«Dio vivente, veniamo davanti a te da diverse denominazioni cristiane per pregare per i malati e i sofferenti, per la salute di tutti i capi delle Chiese e in questo momento per il tuo servo Francesco, Vescovo di Roma, in questo tempo in cui è afflitto dalla malattia»: sono le parole con cui si è aperta, nel primo pomeriggio di ieri, 21 marzo, la preghiera ecumenica per la salute del Papa e di tutti i malati, svoltasi nella chiesa romana di San Lorenzo in Piscibus, sede dell’omonimo Centro internazionale giovanile.
Organizzato dalla Comunità di Taizé, dal Dicastero per la Promozione dell’unità dei cristiani e dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo dell’Urbe, in collaborazione con il Centro anglicano e gli Uffici ecumenici metodista e delle Chiese riformate di Roma, il momento orante è proseguito con il Salmo 102 «Benedici il Signore, anima mia» e con un passo dalla Lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini (6, 13-18), letto in italiano, inglese, tedesco, spagnolo e francese. In diverse lingue anche la Preghiera dei fedeli, le cui intenzioni sono state elevate dai rappresentanti delle Chiese insieme ad alcuni giovani. In particolare, si è pregato «per tutti i malati, per gli assistenti e per tutto il personale medico», con un’invocazione allo Spirito Santo affinché dia a Papa Francesco «la forza e la pace di cui ha bisogno durante la sua malattia». Non è mancata una preghiera per la pace, in particolar modo per «i popoli dell’Ucraina, di Gaza, della Repubblica Democratica del Congo, di Haiti, del Nicaragua e di ogni luogo dove vi è guerra nel nostro mondo travagliato».
Una supplica si è levata perle persone colpite «dal riscaldamento e dallo sfruttamento delle risorse», con l’auspicio che l’umanità divenga sempre più consapevole della responsabilità «per la cura Creato dono di Dio». Un’ultima intenzione è stata dedicata all’unità dei cristiani, affinché siano una cosa sola.
Prima della benedizione conclusiva — impartita insieme dai rappresentanti delle diverse Chiese — si è pregato ancora il Signore affinché sia con Papa Francesco «nella sua malattia». La celebrazione — alla quale hanno preso parte, tra gli altri, frère Matthew, priore di Taizé; l’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero ecumenico; Tara Curlewis, delle Chiese riformate; Matthew A. Laferty, metodista; l’arcivescovo Khajag Barsamian, della Chiesa apostolica armena e l’anglicano Jim Linthicum — si è conclusa con il canto Bonum est confidere in Domino.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-22 18:10:292025-03-26 18:12:41Cristiani uniti per la guarigione del Pontefice (Osservatore Romano 22.03.25)
Debutta la prima edizione della fiera internazionale del turismo dell’Armenia a Yerevan dal 4 al 6 aprile 2025
ITF Armenia 2025 si svolgerà dal 4 al 6 aprile 2025 nella capitale Yerevan, al Karen Demirchyan Sports and Concert Complex. La manifestazione offrirà un luogo di connessione, un’area espositiva e un palinsesto di convegni e incontri per creare nuove rotte di collaborazione, offrendo ai partecipanti l’opportunità di scoprire numerose destinazioni.
La prima fiera-conferenza internazionale sul turismo è organizzata dall’Armenian Tourism Federation, con il supporto dell’Armenia Tourism Committee, in collaborazione con Armenia Travel e Prom Expo – aziende con oltre 25 anni di esperienza nell’organizzazione di programmi turistici, fiere, conferenze, festival e altri eventi su larga scala.
ITF Armenia 2025 si propone a destinazioni, tour operator e altri operatori turistici italiani come piattaforma B2C e B2B per presentare ai viaggiatori e alle agenzie turistiche locali proposte di viaggio nelle destinazioni italiane (incoming) e per scoprire nuove mete da proporre ai viaggiatori italiani (outgoing). Numerose le opzioni di partecipazione, che vanno dal semplice visitatore – con ingresso gratuito – alle opportunità di esporre con formule diversificate, che possono comprendere l’accesso al palinsesto di convegni ed eventi di networking.
ITF Armenia 2025: un evento per tutti
La Fiera Internazionale del Turismo Armenia 2025 prevede di accogliere tra 10.000 e 12.000 partecipanti nei tre giorni di svolgimento. L’evento è pensato sia per il pubblico generale (B2C) sia per i professionisti del settore (B2B), offrendo numerose opportunità di scoperta, networking e collaborazione. Visitatori B2C (65-75% del totale): individui e famiglie alla ricerca di nuove idee di viaggio, esperienze uniche e offerte esclusive. Visitatori B2B (25-35% del totale): tour operator, agenzie di viaggio, organizzatori di eventi MICE e decision maker del settore provenienti dall’Armenia e dall’estero.
Obiettivi principali
Creare una piattaforma internazionale dinamica che riunisca le principali organizzazioni e professionisti del turismo, valorizzi l’offerta turistica dell’Armenia, della regione e dei Paesi target, favorisca lo sviluppo di connessioni commerciali, aumenti la visibilità globale dell’Armenia e ispiri i residenti a esplorare il mondo. L’evento punta ad accrescere l’interesse internazionale per il potenziale turistico dell’Armenia e della regione; attrarre operatori turistici e giornalisti internazionali mostrando la diversità dell’offerta turistica armena e rafforzando le collaborazioni strategiche. L’obiettivo è anche presentare ai viaggiatori locali e alle agenzie turistiche sia destinazioni già note che nuove mete per il turismo outbound, facilitare lo scambio di conoscenze e opportunità di apprendimento attraverso interventi, discussioni e seminari tenuti da esperti internazionali, contribuendo alla diffusione di soluzioni innovative. Infine, si intente rafforzare il riconoscimento del patrimonio culturale, storico e naturale dell’Armenia, promuovendo uno sviluppo turistico sostenibile e consolidando i legami con le comunità locali.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-21 18:05:462025-03-26 18:10:25ITF Armenia 2025: la fiera internazionale del turismo dal 4 al 6 aprile (ITF 21.03.25)
Speranza contro speranza non è il titolo di un libro – è un titolo d’onore.
