Il suicidio dell’Occidente è iniziato in Armenia (Liberoquotidiano 28.05.25)

«Sera di primavera e di massacri»: il verso ossessivo vibra nella mente di Daniel Varujan, giovane e fulgido poeta, mentre si avvia al proprio destino. Quella notte di massacri è forse proprio quella del 24 aprile 1915, forse è una delle innumerevoli notti di sangue e di morte che segnano il trascorrere dei mesi. Un anno dopo anche Daniel finirà inghiottito negli «abissi» in cui precipitano a milioni, nelle chiese si accatastano «innumerevoli cadaveri innocenti», una strage che si consuma sotto un cielo di piombo, in un fuoco di odio e di morte che sembra inestinguibile… È il tempo del Metz Yeghém, il Grande Male, che però non ha cessato di gettare la sua ombra di tenebra. Per decenni le famiglie armene, disperse nel mondo, si sono sentite unite, ovunque fossero, proprio nel ricordo di quell’ombra che ha spazzato via legami, storie, ricordi, che ha tentato di annientare un intero popolo. Il Secolo Breve, il Novecento, ha avuto inizio, oltre con i massacri della Grande Guerra, con il genocidio degli armeni da parte del governo dei Giovani Turchi, che si stima abbia provocato oltre un milione e mezzo di morti.

Quel Male non è passato, anche perché si tenta, continuamente, di negarne la memoria. Poeti, scrittori, cantanti, artisti, politici, persone di ogni estrazione sociale e di ogni età tentano di impedire questo processo di cancellazione. Vittorio Robiati Bendaud, scrittore, docente, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centronord Italia, con dolente passione racconta e analizza la storia e le cause di questo dramma, ma ne mostra anche la bruciante attualità, nel libro Non ti scordar di me. Storia e oblio del Genocidio Armeno edito da Liberilibri (pp. 216, euro 18) con una introduzione di Paolo Mieli. Il genocidio armeno infatti è «tuttora in essere» nonostante un «negazionismo, magistralmente perseguito e realizzato», scrive l’autore. Un negazionismo che è «parte costitutiva, anzi essenziale del processo genocidario», ribadisce Mieli, e che «ha permesso, ai nostri giorni, il riattivarsi di politiche belliche contro gli armeni». Il Metz Yeghém, o il Grande Male, consumatosi fra il 1915 e il 1921 e finalizzato all’annientamento della popolazione armena, è stato definito il peccato originale del Novecento.

Tragedia ancora in essere? Sì, perché gli armeni sono tuttora sotto l’attacco di Ankara e di Baku, come ricorda l’autore, sono vittime di pulizia etnica e di etnocidio nei territori dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh) terra a lungo contesa da Armenia e Azerbaigian, nel silenzio quasi assoluto della comunità internazionale.
Ricordare quanto accaduto, ripetere che è accaduto, «è un dovere di verità che nessun Paese può negare». Così ha sottolineato il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, in occasione della recente presentazione del libro a Roma, a Palazzo San Macuto, «Considerati per un certo periodo sudditi fedeli, i cristiani armeni e assiro-caldei furono trasformati in nemici», ha detto ancora Fontana. «Non si trattò di una violenza improvvisa, ma dell’esito di un processo lungo e consapevole, frutto di un pericoloso intreccio tra nazionalismo e rivendicazioni ideologiche». Oggi il ricordo, ha concluso, «è anche un richiamo a tutti noi a rafforzare concretamente gli strumenti che promuovono il dialogo e la cooperazione internazionale».

Tra gli altri interventi, il ministro Carlo Nordio ha detto: «Nel mondo della storia troppo spesso quello che non è stato documentato è come se non fosse mai esistito. Il genocidio degli armeni fa parte di questo catalogo buio di omissioni». Il libro sarà presentato anche a Milano, al teatro Franco Parenti, il 10 giugno prossimo. Spiega dunque l’autore che «il genocidio armeno è lo snodo della contemporaneità, e forse anche la sua nascita: dal suicidio dell’Occidente all’islamismo totalitario; dal tradimento dei cristiani d’Oriente sino all’abbandono contemporaneo alle loro sorti degli armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), per giungere all’antisionismo/antisemitismo attuale. Tanto bene ha funzionato il negazionismo da espungere dall’immaginario e dalla comprensione comune dei cittadini del mondo libero questa prospettiva!».

LA LEZIONE DI HITLER
«Chi si ricorda degli armeni?» affermò crudamente Hitler, che da quanto successe a questo popolo trasse “ispirazione” anche per pianificare l’atroce Shoah. Parole che hanno comunque un’eco da vaticinio. E noi, oggi, ci ricordiamo degli armeni? Eppure quella storia, quella cultura sono strettamente intrecciate alla nostra, sia in Italia che in tutto l’Occidente. Pensiamo a Padova, la Padova di Antonia Arslan – la scrittrice che ha fatto conoscere l’Armenia e il genocidio grazie ai suoi meravigliosi romanzi e alla sua infaticabile e appassionata opera di testimonianza e di traduzione di opere e autori – ricca di luoghi che riverberano la presenza armena, come il Palazzo Zocco, che si affaccia sul Prato della Valle, palazzo che per decenni ha ospitato un collegio armeno. E Venezia e la sua laguna, con l’isola di San Lazzaro degli Armeni, con il monastero mechitarista sorto nel 1717, custode di tesori di ogni genere, amato da Lord Byron, e da migliaia di visitatori lungo i secoli. Senza contare i tanti palazzi, calli, piazzette che disegnano la vasta topografia veneziano-armena. E poi a Roma, a Milano, a Bari, in Francia, in Grecia, in Libano e nel mondo, nella speranza che questa fitta rete di luoghi e di storie non diventi una terra abitata solo da fantasmi.

