della Turchia “affascinante“.
Nata nella capitale armena Yerevan e cresciuta negli Stati Uniti, è nota per il suo ruolo di Clementine Pennyfeather nella serie Westworld. Il suo volto magnetico, i suoi occhi blu e la sua recitazione intensa le hanno aperto le porte di Hollywood. Ha recitato anche in The Promise (2016), film dedicato al genocidio armeno, onorando la sua famiglia e la storia del suo paese.
CHARLES AZNAVOUR
Considerato uno dei più grandi chansonnierdi tutti i tempi, Charles Aznavour è una vera e propria leggenda della musica francese e mondiale. Nato a Parigi nel 1924 da genitori armeni fuggiti dal genocidio, ha sempre portato con sé l’orgoglio delle sue radici, diventando un simbolo della diaspora armena soprattutto in Francia. Autore, cantante, attore e ambasciatoreumanitario, Aznavour ha scritto oltre 1.200 canzoni, venduto più di 100 milioni di dischi in 80 paesi e recitato in decine di film.
La sua voce inconfondibile e la capacità di raccontare l’amore, la nostalgia e la solitudine con rara profondità lo hanno reso immortale. Oltre alla musica, ha avuto un ruolo chiave nella promozione della causa armena nel mondo, diventando ambasciatore dell’Armenia in Svizzera e presso l’ONU. Nel 2004 fu nominato “Eroe nazionale dell’Armenia”, massimo riconoscimento del Paese. Aznavour è scomparso nel 2018, ma il suo lascito artistico e umano continua a ispirare intere generazioni.
LA FAMIGLIA KARDASHIAN
Anche se non sono la miglior rappresentazione del popolo armeno, la famiglia Kardashian (e in particolare Kim, Khloé, Kourtney e Rob) rientrano nella comunità armeno-americana. Il padre delle tre sorelle, il famoso Robert Kardashian, anche conosciuto per essere stato l’avvocato di O.J. Simpson, è di origini armene e anche orgoglioso delle sue origini. Nell’aprile 2015, in occasione della 100° commemorazione del genocidio, le sorelle si sono recate per la prima volta in Armenia per visitarla e onorare le vittime. Dopo quella prima visita, le protagonista del noto reality show sono tornate nel corso degli anni per approfondire le loro radici.
SYSTEM OF A DOWN
La famosa band heavy metal premiata ai Grammy non ha mai nascosto l’orgoglio per le loro radici, partendo dal frontmanSerj Tankian. Quello che li rende una rappresentazione degna dell’orgoglio armeno è il fatto che tutti i componenti (Tankian, Daron Malakian, ShavoOdadjian e John Dolmayan) sono tutti discendenti di sopravvissuti al genocidio e nel 2015 avevano avviato il “Wake Up the Souls” Tour per onorare la memoria e la storia delle loro famiglie.
Tankian in particolare si è preso l’incarico di condividere più volte la storia del genocidio e non solo nella sua musica metal ma anche nel suo memoir, Down With The System: A Memoir (of Sorts). Il suo attivismo è una delle ragioni per cui la comunità armena mondiale lo vede come uno dei rappresentanti maggiori degli armeni.
Una delle voci emergenti più promettenti della scena musicale internazionale e uno dei volti più freschi della nuova generazione armena. Classe 2000, originaria di Vanadzor, ha rappresentato l’Armenia all’Eurovision Song Contest 2022 di Torino con il brano Snap, inizialmente passato quasi inosservato nella competizione, ma divenuto poi un successo globale grazie a TikTok. Il singolo ha scalato le classifiche in tutto il mondo, entrando anche nella Billboard Hot 100 negli Stati Uniti — un risultato storico per un’artista armena.
Con il suo stile pop-folk e una voce intima e malinconica, Rosa Linn ha conquistato milioni di ascoltatori, facendosi portavoce dell’Armenia sulle scene musicali internazionali. Il suo successo segna una nuova era per la musica armena nel mondo.
Ma naturalmente, e alcuni di questi non ci si aspettava nemmeno, come…
PAOLO KESSISOGLU
Metà del duo iconico italiano Luca e Paolo, è uno dei volti più amati della televisione italiana. Di origini armene da parte paterna (il cui cognome originale era Keshishian, poi trasformato in Keşişoğluper scampare al genocidio) Paolo ha spesso parlato con orgoglio della sua eredità familiare. Nonostante il suo campo principale sia la comicità, ha anche interpretato ruoli drammatici e partecipato a progetti sociali e culturali.
LAURA EFRIKIAN
Nata a Treviso da padre armeno, Laura è stata una delle attrici più popolari del cinema sentimentale italiano, nonché ex moglie di Gianni Morandi. Conosciuta per i suoi ruoli romantici e la presenza in film musicali, ha rappresentato un ponte tra cultura pop e tradizione armena, anche attraverso la sua eleganza e sobrietà. Nel 2021 ha anche pubblicato il libro “Ephrikian. Una famiglia armena” che racconta il passato sofferto della sua famiglia, partendo dalla travagliata storia d’amore dei nonni Akop e Laura.
GIORGIO PETROSYAN
Nato in Armenia e cresciuto in Italia, è considerato uno dei più forti kickboxer al mondo. Conosciuto come “The Doctor”, è diventato una leggenda grazie al suo stile impeccabile, alla tecnica e alla mentalità vincente. Un simbolo della diaspora armena capace di eccellere nello sport globale.
HENRIKH MKHITARYAN
Uno degli sportivi armeni più noti a livello globale. Nato a Yerevan nel 1989, è un calciatore professionista che ha portato con orgoglio il nome dell’Armenia nei campi da gioco più prestigiosi d’Europa. Centrocampista offensivo dal talento raffinato, Mkhitaryan ha militato in alcuni dei club più importanti al mondo: dallo Shakhtar Donetsk al Borussia Dortmund, passando per il Manchester United, Arsenal, Roma e ora Inter, dove è diventato una pedina chiave.
È anche il primo armeno ad aver giocato e segnato in Premier League. Capitano storico della nazionale armena, è considerato un simbolo sportivo nazionale e un ambasciatore non ufficiale dell’Armenia nel mondo. Fuori dal campo, è noto per il suo impegno umanitario e per la promozione della cultura e dei diritti civili nel suo Paese.
ANTONIA ARSLAN
Discendente di una famiglia armena fuggita al genocidio, Arslan è autrice del celebre romanzo “La masseria delle allodole”, che racconta proprio quella tragedia storica. Il libro ha avuto un enorme successo anche grazie al film dei fratelli Taviani tratto dal romanzo. È considerata una delle voci più importanti nella divulgazione della storia armena nel nostro Paese. Il suo romanzo, nel 2007 è stato poi adattato nell’omonimo film con Paz Vega e Alessandro Preziosi.