Nella liturgia del 19 marzo scorso, che ruotava intorno a San Giuseppe, la seconda lettura, dalla lettera ai Romani di Paolo, dice: “Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli”. Il memorabile libro di memorie di Nadežda Mandel’štam, Speranza contro speranza – ora in catalogo Medhelan – insegna che bisogna avere fede nella poesia. La Storia potrà pure uccidere il poeta – deve ucciderlo, ai fini della sua riuscita –, potrà ridurlo ai margini, a mendicare, ostaggio della propria fame – la poesia resterà.
A Iosif Brodskij, Nadežda Mandel’štam fece l’effetto di “una minuscola brace che brucia se la tocchi”. L’aveva incontrata nel 1972, prima di lasciare, per sempre, l’Unione Sovietica. La brace divenne incendio – la donna martoriata e senza parto fu la levatrice di migliaia e migliaia di poeti.
Non è inesatto chiamare Osip Mandel’štam, nelle notti a secchiate, con il tono con cui si dice padre.
È curioso: i poeti seppelliscono il proprio cuore – un cuore, si dirà, capace in radici o in tentacoli, a seconda della belva che anima quel rantolo – altrove. Mandel’štam ha messo il cuore in Armenia, luogo che svasa in leggenda, dove il cristianesimo primeggiò con forza di ribes, di mora selvatica. Boris Pasternak preferiva la Georgia che nello stemma ha l’eroe che trafigge il drago. Anche in questo si intuisce lo stigma di uno stile. A Tbilisi, Pasternak trova poeti complici, amici – il più caro, Tician Tabidze, il Dylan Thomas georgiano, farà la stessa fine di Osip: rapina stalinista, arresto, fucilazione, è il ’37 e come da prassi nessuna notizia sulla sua fine allenta, per anni, la spossante attesa dei cari. A Savan, a Suchum, “città di lutto, di tabacco e di aromatici olii vegetali”, a B’hurakan, “celebre per la caccia ai galletti” che “rotolavano per terra come palline gialle sacrificate al nostro cannibalesco appetito”, Mandel’štam sta alla larga dai poeti. I suoi interlocutori sono geologi, archeologi, chimici; scienziati, insomma. A Mandel’štam interessa l’immaginazione ‘empirica’, il punto che congiunge poesia e scienza. Gli interessa, per così dire, la zoologia del fraseggio, il modo in cui si sviluppa, per gemmazione e potatura, quella boscaglia di versi. Così scrive in un taccuino: “Fin da bambino sono stato abituato a considerare Darwin un ingegno mediocre. La sua teoria mi sembrava sospettosamente stringata: selezione naturale”. In Armenia – filo mancante a ricucire un cuore malmenato – Mandel’štam trova il luogo di fusione tra letteratura e scienza:
“Con Darwin ho concluso una tregua. Nella mia biblioteca immaginaria l’ho messo accanto a Dickens. Se pranzassero insieme, il terso della compagnia sarebbe Mister Pickwick. Non si può non lasciarsi incantare dalla bonomia di Darwin. È un umorista preterintenzionale”.
Anni dopo, in altro contesto, Italo Calvino scrisse che Galileo Galilei era “il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo” (rispondeva ad Anna Maria Ortese dal trono del “Corriere della sera”, era il Natale del 1967). In quel caso, era una opzione ‘letteraria’, di fatue ‘inclinazioni’; per Mandel’štam è una questione di vita, di clinamen.
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In Armenia, tra l’altro, Mandel’štam scansa le grandi città; preferisce i laghi, le montagne, i borghi col broncio. Ad Aštarak “ho avuto la fortuna di vedere le nuvole che celebravano sacre funzioni al dio Ararat”. In un passo del reportage, il poeta cita Baloo, l’orso del Libro della giungla di Kipling. Nella mia fragile mente, mi piace pensare al poeta come Mowgli: conosce la lingua di tutte le bestie, è inaccettabile alla giungla come al mondo degli uomini – è scaltro e innocente, canta e uccide.
Chissà quando Mandel’štam ha letto il Libro della giungla; chissà se imitava Shere Khan, la tigre, o se preferiva i serafici silenzi di Bagheera, la pantera nata dall’oscurità. Mandel’štam non è poeta abile nel ruggito; ha un passo felpato, conosce l’arte dell’assalto, l’arte dell’indiarsi nelle attese.
Mentre è in Armenia, nella primavera del 1930, Mandel’štam è ammutolito dalla “notizia oceanica” della morte di Majakovskij, il poeta leonino alla Rivoluzione. Eccolo, un poeta che ruggisce! Capisce che con la morte di Majakovskij qualcosa è morto per sempre – l’idea stessa, pur impaniata di sangue, della Rivoluzione. Il viaggio in Armenia è pure questo, nel pudore: compianto sul corpo morto di Majakovskij. I poeti sono come quelli che vanno in battaglia sventolando il vessillo della Vergine: credono nelle milizie angeliche più che nella forza dei droni. Che muoiano, seguaci dell’assurdo, è il loro vanto.
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Intendo dire: pur in viaggio ‘ufficiale’, Mandel’štam diffidava degli ufficiali di partito, tramutò il compito in officio inaccettabile, in un’officina del linguaggio che potremmo chiamare “Ufficio delle tenebre”.
Oh, sì, Mandel’štam sarà pur morto, come dicono, in un campo di transito presso Vladivostok, nel dicembre del 1938; in realtà, egli si è creato un sepolcro in Armenia. Egli è sepolto in quelle tombe che sembrano pietre che levitano: i sepolcri dei santi e dei re, dove si rilassano i migratori tra un’Asia e l’altra, perché il cielo è riposto lì, proprio lì, in quell’anfratto, piegato, come un fazzoletto.
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Prima di partire per l’Armenia, Mandel’štam lavorava al “Moskovskij komsomolec”, un “giornaletto” che permetteva al poeta una “paga così basso che il denaro era sufficiente solo per pochi giorni”. Nel secondo tomo delle sue memorie, Speranza abbandonata – che è poi, un abbandonarsi alla speranza, anche se la speranza, a volte, ha i tratti della iena; questo libro, in Italia, è in catalogo Settecolori – Nadežda Mandel’štam scrive che “nella redazione tutti credevano nel radioso avvenire e si sforzavano di accelerarne la venuta”.
