Perché non ci sono armeni in Karabakh? (Osservatorio Balcani e Caucaso 02.04.25)

La pulizia etnica ai danni della comunità armena del Nagorno Karabakh, perpetrata dall’Azerbaijan e culminata con la guerra lampo del settembre 2023, è stata analizzata da un gruppo di ong che ha prodotto un report dal titolo: “Perché non ci sono armeni in Karabakh?”. Un’analisi

02/04/2025 –  Marilisa Lorusso

Il testo dell’”Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaijan” non è ancora noto. Si sa che l’accordo è in 17 punti, e i due paesi dovranno firmarlo e poi ratificarlo.

Questo processo potrebbe essere non meno difficoltoso della stesura del testo, che non è stato accompagnato da un dibattito pubblico nei due paesi. Dibattito necessario per la riconciliazione, per la convivenza pacifica dei due popoli lungo i confini da delimitare e demarcare, e ancora di più in quello che fu il Nagorno Karabakh e che dal 2021 è la Regione Economica del Karabakh.

A metà marzo il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzonyan ha dichiarato  : “Voglio dire molto direttamente che al momento non vedo le condizioni per gli armeni del Nagorno Karabakh per tornare nella loro patria, nelle loro case e per vivere in sicurezza. E, francamente, non vedo alcuno sforzo da parte dell’Azerbaijan per garantire queste condizioni.”

Dopo la prima guerra del Karabakh, nessun azero aveva fatto ritorno. Il Grande Ritorno, il re-insediamento degli azeri in Karabakh e nelle regioni limitrofe, è stato conseguenza della riconquista. Dopo la seconda guerra del Karabakh, nessun armeno ha fatto ritorno, e potrebbe non farlo come conseguenza del processo di pace. Due esodi forzosi e mutualmente escludenti.

Sul secondo esodo uno studio congiunto di numerose ONG ha prodotto un report che ricostruisce cosa è successo dal 2020 al 2023, intitolato significativamente “Perché non ci sono armeni in Karabakh?  ”.

La risposta è che c’è stata una campagna di pulizia etnica perpetrata sistematicamente per tre anni, che ha portato l’intera popolazione a non considerare plausibile la proposta formale dell’Azerbaijan di rimanere sul territorio accettando la cittadinanza azera.

Il report divide il processo in tre fasi: dalla fine della guerra dei 44 giorni all’inizio del blocco, il blocco di quanto era rimasto del Karabakh, la riconquista finale e l’esodo conclusivo.

Dal cessate il fuoco al blocco (novembre 2020- novembre 2022)

Dopo il cessate il fuoco del 10 novembre 2020 le forze azere di stanza vicino alle comunità armene hanno intrapreso un’intimidazione sistematica della popolazione locale. Le sparatorie regolari hanno preso di mira aree residenziali, agricoltori e attrezzature agricole, soprattutto in villaggi come Mkhitarashen, Shosh e Taghavard. I civili sono stati minacciati tramite altoparlanti e sottoposti a intimidazioni psicologiche.

Numerosi resoconti confermano l’uccisione di agricoltori e civili armeni, anche in presenza di peacekeeper russi, come documentato in un episodio a Martakert. La presenza dei peacekeeper russi aveva alimentato speranze di tutela e di possibilità di ritorno, e dopo la guerra numerosi armeni sono rientrati in Karabakh contando sul supporto militare russo.

Il contingente si è rivelato ininfluente verso le misure adottate dall’Azerbaijan. Non sono stati una forza di deterrenza per prevenire gli attacchi delle forze azere, tra cui l’occupazione di Hin Tagher e Khtsaberd nel dicembre 2020, che ha causato morti e prigionieri militari. Quando è stata chiesta protezione, i peacekeeper russi hanno consigliato agli armeni di andarsene.

Nel 2022 gli attacchi si sono intensificati, portando all’occupazione di villaggi come Parukh, costringendo la popolazione ad evacuare.

Le interruzioni della fornitura di gas hanno ulteriormente peggiorato le condizioni di vita, lasciando 120mila persone senza riscaldamento. Il silenzio del governo azero su questi episodi ripetuti con frequenza crescente suggerisce un’approvazione tacita.