Negli ultimi anni, Arslan si è fatta anche portavoce armena dei recenti conflitti tra l’Armenia e l’Azerbaijan, dando interviste e scrivendo nuove opere su questo argomento, ancora sconosciuto alle menti europee.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-23 17:57:042025-04-26 17:59:56Dall’Armenia al mondo: i volti celebri di una diaspora straordinaria (Torino Cronaca 23.04.25)
Andranik voleva venire in Italia ma poi è finito in Belgio, Mariam invece voleva andare in Francia e dopo varie peregrinazioni ci è riuscita. Due storie di migranti che hanno lasciato anni fa l’Armenia in cerca di migliori condizioni di vita
Il desiderio unisce sempre dolore e attesa. In tutto il mondo, centinaia di famiglie affrontano ogni giorno il destino della separazione, alla ricerca di nuove opportunità in un paese dove i sogni, e soprattutto la libertà, sono più vicini.
La migrazione non solo infrange i confini, ma anche le relazioni umane, le culture e le vite. Ma l’aspetto più cupo è l’incertezza che spinge una persona a lasciare la propria patria, senza la certezza di tornare.
La storia di Andranik: da Gyumri a Bruxelles
Andranik aveva 23 anni quando ha deciso che doveva cambiare completamente vita. Nato a Gyumri, la seconda città più grande dell’Armenia, si è laureato all’Università di Economia e ha ricevuto una buona istruzione. Aveva fatto qualche progresso nel mercato del lavoro armeno, ma un giorno ha deciso di lasciare il paese.
“Avevo amici che vivevano all’estero, spesso ci sentivamo in videochiamata e mi raccontavano dei loro successi, di quanti soldi guadagnavano. Io raccontavo loro della mia vita, che in confronto, mi sembrava noiosa, poco interessante. Ho deciso che avrei dovuto sistemarmi in Italia. In seguito, però, i miei obiettivi e i miei progetti sono cambiati.”
Sono passati dieci anni da quando Andranik ha iniziato a prendere iniziative concrete per partire. Un amico che viveva in Italia gli ha raccontato come fosse arrivato in Europa. Andranik racconta che il viaggio del suo amico gli ricordava un film, pieno di transazioni false e percorsi difficili. “Era spaventoso, ma il desiderio di raggiungere l’obiettivo superava la paura.”
“Ho provato diverse volte a ottenere un visto, ma senza successo. Ho pagato una grossa somma di denaro ad un’azienda, sperando che potessero organizzare il mio trasferimento, ma niente ha funzionato. Ho passato quasi un anno a cercare di raggiungere l’Italia. Alla fine, quando sono rimasto deluso e ho deciso di rimanere qui, un mio amico a Bruxelles mi ha aiutato.”
Invece che in Italia, Andranik si è ritrovato in Belgio, un paese dove non aveva idea delle difficoltà che lo attendevano. Un suo amico che viveva lì gli aveva detto che l’inizio sarebbe stato difficile, ma che le cose sarebbero migliorate in seguito.
Tuttavia, la vita che aveva immaginato non si è materializzata. A Bruxelles, da immigrato che non è riuscito a trovare lavoro per lungo tempo a causa della mancanza di documenti.
“Avevo una laurea magistrale in economia, ma ho imparato a riparare auto. All’inizio non sapevo molto di quel lavoro. Ero pagato pochissimo e lavoravo costantemente con la paura nel cuore, temendo i controlli della polizia. Se mi avessero trovato, mi avrebbero rimandato indietro. E non potevo tornare, perché in quel momento avevo gravi problemi economici.”
Da due anni, Andranik ha tutti i requisiti legali per vivere in Belgio, lavora come camionista e sua moglie lavora come donna delle pulizie per una famiglia locale. Ripensandoci, dice che se fosse stato più saggio dieci anni fa, non sarebbe mai venuto in Europa.
“Ho investito i migliori anni della mia vita e tutte le mie risorse economiche per arrivare in Belgio. Sarebbe stato meglio spendere quei soldi per la mia istruzione, avrei migliorato le mie competenze professionali e avrei trovato un buon lavoro nel mio paese d’origine. Ora posso essere felice di essere in regola coi documenti, ed essere un residente regolare in Belgio.”
Per raggiungere il Belgio ha speso circa cinquemila euro, la maggior parte dei quali presi in prestito da amici e parenti.
La storia di Mariam: da Yerevan a Parigi
Mariam (nome di fantasia) aveva 29 anni quando ha deciso di cambiare vita. Nata a Yerevan, si era laureata in inglese alla facoltà di lingue. Tuttavia, aveva sempre sognato di ricominciare la sua vita a Parigi. In Armenia era una promettente interprete, ma sentiva una mancanza di stabilità e di progresso.
“Ho sempre guardato i miei amici che vivevano in Francia con invidia e ammirazione. Conducevano una vita completamente diversa: cultura, indipendenza e successo. Avevamo la stessa istruzione, ma non riuscivo a raggiungere il loro livello di agiatezza. Ecco perché un giorno ho deciso che dovevo trasferirmi anch’io a Parigi, dove tutto sembrava perfetto.”
Mariam ha iniziato a cercare programmi culturali e formativi che le permettessero di raggiungere legalmente la Francia. Tuttavia, tutte le sue domande sono state respinte. Un’amica che viveva all’estero le ha suggerito un modo per raggiungere l’Europa: ottenere un visto turistico.
“La mia amica era andata in Europa illegalmente, aveva vissuto nella paura durante la fase iniziale e mi aveva sconsigliato l’immigrazione irrregolare. Seguendo il suo consiglio, ho fatto domanda per un visto turistico di breve durata. L’ho ottenuto molto rapidamente perché i miei documenti erano in regola. Sono andata a Parigi come turista e, al ritorno, ho fatto domanda per un altro visto turistico.”
Mariam si è recata a Parigi diverse volte come turista e ha studiato il mercato del lavoro. Alla fine, ha trovato un lavoro lì e ha richiesto la residenza in Francia.
“Vivo da 7 anni a Parigi, la città dei miei sogni. Non mi lamento, ma è un dato di fatto che se fossi rimasta in patria avrei ottenuto maggiore successo. Ora lavoro in una libreria e vivo modestamente con i soldi che guadagno, mentre in Armenia guadagnavo di più e potevo permettermi una vita molto più agiata. Molti mi chiedono perché non torno, ma sono passati anni. Non posso sprecare altri anni per raggiungere una situazione decente lì. È meglio trascorrere quegli anni qui per raggiungere una vita stabile. La migrazione è come una palude: una volta entrati, è molto difficile uscirne”, dice Mariam, aggiungendo di essere soddisfatta del fatto che, a differenza di altri, non vive nella paura.
La presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano è intervenuta questa mattina alla cerimonia cittadina in ricordo del genocidio del Popolo Armeno che si è tenuta all’Auditorium Santa Margherita, a Venezia.
Tra i relatori presenti il prorettore alla Comunicazione e alla Valorizzazione delle conoscenze dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, Alessio Cotugno, il console onorario della Repubblica d’Armenia a Venezia, Gagik Sarucanian, oltre ai rappresentanti della Consulta provinciale degli studenti.
“Per il quarto anno consecutivo, la nostra città si fa portavoce della memoria di una tragedia che non possiamo e non dobbiamo dimenticare – ha detto la presidente del Consiglio comunale – In qualità di presidente del Consiglio comunale, ho ritenuto fondamentale intraprendere un significativo Percorso della Memoria, volto a conoscere e approfondire le persecuzioni e i crimini che hanno segnato la nostra storia recente. Grazie alla sinergia tra enti, istituzioni e associazioni locali, Venezia si è affermata come ‘Città della memoria’ per eccellenza”.
Nel suo intervento, Damiano ha ringraziato gli studenti presenti, numerose le scuole che hanno partecipato all’evento, tra queste gli Istituti Gritti, Parini, e Marinelli Fonte. “Il coinvolgimento dei giovani in questo percorso è cruciale – ha sottolineato la presidente del Consiglio comunale – Sono chiamati a raccogliere un testimone che appartiene a tutti noi, trasmettendo la memoria alle future generazioni. Si tratta di una memoria viva, che trascende la retorica per diventare strumento di riflessione e consapevolezza. Oggi, in un contesto di oltre 56 conflitti armati nel mondo, l’importanza della pace e del dialogo è più attuale che mai. Venezia, da sempre crocevia di popoli e culture, deve continuare a valorizzare la libertà e l’integrazione. Ricordare il genocidio armeno – ha evidenziato Damiano – è un doveroso atto di verità storica e giustizia, ma anche l’opportunità di oltre valorizzare la cultura e la resilienza di un popolo indissolubilmente legato alla nostra città”. Infine il ricordo di Papa Francesco “che ha incessantemente fatto appello al valore della pace e della solidarietà tra i popoli, un forte richiamo che rimarrà un faro per tutti noi”.
Dopo i saluti istituzionali la cerimonia è proseguita con un dialogo di approfondimento sul popolo armeno tra Baykar Sivazliyan, presidente Unione Armeni d’Italia e Aldo Ferrari, professore di Lingua e Letteratura armena dell’Università Ca’ Foscari, moderato da Germana Daneluzzi, presidente dell’Associazione Civica Lido Pellestrina. E’ seguito un breve intervento musicale di duduk, antico strumento tradizionale, eseguito da Narek Frangulyan.
In occasione della Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno, che ricorre il 24 aprile, il Comune di Venezia su iniziativa della Presidenza del Consiglio comunale ha predisposto un variegato programma di conferenze, presentazioni di libri, proiezioni cinematografiche e visite guidate agli storici siti armeni della città, in collaborazione con l’ Unione Armeni in Italia, l’Università Ca’ Foscari Venezia, Europe Direct e le associazioni culturali e civiche del territorio.
Nel corso dell’incontro è stato ricordato il calendario di iniziative che si chiuderà il prossimo 13 maggio con l’evento Padiglioni in Dialogo, ospitato nel Padiglione Venezia, ai Giardini della Biennale, nell’ambito della 19. Mostra Internazionale di Architettura.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-23 17:51:062025-04-26 17:52:44L'intervento della presidente del Consiglio comunale Damiano alla cerimonia cittadina in ricordo del genocidio del Popolo Armenoc (Comune Venezia 23.04.25)
La Giunta comunale, nella sua ultima seduta, ha approvato un intervento di recupero e valorizzazione del patrimonio cittadino. Su proposta dell’assessore ai Lavori pubblici, Francesca Zaccariotto, è stata infatti varata la delibera relativa al progetto di restauro e consolidamento delle Fondamenta del Soccorso e della Riva degli Armeni, due luoghi simbolici della città, che necessitano di lavori urgenti.
“L’intervento prevede la messa in sicurezza, il consolidamento e il restauro del paramento spondale, della riva monumentale e della pavimentazione della fondamenta – spiega l’assessore Zaccariotto – Si tratta di un’opera fondamentale per garantire la viabilità pedonale e acquea, ma anche per tutelare la memoria storica e la bellezza di questi luoghi”.
L’investimento complessivo previsto è di 600 mila euro, destinato a restituire decoro, sicurezza e piena funzionalità a un’area di grande pregio urbano e paesaggistico. L’intervento segue quello già realizzato nel 2023 in Riva Contarini, dove l’Amministrazione era intervenuta con urgenza a seguito di un grave cedimento strutturale. Una situazione che ha riportato all’attenzione pubblica la fragilità delle rive cittadine e la necessità di una manutenzione costante.
“E’ sempre più urgente – sottolinea Zaccariotto – che venga rifinanziata la Legge Speciale, strumento fondamentale per consentire ai Comuni, soprattutto quelli con un patrimonio idraulico e storico delicato come il nostro, di intervenire con tempestività e continuità. Senza risorse adeguate, la salvaguardia di questi luoghi rischia di diventare sempre più difficile. Con questa nuova operazione, l’Amministrazione comunale riafferma il proprio impegno concreto nella tutela del territorio, nella valorizzazione del patrimonio urbano e nella cura della memoria storica della città”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-23 17:49:142025-04-26 17:50:45Approvato dalla Giunta il progetto di restauro delle Fondamenta del Soccorso e Riva degli Armeni (Comune Venezia 23.04.24)
L’Armenia si trova in una posizione geopolitica critica, stretta tra le pressioni crescenti di Azerbaijan e Turchia e un progressivo disallineamento con il suo storico alleato russo.
L’analisi esamina le dinamiche regionali che minacciano la stabilità del Caucaso meridionale, dove interessi strategici legati al controllo delle rotte energetiche e alla posizione geoeconomica dell’area alimentano la competizione tra gli attori coinvolti.
Introduzione
Tra il IV ed il XIX secolo l’Armenia venne conquistata e governata da molti popoli, in ultimo gli Ottomani che rimasero padroni della regione per centinaia di anni, fino all’ottenimento dell’indipendenza del 1918. All’indomani della guerra russo-persiana del 1826-1828, le parti della Armenia storica (nota anche come Armenia orientale) sotto il controllo persiano, incentrato a Yerevan, furono incorporate alla Russia imperiale.