A Mandel’štam l’Armenia pare il nuovo mondo: poco prima di partire, si licenzia. “Ricevette un’attestazione di benevolenza in cui lo si diceva che apparteneva al novero degli intellettuali a cui si poteva dare un lavoro, ma sotto la supervisione dei capi del partito”. Per un poeta da tempo bandito dalle case editrici statali – le uniche in azione – era un gesto di inattesa bontà. Mandel’štam si infuriò, non accettava attestati, aiuti, pericopi di partitocrazia ipocrita – i redattori di quel giornale, durante le purghe, furono decimati.
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Viaggio in Armenia – in Italia: edizione Adelphi, cura mirabile di Serena Vitale – è un libro fantomatico, di araldica bellezza, che non si può circoscrivere in generi. Varia dal reportage al bozzetto, dal poema in prosa al trattato d’arte, dal dibattito scientifico al sulfureo lirismo. Il suo modello è il folgorante Viaggio ad Arzrum di Puškin, il suo delfino è Bruce Chatwin.
Un libro del genere, va da sé, scontentò tutti, soprattutto chi aveva permesso al poeta quel vagabondaggio. Incurante degli obblighi intellettuali verso la patria, Mandel’štam comincia, dopo il Viaggio in Armenia, la propria catabasi negli inferi del sistema sovietico. Vent’anni dopo, nel 1950, Marietta Šaginjan firma il libro che avrebbe dovuto scrivere Osip: il suo Viaggio nell’Armenia sovietica, affascinante resoconto delle sorti progressive dell’impero stalinista, fu tradotto nel resto del mondo, le permise il Premio Stalin. Amica di Sergej Rachmaninoff, armena d’origine, poetessa per vizio, si orientò a Stalin, divenendone fedele – e feroce – scriba. Scrisse un romanzo su Lenin di catastrofico successo.
Naturalmente, Nadežda ha per la Šaginjan, “minuscola e incartapecorita”, parole violente: in un passo, descrive il suo “modo ripugnante di baciare la mano alla Achmatova quando le capitava di incontrarla”.
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Da tempo, Silvio Castiglioni lavora nell’opera di Osip Mandel’štam: Un po’ di eternità è andato in scena la prima volta a Lucca, nel 2013 (regia di Giovanni Guerrieri, storico sodale di Silvio). Improprio nominare “spettacolo” questo atto sacro pensato “per Osip e Nadežda Mandel’štam”. Qualche giorno fa l’ho rivisto, in un antro di Cattolica, un ostensorio di pietra, qualcosa come un caravanserraglio, con i tappeti volanti intorno; metteva in scena Viaggio in Armenia. Hanno ragione a chiamare quel libro “luminosissimo addio; un rito d’addio”.
Per chi non lo ha mai visto, Silvio Castiglioni è sempre sbalorditivo. È l’unico attore che conosco a farti capire che la mano è la mano – e la mano è in scena, recita anche lei. Che il dito è un dito, l’unghia un’unghia, il naso è proprio il naso. Castiglioni recita, ovvero: non dice delle parole scritte da altri in uno spazio detto scena. Recinta il corpo nella recita. D’altronde: parola-corpo, verbo che si fa carne; dunque: falange falena, mano lupo, gambe patriarca, gambe binario morto, gambe Orient Express!
Castiglioni è all’oreficeria dell’arte attoriale. Castiglioni ha un corpo soffiato nel vetro – pasta malleabile, sottoposta al fuoco dell’addestramento. Un corpo che può farsi cigno e stoviglia, sfera e sfuriata.
Il rito dura, credo, quarantacinque minuti. Castiglioni interpreta il libro – un libro piccino, indifeso, inaccettato – come lo sono le cose davvero mastodontiche, regali. Castiglioni è Viaggio in Armenia; e dunque: è il burocrate dall’“erudizione troppo chiassosa”, è la biblioteca di cactus e la ragazza bionda, è Osip, il poeta – in fuga dallo stare in scena, troppo cristico per inscenarsi – e le nuvole che flottano su Sevan; è la lama di rasoio sotto la scarpa, per ogni evenienza; è l’uovo sodo – cotto nell’atto – che piaceva tanto al poeta; è una teca di vetro che soffoca il poeta, farfalla sotto lo spillo stalinista; è la poesia sul “montanaro del Cremlino” e il frutto rosso che spergiura un Eden alle labbra. È il coccio, la cocciniglia, la coccinella. E poi: Silvio che si leva brandelli plastici di faccia, lo sfacciato (ergo: una Storia che ti soffia l’identità, la Storia avvolta di senza volto); Silvio che sfila un lenzuolo, lo ondeggia, nostra signora Sherazade, mentre si proiettano immagini dell’Armenia di allora; Silvio che si toglie le burocratiche calze, le ufficiose scarpe, per svelare un piede dorato, spudorato riflesso di voluttuosa regalità; Silvio che regola il viso sotto la panca, s’incapsula lì, e recita quell’ultima, feroce pagina del Viaggio in Armenia, la leggenda del re recluso, e “il sonno ti avvolge di pareti, ti mura”.
Silvio Castiglioni è Viaggio in Armenia
Ogni applauso è improprio – al rito segue: sprofondare nel sé – alcuni, al posto dell’anima hanno giunchiglia, infinite stazioni di acquitrini, gli aironi a fare la posta.
*
Ha qualcosa di simile al clown e al pope, Castiglioni. Occhi dalla scrittura armena: divorano e possono piangere di ciò che hanno divorato. Se ha valore la parola ‘invasato’, allora, poi, occorre rompere i vasi – che vuol dire, dare rifugio all’acqua, concedere ai cocci di essere Micene, Mosca, kamen, la pietra- Mandel’štam da cui, dopo la distruzione, ripartirà il respiro.
Lapidare, lapidazione di labbra.
*
Eccolo, lui:
“Le mosche divorano i bambini, si attaccano a grappoli agli angoli degli occhi.
Il sorriso di un’anziana contadina armena ha un’inesprimibile bellezza: è pieno di nobiltà, di sofferta dignità, e del particolare, solenne fascino della donna maritata.
Vidi la tomba di un gigantesco curdo dalle dimensioni fiabesche e la presi come una cosa ovvia”.