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Armenia – Assadakah al 2° Forum Yerevan Dialogue (Assadakah 26.05.25)

Assadakah Yerevan – Fra gli invitati all’importante 2a edizione di Yerevan Dialogue 2025, c’è anche l’associazione internazionale Assadakah, rappresentata dal fondatore e presidente, il giornalista Talal Khrais.

La convention, ospitata dal ministero degli Esteri nella capitale armena, che si tiene oggi e domani, 27 e 27 maggio, è una fondamentale tappa per lo sviluppo della regione a livello internazionale, alla quale partecipano, fra gli altri, anche i ministri degli Esteri francese Jean-Noël Barrot; del Montenegro, Filip Ivanoviç; e ungherese Péter Szijjártó. In programma anche diversi incontri e tavole rotonde, presiedute dal ministro degli Esteri dell’Armenia, Ararat Mirzoyan.

Talal Khrais, rappresentante della associazione internazionale Assadakah

Talal Khrais, rappresentante della associazione internazionale Assadakah

L’edizione inaugurale del Dialogo di Yerevan, tenutasi lo scorso anno, si è dimostrata una piattaforma preziosa, inclusiva ed efficace per affrontare le principali sfide del nostro tempo.

Nel 2025, il forum si concentrerà più approfonditamente su questioni globali, tra cui l’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, la crescente incertezza economica, la perdita di biodiversità e le implicazioni trasformative ma complesse dell’IA.

Nikol Pashinyan, primo ministro della Repubblica di Armenia

Nikol Pashinyan, primo ministro della Repubblica di Armenia

Il Dialogo Yerevan 2025 fungerà ancora una volta da piattaforma per unire un ampio spettro di parti interessate, tra cui responsabili politici, accademici, società civile e settore privato, per discutere e sviluppare soluzioni alle sfide globali che ci troviamo ad affrontare oggi. Il forum di quest’anno è organizzato attorno a sei temi principali: Dilemmi di pace e sicurezza, Tendenze geopolitiche globali, Tendenze nell’UE e nei suoi Paesi di vicinato, Sviluppo verde, Connettività: commercio e trasporti, Politica dell’Intelligenza Artificiale.

L'audizione del ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan

L’audizione del ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan

Un corposo programma, che comprende: Il Caucaso meridionale come hub strategico: sfide e opportunità per il commercio e la connettività; Il coinvolgimento dell’UE nel vicinato orientale; Dimensione parlamentare del crocevia della pace: attraverso la democrazia verso la sicurezza e la prosperità; Turbolenze transatlantiche: il futuro dell’Europa nell’ambivalenza americana; Mitigare le sfide alla sicurezza attraverso una cooperazione inclusiva in Medio Oriente, Caucaso meridionale e Asia centrale; Tecnologie verdi come scudo: rafforzare le infrastrutture energetiche contro le minacce ibride; Tavola rotonda: Fede e libertà: rafforzare la libertà religiosa in un panorama globale in evoluzione; Il ruolo della connettività commerciale e dei trasporti nella promozione della cooperazione regionale;

Il primo ministro slovacco, Robert Fico

Il primo ministro slovacco, Robert Fico

Integrità delle informazioni: affrontare le sfide dell’era digitale; Garantire un futuro resiliente per i piccoli Stati insulari in via di sviluppo; Chiamata di apertura dei curatori; Percorsi plurilaterali: ripristinare l’ordine in un sistema multilaterale in crisi; Difendere la giustizia: l’imperativo globale dello stato di diritto; Invertire il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità: trovare un equilibrio Ecologia ed Economia; Intelligente, agile e scattante: politica estera per un ordine mondiale frammentato; Tra innovazione e distruzione: regolamentare l’intelligenza artificiale e le tecnologie a duplice uso; L’equazione dell’espansione: l’allargamento dell’UE dovrebbe essere facilitato?; Immergersi nell’ignoto: esplorare le profondità dell’intelligenza artificiale; Il nesso con la biodiversità: ritessere l’arazzo vivente della Terra; L’algoritmo sociale: decodificare l’economia basata sui dati; Mitigazione della missione: costruire un ponte verso la decarbonizzazione nei paesi in via di sviluppo; Discussioni conclusive e ringraziamento.

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Riflessi d’Armenia al Politeama: Duduk e Sinfonie per la penultima stagionale dell’Orchestra Sinfonica Siciliana (Varie 26.05.25)

Palermo 26 maggio 2025 – Con un programma che unisce forza storica, colore orchestrale e radici etniche, la 65a Stagione dell’Orchestra Sinfonica Siciliana si prepara al suo penultimo appuntamento, in scena al Politeama Garibaldi di Palermo venerdì 30 maggio alle ore 21 (prova aperta alle 10) e sabato 31 maggio alle 17.30. Un omaggio in musica all’Armenia e ai suoi compositori attivi durante il periodo sovietico, in una serata dal respiro internazionale.