Nel periodo antecedente alla Prima guerra mondiale, nell’impero ottomano si era affermato il governo dei «Giovani Turchi». Essi temevano che gli armeni potessero allearsi con i russi, di cui erano nemici, così a partire dal 1915, in seguito alla “legge Tehcir”, venne autorizzata la deportazione della popolazione armena dell’impero Ottomano. Arresti e deportazioni furono compiuti in massima parte dai «Giovani Turchi». Nelle marce della morte, che coinvolsero 1 200 000 persone, centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento; questo evento verrà poi riconosciuto da molti paesi come genocidio. Questo evento ha contribuito molto alla memoria storica e quindi all’unità nazionale dell’armenia.
L’Armenia fu incorporata nell’unione Sovietica il 4 marzo 1922 e dagli inizi degli anni 80’ con il progressivo indebolimento del sistema politico sovietico, si manifestarono tensioni sia all’interno della repubblica che con la vicina repubblica Socialista Sovietica Azera con la quale era da decenni aperto il contenzioso sulla regione del Nagorno Karabakh, un ex-clave armena assegnata dall’urss all’azerbaijan nel 1923. Con la dissoluzione dell’unione Sovietica la questione del Nagorno Karabakh riemerse. Lamentando l’azerificazione forzata della regione operata da Baku, la locale popolazione armena, con il supporto ideologico e materiale dell’armenia stessa, cominciò a mobilitarsi per riunire la regione alla madrepatria.
Conflitto nel Nagorno-Karabakh e ruolo delle alleanze regionali
Nel Settembre 2020 l’Azerbaijan ha sferrato un attacco al Nagorno-Karabakh annettendone tutta la parte meridionale. Dopo vari appelli dell’onu e con la mediazione della Russia, nel novembre 2020 è stata proclamata una tregua tra i due Stati, con la creazione di una zona di pace al confine, presieduta dalla Russia come garante. Tuttavia, il 19 Settembre 2023 l’Azerbaigian ha nuovamente attaccato militarmente la regione a maggioranza armena e, dopo la vittoria, ha ottenuto la resa della Repubblica di Artsakh (Nagorno-Karabakh), provocando l’esodo di migliaia di armeni (più di 100.000 persone). Il risultato dell’offensiva da parte dell’azerbaigian, comunque, è stata la dissoluzione della Regione dal 1° gennaio 2024.
In questo scenario sono protagonisti due imperi ostili l’un altro: la Turchia e la Russia
Il legame politico, sociale, economico e militare tra Turchia e Azerbaigian ha visto una crescita costante a partire dal riconoscimento ufficiale della repubblica caucasica nel 1992 da parte di Ankara, e i due Paesi hanno investito considerevolmente a livello sia diplomatico sia strategico, nella partnership nell’ultimo decennio. Non a caso, la Turchia e l’Azerbaigian, infatti, hanno un’identità simile, ovvero quella di essere Paesi con una concezione laica ma a maggioranza musulmana, di etnia turca e sul substrato culturale condiviso hanno costruito la reciproca vicinanza.
Nel contempo, l’Armenia poteva contare su un unico storico alleato, la Russia, facendo parte dell’organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettivo, un’alleanza militare guidata da Mosca. Quest’ultima aveva centinaia di soldati stanziati in Nagorno Karabakh, con una missione ufficialmente di peacekeeping (per sostenere le autorità locali nel “mantenimento della pace”). È inoltre la potenza economica e militare principale della regione, e ha rapporti molto stretti sia con l’Armenia sia con l’Azerbaijan: per decenni il suo potere militare e la sua influenza hanno contribuito a mantenere la pace nell’area.
È importante sottolineare come uno degli elementi chiave della crescente vulnerabilità armena risiede nella sua limitata autonomia economica. Dal collasso dell’unione Sovietica l’Armenia dipende in modo strutturale dalla Russia per energia, rimesse dei lavoratori migranti, scambi commerciali e supporto infrastrutturale. Secondo i dati del FMI, oltre il 30% del PIL armeno nel 2022 era influenzato da rimesse, in larga parte provenienti dalla diaspora in Russia. Tale dipendenza vincola la libertà d’azione dell’armenia, rendendo difficile una strategia estera autonoma.
Dietro le mosse: strategie e obbiettivi nel Caucaso
Alla luce di questo nuovo scenario di debolezza, Yerevan si vede costretta a scendere a patti con il vicino azero. Nella giornata del 13 Marzo 2025, I ministri degli Esteri di Yerevan e Baku hanno dichiarato di aver raggiunto un accordo di principio sui termini sostanziali di un trattato di pace, col quale i due Paesi caucasici potrebbero voltare pagina su un aspro conflitto che va avanti da 37 anni.
Ad ogni modo, una pacificazione duratura fra i due vicini rimane lontana, il Presidente azero Aliyev, da quando è salito in carica nel 2003, ha imposto un’identità nazionale azera basata sull’immagine negativa dell’altro: il nemico armeno. Neanche dopo i conflitti recenti e la vittoria militare dell’azerbaigian, Aliyev è disposto a smorzare la retorica antagonista e dedicarsi alla costruzione di un rapporto basato sulla fiducia e alla cooperazione regionale nel Caucaso meridionale. L’Azerbaigian sostiene che l’intera Repubblica di Armenia costituisce l’”Azerbaigian occidentale” e Aliyev ha dichiarato ufficialmente che Yerevan è “storicamente” terra azera, preparando così il terreno per un futuro antagonismo.
In questo senso, Baku può fortemente affidarsi alla Turchia, l’allineamento tra i due Paesi non è da leggere solo nei termini delle politiche del “pan-turchismo”, la dipendenza della Turchia da fonti di energia esterne contribuisce non solo al deficit di bilancio di Ankara, ma ha portato alla necessità di sviluppare una politica di diversificazione energetica; perciò, ha consolidato i rapporti con Baku, grande esportatore di gas e petrolio a livello mondiale. Da questa alleanza, l’Armenia ne risulta danneggiata non solo territorialmente, ma teme anche il potenziamento dei corridoi di trasporto commerciale ed energetico tra Azerbaigian e Turchia: il progetto del corridoio Zangezur, che passa da un tratto di territorio armeno, infatti, faciliterebbe il commercio tra i due partner economici e difensivi tramite un’exclave azera situata a sud-ovest dell’armenia. La realizzazione del progetto consentirebbe di stabilire legami commerciali ed energetici diretti attraverso il Nakhchivan, exclave dell’azerbaijan avverando la visione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di unire il mondo turco.