Fiaba e calcolo, canicola e canini, Van Gogh e Linneo. Fu Adamo, in Armenia, Mandel’štam.
I morti non urlano più, li abbiamo resi alla betulla, in corde, allievi del merlo e della rupe cincia.
Milano, 20 mar. (askanews) – Un diario di guerra che indaga il grande intreccio dei conflitti che negli ultimi dieci anni hanno sconvolto il mondo. Lo ha scritto il giornalista Luca Steinmann nel libro “Vite al fronte” raccontando storie spesso inesplorate dai media in diversi scenari bellici: a cominciare da Israele, Palestina e Donbass, ma anche Libano, Siria, Nagorno Karabakh, Armenia e Azerbaidjan.
“In questo libro io racconto questi conflitti vissuti appunto in prima persona cercando però di mettere al centro le persone che incontro per raccontare attraverso le persone questi conflitti, cercando di mostrare come tutti questi sono interconnessi e si alimentano l’uno con l’altro”.
Una visuale unica e senza filtri, che raccoglie le testimonianze di uomini e donne, civili e combattenti che si sono ritrovati a vivere in guerra.
“C’è un effetto domino, un filo conduttore che lega tutte queste guerre sul piano alto a livello geopolitico ma anche sul piano più basso proprio attraverso le tantissime storie di persone semplici che però spiegano molto”.
Luca Steinmann racconta anche come è cambiato il modo di fare la guerra in un momento in cui l’Europa sta cominciando a riarmarsi. “L’illusione di un mondo che poteva vivere in una sorta di pace perpetua dopo la caduta del Muro di Berlino sì e infranta contro la rinascita dei conflitti globali” aggiunge.
“Dunque le guerre sono sempre più tecnologiche e io ho visto per esempio la guerra in Ucraina cambiare progressivamente e passare dall’essere un conflitto di trincea nel 2022 a un conflitto di droni fino ai giorni nostri, fino al 2024-2025. Quindi l’apporto che le nuove tecnologie, l’intelligenza artificiali, satelliti hanno su quello che avviene sui campi di battaglia è fortissimo e potentissimo, ricordiamo anche che le guerre non si combattono solo sui campi di battaglia ma anche in forma ibrida, esempio, attraverso la comunicazione sui social”.
Cruciale infine per Steinmann il ruolo della ricerca del consenso interno da parte degli Stati che porta inevitabilmente la guerra al centro dei dibattiti.
“Le guerre lasciano sempre ferite- ricorda infine il giornalista – e da queste germogliano i semi che conducono allo scoppio di nuovi conflitti”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-20 18:03:012025-03-26 18:04:20"Vite al fronte", Luca Steinmann racconta le guerre in prima persona (Askanews 20.03.25)
Nell’inedita cornice della Galleria Santa Croce di Cattolica Silvio Castiglioni, apprezzato attore e ricercatore teatrale, è tornato a stupire il…
Nell’inedita cornice della Galleria Santa Croce di Cattolica Silvio Castiglioni, apprezzato attore e ricercatore teatrale, è tornato a stupire il pubblico col nuovo spettacolo Viaggio in Armenia. Liberamente tratto dal libro di Osip Mandel’stam (1891-1938), che Pasolini definì “il più grande poeta russo della sua generazione”, il monologo dopo il debutto di ieri sera, sarà replicato oggi e domani alla 21.
Da cosa nasce questo lavoro?
“Sono un lettore di libri, da questi traggo ispirazione, divenendo autore della parte teatrale da mettere in scena. In questo caso sono rimasto affascinato dal mondo di Osip Mandel’stam, che veniva sottratto alla conoscenza dei suoi contemporanei, e dalla moglie che imparava a memoria le sue poesie, convinta che i suoi libri rischiassero d’essere bruciati, ma non la sua mente. Imparò così anche la famosa poesia su Stalin, scritta un po’ irritato per com’era stato accolto questo libro sull’Armenia, dov’era stato mandando sperando che scrivesse di quanto fossero magnifiche le sorti del socialismo armeno. Mandel’stam non ce l’aveva col progetto sovietico, voleva però fare il suo lavoro e non essere arruolato tra i propagandisti del regime. Lui era solo un poeta”.
Al centro cosa pone lo spettacolo?
“Si fa cenno a questo rapporto, all’incomprensione tra Mandel’stam e il suo tempo, che non gli ha impedito di avere uno sguardo potente, profondo e disincantato sulla bellezza e sul mondo, nonostante i presagi funesti”.
Un testo ancora attuale?
“Questa poesia è il ritratto di tutti i ducetti contemporanei”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-19 18:00:172025-03-26 18:02:45La galleria Santa Croce apre le porte per ospitare il ‘Viaggio in Armenia’ di Silvio Castiglioni (Il Resto del Carlno 19.03.25)
Contrariamente a quanto si possa pensare, la storia e la costruzione dell’immagine architettonica di Yerevan, antica capitale dell’Armenia, hanno radici piuttosto giovani.
Se infatti i primi insediamenti della città risalgono al 782 a.C., sono pochi i segni del passato urbano oggi ancora visibili. Le rovine dell’antica fortezza di Erebuni si stagliano sulla collina di Arin Berd, ora affiancati da un museo costruito nel 1968 per celebrare il 2.750mo anniversario della città. Del lascito medievale si può osservare la piccola chiesa Katoghike, la cui costruzione è databile al 1264, ad oggi unico esemplare sopravvissuto alle demolizioni propagandate dal regime sovietico e ai bombardamenti della seconda guerra, mentre del cosiddetto periodo Persiano (ascrivibile dal sedicesimo al diciannovesimo secolo) resta in rappresentanza la Moschea Blu, oggi completamente inglobata all’interno del tessuto novecentesco di Yerevan.
Un primo piano urbanistico per la modernizzazione della città viene redatto fra il 1906 e il 1911 stabilendo l’assetto degli assi principali e il loro orientamento in modo definitivo per quello che diverrà il piano di sviluppo urbano principale di Yerevan, redatto nel 1919, all’indomani della Rivoluzione d’ottobre, da Alexander Tamanyan, e definitivamente approvato nel 1924.