Baku ha rafforzato questa realtà di esclusione attraverso una retorica revisionista e la cancellazione culturale. Il presidente Ilham Aliyev ha negato la presenza armena storica nel Nagorno Karabakh, sostenendo che le iscrizioni armene sulle antiche chiese erano falsificazioni. I monasteri di Spitak Khach e Dadivank sono stati riclassificati come chiese albanesi-udi. Cimiteri, ponti e siti culturali armeni sono stati demoliti.

Dal 2021 non è stato concesso ai giornalisti stranieri di entrare in Nagorno Karabakh, ottenendo così un controllo rigoroso della copertura mediatica della situazione.

Il blocco (dicembre 2022 – settembre 2023)

Nel dicembre 2022, Baku ha imposto un blocco di nove mesi sul corridoio di Lachin, tagliando fuori gli armeni rimasti nel Nagorno Karabakh. La crisi è iniziata con le proteste per le operazioni minerarie da parte di azeri in abiti civili.

Le forze di peacekeeping russe hanno riaperto brevemente la strada, ma questa è stata presto bloccata di nuovo dagli “attivisti ambientalisti” azeri, in seguito identificati come figure legate al governo. Nonostante il Nagorno Karabakh avesse sospeso le operazioni minerarie e richiesto la supervisione internazionale, il blocco è continuato.

Nell’aprile 2023, l’Azerbaijan ha sostituito i manifestanti con forze militari e ha installato un posto di blocco sul ponte di Hakari, rafforzando ulteriormente il controllo.

Il blocco ha creato una grave crisi umanitaria. In Karabakh poco alla volta è cominciato a mancare tutto. Alle forze di pace russe e alla Croce Rossa è stato occasionalmente consentito di consegnare aiuti e trasportare pazienti, ma le forniture erano insufficienti e spesso in ritardo.

Da giugno a settembre 2023, nessuna fornitura di cibo ha attraversato il posto di blocco azero, peggiorando la crisi. Il 90% degli alimenti proveniva dall’Armenia.

L’Azerbaijan ha interrotto le infrastrutture essenziali, tagliando le forniture di gas dall’Armenia nel dicembre 2022. Temporaneamente ripristinate, le forniture di gas sono state interrotte definitivamente nel marzo 2023.

L’elettricità è stata tagliata nel gennaio 2023, quando Baku ha bloccato le riparazioni di un cavo elettrico danneggiato, costringendo a fare affidamento sulle riserve in calo del bacino idrico di Sarsang.

Le autorità hanno imposto blackout a rotazione, inizialmente di quattro ore al giorno, in seguito estese a sei. Il 12 gennaio 2023, i cavi di comunicazione sono stati tagliati vicino a Shushi, ma l’accesso limitato è stato successivamente ripristinato dopo i negoziati.

Baku ha continuato il blocco in violazione della Dichiarazione trilaterale del 2020 e ha ignorato gli ordini della Corte internazionale di giustizia e della Corte europea dei diritti dell’uomo volti a garantire un passaggio sicuro attraverso il Corridoio di Lachin.

Il blocco ha causato una grave crisi umanitaria per assenza di cibo, combustibile, medicine. Si sono registrati attacchi agli agricoltori per impedire la produzione alimentare locale, ed è stato limitato l’accesso all’irrigazione.

Al momento dell’attacco finale, la popolazione era stremata.

Atto finale (19 settembre 2023)

Baku ha lanciato la riconquista totale dell’area con un’operazione durata meno di 24 ore, e iniziata dopopranzo il 19 settembre.

Il report nota che: “Non è stato fornito alcun preavviso ai civili per evacuare o cercare riparo. Non sono state adottate misure precauzionali per ridurre al minimo le perdite di vite umane accidentali e la missione di accertamento dei fatti ha documentato numerosi incidenti di bombardamenti indiscriminati in tutto il Nagorno Karabakh, che hanno causato vittime, anche tra i bambini. Inoltre, tutte le potenziali vie di fuga sono state prese di mira e i veicoli civili sono stati attaccati direttamente, con conseguenti perdite di vite umane e feriti.”

