Amerikatsi, il film che racconta gli orrori dell’Armenia comunista (Panorama 31.01.25)

“Amerikatsi” significa “americano armeno” ma per Charlie, che nel 1948 rientra nella sua patria dopo essere sfuggito, da bambino, agli orrori del genocidio nell’impero Ottomano, la sua identità occidentale equivale a una condanna immediata per “cosmopolitismo” nell’Armenia sotto un nuovo “protettore”: l’Unione sovietica di Stalin. Questa, in estrema sintesi, è la trama del film Amerikatsi appena uscito nelle sale italiane e candidato dall’Armenia come miglior film internazionale ed entrato nella short list finale degli Oscar.

Le riprese sono partite a marzo 2020, in piena pandemia, e si sono prolungate per cinque mesi tra i suggestivi scenari della capitale Erevan e le città di Gyumri e Ashtarak, dove sono stati girati tutti gli esterni. La principale location del film, il carcere-fortezza dove viene imprigionato Charlie, è stata ricreata su una struttura di epoca sovietica ancora esistente, abbandonata dagli anni Novanta. “Il film non è basato su una storia in particolare ma su varie testimonianze di rimpatriati armeni (furono oltre mille dopo la Seconda Beatrice Nencha Powered by × 01/02/25, 21:30 Amerikatsi, il film che racconta gli orrori dell’Armenia comunista – Panorama https://www.panorama.it/lifestyle/amerikatsi-orrori-armenia-comunista-cinema 3/23 guerra mondiale) e dei loro discendenti ed è dedicato a mio nonno, rappresentato nel bimbo rinchiuso nel baule della sequenza iniziale. Mio nonno mi ha insegnato a rimanere sempre positivo, nonostante le terribili avversità a cui è stato sottoposto” racconta il regista Michael Goorjian, che del film è anche il protagonista e lo sceneggiatore. Nella ricorrenza, quest’anno, del centodecimo anniversario del genocidio armeno, “Metz Yeghern” (il “Grande Male”), il primo genocidio di massa del Novecento che provocò almeno un milione e mezzo di morti tra l’aprile 1915 e il luglio 1916, Goorjian ha preferito non concentrarsi sugli orrori e le persecuzioni subite dalla popolazione armena, deportata nelle zone interne della Turchia per essere eliminata, ma ha optato per uno sguardo narrativo poetico e nostalgico, che fa del protagonista un testimone “suo malgrado” dei tragici accadimenti storici che lo coinvolgeranno.

Per l’occhiuto regime comunista che controlla il paese, basta indossare in pubblico una cravatta per condannare un uomo, strappato alle sue radici e straniero alla lingua della sua terra, a dieci anni di prigione e di lavori forzati. Sbattuto in una squallida cella di isolamento, grazie a un piccolo pertugio l’uomo si trasformerà in un testimone privilegiato della vita famigliare di uno dei suoi carcerieri. Uno sguardo intimo e pieno di Pubblicità × 01/02/25, 21:30 Amerikatsi, il film che racconta gli orrori dell’Armenia comunista – Panorama https://www.panorama.it/lifestyle/amerikatsi-orrori-armenia-comunista-cinema 4/23 g g p compassione, che gli consentirà di immergersi nella vita delle persone che osserva, senza esserne inizialmente ricambiato, e di cogliere, attraverso la loro quotidianità, l’essenza stessa della sua patria. Le tradizioni e l’anima di un popolo, le usanze religiose e i riti che, come l’antica melodia di cui cerca disperatamente notizie, lo riporteranno alle sue perdute origini. Attraverso le sbarre della sua finestra, Charlie trarrà la forza – e l’ispirazione artistica – per sopravvivere alla cruda realtà del carcere e ai suoi abusi. Le mura grigie si riempieranno, poco a poco, dei colori del cielo e della natura. Così lo spaesato detenuto americano diventa per tutti gli altri prigionieri, e per le guardie che all’inizio lo deridono e lo tormentano, l’incarnazione dell’attore occidentale più noto al mondo. Simile anche nel fisico a quel Charlie Chaplin che, come sua nonna in punto di morte lo aveva esortato, ha fatto del sorriso l’arma di sopravvivenza più potente contro le avversità del mondo. “Lo sai chi ha inventato il vino e la birra? “ “Lo sai chi ha inventato le scarpe? E chi ha inventato i tappeti? Gli armeni, ma nessuno ci ha ringraziati” si sfoga con Charlie un detenuto più anziano, mentre ricostruiscono a mani nude le mura del penitenziario abbattute da un terremoto. Ma al di là dell’orgoglio per l’identità nazionale riconquistata – seppure soggiogata dalla ferocia dello stalinismo e, prima ancora, dalle pressioni islamiche ottomane e persiane – l’umanità dei prigionieri si riconosce attorno alla capacità di Charlie di scovare la bellezza nell’orrore, dipingendo il monte Ararat (la sacra montagna degli armeni, oggi in territorio turco), con i colori impastati dalle pietre, e nel riuscire a sconfiggere l’ottusa burocrazia del carcere grazie alla complicità del fato che, sotto le spoglie di una cicogna, ancora una volta cambierà il corso del destino del protagonista.