Barriera stradale
Il nuovo disegno urbano accentua ulteriormente il carattere di stampo europeo del già ordinato reticolo predisposto col precedente piano, collocando un grande boulevard circolare chiamato a svolgere la funzione di polmone verde per la città, e rievocando l’ideale della Garden City teorizzata dell’urbanista inglese Ebenezer Howard. A proposito dell’immagine stilistica che avrebbe dovuto avere la città, l’ambizione di Tamanyan era orientata verso una sorta di neoclassicismo nazionale, dove i motivi dell’architettura tradizionale armena si fondevano alle proporzioni dell’ordine classico.
Un’idea in parte preservata nella realizzazione degli edifici rappresentativi della città (il Palazzo del Governo, così come il Teatro dell’Opera, entrambi completati dopo la morte di Tamanyan nel 1940, restituiscono l’immagine più classicheggiante di cui si faceva portavoce l’urbanista armeno) ma la completa realizzazione del piano di Tamanyan sotto il regime sovietico vide sempre più fiorire la compresenza di linguaggi, soprattutto nell’interpretazione armena del costruttivismo e dell’architettura di stampo modernista.
Una figura chiave nell’applicazione e interpretazione del piano di Tamanyan negli anni Settanta fu l’architetto Jim Torosyan, al cui nome sono legati molti degli edifici che oggi costituiscono il carattere della capitale armena, e che meglio di altri riuscì a tradurre questa fusione di identità stilistiche che imprime ancora oggi a Yerevan l’immagine di un vero e proprio laboratorio urbano
Monumento del Cinquantesimo Anniversario dell’Armenia Sovietica, 1970
Quindi la grande Cascata (1980) che dal cuore pulsante della città prosegue verso nord uno dei principali assi viari urbani, si sviluppa in una sequenza di cinque terrazze, decorate da motivi massivi e geometrici, per raggiungere idealmente il Monumento dedicato al Cinquantesimo Anniversario dell’Armenia Sovietica (1970), un obelisco e una nuda lastra in basalto, adagiati su un sistema a due terrazze sovrastante la città.
Il complesso della stazione metropolitana di Piazza della Repubblica (1980), con la fontana ipogea e la piazza inferiore interamente scavata in tufo rosa e posta al di sotto della tettoia a forma di fiore sorretta da pilastroni bombati, rende omaggio invece alle tradizioni artigianali locali, mentre le alte arcate che definiscono il perimetro degli edifici alle spalle della piazza, sono plasmate nel tufo come fossero bassorilievi che emergono dalla materia e incorniciano fasci di finestre.
Piazza della Repubblica, 1980
Il tunnel luminoso della stazione Yeritasardakan (1981) sfonda il piazzale di accesso alla metropolitana e riemerge dal suolo come i resti di un relitto urbano, mentre lo stadio Hrazdan (1970) si mostra nella piena “brutalità” della struttura, sezionata longitudinalmente e trasversalmente dai soli spalti in cemento; più espressioniste le linee del complesso Karen Demirchyan per eventi sportivi e concerti (1976-1983), con i quattro costoloni strutturali che letteralmente abbracciano e ricoprono le diverse hall all’interno.
Stazione Yeritasardakan, 1981
Diversamente “cruda” è la matericità del Memoriale Tsitsernakaberd (1968) dedicato alle vittime del Genocidio, con le sue 12 lastre in basalto a squarciare la piattaforma sotto di esse, inclinandosi e generando un silenzioso luogo di raccoglimento al loro interno, mentre sul gigante piedistallo dell’Altare della Madre Armenia, eretto nel 1950, si innalza fiera la figura di una donna in procinto di sguainare la spada in difesa della città.
Memoriale Tsitsernakaberd, 1968
Ancora, l’edificio dell’Istituto Politecnico, il Cinema Rossiya, la Casa dei Giocatori di Scacchi Tigran Petrosyan, realizzati fra la metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, come anche una quantità di edifici più o meno comuni di Yerevan, che si tratti di un ufficio di polizia o della Stazione dei Bus Kilika, sono accomunati da una tensione fortemente scultorea che fonde il cemento a vista e le pietre locali (il tufo rosa fra tutte) nella reiterata generazione di motivi decorativi e strutturali. Casseforme che diventano pelli applicate all’edificio creano pattern visivi estremamente riconoscibili, a volte geometrici a volte organici, e si fondono ad elementi di natura artistica, come i bassorilievi “parlanti” realizzati da David Yerevantsi, applicati sulla nuda facciata della Casa dei Giocatori di Scacchi, rivelandone la funzione senza richiedere alcuno sforzo interpretativo.
Cinema Rossiya, 1968-75
In questo paesaggio di cromie e consistenze non stupisce che gli elementi urbani più funzionali mantengano lo stesso carattere di plasticità, quindi una barriera architettonica di separazione stradale si muove come un’onda lungo la via Proshyan, e i due dischi della Teleferica di via Koryun riecheggiano nel cilindro della scala a chiocciola adiacente, in netto contrasto con le essenziali linee ortogonali dei due pilastri e una trave che compongono il portale di ridiscesa al livello inferiore.