Parallelamente all’allontanamento della Russia all’armenia, Mosca si è di fatto avvicinata al paese azero. Il motivo principale risiede nel nuovo assetto geoeconomico che la Russia ha dovuto cercare dopo le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina. Il positivo sviluppo dei rapporti tra Russia e Azerbaigian si può dunque spiegare principalmente con ragioni economiche e geopolitiche. Il paese caucasico è strategicamente importante per Mosca per almeno tre questioni. Innanzitutto, rappresenta per la Russia la possibilità di rilocalizzare le proprie imprese e attività finite nel mirino delle restrizioni occidentali. In secondo luogo, l’esportazione di petrolio russo in Azerbaigian, che utilizza per i propri consumi interni oltre che rivenderlo sui mercati UE, permette a Mosca di mitigare gli effetti delle sanzioni e talvolta di raggirarle. Infine, Baku è un partner strategico per il trasporto di beni da e verso l’Iran e il Golfo Persico.
Sulla base di questo nuovo paradigma geopolitico, Yerevan ha cominciato a guardare ad Occidente, trovando una sponda nell’unione Europea. Quest’ultima ha deciso di staccare un assegno da 10 milioni di euro a sostegno delle forze armate armene attraverso lo “strumento per la pace”, nell’intento di attrarre verso di sé un Paese all’interno di un’area di interesse economico e strategico per la Russia, e che porterebbe l’Europa in Asia occidentale, nel Caucaso. Non a caso, il Governo armeno ha recentemente presentato un disegno di legge sull’adesione all’ue al Parlamento nazionale, nonostante le questioni geopolitiche e di sicurezza da affrontare affinché ciò accada.
Nonostante questo avvicinamento, è cruciale sottolineare che l’Europa importa molto del gas e petrolio azero, nel 2023 le esportazioni di gas dell’azerbaigian verso l’Europa attraverso i tre gasdotti che compongono il Corridoio Meridionale del gas hanno totalizzato 11,8 miliardi di metri cubi. In particolare, l’Azerbaijan esporta circa il 57% del suo petrolio e il 20% del gas all’italia, mettendo il paese e l’Europa in una posizione scomoda per posizionarsi troppo a favore di Yerevan, dopo lo stop all’approvvigionamento di gas e petrolio russo.
Nello scacchiere regionale, vi è un’altra potenza capace di influenzare il corso degli eventi: l’Iran. La Repubblica Islamica, è storicamente interessata a preservare il confine con l’Armenia ed è uno strenuo difensore dell’integrità territoriale armena, il paese, sin dal conflitto del 2020, ha chiarito all’azerbaijan che non avrebbe tollerato alcuno spostamento di confine. Alla base di queste posizioni vi è il fatto che l’Iran e l’Azerbaigian sono due Paesi storicamente in conflitto tra di loro, per reciproche pretese di supremazia territoriale ed etnica, dato che la maggior parte degli azeri sono di religione musulmano-sciita, proprio come l’Iran, nonostante ciò sia da considerarsi come un Paese amico di Israele, nemico acerrimo della Repubblica Islamica.
Ciò nonostante, i cambiamenti geopolitici in corso stanno riavvicinando l’Iran con il vicino azero per il legame sempre più stretto di Teheran con Mosca, che passa inevitabilmente da Baku. Le sanzioni internazionali, di cui Russia e Iran sono primatisti a livello mondiale, provoca una dipendenza delle loro economie dalle rotte di esportazione dei materiali energetici, dovendo sostenersi nella contrapposizione all’occidente e l’Azerbaigian cerca di sfruttare la sua posizione mediana non solo a livello geografico, ma anche nelle relazioni politiche con i due vicini e i tanti partner occidentali, un esempio è l’accordo firmato tra Mosca e Teheran nel 2023 per la costruzione comune della tratta ferroviaria di 162 chilometri Rešt-Astara, tra i confini azero-iraniani, che si collega alla città russa di Derbent sul confine settentrionale dell’azerbaigian.
Alla luce del progressivo allontanamento della Russia e della crescente pressione turco-azera, l’Armenia riuscirà a sopravvivere come attore sovrano nel Caucaso meridionale o sarà assorbita nello spazio d’influenza dei suoi vicini?
Scenari futuri
Nel migliore degli scenari, l’Armenia riesce a uscire dalla sua attuale vulnerabilità grazie a un maggiore impegno dell’unione Europea, che intensifica il sostegno politico, infrastrutturale e militare. L’Azerbaijan, spinto da pressioni internazionali e da un nuovo equilibrio regionale, accetta un trattato di pace vincolante, riconoscendo i confini armeni. Anche l’Iran adotta un atteggiamento più favorevole, sostenendo l’integrità territoriale armena per bilanciare l’asse turco-azero. Ne consegue un rafforzamento dello Stato armeno, con attrazione di investimenti esteri e un ruolo più stabile nel Caucaso. L’Armenia accelera il percorso verso l’ue e rafforza meccanismi difensivi con partner selezionati, come la Francia paese finora più incline a garantire la sicurezza armena, garantendo la propria sopravvivenza strategica.
In uno scenario intermedio, l’Azerbaijan evita nuove aggressioni ma mantiene alta la pressione sull’armenia. L’Unione Europea offre assistenza economica ma senza impegno militare, mentre Russia e Iran restano ambigue. L’Armenia, isolata, adotta una posizione di neutralità forzata, senza garanzie di sicurezza reali. La crescita resta debole e il peso internazionale minimo. Per reagire, cerca nuovi partner, come gli Stati Uniti, i quali potrebbero impegnarsi a frenare l’influenza della Turchia nella regione, oltre a diversificare i propri partner commerciali in favore di India e Iran, ma senza superare lo stallo.
Nel peggior scenario possibile, l’Azerbaijan lancia un’invasione di porzioni del territorio armeno, approfittando del disimpegno russo e dell’inerzia diplomatica occidentale. L’Iran, in difficoltà e legato a Baku, resta neutrale. L’Unione Europea, legata agli interessi energetici con l’Azerbaijan, evita di intervenire. Di fronte all’aggressione, l’Armenia subisce gravi perdite territoriali e un esodo di civili, mentre l’adesione all’ue diventa irrealistica. Lo Stato armeno si ritrova isolato e geopoliticamente irrilevante. Le strategie difensive adottate, tra cui la richiesta di supporto ONU e l’appello alla Corte Internazionale, si rivelano insufficienti a fermare la disintegrazione.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-22 19:38:102025-04-26 19:40:22L’Armenia è in trappola? (Iari 21.04.25
Dalla discriminazione nell’Impero ottomano al nazionalismo dei Giovani turchi, passando per la diaspora. Nell’anniversario del genocidio armeno, il professor Aldo Ferrari ripercorre cause e conseguenze del primo sterminio di massa del Novecento. Un’analisi che mette in luce come memoria e identità condizionino ancor oggi i rapporti tra armeni e turchi.