“Questo non è un film che deve provare che sia avvenuto un genocidio ma è un film su un fatto storico. Come armeni noi abbiamo talmente tante storie da raccontare e penso che questo sia il modo migliore per dimostrare al pubblico la bellezza della cultura armena, e non solo le cose negative che sono accadute a questa nazione – aggiunge il regista, che è di origini armene, anche se nato e cresciuto a San Francisco – Molti dettagli sono basati su racconti di persone che ho intervistato. La storia di Tigran, che interpreta la guardia, si ispira alla storia del nonno di uno dei produttori che fu spedito in Siberia perché disegnava le chiese. Un altro rimpatriato fu arrestato con l’accusa di “cosmopolitismo” e di voler promuovere l’occidente, solo perché indossava una cravatta. Anche la finestra è un dettaglio preso da una storia vera: un amico ucraino conosceva un uomo rinchiuso in una prigione di Kiev che per cinque anni ha osservato gli eventi nell’appartamento di fronte alla sua cella. Quando il proprietario di casa non si è più mostrato, il prigioniero è diventato così agitato che ha tentato di rompere le sbarre solo per sapere che fine avesse fatto il suo dirimpettaio. Penso che questa vicenda, nella vita come nel film, dimostri un aspetto fondamentale della natura umana: finché ignoriamo gli altri, è facile non dare loro alcuna importanza. Ma nel momento stesso in cui iniziamo a osservare le persone, e iniziamo a saperne di più della loro vita, non possiamo fare altro che prendercene cura. Questo è stato uno dei motivi che mi ha spinto a realizzare il film”.

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Prime indicazioni su Amerikatsi, nuovo interessante film in uscita (Cinetv)

Antonia Arslan racconta e si racconta a vent’anni dalla sua Masseria delle allodole (Tgpadova 31.01.25)

“L’unico modo per combattere il disinteresse dei giovani ai genocidi è raccontare loro delle storie”. A 87 anni d’età e a vent’anni dall’uscita della sua Masseria delle Allodole, l’autrice padovana di origine armena analizza l’attualità e sulla violenza di genere dice: sbagliato contrapporre gli uomini alle donne, ciascuno deve cercare la propria realizzazione personale.

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Le migliaia di note del pianoforte di Sergei Babayan vincono la sfida con il “Rach3” (Varesenoi 30.01.25)

Nel quarto appuntamento della Stagione Musicale Comunale il pianista armeno-americano ha incantato la Basilica dialogando alla perfezione con l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano magnificamente diretta da Pietro Mianiti

Le migliaia di note del pianoforte di Sergei Babayan vincono la sfida con il "Rach3"

 

 

A corredo di questo articolo non troverete alcuna fotografia dello straordinario pianista che martedì sera ha incantato il pubblico della Basilica nel quarto appuntamento della Stagione Musicale Comunale. Già, perché Sergei Babayan non ama essere ripreso mentre suona, è stato tassativo con gli organizzatori, niente immagini ma “soltanto” le migliaia di note del monumentale Concerto per pianoforte e orchestra n.3 in re minore op.30 di Sergej Rachmaninov, l’incubo di David Helfgott nel film Shine, e tra i vertici assoluti di difficoltà esecutiva.