In un assetto urbano marcatamente europeo, gli edifici sono infine veri e propri landmarks, testimonianze della contraddizione e della sua elaborazione e accettazione, dell’affermazione di un’identità, che nel suo desiderio di autonomia fa inevitabilmente i conti con la complessità dei segni lasciati da oltre 50 anni di regime, ma che ciononostante ha avuto il coraggio di farli propri, assimilandoli in forme autentiche e originali. Così potenti che anche l’architettura più recente fatica a distaccarsene, rischiando a tratti di perdersi in un facile e anacronistico citazionismo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-19 17:58:492025-03-26 18:00:02Scopri l'architettura di Yerevan, capitale dell'Armenia, con il suo modernismo sovietico (Domusweb 19.03.25)
All’arte di Maurice Ravel, nel 150° anniversario della nascita, l’Orchestra Sinfonica di Milano dedica il week end, accogliendo il leggendario pianista Sergei Babayan: venerdì 4 (ore 20) e domenica 6 aprile (16), Emmanuel Tjeknavorian dirige un programma che accosta i due concerti per pianoforte (il Concerto il Sol e il Concerto per la mano sinistra) che vedono protagonista Babayan, intervallati dal Menuet sur le nom d’Haydn per pianoforte, e arricchisce il programma con il Boléro e con la Sinfonia n. 45 in Fa diesis minore Hob.I:45 “Sinfonia degli addii“ di Haydn. A scandire le due date, sabato 5 aprile alle 18 Babayan e Tjeknavorian salgono sul palco dell’Auditorium in duo violino e pianoforte, e sviluppano un programma che tiene insieme la Sonata per violino e piano di Leóš Janàček con la Sonata per violino e piano in Fa maggiore K 376 di Wolfgang Amadeus Mozart e con la Sonata per violino e pianoforte in Fa minore op. 80 di Sergej Prokof’ev. Gran finale dedicato a Ravel, con l’inconfondibile Tzigane. Rapsodie de concert. Classe ’61, l’armeno-americano Babayan, pianista sopraffino ed eccellente didatta (fra i suoi allievi Daniil Trifonov e Stanislav Khristenko), Babayan è sempre molto generoso nella costruzione dei programmi. Ne è senza ombra di dubbio questo il caso. L’impaginato del 4 e del 6 aprile si apre con il Concerto in Sol di Ravel, composto tra 1921 e ’31 “nello spirito di Mozart e di Saint-Saëns”. Composto da tre movimenti (Allegramente – Adagio assai – Presto), il Concerto in Sol è una pietra miliare del repertorio, la cui varietà tematica e di carattere viene valorizzata dalla straordinaria ricerca timbrica del grande Babayan. Fa da contraltare il Concerto per la mano sinistra, strutturato in un solo movimento, il concerto presenta una prima parte in cui vengono riproposti tratti stilistici cari a Ravel, tra cui sarabanda e ritmo puntato, e una seconda parte in cui fiorisce l’improvvisazione. Con una rarità raveliana, il Menuet sur le nom d’Haydn, nato in seno alla “Call for scores” indetta nel 1909 dalla Revue Musicale per dedicare un numero speciale per celebrare Franz Joseph Haydn a cento anni dalla morte. Ma i nomi di Ravel e di Haydn si intersecano ancora, nell’impaginato costruito da Tjeknavorian. Chiude il binomio “Sinfonia degli Addii” di Haydn e il Boléro di Ravel. Fino a toccare territori apparentemente lontani, in una cover reggae di Frank Zappa e una composizione rock di Jeff Beck, senza contare le innumerevoli versioni elettroniche. Quasi due opposti, i lavori sinfonici che chiudono l’impaginato. In uno si toglie, nell’altro si aggiunge, e che rappresentano, nel concerto celebrativo del 150° della nascita di Ravel, un eccellente parallelismo che lo accosta a Haydn. Contrappunta questo dittico sinfonico un appuntamento in duo violino e pianoforte, sabato 5 aprile alle 18: Tjeknavorian imbraccia il violino e sale sul palco dell’Auditorium di Milano insieme a Babayan. Un programma composito che tiene insieme tre Sonate per violino e pianoforte a cavallo dei secoli: la Sonata per violino e piano di Janàček, quella in Fa minore op. 80 di Sergej Prokof’ev e quella in Fa maggiore K 376 di Mozart. Gran finale dedicato a Ravel, con la sua Tzigane. Rapsodie de concert, brano da lui definito “pezzo virtuosistico nel gusto di una rapsodia ungherese”, la cui scrittura ricorda le “violinisterie“ di Sarasate e di un Wieniawski. La violinista Jourdan-Morhange racconta: “Mentre stava componendo questo brano di tecnica trascendentale, Ravel mi mandò un telegramma con la preghiera di precipitarmi a Montfort, portando con me il violino e i Ventiquattro capricci di Paganini. Li voleva riascoltare tutti per non dimenticare nessuna diavoleria”. Come spesso nel repertorio di Ravel, impressioni e influenze raggiungono un particolare equilibrio e danno vita a capolavori intramontabili. È il caso della Tzigane, brano bipartito caratterizzato da una serie di libere variazioni che intendono evocare lo stile improvvisativo dei violinisti tzigani ungheresi.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-18 17:41:412025-03-19 17:43:35Omaggio a Ravel: Babayan e Tjeknavorian con l'Orchestra Sinfonica di Milano (Il Giorno 18.03.25)
Vive in Svizzera da molti anni ma non dimentica le sofferenze del suo popolo che ama profondamente. Da un incontro fortuito nasce la scintilla per creare il Banco Alimentare in Armenia, un’esperienza da cui sono scaturite tante altre a favore di bambini svantaggiati, di famiglie terremotate. Dopo dieci anni di attività, si raccoglie il frutto maturato attraverso una donna che da atea ha scoperto la fede in Dio: “Tutto viene da Lui, il bene vince sempre”
Benedetta Capelli e Robert Attarian – Città del Vaticano
“Un passo alla volta”: è il mantra che ha scandito la vita di Teresa Mkhitaryan, una donna armena che ha riccioli neri che le incorniciano un viso chiaro e occhi scuri. Si capisce subito che è una donna determinata ma è lei stessa a rivelare che quella forza deriva da una conversione inattesa, cresciuta nel tempo. Una luce arrivata dal buio di un momento che la porta a rifugiarsi in una chiesa a Zurigo per trovare il conforto dalla solitudine di sentirsi straniera in Svizzera, il Paese nel quale era approdata dopo aver lasciato l’Armenia. Racconta di una conversione lunga che nasce dal rifiuto totale, essendo cresciuta in una scuola sovietica e quindi atea, fino all’aprirsi pian piano al mistero e a “provocare” il Signore chiedendogli i segni della sua presenza. Segni che sono puntualmente arrivati.
Bisogna partire da qui per comprendere l’opera de Il germoglio per l’Armenia, l’associazione fondata da Teresa dieci anni fa. “Ogni viaggio – si legge sul sito – comincia con un primo passo” ed effettivamente è un incontro a segnare l’inizio di una nuova avventura. Teresa conosce una donna in difficoltà, ha fame. Di fronte a queste situazioni o si prova indifferenza o si crea una connessione. Teresa senza esitazione sceglie da che parte stare. “Dovevo festeggiare il mio compleanno – racconta – invece ho cancellato la festa e mi sono messa a fare insieme ad altri dei pacchi alimentari per la famiglia della signora”. È il Banco Alimentare la strada da seguire in Svizzera, dove Teresa inizia a fare la volontaria, come in Armenia, Paese dove il 20,9 percento dei bambini sotto i 5 anni soffre di sottosviluppo fisico a causa della costante malnutrizione. L’esperienza del Germoglio nasce così, anche tra lo scetticismo generale ma i fatti dimostrano il contrario: solo il primo giorno vengono raccolte sei tonnellate di cibo. In meno di dieci anni sono oltre 300 le tonnellate di alimenti distribuite tra le famiglie indigenti.