A guidare l’orchestra sarà il direttore armeno Karen Durgaryan, figura di riferimento nel panorama sinfonico dell’Est europeo, affiancato dal virtuoso Artak Asatryan, solista di duduk, lo strumento a fiato simbolo della tradizione caucasica, la cui voce antica e intensa sarà protagonista nella Suite concertante di Grigor Arakelian.

Il concerto si apre con l’Ouverture Festiva (1949) di Aleksandr Arutiunian, esempio vivido del sinfonismo sovietico postbellico, capace di mescolare strutture celebrative e suggestioni del folclore armeno. L’opera, composta poco dopo il conferimento del Premio Stalin, fu eseguita con grande successo sotto la direzione di Evgenij Mravinskij a Leningrado, imponendosi per la sua brillantezza e teatralità.

Segue la prima esecuzione palermitana della Suite concertante per duduk e orchestra (2024) di Grigor Arakelian, articolata in quattro movimenti che spaziano dalla spiritualità antica alla festa popolare. In Hymn to the Sun, il duduk disegna una linea melodica sospesa, quasi preghiera solare; in Dance, emerge il ritmo vitale e incalzante. Open the Door, Lord affonda nel lirismo più struggente, mentre Fête conclude l’opera in un’esplosione di energia corale e virtuosismo.

Il gran finale è affidato alla Sinfonia n. 2 “La campana” (1943) di Aram Il’ič Chačaturjan, composta in piena Seconda guerra mondiale come risposta al dramma collettivo vissuto dal popolo sovietico. Intensa e drammatica, la sinfonia si sviluppa in quattro movimenti, alternando il suono simbolico della campana a passaggi di grande tensione emotiva, fino a un epilogo che lascia spazio a speranza e resilienza.

Una serata dal grande valore artistico e culturale, in cui la musica si fa ponte tra passato e presente, memoria e celebrazione.

Karen Durgaryan
Karen Durgaryan
Artak Asatryan

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Omaggio alla musica caucasica con protagonista il duduk, strumento armeno di raro ascolto

 

Palermo celebra l’Armenia: Artak Asatryan al duduk con l’Orchestra Sinfonica Siciliana

 

IL DUDUK, STRUMENTO ARMENO DI RARO ASCOLTO, PROTAGONISTA DEI PROSSIMI CONCERTI DELLA 65a STAGIONE DELL’ORCHESTRA SINFONICA SICILIANA

Nasce a Berna il Comitato Svizzero per la Pace nel Nagorno-Karabakh (La Regione 26.05.25)

Il comitato apartitico mira a sostenere il Consiglio federale nella ricerca di una soluzione di pace nel Caucaso meridionale

26 maggio 2025
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Lunedì è stato fondato a Berna il comitato apartitico “Iniziativa di pace svizzera per il Nagorno-Karabakh”. Il comitato mira a sostenere il Consiglio federale nei suoi sforzi per trovare una soluzione di pace sostenibile nel Caucaso meridionale.

Il comitato è presieduto dai consiglieri nazionali Stefan Müller-Altermatt (Centro/SO) e Erich Vontobel (UDF/ZH), annuncia un comunicato stampa. Ne fanno parte 19 membri del Consiglio nazionale e degli Stati di vari partiti che hanno firmato la dichiarazione di principi.

Il comitato sosterrà il Consiglio federale nell’attuazione di un forum internazionale sulla pace nel Nagorno-Karabakh. L’obiettivo è quello di trovare una soluzione politica al conflitto irrisolto tra Azerbaigian e la popolazione armena del Nagorno-Karabakh, espulsa dalla propria patria.

Vontobel, appena tornato da un altro viaggio in Armenia dove ha incontrato molti rifugiati del Nagorno-Karabakh, ritiene che l’iniziativa di pace svizzera possa svolgere un ruolo decisivo nel ripristinare la giustizia e la stabilità. “È giunto il momento di dare forma concreta all’iniziativa di pace svizzera e di ancorarla a livello internazionale, in modo che la Svizzera possa svolgere il suo collaudato ruolo di mediatore”, ha detto Müller-Altermatt citato nel comunicato.

Mozione accettata dal Parlamento

In una mozione del 15 ottobre 2024 della Commissione della politica estera del Consiglio nazionale (CPE-N), il Consiglio federale è stato incaricato di “organizzare un forum internazionale di pace sul conflitto del Nagorno-Karabakh nel prossimo futuro, ma al più tardi entro un anno”. Il Consiglio degli Stati, in qualità di seconda camera, ha adottato il testo nel marzo 2024.

Durante il dibattito agli Stati, il “ministro degli esteri” Ignazio Cassis ha dichiarato che né l’Armenia né l’Azerbaigian volevano un forum di pace. Una conferenza di questo tipo non sarebbe quindi rilevante e potrebbe addirittura essere controproducente.

Dall’ultima offensiva militare condotta dall’Azerbaigian nel settembre 2023, il Nagorno-Karabakh è stato svuotato della sua popolazione armena. Temendo un nuovo genocidio come quello perpetrato contro gli Armeni nel 1915, la popolazione insediata storicamente in quell’area si è vista costretta a lasciare la propria patria nel giro di pochi giorni. “Nonostante questi gravi sviluppi, gli Armeni del Nagorno-Karabakh confidano di poter tornare nei loro luoghi di origine con garanzie di sicurezza fornite loro dalla comunità internazionale, di determinare da sé il proprio futuro politico e di esercitare l’autonomia democratica”, afferma il testo della mozione.