Il Rach3, come viene familiarmente chiamato, è una sorta di K2 della musica, una montagna da scalare, una sfida che l’uomo compie con sé stesso, e la maestria di Babayan ci ha fatto percorrere una sorta di ascesa verso l’alto, un cammino difficile e aspro, che la musica di Rachmaninov sottolinea passo dopo passo. Il primo movimento narra le difficoltà dell’arrampicata, c’è il vento, ci sono le nuvole, forse una bufera, ma l’uomo ha dentro di sé un motivo popolare che lo lega indissolubilmente alle proprie radici, dandogli la forza di proseguire. Riflette sulla sua vita, nella lunga cadenza del pianoforte, va avanti e arriva alla vetta, quindi, nell’Intermezzo, c’è la gioia e il riposo, il dialogo serrato con la natura e il mistero dell’esistenza, poi si riprende il cammino, la fatica del vivere si fa sentire, ma la vittoria è a portata di mano ed esplode nel finale, in cui Rachmaninov arriva a citare sé stesso, con una cellula tematica del suo secondo concerto per pianoforte e orchestra.

Sergei Babayan, armeno-americano, pianista non divo, eccelso didatta, che nell’aspetto ricorda vagamente un altro gigante della tastiera, Radu Lupu, ha dato una lezione di stile e di tecnica, suscitando indescrivibili colori, scalando la montagna del Rach3 senza ossigeno, quasi con nonchalance e dialogando a perfezione con l’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano, magnificamente diretta, come al solito, da Pietro Mianiti. Babayan, maestro tra gli altri del fenomeno Daniil Trifonov, è un interprete di altissimo livello, capace di accendere emozioni al calor bianco e alternarle ad attimi di meditazione poetica, annullando il tempo e lo spazio.

Inutile dire che Mianiti e i suoi ragazzi, ormai arrivati a un alto grado di maturità, lo hanno assecondato nella scalata verso l’assoluto, dimostrando poi tutto il loro valore in un altro simbolo della lotta contro le avversità del destino, la Sinfonia n. 5 in mi minore di Čajkovskij, composta nel 1888 in soli cinque mesi. Mianiti, cui va il merito di aver plasmato un’orchestra di straordinaria unità, solida e oliata come un perfetto meccanismo, si avvale di strumentisti ventenni di grande valore e sensibilità – il primo corno, di 23 anni, suonava per la prima volta in orchestra e sembrava un veterano – che potranno crescere ancora sotto la sua sapiente guida. E l’amore e la dedizione che il maestro ci mette, è totalmente ricambiata dai ragazzi, che al termine del tormentato cammino dell’uomo espresso da Čajkovskij nello svolgersi della Sinfonia, lo hanno acclamato con gridi e applausi, come si fa con un genitore o con uno zio saggio.

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Luino, la Giorno della Memoria al liceo: «Anche oggi bisogna avere il coraggio di scegliere» (LuinoNotizie 30.01.25)

a cura di Davide Di Giuseppe) In occasione del Giorno della Memoria, gli studenti del Liceo “V. Sereni” di Luino hanno assistito a due conferenze particolarmente significative: nella giornata del 27 gennaio i ragazzi del biennio hanno incontrato Claudia Boldrini, nipote di Karnik Nalbandian, superstite del genocidio armeno; la mattina del 29 gennaio, invece, gli studenti del Triennio hanno ascoltato l’intervento di Rossana Ottolenghi, figlia di Becky Behar Ottolenghi, sopravvissuta alla strage di Meina compiuta dalle SS naziste nel settembre del 1943.

Lunedì Claudia Boldrini ha illustrato sapientemente la questione del genocidio armeno, perpetrato dall’impero turco ottomano prevalentemente tra il 1915 e il 1917. La relatrice ha raccontando la vicenda del bisnonno Karnik che, dopo aver perduto i genitori e i fratelli e aver assistito a molteplici atrocità e nefandezze commesse dai soldati turchi a danno del suo popolo, riuscì a trovare finalmente pace nel piccolo Comune di Brenta in provincia di Varese. Claudia, grazie a una presentazione particolarmente convincente, ha ribadito l’importanza di conoscere e approfondire un fenomeno tanto tragico che ha causato la morte di circa tre milioni di armeni.

Rossana Ottolenghi, psicoterapeuta e ormai da diversi anni divulgatrice delle vicende della sua famiglia, nella mattinata di mercoledì ha narrato la tremenda strage compiuta dai nazisti tra il 22 e il 23 settembre 1943 all’hotel Meina, di proprietà della sua famiglia. A causa del rastrellamento degli ebrei che il 1° battaglione della Panzer-Division Waffen SS stava compiendo nei paesi lungo la sponda piemontese del Lago Maggiore, furono uccise ben 16 persone nella sola località di Meina, tra cui Jean, Robert e Blanchette Fernandez Diaz, poco più che bambini.