Uno dei momenti delle varie attività del Germoglio
Una casa per chi non ce l’ha
L’asticella si alza. “Il Germoglio” si guarda intorno e comprende che un’altra situazione drammatica riguarda le persone che ancora vivono nei container dopo il devastante terremoto del 1988 che allora provocò 25mila vittime, di cui 15mila nella sola Gyumri, nel nord dell’Armenia. Teresa e i suoi amici si mettono all’opera per dare un tetto a queste persone soprattutto in vista dell’inverno che qui tocca punte di meno 30 gradi. Una casa di proprietà costa 100 dollari, se ci si mette insieme si può offrire una soluzione. Oggi 500 persone sono proprietarie delle loro quattro mura. “Ogni volta che abbiamo fatto qualcosa – racconta Teresa – per noi è stata una grandissima felicità. È questo il segreto: rendere felice il prossimo”. Dopo aver ripulito le strade, piantato alberi nelle zone più devastate dal sisma, Il Germoglio ha offerto semi di grano, fagioli e mais. Nei villaggi di confine di Shamshadin, 35 famiglie sono state aiutate a seminare e raccogliere grano biologico, anche a creare una piccola azienda avicola.
Teresa in una delle attività promosse da “Il Germoglio”
Seminare la speranza: “la certezza che Dio c’è”
Teresa non ha fatto tutto da sola, ha dato il via ad un moto di bene che è cresciuto nel tempo, ha seminato speranza. “Per me la speranza in questo Giubileo – spiega – è la certezza che Dio c’è, che tutto è nelle sue mani, e che Lui ha il controllo su tutto. È anche la certezza che il bene vince sempre. La speranza per me sono le migliaia di bambini delle scuole che abbiamo aperto in Armenia. Ci sono 74 villaggi dove i bimbi scoprono con i nostri sacerdoti la vita di Gesù e camminano insieme, portando avanti la luce che viene da Lui”. Dieci anni dopo questo germoglio è dunque sbocciato, le sue radici sono ben piantate nel bene e il suo profumo è una lieve brezza che si posa sulle anime del popolo armeno.
Pochi giorni fa il ministro degli Esteri azero ha rivelato che il testo del trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan è stato finalizzato. La notizia è stata accolta positivamente a livello internazionale, restano però dubbi su dove e quando verrà firmato lo storico accordo
La scorsa settimana, Armenia e Azerbaijan hanno confermato che il testo di un accordo per normalizzare le relazioni è stato completato. Il documento, ufficialmente noto come Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali tra Armenia e Azerbaijan, comprende 17 punti.
Giovedì scorso, quando il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov ha fatto l’annuncio a margine del Global Baku Forum, rimanevano solo due punti da risolvere: il ritiro dei casi legali internazionali intentati reciprocamente e il divieto della presenza di “forze straniere” sul confine condiviso di 1.000 chilometri.
Ciò è stato interpretato in particolar modo come un riferimento alla Missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA), dispiegata sul lato armeno del confine nel 2023. A febbraio, il suo mandato è stato esteso per un altro biennio.
Dopo l’annuncio di Bayramov, il ministero degli Esteri armeno ha confermato la notizia, aggiungendo che spera di “avviare consultazioni con […] l’Azerbaijan in merito al momento e al luogo per la firma” dell’accordo. Anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea, insieme a Francia, Germania, Cina, Russia e altri, tra cui la NATO e l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) guidata da Mosca, hanno accolto con favore la notizia.
Sebbene tecnicamente separata dall’effettivo trattato di pace, Baku si aspetta ancora che Yerevan modifichi la costituzione dell’Armenia, facendo riferimento alla parte che riguarda l’inclusione di rivendicazioni territoriali sull’Azerbaijan.
Ciò si riferisce alla Dichiarazione di Indipendenza del 1990 che rivendica il Nagorno Karabakh recentemente sciolto. Baku ha anche altri requisiti. In particolare, afferma che l’ormai defunto Gruppo di Minsk dell’OSCE, l’unico organismo incaricato a livello internazionale di mediare il conflitto del Karabakh, da non confondere con le effettive relazioni tra Armenia e Azerbaijan, dovrebbe essere sciolto. Yerevan ritiene che ciò dovrebbe avvenire solo dopo la firma di un accordo di pace.
Baku spera anche di poter raggiungere un accordo ancora sfuggente sullo sblocco dei trasporti e delle comunicazioni regionali e di un collegamento via terra cruciale tra l’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia.
Attualmente, solo i voli commerciali azeri possono effettuare il viaggio attraverso lo spazio aereo armeno o via terra attraverso l’Iran. Yerevan ritiene che anche questo possa essere risolto quando un accordo entrerà in vigore. Nessuno di questi prerequisiti, se di questo si tratta, è nuovo nonostante le affermazioni di alcuni media.
In ogni caso, a causa della necessità di modifiche costituzionali, la firma del trattato potrebbe non avvenire prima del 2027. Sebbene un piccolo numero di analisti armeni e azeri creda che ciò potrebbe teoricamente verificarsi quest’anno, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha segnalato che la bozza di una nuova costituzione sarà pronta solo entro le prossime elezioni parlamentari a metà del 2026.
L’opposizione continua a sostenere che ciò è risultato della pressione da parte dell’Azerbaijan e ha già annunciato che solleciterà un boicottaggio o lo trasformerà in un referendum sul governo Pashinyan.
Anche alcune parti della società civile armena sono contrarie a un accordo di pace con l’Azerbaijan. Per Baku, tuttavia, è necessario essere certi che la popolazione dell’Armenia sia pronta a voltare pagina per lasciarsi alle spalle tre decenni di conflitto armato.