«Sotto l’Impero ottomano gli armeni riuscivano a vivere, nonostante le discriminazioni. Con l’avvento dei Giovani Turchi e del loro nazionalismo, la distruzione del popolo armeno divenne non solo possibile, ma deliberata». In occasione dell’anniversario del genocidio armeno, perpetrato dall’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale, Krisis ha intervistato Aldo Ferrari. Ordinario all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove insegna Storia dell’Eurasia, Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale e Letteratura Armena, Ferrari è considerato il massimo esperto di Caucaso in Italia.
Professor Ferrari, il 24 aprile si celebra il 110° anniversario del genocidio armeno. Che cosa rappresenta questa data per l’Armenia?
«L’anniversario non si celebra solo in Armenia. La maggior parte della popolazione armena vive oggi in diaspora, eppure ricorda questa data che rappresenta una pagina tragica della storia. Il popolo armeno ha rischiato veramente di essere cancellato dalla storia con l’aggravante, che a differenza del genocidio degli ebrei, lo Stato erede dell’Impero ottomano, la Turchia, continua a negarlo. Quindi non si tratta soltanto di un atto di verità storica ma anche di giustizia negata a un’intera popolazione».
Memoriale del genocidio armeno a Erevan. I lavori furono avviati nel 1965 dal governo sovietico. Foto Public Domain.
Da chi fu perpetrato il genocidio e per quali ragioni?
«Il genocidio iniziò ufficialmente il 24 aprile, quando a Costantinopoli, capitale dell’Impero ottomano, vennero arrestati e poi uccisi alcune centinaia di intellettuali, l’élite del popolo armeno. Dopodiché nel 1915, attraverso una politica di deportazione, venne quasi completamente annientato l’intero popolo armeno. Ci furono altri episodi negli anni successivi, fino al 1923, ma l’apice del massacro si raggiunse nella primavera-estate del 1915, a opera del governo dei Giovani turchi. Il movimento aveva preso il potere con la rivoluzione del 1908, esautorando di fatto il sultano e proponendo al paese una modernizzazione su base nazionalista. All’interno del multietnico impero, c’erano minoranze nazionali non compatibili con questo disegno: gli armeni, naturalmente, ma anche i greci e i siro-cristiani furono colpiti da violente repressioni».
Eppure, gli armeni erano considerati la comunità più leale dell’Impero ottomano. Come si spiega questo cambio di politica?
«Non fu un cambiamento politico così improvviso come si potrebbe sembrare. La fedeltà degli armeni era basata sulla loro completa accettazione dello statuto di discriminazione all’interno dell’Impero ottomano. Quando, nella seconda metà dell’Ottocento, l’impero attraversò il punto più critico della sua inarrestabile decadenza, gli armeni si distinsero in diversi campi: istruzione, cultura e miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Cominciarono a mostrare la volontà di non voler essere più i soggetti passivi delle incursioni dei curdi e dalle discriminazioni ottomane. L’Impero ottomano, poi, iniziò a sospettare della lealtà stessa degli armeni. In quel periodo, la Sublime porta era impegnata militarmente contro l’Impero russo su diversi fronti, ma che non erano certo vittoriosi per gli ottomani, a causa della dilagante crisi. Gli armeni dell’Impero russo che combattevano contro gli ottomani erano numerosi e spesso avevano ruoli di rilievo. Per gli ottomani, questa scelta creava il sospetto che anche gli armeni stessero dalla parte dei russi. Cominciarono quindi a considerarli una sorta di quinta colonna pericolosissima per la sopravvivenza stessa dell’Impero.
In che senso?
«Gli armeni, che erano insediati dal Caucaso fino alla Cilicia, non costituivano la maggioranza della popolazione, ma erano comunque una componente importante e influente. Una loro eventuale indipendenza avrebbe probabilmente posto fine all’esistenza dell’Impero ottomano. Già nel 1894-96 ebbero luogo diversi massacri denominati hamidiani dal nome del sultano Abdul Hamid II, che causarono tra le 100 e le 200 mila vittime. Un numero altissimo, quindi, corrispondente a quasi un decimo della popolazione armena totale. Nel 1915 dunque non nacque al nulla un genocidio: la situazione dei decenni precedenti in qualche maniera l’aveva preparato».
Mappa che mostra i principali centri del genocidio armeno, perpetrato dall’Impero ottomano a partire dal 1915, in particolare i sei vilayet dell’Anatolia orientale. Foto Public Domain
Lo storico armeno Vakahn Dadrian individua un fil rouge tra i massacri hamidiani e la politica dei Giovani turchi. È corretta questa interpretazione?
«Solo in parte. I massacri hamidiani furono violentissimi. È però molto importante, per la comprensione delle tragedie storiche, distinguere tra massacro e genocidio. I massacri possono essere spaventosi, ma non puntano all’annientamento totale di una popolazione, a differenza dei genocidi. Il termine genocidio andrebbe usato poco, soltanto nei casi in cui sia evidente il progetto di sterminio e sia evidente che questo progetto è giunto a compimento. Per fortuna né quello ai danni degli armeni, né quello ai danni degli ebrei riuscirono ad annientare totalmente la popolazione. Nel caso degli armeni, però, il genocidio riuscì a scacciarli completamente attraverso deportazioni e massacri dai loro territori ancestrali. C’è certamente una continuità tra i massacri hamidiani e il genocidio del 1915, ma a mio giudizio è importante comprendere anche la differenza ideologica. Nel contesto musulmano tradizionale dell’Impero ottomano agli armeni era consentito vivere, sia pur in una situazione di discriminazione. Nel momento in cui si ribellavano a questa discriminazione, potevano essere puniti anche con massacri spaventosi, ma non c’era un progetto storico, giuridico o culturale di annientamento totale. Questo invece avvenne, quando con i Giovani turchi e con il loro nazionalismo etnico, si trovò la base politica e culturale per compiere una completa distruzione di questo popolo».
Si possono individuare dei collegamenti tra il genocidio armeno e la Shoah?