La popolazione si è trovata con il corridoio di Lachin ancora bloccato, e solo dopo qualche giorno è stato possibile iniziare un’evacuazione che ha preso la forma di un esito drammatico. Una coda di 80 chilometri è costata la vita a 69 persone, morte lungo il tragitto a causa di sfinimento, fame, emergenze mediche.

Una tragica esplosione al deposito di carburante di Haykazov, preso d’assalto il 25 settembre da una folla in panico di rimanere bloccata in Karabakh, ha causato 220 vittime e ne ha ferite gravemente altre 290, molte con ustioni estese. Circa 20 persone risultano ancora disperse.

Almeno 23 funzionari armeni, personale militare e civili sono stati arrestati dalle forze azere, tra cui i quindici fra politici e militari ancora sotto processo.

Dopo l’ondata di rifugiati armeni dalla Siria, Yerevan si è trovata a fronteggiare questo gigantesco, drammatico esodo cui ha fatto fronte alla bene e meglio.

Messa di fronte a quanto successo negli anni 2020-2023, Baku un po’ nega, un po’ rimarca che è quanto è stato fatto agli azeri durante e dopo la prima guerra del Karabakh. L’astio azero non è stato placato dalla vittoria, e le ingiustizie passate vengono ripagate con la stessa moneta.

E’ in corso un processo di firma di una pace, ma non una pacificazione. A un girone di astio, se ne è aggiunto un altro. Questo né scongiura una nuova guerra, né trasforma una possibile mancanza di combattimenti in una pace.

La strada verso la convivenza pacifica dei popoli separati – invece che uniti – da un attaccamento profondo e inamovibile al Karabakh – è ancora tutta in salita, ed è letteralmente piena di mine.

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Pasqua in Armenia (Malpensa24 02.04.25)

Conosciuta come Zatik, la Pasqua è una delle festività più sentite della Chiesa Apostolica Armena. Quest’anno, come in Italia, si celebra domenica 20 aprile, e rappresenta il momento ideale per scoprire l’Armenia, un paese in cui spiritualità e tradizione si fondono in un rito condiviso, autentico e ancora profondamente vissuto. Trascorrere la Pasqua in Armenia significa entrare in un tempo sospeso, dove la spiritualità si intreccia con la quotidianità, e la festa si riempie di gesti, sapori e riti che affondano le radici nella storia. Zatik non è solo una ricorrenza religiosa, ma un’esperienza culturale profonda, vissuta con intensità e partecipazione. Un invito a scoprire l’Armenia nel momento più autentico dell’anno, tra spiritualità, accoglienza e meraviglia.

Echmiadzin: cuore della fede armena

A soli 20 km dalla capitale Yerevan si trova Echmiadzin, la sede spirituale della Chiesa Apostolica Armena, oggi Patrimonio UNESCO. Qui, nella cattedrale fondata nel IV secolo dal patrono dell’Armenia, San Gregorio l’Illuminatore, e riaperta al pubblico nel settembre 2024 dopo un lungo restauro, si svolge la celebrazione pasquale più solenne e partecipata.

La liturgia, accompagnata da canti armeni di rara bellezza, si svolge in un’atmosfera suggestiva, tra affreschi antichi illuminati dalle candele e il movimento armonico del clero in paramenti ricamati e copricapi a cono neri. Al termine della messa, i fedeli si scambiano l’antico saluto pasquale: “Kristos haryav i merelots” – Cristo è risorto dai morti e “Orhnyale e haroutiunen Kristosi” – Benedetta è la rivelazione di Cristo.

La tavola della rinascita

La celebrazione prosegue a tavola, dove la Pasqua si trasforma in un momento di condivisione e memoria culinaria. Le famiglie si riuniscono per gustare piatti simbolici: pesce, uova sode, riso pilaf con frutta secca e l’Atsik, pietanza a base di grano che richiama il mistero della resurrezione: il chicco che muore per rinascere. Le uova colorate, spesso tinte con bucce di cipolla rossa, sono protagoniste del gioco pasquale più amato: la battaglia delle uova, in cui vince chi riesce a rompere l’uovo dell’avversario senza danneggiare il proprio. Un rito semplice e gioioso che aggiunge leggerezza a una giornata ricca di significato. La cucina pasquale armena racconta storie di fede, di natura e di stagioni che tornano. Spicca la trota Ishkhan, pescata nel Lago Sevan e servita con erbe aromatiche, e il riso pilaf, conviviale e simbolico, con l’uvetta che rappresenta i fedeli.