Becky Behar, ebrea italiana ma anche di nazionalità turca così come i suoi familiari, si salvò grazie all’intervento del console turco che rivendicò proprio la cittadinanza dei suoi amici. Insieme alla moglie, Aldo Luperini, biologo del CNR, ha approfondito con gli studenti l’aspetto della violenza insita nella natura umana, aprendo il dibattito su questioni attuali quali la guerra in Ucraina e il conflitto ebraico-palestinese.

A conclusione dell’incontro Rossana Ottolenghi ha posto l’attenzione sulla necessità di informarsi e di documentarsi per compiere scelte consapevoli nella realtà complessa che ci circonda, senza abbandonarsi ai pregiudizi e ai luoghi comuni.

Dopo entrambi gli interventi gli studenti hanno rivolto varie domande ai relatori, dimostrando notevole attenzione e interesse.

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Armenia: Consiglio Ue, missione civile Euma prorogata per altri due anni (AgenziaNova 30.01.25)

Il Consiglio europeo ha adottato oggi una decisione che proroga il mandato della missione dell’Unione europea in Armenia (Euma) per altri due anni, sino al 19 febbraio 2027, con una dotazione di bilancio di oltre quarantaquattro milioni di euro per il periodo dal 20 febbraio 2025 al 19 febbraio 2027. Lo si apprende da una nota diramata del Consiglio Ue. La missione Euma “è una componente essenziale degli sforzi dell’Ue per sostenere la pace e la stabilità nella regione con il compito di osservare e riferire sulla situazione in loco, contribuire alla sicurezza umana nelle aree colpite dal conflitto e sostenere la costruzione della fiducia tra Armenia e Azerbaigian, ove possibile”, si legge nella nota. “I compiti della missione rimangono invariati: l’Euma è e rimarrà una missione civile non armata”, viene precisato nella nota.

L’Ue rinnova la missione di osservazione in Armenia (Ansa)

Intervista ad Ivan Scalfarotto sulla mozione per la pace tra Armenia e Azerbaigian (Radio Radicale 29.01.25)

tervista ad Ivan Scalfarotto sulla mozione per la pace tra Armenia e Azerbaigian” realizzata da Sonia Martina con Ivan Scalfarotto (senatore, Italia Viva-Il Centro-Renew Europe).

L’intervista è stata registrata mercoledì 29 gennaio 2025 alle 14:00.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Armenia, Azerbaigian, Camera, Caucaso, Est, Esteri, Mozioni, Nagorno Karabak, Pace, Parlamento, Senato.

La registrazione audio ha una durata di 7 minuti.

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Mal di gola, il miracolo di un santo e un frate goloso: ecco com’è nata la tradizione del panettone di San Biagio (Il Giorno 29.01.25)

L’attesa è quasi terminata. Il 3 febbraio è dietro l’angolo, e la mattina di lunedì si potrà finalmente gustare quel pezzetto di panettone gelosamente messo da parte dal pranzo di Natale. Raffermo, asciugato e reso friabile quasi quanto una brioche, il panettone – attenzione! Dev’essere stato benedetto da un sacerdote: da questa regola non si transige – si trasformerà in una prodigiosa medicina in grado di guarire mal di gola, laringiti e nasi chiusi. E mentre lo gusteremo, ripeteremo a voce alta, o anche solo col pensiero, rigorosamente in dialetto milanese, la frase “San Bias el benediss la gola e el nas”Gola, naso, bocca e dintorni saranno ancora più protetti dai malanni se il giorno prima, il 2 febbraio giorno della Candelora, ci si sarà fatti benedire con delle candele benedette.