«Sicuramente sì. Bisogna, però, anche stare attenti a vederne le differenze. In entrambi i casi si trattò della volontà di annientare un intero popolo e questa volontà fu largamente realizzata. C’è però una differenza sostanziale: il genocidio degli ebrei, oltre al suo dato criminale, aveva una illogicità di fondo. Gli ebrei non costituivano una minaccia concreta e verificabile per la Germania. Gli armeni, al contrario, erano una popolazione in reale competizione con i turchi per il controllo di un vasto territorio: tutta l’attuale Turchia orientale era storicamente Armenia. Esisteva davvero un conflitto, che si sarebbe potuto risolvere diversamente. Eppure nel genocidio degli armeni non era presente quel fortissimo elemento di criminale irrazionalità che c’era invece in quello ebraico. Il genocidio armeno fu orribile, criminale, ma razionale. Quando gli armeni furono sterminati, finì la competizione territoriale tra loro e i turchi per gli spazi dell’Armenia storica. Gli armeni, poi, erano benestanti e furono dunque incamerati i loro beni con un evidente vantaggio economico, almeno momentaneo a molti turchi. Nel caso degli ebrei il movente economico c’era, almeno in parte, ma quello territoriale sicuramente mancava. Il genocidio degli armeni è stato un gigantesco atto di pulizia etnica e di impossessamento dei beni di una minoranza all’interno di uno stato multietnico, peraltro dal punto di vista ideologico. L’idea che sia possibile e necessario nell’interesse statale annientare un’intera popolazione unisce evidentemente i due genocidi».
Fotografia scattata a Urfa il 5 gennaio 1915 dal prete cattolico Padre Rafael che ritrae i sopravvissuti al genocidio che seppelliscono i propri morti. Foto Public Domain.
Per quale ragione un leader progressista come Mustafa Kemal negò il genocidio armeno?
«Io non sono così d’accordo che la parola progressista sia positiva. Erano progressisti anche i bolscevichi che massacrarono più persone sia dei turchi sia dei nazisti. Non necessariamente essere progressisti determina comportamenti morali e positivi. Kemal Atatürk aveva lo stesso retroterra culturale e intellettuale dei Giovani turchi, ma riuscì a realizzare il suo programma con maggiore coerenza, maggiore linearità. Poiché gli armeni si erano ormai ridotti a una sparuta minoranza, il primo presidente turco si concentrò sulla repressione dei curdi. Atatürk non riuscì ad annientarli perché erano troppo numerosi, ma furono duramente repressi. La figura di Kemal Atatürk è quella di un grande politico, cha deve essere giudicato per i successi che ha ottenuto e ne ha ottenuti di importanti. Questo però non vuol dire che sia necessario leggerlo in un’ottica unicamente positiva. Bisogna valutare tutte le azioni che ha compiuto e tra queste molte sono difficilmente accettabili, a prescindere dal definirlo o meno un progressista».
Oggi la Turchia non riconosce il genocidio armeno. Si puà dire che la storiografia turca sta attuando un revisionismo storiografico?
«Più che revisionismo, io definirei la posizione della maggior parte degli storici turchi come riduzionista. Essi non negano che il numero di vittime armene sia elevato, ma si rifiutano di inserirlo nel quadro ideologico di un genocidio. Si cerca disperatamente di inserire queste morti all’interno della Grande guerra, nel corso della quale anche i turchi hanno sofferto. Si tratta soprattutto di evitare l’accusa di genocidio che è gravissima dal punto di vista morale, ma anche da quello giuridico, perché accettare di aver compiuto un genocidio avrebbe per la Turchia conseguenze politiche, economiche, morali devastanti. Accettare che 110 anni fa i padri della patria – perché tali sono i Giovani turchi – in realtà abbiano sterminato un intero popolo, significa accettare che i propri eroi nazionali siano stati ladri e assassini. Vuole dire inoltre riconoscere che per più di un secolo lo Stato intero ha mentito, a partire dai libri di testo adottati nelle scuole».
Ritrovamento delle ossa delle vittime del genocidio nel 1938. Autore sconosciuto. Foto Public Domain.
In Turchia è illegale parlare del genocidio armeno in pubblico?
«La Turchia è un grande Paese molto complesso. Negli ultimi anni sono nate diverse cattedre di studi armeni, chiaramente non in contrasto con la posizione ufficiale del governo. Non è facile parlare di quello che è successo agli armeni. Negli anni passati molti erano condannati al carcere per le loro posizioni. In questo senso, i primi anni della presidenza di Recep Tayyip Erdoğan, in qualche misura, avevano sdoganato la possibilità di parlare di questo tema. Molti avevano iniziato a parlarne, evitando però il termine diretto “genocidio”, per non caricare il Paese di una responsabilità storica, morale, giuridica, economica così grave. Sembrava sul procinto di cadere il muro che l’epoca kemalista aveva eretto. Oggi, la Turchia nonostante tutti i suoi problemi, ha una vita intellettuale e accademica molto variegata. E si parla degli armeni e della loro storia più spesso che in passato. Per noi, il periodo kemalista laico è automaticamente visto come positivo rispetto a quello successivo legato a Erdogan. La Turchia di oggi è invece più ricca e più complessa rispetto a quella kemalista del secolo scorso e sta facendo molto anche riguardo al riconoscimento della tragedia degli armeni. Ma è il termine genocidio a essere impronunciabile e a suscitare gravi reazioni ai danni di chi ne fa uso».
La Turchia è candidata a entrare nell’Unione europea. È corretto affermare che uno dei maggiori ostacoli alla sua integrazione è il mancato riconoscimento del genocidio?
«In questo caso la risposta è chiara: no assolutamente. L’Europa non ha mai posto come precondizione per l’ingresso della Turchia nell’Unione il riconoscimento del genocidio. Questo va probabilmente a discredito dell’Unione Europea, ma non è questa la ragione per cui la Turchia non entra. Nei confronti dell’Armenia del genocidio c’è stata una sostanziale indifferenza. Benché molti Paesi europei abbiano riconosciuto il genocidio, la Turchia non è mai stata obbligata a riconoscerlo per entrare nell’Ue».
Nel 2015 l’Armenia ha celebrato il 100° anniversario del genocidio armeno con una cerimonia, in cui il presidente armeno Serzh Sargsyan ha reso omaggio alle vittime del genocidio. Foto Public Domain.
Durante il governo di Erdogan, i rapporti turco-armeni sono peggiorati?
«Per Erdogan e per il governo turco, il genocidio armeno è solo uno dei tanti problemi, ma sicuramente non è tra i principali. Alcuni anni fa Erdogan fece un discorso in cui quasi parlò di genocidio senza nominarlo direttamente. In quell’occasione espresse il suo compianto per le tante sofferenze e le vittime armene, spingendosi forse più in là di qualsiasi altro Capo di Stato turco nel fare riferimento alla tragedia. La questione non è solo tra Turchia e Armenia. In primo luogo, perché gli armeni vivono più in diaspora che in Turchia, ma tutti sono comprensibilmente sensibili al tema del genocidio. È estremamente doloroso che tanti Stati non lo riconoscano e che non facciano pressione sulla Turchia affinché lo riconosca. Ma Erdogan non ha certo promosso un discorso pubblico turco peggiore di quello dei suoi predecessori laici e non ha apportato cambiamenti sostanziali, ma non direi proprio che abbia peggiorato la situazione».