La Svizzera è già impegnata nella regione. Secondo l’Iniziativa di pace per il Nagorno-Karabakh, l’aiuto allo sviluppo svizzero all’Armenia e all’Azerbaigian ammonta a oltre 30 milioni di franchi svizzeri per il periodo 2022-2025.

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Armenia-Azerbaigian: Kirghizistan offre di ospitare la firma di un accordo di pace

Erevan, 27 mag 06:41 – (Agenzia Nova) – Il Kirghizistan si è offerto di ospitare la cerimonia per la firma di un accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian. L’offerta è stata formulata dal presidente del parlamento kirghiso, Nurlanbek Turgunbek uulu, durante un incontro a Erevan con il suo omologo armeno Alen Simonyan, secondo quanto riferito dal quotidiano armeno “Aravot”. “Alen Simonyan ha menzionato la bozza già completata dell’Accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian, affermando che la parte armena è pronta a firmarla”, ha riferito il quotidiano. “In risposta, il presidente del parlamento del Kirghizistan ha dichiarato che il suo Paese è pronto a fornire una piattaforma per la firma dell’accordo”. (segue) (Rum)

Armenia, il bivio di Pashinyan tra Mosca e l’Europa. (Internazionale 24.05.25)

 

“L’Armenia continua i suoi sforzi per raggiungere la firma del trattato di pace con l’Azerbaigian”.

L’ha dichiarato Alen Simonyan, presidente dell’Assemblea nazionale di Yerevan, in occasione dell’incontro tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente dell’Azebaigian Ilham Aliyev, lo scorso 16 maggio a Tirana. Yerevan e Baku avevano preannunciato già a marzo un testo di un accordo di pace, documento non ancora firmato per le condizioni poste dall’Azerbaigian, ovvero la modifica della costituzione armena, che porrebbe questioni territoriali, e lo scioglimento del “Gruppo di Minsk”, creato dall’OSCE nel 1992 per trovare soluzione all’annoso conflitto del Nagorno-Karabakh. Anche l’UE e gli USA, da parte loro, premono per una rapida soluzione che possa garantire un corridoio commerciale attraverso il Caucaso meridionale, bypassando da Sud i territori russi.

Ma l’agenda di pace di Pashinyan dovrà necessariamente confrontarsi con l’appuntamento elettorale del 2026 per il rinnovo del parlamento, vero banco di prova per il primo ministro Pashinyan, dal quale dipendono scelte di rilevanza strategica per il paese caucasico.

Lo scorso marzo il presidente Khachaturyan ha firmato la legge voluta dal partito di governo, il Contratto Civile, che avvia giuridicamente il percorso verso una possibile adesione dell’Armenia all’Unione Europea.

Ma il processo di avvicinamento non sembra essere privo di insidie. La Russia fornisce all’Armenia l’85 percento del proprio fabbisogno energetico, mentre l’adesione all’Unione Europea comporterebbe l’uscita del Paese caucasico dalla Unione Eurasiatica, il mercato comune guidato dalla Russia a cui aderiscono anche Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan.

Le elezioni diranno anche quanto sono gli armeni che temono di dover pagare di tasca propria il costo dell’adesione all’Occidente. Un’indagine condotta da MPG/Gallup International rivela come i sostenitori dell’adesione all’UE siano passati dal 51% dello scorso gennaio al 37% di maggio, un segnale del quale il governo non potrà non tener conto.

L’Azerbaigian, da parte sua, è uno degli attori principali nel commercio energetico dell’area.  I combustibili fossili rappresentano il 35 percento del Pil il 95 percento delle sue esportazioni è composto da petrolio e gas naturale.

L’Unione Europea, in primis l’Italia, rappresentano oltre la metà delle esportazioni totali del Paese. È nel Caucaso del Sud che si concentreranno le attenzioni degli analisti nei prossimi mesi, alla ricerca di indizi su quello che sarà il riassetto geopolitico della regione.

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“L’Armenia continua i suoi sforzi per raggiungere la firma del trattato di pace con l’Azerbaigian”. L’ha dichiarato Alen Simonyan, presidente dell’Assemblea nazionale di Yerevan, in occasione dell’incontro tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente dell’Azebaigian Ilham Aliyev, lo scorso 16 maggio a Tirana. Yerevan e Baku avevano preannunciato già a marzo un testo di un accordo di pace, documento non ancora firmato per le condizioni poste dall’Azerbaigian, ovvero la modifica della costituzione armena, che porrebbe questioni territoriali, e lo scioglimento del “Gruppo di Minsk”, creato dall’OSCE nel 1992 per trovare soluzione all’annoso conflitto del Nagorno-Karabakh (Prima Pagina News)

Dall’Ucraina al Medio Oriente in questo momento si discute di paci o di tregue per grandi guerre, ma intanto in una dimenticata periferia del mondo è stata firmata in sordina la pace fra Armenia e Azerbaigian; la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è congratulata con i leader dei due Paesi definendo l’accordo «un importante passo avanti» e promettendo che «l’Ue è pronta a investire nel Caucaso e ad avvicinare l’intera regione alla nostra Unione». (La Stampa)

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Recanati. Iustissima Civitas parla di Armenia con “Le aquile di Zeythun” (RadioErre 24.05.25)

nota dell’Associazione Culturale Iustissima Civitas

Tornano gli appuntamenti culturali di Iustissima Civitas, portando a Recanati la presentazione del libro “Le Aquile di Zeythun”, incentrato sulle vicende del genocidio degli armeni, provocando una diaspora di quella popolazione tale per cui ancora oggi, in molti Paesi occidentali, ci sono consistenti comunità di discendenti di quegli esuli. Una storia troppo spesso taciuta e dimenticata e che invece deve essere sempre tenuta a mente.