 

Un martire guaritore

Leggenda, devozione popolare e anche un pizzico di superstizione, che non guasta mai, sono gli ingredienti del culto ancora molto radicato a Milano e in Lombardia del “panettone di San Biagio”. Tutto ha però inizio a migliaia di chilometri di distanza dalla Lombardia, col protagonista principale di questa bella storia che è il santo e martire armeno Biagio di Sebaste. Vissuto nel III secolo e morto il 3 febbraio del 316 per mano dei Romani, davanti ai quali si rifiutò di abiurare il Cristianesimo. Un santo, certo, ma anche un medico e un guaritore quando era in vita. Le scritture non mentono: “Nel tempo della persecuzione di Licinio, imperatore perfido, san Biagio fuggì, ed abitò nel monte Ardeni o Argias; e quando vi abitava il santo, tutte le bestie dei boschi venivano a lui ed erano mansuete con lui, egli le accarezzava; egli era di professione medico, ma con l’aiuto del Signore sanava tutte le infermità e degli uomini e delle bestie ma non con medicine, ma con il nome di Cristo. E se qualcuno inghiottiva un osso, o una spina, e questa si metteva di traverso nella gola di lui, il santo con la preghiera l’estraeva, e sin da adesso ciò opera; se qalcuno inghiottiva un osso, o spina, col solo ricordare il nome di San Biagio subito guariva dal dolore…”

 

Il panettone di San Biagio ha virtù curative

Il panettone di San Biagio ha virtù curative

 

Prodigi 

E sembra proprio che la parte del corpo in cui i prodigi di San Biagio si manifestano con maggiore forza sono quelli della gola e della laringe. Lo scoprirà, benedicendolo, una donna che si rivolge a lui mentre il futuro martire, catturato in una grotta dove si è rifugiato, viene portato a Sebaste: la donna lo supplica di salvare il suo bambino che rischia di morire per una lisca che gli si è conficcata in gola; San Biagio non si fa pregare due volte ed ecco che quella lisca scompare all’istante. Il piccolo è salvo.

San Biagio è anche una specie di Sant’Antonio anzitempo. Ama gli animali, ricambiato. Nell’abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, nel Torinese, gli è stata dedicata una cappella dove, in un affresco tardo gotico di Giacomo Jaquerio, è raffigurato indenne tra gli animali feroci. A Siena un altro affresco lo rappresenta mentre, ancora nella grotta, viene amorevolmente nutrito dagli uccelli. E infatti, in un altro miracolo a lui attribuito, una donna disperata perché un lupo gli aveva preso il maiale, unico bene in suo possesso, è rassicurata da Biagio in persona che presto riavrà la sua bestia. E così è: il lupo si presenta al santo e mansueto gli restituisce il maiale.

Il frate affamato

Dall’Armenia alla Lombardia. Se lo sarebbe mai immaginato il martire nato e venuto a mancare nell’Anatolia centrale che un giorno, a Milano e in Lombardia, sarebbe diventato il protagonista di un culto ancora oggi amato e seguito? Probabilmente lo avrebbe predetto. Tutto merito di una donna che, appena prima di Natale, si reca da un certo frate Desiderio per fare benedire il panettone che lei aveva preparato per la sua famiglia. Il frate, molto occupato, risponde alla donna di lasciargli il dolce per qualche giorno, per poi passare a ritirarlo: si occuperà di benedirlo non appena troverà un secondo di tempo.

Passato Natale, Desiderio rivede il panettone nella canonica: si era dimenticato di benedirlo. Essendo ormai secco, il frate pensa che anche la donna se ne sarà dimenticata e quindi se lo mangia nei giorni successivi, per non rischiare di doverlo buttare. Pezzo dopo pezzo, il panettone sparisce nello stomaco del frate ghiottone. Il 3 febbraio, la donna però si ripresenta per avere indietro il suo panettone benedetto. Frate Desiderio, in canonica, scopre con sua grande sorpresa che la carta usata per coprire il dolce è di nuovo gonfia, piena di un panettone grosso il doppio di quello che gli era stato lasciato. È il miracolo di San Biagio.

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Wikiradio. Le voci della storia Influencer: Raphael Lemkin (Radio Rai 3 29.01.25)

Raphael Lemkin, il giurista polacco che nel suo libro Axis Rule per la prima volta propone l’utilizzo della parola genocidio, raccontato da Gabriele Nissim. Repertori: estratto di una intervista a Lemkin trasmessa dalla CBS all’interno di un servizio dedicato alla nascita del termine “genocidio”; Hitler accolto dalle popolazioni (Archivio Luce, 14/12/1938); estratto del video realizzato per le Nazioni Unite su come il genocidio sia diventato parte della legge internazionale. Gabriele Nissim, giornalista e storico, si è sempre occupato della politica dell’Europa Orientale. Ha realizzato numerosi documentari per le reti televisive di Canale 5 e della Svizzera Italiana, sui problemi del post-comunismo e sulla condizione ebraica nell’Est. Tra le pubblicazioni, nel 1995 per Mondadori ha pubblicato “Ebrei invisibili” e nel 2022 per Rizzoli “Auschwitz non finisce mai”. È presidente di Gariwo, la foresta dei Giusti che ricerca in tutto il mondo i Giusti di tutti i genocidi.