Quanto pesa ancora oggi il dramma del genocidio nelle relazioni tra il popolo turco e il popolo armeno?
«Evidentemente l’ombra del genocidio pesa tantissimo. Molti armeni desidererebbero avere rapporti migliori con la Turchia, ma nonostante i passi avanti compiuti negli ultimi decenni, i turchi non vogliono in alcun modo riconoscere che si è compiuto un genocidio. Questo determina il fatto che gli armeni fanno molta fatica a parlare con i turchi. La situazione rimane estremamente complicata. Esiste un nazionalismo armeno, esiste un nazionalismo turco, ma esistono turchi e armeni non nazionalisti assai più disponibili a conoscersi e a parlarsi. Ancor oggi, per gli armeni nel mondo, il solo nome “Turchia” evoca un brivido di memoria lacerante. Un orrore tramandato di generazione in generazione, che assume forme diverse ma non si cancella».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-21 19:43:432025-04-26 19:45:24Aldo Ferrari: «A 110 anni di distanza, il silenzio turco sul genocidio armeno brucia ancora» (Krisis 21.04.24)
Nel ricordo di Papa Francesco, scomparso questa mattina, torna alla mente uno dei momenti più coraggiosi e significativi del suo pontificato: la sua visita in Armenia nel giugno del 2016, durante la quale il pontefice chiamò il dolore per nome, definendo apertamente “genocidio” il massacro del popolo armeno compiuto dall’Impero Ottomano nel 1915, iniziato il 24 aprile.
Una parola pesante, politicamente scomoda, ma che Jorge Mario Bergoglio pronunciò con la forza della verità e della memoria. “Quel genocidio, il primo del XX secolo”, aveva già detto nel 2015 durante la commemorazione del 100° anniversario in San Pietro, scatenando la reazione dura della Turchia, che arrivò a richiamare il proprio ambasciatore presso la Santa Sede. Ma Francesco non arretrò. E un anno dopo, si recò personalmente a Yerevan, capitale del paese euroasiatico, portando un messaggio di pace, riconciliazione e giustizia.
Durante la sua visita, Papa Francesco partecipò a una cerimonia solenne presso il memoriale di Tsitsernakaberd, a Yerevan, dove rese omaggio alle vittime del genocidio. Posa una corona di fiori, pregò in silenzio e, insieme al CatholicosKarekin II, si inchinò davanti alla fiammaeterna. Un gesto semplice, ma carico di significato, che mostrava come il pontefice argentino non fosse interessato a formule diplomatiche, ma alla verità storica e al dolore delle persone.
“Che Dio benedica il tuo popolo. Che la memoria non si spenga mai”, disse nel suo discorso, invitando a fare della memoria uno strumento per costruire un futuro senza odio né vendetta.
Un ponte tra popoli
Il viaggio di Papa Francesco in Armenia fu anche un forte messaggio ecumenico. Nel primo Paese che accettò il cristianesimo come religione ufficiale, dove la fede si è intrecciata alla storia del martirio e della resistenza, Francesco ha rafforzato i legami tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Apostolica Armena. Un abbraccio fraterno con il Catholicos Karekin II, la firma di una dichiarazione congiunta, la partecipazione a liturgie comuni: gesti che andarono oltre la diplomazia, testimoniando il desiderio di unità tra cristiani.
La visita in Armenia ha rappresentato uno dei momenti in cui Papa Francesco ha mostrato con maggiore evidenza il suo stile diretto, umano, vicino alla sofferenza e lontano dai calcoli geopolitici. Un pastore che, davanti a una verità dolorosa come quella del genocidio armeno, non ha voltato lo sguardo.
Oggi, mentre il mondo saluta un papa che ha lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa e nelle coscienze, quella visita risuona come un monito e un’eredità: la verità, anche quando scomoda, è il primo passo verso la giustizia e la pace.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-21 19:36:272025-04-26 19:37:57Quella volta in cui Papa Francesco visitò l'Armenia: la fede che unisce oltre le ferite della storia (Torino Cronaca 21.04.25)
Nel ricordo di Papa Francesco, scomparso questa mattina, torna alla mente uno dei momenti più coraggiosi e significativi del suo pontificato: la sua visita in Armenia nel giugno del 2016, durante la quale il pontefice chiamò il dolore per nome, definendo apertamente “genocidio” il massacro del popolo armeno compiuto dall’Impero Ottomano nel 1915, iniziato il 24 aprile.
Una parola pesante, politicamente scomoda, ma che Jorge Mario Bergoglio pronunciò con la forza della verità e della memoria. “Quel genocidio, il primo del XX secolo”, aveva già detto nel 2015 durante la commemorazione del 100° anniversario in San Pietro, scatenando la reazione dura della Turchia, che arrivò a richiamare il proprio ambasciatore presso la Santa Sede. Ma Francesco non arretrò. E un anno dopo, si recò personalmente a Yerevan, capitale del paese euroasiatico, portando un messaggio di pace, riconciliazione e giustizia.
Durante la sua visita, Papa Francesco partecipò a una cerimonia solenne presso il memoriale di Tsitsernakaberd, a Yerevan, dove rese omaggio alle vittime del genocidio. Posa una corona di fiori, pregò in silenzio e, insieme al CatholicosKarekin II, si inchinò davanti alla fiammaeterna. Un gesto semplice, ma carico di significato, che mostrava come il pontefice argentino non fosse interessato a formule diplomatiche, ma alla verità storica e al dolore delle persone.
“Che Dio benedica il tuo popolo. Che la memoria non si spenga mai”, disse nel suo discorso, invitando a fare della memoria uno strumento per costruire un futuro senza odio né vendetta.
Un ponte tra popoli
Il viaggio di Papa Francesco in Armenia fu anche un forte messaggio ecumenico. Nel primo Paese che accettò il cristianesimo come religione ufficiale, dove la fede si è intrecciata alla storia del martirio e della resistenza, Francesco ha rafforzato i legami tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Apostolica Armena. Un abbraccio fraterno con il Catholicos Karekin II, la firma di una dichiarazione congiunta, la partecipazione a liturgie comuni: gesti che andarono oltre la diplomazia, testimoniando il desiderio di unità tra cristiani.
La visita in Armenia ha rappresentato uno dei momenti in cui Papa Francesco ha mostrato con maggiore evidenza il suo stile diretto, umano, vicino alla sofferenza e lontano dai calcoli geopolitici. Un pastore che, davanti a una verità dolorosa come quella del genocidio armeno, non ha voltato lo sguardo.
Oggi, mentre il mondo saluta un papa che ha lasciato un segno profondo nella storia della Chiesa e nelle coscienze, quella visita risuona come un monito e un’eredità: la verità, anche quando scomoda, è il primo passo verso la giustizia e la pace.
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