Ospite di Iustissima Civitas sarà Roberto Sciahinian, autore del libro, con la partecipazione del Prof. Alberto Simonetti (Professore dell’Università di Perugia) e della dott.ssa Marieta Stepanyan, funzionaria dell’Ambasciata Armena in Italia.

L’appuntamento per conoscere sempre di più la storia degli armeni è per Venerdì 30 maggio alle ore 18:00 presso l’Auditorium del Centro Mondiale della Poesia.

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Armenia-Azerbaigian: Pashinyan, sostegno reciproco per ospitare vertici Cpe (Agenzia Nova 23.05.25)

Erevan, 23 mag 20:21 – (Agenzia Nova) – Armenia e Azerbaigian hanno sostenuto reciprocamente le proprie candidature per ospitare i vertici futuri della Comunità politica europea (Cpe). Lo ha annunciato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan in un messaggio pubblicato sul proprio profilo X. “Accolgo con favore anche la decisione di tenere il vertice della Comunità politica europea in Azerbaigian nel 2028. È importante sottolineare che Armenia e Azerbaigian hanno reciprocamente sostenuto la propria candidatura a ospitare il summit”, ha scritto Pashinyan. In precedenza, Pashinyan ha annunciato che l’ottavo vertice della Cpe si svolgerà in Armenia nella primavera del 2026. A Baku, invece, toccherà ospitare il vertice nella prima metà del 2028.

Armenia e Azerbaigian firmano la pace (La Stampa 23.05.25)

all’Ucraina al Medio Oriente in questo momento si discute di paci o di tregue per grandi guerre, ma intanto in una dimenticata periferia del mondo è stata firmata in sordina la pace fra Armenia e Azerbaigian; la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è congratulata con i leader dei due Paesi definendo l’accordo «un importante passo avanti» e promettendo che «l’Ue è pronta a investire nel Caucaso e ad avvicinare l’intera regione alla nostra Unione». Purtroppo la fine del conflitto ha ratificato la scomparsa della comunità cristiana del Nagorno-Karabakh che esisteva (e resisteva) da più di millesettecento anni; per impedire questo risultato non sono state decise sanzioni economiche occidentali né è stata costituita alcuna coalizione di Volenterosi.

Un’entità cristiana dal 301 D.C.

Il Nagorno-Karabakh era un’enclave cristiana nel territorio islamico dell’Azerbaigian, con una popolazione di centocinquantamila anime in una frazione di territorio dell’antica Armenia, che fu il primo regno in assoluto a convertirsi al cristianesimo, nel remoto anno 301 d.C. Facendo un salto di molti secoli, nel 1991 la guerra fra l’Armenia e l’Azerbaigian per disputarsi questa piccola regione è scoppiata nel punto di intersezione fra due macro-eventi, cioè l’esplosione di un’ostilità religiosa plurimillenaria e il crollo dell’Unione Sovietica che ha fatto saltare molti equilibri etnici nel mondo ex comunista. Nel conflitto che scoppiò nel ’91 ognuno dei due popoli, gli armeni e gli azeri, aveva diritti da rivendicare: gli armeni sventolavano il vessillo dell’identità e dell’autodeterminazione, gli azeri si appellavano al principio dell’integrità territoriale del loro Stato. Dal 1991 al 2020 gli armeni sono riusciti a prevalere, ma due offensive militari azere nel 2020 e nel 2023 hanno liquidato la loro posizione; ne è seguito un esodo che ha quasi cancellato l’antica comunità cristiana del Nagorno-Karabakh. Pulizia etnica.

Chi si è interessato alla vicenda e chi no

Questa regione non arriva alla superficie dell’Umbria. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno mostrato una generica simpatia per la causa armena, se non altro in ricordo del genocidio armeno compiuto un secolo fa dai turchi, che sono etnicamente affini agli azeri; ma al di là di qualche declamazione retorica, in concreto l’Occidente non si è impegnato a difendere la popolazione del Nagorno-Karabakh. Invece la Turchia ha direttamente appoggiato l’Azerbaigian.

La Russia, potenza egemone del Caucaso, per tre decenni ha tenuto a freno gli azeri, poi nel 2020 ha dato loro via libera quando l’Armenia ha deciso una svolta politica internazionale in direzione dell’Occidente (che non le ha recato alcun frutto). La seconda offensiva azera del 2023 ha liquidato le residue e quasi indifendibili posizioni che gli armeni ancora presidiavano nel Nagorno-Karabakh. Peraltro, il Cremlino ha proibito all’Azerbaigian di proseguire l’offensiva verso il territorio dell’Armenia vera e propria; gli azeri ci avevano fatto un pensiero, per connettere la madrepatria alla provincia azera distaccata del Nakhichevan. L’accordo appena raggiunto fra Armenia e Azerbaigian è stato promosso da Mosca con l’intento di stabilizzare una “pax russa” nel Caucaso. Che avvantaggia anche l’Europa, visto che dall’Azerbaigian ci arriva una quota importante del metano di cui abbiamo bisogno.