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Pellegrinaggio in Armenia – Alle origini del Cristianesimo (Diocesi di Verona 28.01.25)

Dal 17 al 24 maggio il Servizio Pellegrinaggi della diocesi di Verona organizza una proposta in Armenia accompagnata da don Francesco Grazian, parroco di San Martino Buon Albergo: un pellegrinaggio in cui visitare le numerose chiese e monasteri e poter entrare più a fondo del contesto e della fede ortodossa armena.

L’Armenia è un paese antichissimo, che conserva il fascino di un cristianesimo antico e ricco di spiritualità e tradizioni. La predicazione del Vangelo è giunta attraverso gli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo. È stato il primo paese ad abbracciare il cristianesimo come religione di stato.
Sono centinaia i monasteri che scandiscono il suo paesaggio manifestando lo splendore della fede e della devozione. La storia più recente di questa terra, che ha subito il genocidio tra il 1915 e il 1917, che costò la vita a un milione e mezzo di cristiani armeni, ci connette con la santità del martirio. È una terra dai volti accoglienti e aperti all’ospitalità, da cui si torna culturalmente, spiritualmente ed umanamente arricchiti.

Facendo base a Yerevan l’itinerario prevede ogni giorno escursioni in pullman alla visita della regione, accompagnati da una guida locale parlante inglese.

Tra le mete di visita:  Echmiadzin, cuore religioso della nazione e centro spirituale della Chiesa Armena; sede del Katolicos, la più alta autorità religiosa del paese; il monastero di Khor Virap, situato in una valle a sud della città, alle cui spalle si erge, maestoso, il monte Ararat; il bellissimo monastero di Noravank e al sito archeologico di Areni nella regione Vayots Dzor; Gyumri, città con la più alta densità cattolica dell’Armenia; il monastero di Haghpat; il lago Sevan, uno dei più grandi in Eurasia, sito a 1900 metri sul livello del mare e visita ai monasteri di St. Karapet e St. Arakelots.

Per informazioni ed iscrizioni (entro il 28 febbraio 2025):
mail: pellegrinaggi@diocesivr.it – tel. 045 8083746

Scarica QUI la locandina.

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Armenia: l’Ambasciatore Ferranti presenta le Lettere Credenziali al Presidente Khachaturyan (Aise 28.01.25)

JEREVAN\ aise\ – Nuovo Ambasciatore a Jerevan, Alessandro Ferranti la scorsa settimana ha presentato le Lettere Credenziali al Presidente della Repubblica di Armenia, Vahagn Khachaturyan.
Ne dà notizia l’Ambasciata riportando che, nel trasmettere al Presidente Khachaturyan i sentimenti di sincera amicizia del Presidente Sergio Mattarella, Ferranti ha affermato di assumere il proprio mandato con grande entusiasmo e responsabilità. Il diplomatico ha quindi ringraziato il Presidente armeno per la calorosa accoglienza e assicurato di essere pronto a compiere ogni sforzo per rafforzare ed espandere ulteriormente le già eccellenti relazioni tra Italia e Armenia.
Porgendo le proprie congratulazioni e gli auguri di successo al nuovo Ambasciatore, il Presidente Khachaturyan ha, da parte sua, sottolineato i sistemi di valori comuni che hanno contribuito alla formazione e allo sviluppo dei legami tra i due Popoli.
Khachaturyan ha infine sottolineato che l’Armenia attribuisce grande importanza all’approfondimento della cooperazione reciprocamente vantaggiosa con l’Italia, sia a livello bilaterale che nella più ampia cornice europea, assicurando che le Autorità armene sono disponibili a sostenere l’Ambasciatore in ogni iniziativa volta all’ulteriore sviluppo delle relazioni tra i due Paesi, con particolare riguardo al settore economico e al settore culturale. (aise)