Tuttavia, il presidente azero Ilham Aliyev ha comunque espresso scetticismo sulla possibilità di fidarsi di Yerevan. “Abbiamo bisogno di documenti”, ha affermato. I critici di Pashinyan accusano Aliyev di non voler firmare comunque un accordo e continuano a riferirsi a qualsiasi accordo come “capitolazione”. Tuttavia, la risposta dell’opposizione finora si è limitata alle parole. Non ci sono state proteste.
Dato che la comunità internazionale ha accolto con favore la notizia dell’annuncio, è improbabile che l’opposizione riesca a raccogliere abbastanza sostegno a livello nazionale, per non parlare di quello internazionale.
La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha elogiato l’Armenia per le sue “coraggiose concessioni”, mentre Iran e Russia, i due paesi su cui l’opposizione ha fatto affidamento in passato, speravano nella “firma di un accordo di pace” tra Armenia e Azerbaijan.
Mentre gli Stati Uniti e la Russia cercano un riavvicinamento sull’Ucraina e l’UE affronta i propri problemi con Washington, c’è poco che il governo armeno possa fare per resistere a questo slancio in un ordine mondiale in cambiamento.
Non cambiare la costituzione potrebbe comunque essere visto da Baku come un casus belli, anche se un referendum fallisse. Dopo l’annuncio, Pashinyan ha parlato con Vladimir Putin e ha accettato un invito a partecipare alle celebrazioni annuali del Giorno della vittoria di quest’anno, il 9 maggio a Mosca. I media riportano che anche Aliyev probabilmente parteciperà.
Sebbene gli indici di gradimento di Pashinyan rimangano bassi, il sostegno all’opposizione guidata dagli ex presidenti Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan è ancora più basso.
Inoltre, anche se circa l’80% degli intervistati in un sondaggio dell’anno scorso era contrario alla modifica della costituzione per placare Aliyev, tale cifra era appena al di sotto del 60% in un sondaggio di inizio mese. Molti sono indecisi.
Inoltre, recenti interviste di Vox Pop con Radio Free Europe nelle strade di Yerevan e Baku sembravano suggerire che molti in entrambe le capitali la sostengano. Tuttavia, gli armeni, come molti analisti locali, credono che Aliyev non firmerà l’accordo mentre gli azeri affermano che Yerevan deve prima cambiare la sua costituzione.
In un discorso alla fine del mese scorso, Pashinyan ha presentato la sua visione per una “vera Armenia” che include modifiche costituzionali. Ha già avviato consultazioni con il pubblico. Ciò distoglierebbe anche dalle critiche dell’opposizione secondo cui non ha un mandato per firmare un trattato. La strada da percorrere, per quanto poco chiara, potrebbe essere intrapresa in fasi.
Si spera, ad esempio, che il processo di demarcazione dei confini dell’anno scorso riprenda ora che l’inverno sta finendo. La scorsa settimana, Pashinyan ha anche incontrato giornalisti turchi a Yerevan, un altro segnale che fa sperare che le relazioni con la Turchia possano essere finalmente stabilite insieme al processo Armenia-Azerbaijan.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-18 17:36:182025-03-19 17:37:59Armenia e Azerbaijan finalizzano il trattato di pace (Osservatorio Balcani e Caucaso 18.03.25)
Il Consiglio federale deve organizzare entro un anno un Forum internazionale sulla pace nel Nagorno-Karabakh, regione contesa del Caucaso. È quanto chiede una mozione accolta oggi dal Consiglio degli Stati per 29 voti a 12. Il Nazionale aveva già dato il proprio via libera lo scorso dicembre: l’oggetto viene quindi trasmesso all’esecutivo per la sua attuazione.
L’obiettivo del progetto – elaborato dalla Commissione della politica estera della Camera del popolo – è di permettere un dialogo aperto fra l’Azerbaigian e i rappresentanti della popolazione di etnia armena del Nagorno-Karabakh, da condurre sotto la supervisione internazionale o in presenza di attori rilevanti a livello globale, nell’intento di negoziare il ritorno collettivo, e in tutta sicurezza, degli armeni insediati da generazioni nella regione.
Dall’ultima offensiva militare condotta da Baku nel settembre 2023, il Nagorno-Karabakh è stato svuotato della sua popolazione armena, ha ricordato la relatrice commissionale Tiana Angelina Moser (PVL/ZH). Temendo un nuovo genocidio come quello del 1915, gli abitanti si sono visti costretti a lasciare la propria patria nel giro di pochi giorni, ha aggiunto la zurighese.
Secondo i sostenitori dell’atto, allestendo un vertice per la pace la Svizzera avrebbe l’opportunità di avvalersi del suo comprovato ruolo di intermediario neutrale per avviare un dialogo costruttivo tra le parti in conflitto. Un impegno che consoliderebbe la tradizione umanitaria della Confederazione e rafforzerebbe la sua posizione quale partner affidabile nella diplomazia internazionale.
Una minoranza, sostenuta ad esempio dai “senatori” ticinesi Fabio Regazzi (Centro) e Marco Chiesa (UDC), ha tentato senza successo di rispedire il dossier in commissione per un nuovo esame. “Più aspettiamo e più la possibilità di tornare a casa per le persone interessate scende”, ha replicato Céline Vara (Verdi/NE).
Josef Dittli (PLR/UR), contrario alla mozione, ha fatto notare come qualche giorno fa Azerbaigian e Armenia abbiano già comunicato il raggiungimento di un accordo per mettere fine al conflitto, che si trascina, con varie fasi d’intensità, da decenni.
D’accordo con lui il consigliere federale Ignazio Cassis, il quale ha evidenziato che, secondo il diritto internazionale, il Nagorno-Karabakh appartiene all’Azerbaigian. La Svizzera non riconosce questa enclave, ha insistito davanti al plenum il ministro degli esteri.
Stando a Cassis, organizzare una conferenza fra questi attori sarebbe – a livello giuridico, non umanitario, ha tenuto a precisare – come farlo fra Spagna e Catalogna. La mozione è “come minimo inutile, se non dannosa”, ha riassunto invano il ticinese, ricordando a sua volta il processo di pace in corso di svolgimento.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-03-18 15:38:302025-03-19 17:40:19Governo«La Svizzera organizzi un forum sulla pace nel Nagorno-Karabakh» (Corriere del Ticino 18.03.25)
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