La posizione della Francia e quella dell’Iran

In coda vanno segnalati due fatti curiosi, passati quasi inosservati dalla cronaca internazionale. Il primo è che dopo la pulizia etnica nel Nagorno Karabakh il presidente francese Macron ha inviato un contingente militare in Armenia, ammonendo azeri e turchi a non provare a invadere quel Paese. Il capo di Stato turco Erdogan si è arrabbiato. Comunque è evidente che la geografia rende difficile qualunque tentativo da parte della Francia, dell’Europa, e persino della superpotenza americana, di recitare un ruolo significativo nell’Armenia stretta fra Russia e Turchia. Il secondo fatto curioso da sottolineare è che l’Iran storicamente appoggia l’Armenia, e che il Paese ha accolto e continua a proteggere una piccola parte della diaspora armena sfuggita al genocidio in Turchia post-1915.

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Le chiese ortodosse orientali in Medio Oriente celebrano 17 secoli dal Concilio di Nicea (Riforma 23.05.25)

Incontro in Egitto per celebrare la spinta ecumenica della prima grande assise dei cristiani nel 325 DC

 

La celebrazione si è svolta presso il Teatro St Anba Rewis nella Cattedrale copta ortodossa di Abbassiya in Egitto, sotto il tema: Essere un solo accordo e una sola mente” (Filippesi 2:2). Il programma presentava una serie di inni e segmenti documentari che riflettevano il significato del Concilio di Nicea.

 

Prima dell’evento, Papa Tawadros II ha ricevuto Mor Ignatius Aphrem II, Patriarca di Antiochia e di Tutto l’Oriente della Chiesa ortodossa siriaca, e  Aram I, Catholicos della Chiesa armena ortodossa della Grande Casa di Cilicia (Libano), presso la Residenza Papale al Cairo.

Sono stati accolti anche altri leader della chiesa, tra cui il patriarca Teodoro II di Alessandria e tutta l’Africa della Chiesa greco-ortodossa;  il vescovo Samy Fawzy della Chiesa anglicana in Egitto, Nord Africa e Corno d’Africa; e il pastore Andrea Zaki, presidente della Chiesa evangelica in Egitto.

 

Erano presenti anche rappresentanti di varie chiese in Egitto e in Medio Oriente, insieme a funzionari del Consiglio delle Chiese in Medio Oriente e del Consiglio delle Chiese d’Egitto, e l’ambasciatore del Venezuela in Egitto.

Dopo un ricevimento formale, i patriarchi, i leader della chiesa e i rappresentanti si sono riuniti nel cortile della cattedrale, dove hanno ascoltato un’esibizione corale di diversi gruppi in piedi sui gradini della cattedrale, preceduti da una parata scout.

I tre patriarchi ortodossi orientali hanno poi tenuto una conferenza stampa congiunta prima di procedere al Teatro Anba Rewis per iniziare la celebrazione principale.

 

L’evento ha incluso esibizioni del Coro della Chiesa di San Giorgio a El-Manial, al Cairo; inni siro-ortodossi del coro della Chiesa siro-ortodossa della Vergine Maria al Cairo; e canti armeni cantati dai metropoliti della Chiesa armena.

La celebrazione ha visto anche la proiezione di due film documentari: Il Concilio di Nicea” prodotto dal Convento di San Giorgio Martire nel Vecchio Cairo e Guardiani della Fede” prodotto dal Coptic Church Media Center.

 

Nel suo discorso, il Patriarca greco-ortodosso di Alessandria ha espresso amore e unità, annunciando che la sua chiesa dedicherà l’anno 2025 all’onore di Sant’Atanasio Apostolico in commemorazione dei 17 secoli dal Concilio di Nicea.

La serata si è conclusa con una parola di chiusura di ringraziamento e apprezzamento da parte di Papa Tawadros II.

Il cibo è una mappa In viaggio dall’Armenia alla Georgia con Caroline Eden (L’Inkiesta 23.05.25)

“Green Mountains” narra l’esplorazione a piedi di un territorio che ha appena cominciato ad aprirsi al turismo e il confronto con l’autrice ci offre l’occasione per riflettere su cosa questo comporta e su quale sia la via più rispettosa per scriverne, per non correre il rischio di un’interpretazione superficiale e distorta della cultura e della popolazione locale

Echmiadzin, Armenia, foto di Aram su Unsplash

A fine anni Ottanta, in un articolo per il New York Times Paul Theroux si domandava quale fosse la funzione della letteratura di viaggio. Questo genere («hardly a form at all», scrive Theroux) che dovrebbe orientare e, invece, tende a perdersi seguendo percorsi più sentimentali che geografici, talvolta così tanto da eludere perfino la realtà e mescolarsi con la narrativa nel caso della Patagonia di Bruce Chatwin. Confrontandosi con i fatti di Piazza Tien An Men, Theroux si convince del ruolo cruciale del diario di viaggio per la sua capacità di rappresentare esperienze sì individuali ma in grado di connettersi profondamente alla molteplicità del luogo. Lo fa attraverso dissonanze e piaceri, difficoltà, contraddizioni e, soprattutto, con quelle cose semplici, un po’ banali e quotidiane, che costituiscono il fatto umano che libri di storia, trattati e guide difficilmente riescono a toccare.

Chiedersi a cosa serva la letteratura di viaggio oggi significa fare i conti con un mondo in cui l’opportunità dell’inedito si rapporta con la replicabilità dell’identico – di questi tempi specialmente gastronomico – come unica forma che dà consistenza e sapore alla meta che si raggiunge. Se le città sono sbranate da file chilometriche ansimanti l’ultima tendenza, la letteratura di viaggio può essere ancora un modo per allenare il moto di scoperta. Un allenamento per accogliere l’imprevedibile e i suoi significati, così come a riflettere sul nostro impatto nei luoghi che frequentiamo, una delle forme di rispetto più sottovalutata nell’ipertrofia turistica in cui ci ritroviamo immersi. Un riallineamento verso ciò che c’è intorno e in cui ci capita di trovarci.

È da una tempesta capitata all’improvviso, con una corsa fra le saette per mettersi in salvo nella Valle dei Guai, conosciuta anche come Valle della Morte, fra Armenia e Azerbaijan, che parte il racconto in “Green Mountains” (Quadrille Publishing), libro che conclude la trilogia dei colori inaugurata da “Black Sea” nel 2018 e proseguita da “Red Sands” del 2020. Nel suo libro Caroline Eden attraversa Armenia e Georgia a piedi, attraversa grandi vallate e alte montagne, esplora Paesi e umanità in macchina insieme ad autisti conosciuti lungo il cammino. Incontra scalatori, comunità chiusissime fra le montagne, si confronta sui cambiamenti in atto a Tbilisi, dove il turismo già comincia a mostrare la disgregazione del tessuto tradizionale.

Ceramiche a Yerevan, foto di Hasmik Ghazaryan Olson su Unsplash

Al centro di questo diario intimo, le coordinate geografiche e naturali si fondono con il racconto gastronomico, a quello politico e culturale. È così che le sale degli scacchi di Yerevan prendono vita e si fondono con le immagini dei film di Paradžanov, o un pellegrinaggio alla ricerca di un monastero diventa un modo per ritrovare in un lavash alla trota tutta la poesia e l’immediatezza della semplicità culinaria.

«Stavo riflettendo sul ruolo della letteratura di viaggio e sono d’accordo nel dire che sia un genere un po’ fuori moda», racconta Eden. «È una branca particolarmente insidiosa dal momento che l’appropriazione culturale è stata un problema, perché, tradizionalmente, ha riguardato in gran parte il ricco uomo bianco occidentale che andava in Africa o in luoghi colonizzati. Oggi le cose sono cambiate, ma bisogna essere estremamente cauti quando si va nel Paese di qualcun altro e se ne fa un resoconto. Dipende tutto da come si racconta la storia, dall’empatia che si prova, dalla delicatezza con cui si procede, dal rispetto, e credo, finché si riesce a dimostrare dedizione e un certo interesse genuino, che questo sia possibile. La letteratura di viaggio potrà apparire un contributo molto marginale rispetto ai libri di geopolitica e di storia, forse più pubblicati e che trattano un aspetto specifico, ma può dare un quadro giornalistico più ampio e umano.

Quando viaggio o quando leggo di un luogo, mi interessa sapere come appariva una strada prima, come è cambiata la sala da tè, o quante persone ci sono per strada e cosa mangiano, e tutto questo può essere ben descritto nei libri di viaggio. Tutte queste regioni sono state colpite dalla guerra in Ucraina, ma sono influenzate anche dall’arrivo del turismo. Ci ritroviamo a un punto di svolta ora, proprio la scorsa settimana sono atterrati nuovi voli dal Regno Unito per Tbilisi che, prima, era complicatissima da raggiungere. Quando le compagnie low cost iniziano a volare, il volume di turismo aumenta e questo cambia davvero le cose. Dico sempre che il turismo è come un genio che esce dalla bottiglia, non ci rientra mai più e deve essere gestito con cura».

Il cibo è una delle lenti che Eden utilizza per rappresentare quello che già indicava Theroux, esperienza di piacere ma, anche, mezzo per aprire nuove esperienze e nuovi incontri, per riportare a casa quei sapori attraverso le ricette che concludono ogni capitolo della trilogia. In “Green Mountains” questa capacità del cibo di delineare storie e aprire nuovi panorami appare sottoforma di un’albicocca, regalata da un camionista burbero e sconosciuto da un benzinaio, ma può assumere con la stessa facilità toni cerimoniali, in un paesino nella regione georgiana dello Svaneti durante una veglia funebre, o una caratteristica di gioia vivida, come un pasto che si guadagna dopo un hiking nella neve: «Il piacere semplice, ma intenso, di mangiare cibo conquistato con fatica, preparato con cura da un cuoco», scrive Eden, «Uno scambio gioioso. Un passo verso il sapore, un viaggio verso il sostentamento. Un momento in cui anche il più rudimentale dei pasti diventa un banchetto appagante e prezioso. Sì, il pasto dopo una camminata, e tutti i fattori fisici ed emotivi che ne conseguono, è qualcosa che rende davvero la vita, anche nei momenti più difficili, degna di essere vissuta».

«Il cibo per me è come il tessuto del viaggio», prosegue Eden, «mangiamo tutti tre volte al giorno. È la nostra prima introduzione a un luogo e mi capita di ricordare sempre il primo pasto che ho fatto in una città che aspettavo con ansia di visitare. Ad esempio, a Yerevan, la capitale dell’Armenia, c’era un ristorante, un posto piuttosto popolare chiamato Lavash, che è il nome del pane che gli armeni sono maestri nel cuocere con il tradizionale forno di terracotta. Non era un posto con una storia straordinaria o qualcosa del genere, ma c’erano due donne che cuocevano il lavash fresco dietro una parete di vetro e ci salutavano sorridendo e io pensavo: “Che bello!”. E poi ricordo quando il lavash è arrivato al tavolo ed era caldo e gonfio, appena sfornato, e il primo sorso di Jermuk, la famosa acqua minerale armena.

Penso che il cibo sia, semplicemente, un ottimo modo per affrontare una storia e che possa preservare un luogo intero. Voglio dire, Paesi come l’Uzbekistan, la Georgia e l’Armenia sono incredibilmente orgogliosi delle loro cucine nazionali, e a ragione, perché sono fantastiche. Nei miei libri il cibo rappresenta il primo e l’ultimo passo, ma non è tutto, ci connette alle persone e ai loro pensieri, mi permette di scoprire cosa ha da dire un botanico, un fornaio, un venditore del mercato… Voglio sedermi e parlare con le persone e scoprire altri aspetti della loro vita, magari usando il cibo per aiutarci a raggiungere quella confidenza necessaria e, così, credo valga anche per i lettori. È un modo per prenderli per mano e condurli in una chaikhana (casa del tè uzbeka, NdT) nel mezzo del deserto in Uzbekistan e, poi, puoi parlargli di altre cose che accadono in quella zona. È un modo molto utile per entrare in contatto con le persone e costruire una fiducia con loro e con il luogo in cui ti ritrovi, in tantissimi modi diversi».

Preparazione del lavash a Yerevan, ph. Alessandro Bezzi, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

“Green Mountains” è la chiusura di un cerchio certamente geografico, nei territori bagnati dal Mar Nero e quelli custoditi dal Caucaso ma, anche, un modo personale con cui confrontare le proprie tracce con i mutamenti di queste zone, nei termini politici ed economici portati dalla guerra in Ucraina e dalle sue conseguenze. Su questo Eden è molto chiara: molto più di altri luoghi, i Paesi bagnati dal Mar Nero appaiono come un ago della bilancia, se non mondiale almeno dell’Occidente, in cui preservare identità e tradizioni diventa un elemento fondamentale. Il cibo, in questo, risulta una componente indissolubile, un termine di approfondimento estatico e simbolico con cui confrontarsi per comprendere sé stessi e il lato – per non dire costo – umano ciò che si ha intorno.

«Sono tornata in Ucraina nel febbraio del 2024», conclude Eden, «per scrivere un servizio radiofonico sul mercato di Pryvoz, il famoso mercato di Odessa. Tutti parlavano del secondo anniversario dell’invasione su vasta scala, con storie molto intense legate alla guerra, mentre il mio servizio racconta di quando andavo al mercato e parlavo con la gente su come andavano i loro affari durante la guerra. Prima dell’invasione era un luogo estremamente vivace ma ora era molto, molto diverso. Ci sono tornata d’inverno, durante la guerra e, ovviamente, era piuttosto tranquillo. È stato un po’ triste vederlo così. Gli ucraini sono incredibilmente resilienti e le donne con cui ho parlato mi hanno detto che parte del loro problema era che i ristoranti non andavano più molto bene perché molti uomini combattevano in prima linea. Era più o meno come ci si aspettava.

È molto importante raccontare queste storie umane, non solo di politici e delle persone importanti, di chi sta combattendo ma, anche, delle donne che cercano di mandare avanti le famiglie in questo periodo. Del banco che vende i suoi gamberi d’acqua dolce o della carne che Svetlana vende per mandare i suoi figli a scuola. Queste piccole storie umane sono vitali perché ci ricordano il costo umano della guerra e che, questo, non ha a che fare solo con numeri, droni o munizioni. Il cibo è un punto di vista importante con cui farlo, perché è molto riconoscibile. Tutti sanno com’è andare al mercato e non è così difficile immaginare come potrebbe essere in tempo di guerra. La maggior parte dei miei amici ucraini mi parlano di questo, di cercare la gioia di cucinare come un atto di sfida e di viverla, dove si può».

La letteratura di viaggio e il racconto gastronomico possono essere tutto questo: un pretesto di scoperta, e di recupero, per i nomi che una storia globale non può riprodurre. La difesa di un piatto, il recupero di una ricetta. La descrizione di montagne ripidissime, della paura di perdersi e la gioia di ritrovare il percorso. Le imprese degli scalatori del Monte Arat, la vita dimenticata delle sorelle pittrici Mariam e Yeranuhi Aslamazyan, o un pretesto per rileggere le storie dei viaggiatori e delle viaggiatrici che prima di noi ci hanno mostrato che ci può essere altro, oltre l’esotico, oltre la semplice presenza, per concepire nuove forme di scoperta.

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