Non può mancare il vino, presente nei riti religiosi ma anche nei brindisi familiari: l’Armenia, non a caso, ospita la cantina vinicola più antica al mondo, scoperta nella grotta di Areni-1 e datata oltre 6.000 anni fa. E poi il lavash, il pane sottile e morbido simbolo di ospitalità e continuità culturale, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.

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A Milano il «terrone» Ugo Rondinone e Anna Boghiguian (Il Giornale dell’Arte 02.04.25)

Gli ulivi candidi di Ugo Rondinone (Svizzera, 1964), con i loro rami nudi e i tronchi contorti e nodosi, hanno invaso l’elegantissima, composta corte d’onore della Villa Reale di Milano, dove si apre la Gam-Galleria d’Arte Moderna: sono parte della personale intitolata «terrone» curata da Caroline Corbetta per Milano Art Week (promossa da Milano|Cultura e Gam con Cms.Cultura, con il supporto di Banca Ifis, main sponsor) che dal 2 aprile al 6 luglio abita i preziosi spazi neoclassici della Villa. Il titolo brutale (e anacronistico, per fortuna) è stato voluto dall’artista che, nato a Brunnen da genitori lucani emigrati in Svizzera, dovette patire sulla sua pelle il bruciore della xenofobia fino a che, nel 1997, dopo gli studi all’Universität für Angewandte Kunst di Vienna, non si trasferì a New York. Lì vive tuttora e lì è diventato da tempo uno degli artisti più apprezzati della sua generazione. Con la fiera rivalsa, poi, di rappresentare nel 2007 (lui, figlio d’immigrati) la Confederazione Elvetica alla 52ma Biennale di Venezia, dove espose proprio i suoi «trees» nella Chiesa di San Stae.

L’emozionante mostra milanese, così consonante con gli spazi che la ospitano, ripercorre i suoi vissuti in un viaggio nella storia propria, e della sua famiglia, originaria di Matera, e nelle vicende che portarono nel mondo tanti italiani, in cerca di lavoro e di riscatto. Le collezioni dell’Ottocento della Gam gli hanno offerto più d’uno spunto, specie con «Il Quarto Stato» (1901) di Giuseppe Pellizza da Volpedo, in cui Rondinone riconosce la storia della sua famiglia (avevano in cucina la riproduzione di quel dipinto e il padre gli rammentava che lì erano le loro radici) e quella di un’intera stagione del nostro passato. Come contraltare a quel dipinto grandioso, dirimpetto a esso, Rondinone ha posto il lavoro site specific «the large alphabet of my mothers and fathers» (2024): un’installazione gigantesca in cui sono composti gli attrezzi, da lui trovati a Long Island, dei migranti, in larga parte italiani, che lì lavoravano la terra negli anni Venti del ’900. Li ha dorati, per manifestare la sacralità di cui sono intrisi, ma ha lasciato evidenti i segni dell’usura delle mani di chi li ha usati. Insieme, sono esposte alcune figure della serie «nudes», realizzate con cera e terra da lui raccolta in tutto il mondo, poste in dialogo silenzioso con le magnifiche cere di Medardo Rosso delle collezioni della Gam.

 

Ugo Rondinone, «Nude (xx)», 2010. © Studio Rondinone

Ugo Rondinone, «Nude (xxxxx)», 2010. © Studio Rondinone

 

Sempre per Milano Art Week sono esposte nella Gam anche le sculture inedite in marmo, e altri lavori recenti, dell’artista canadese-egiziana ma di origine armena Anna Boghiguian (Il Cairo, 1946) riunite dal 2 aprile al primo giugno nella mostra «The four faces of A man (I quattro volti di Un uomo)», curata da Edoardo Bonaspetti e scaturita dalla collaborazione con la Fondazione Henraux, che durante la scorsa edizione di miart ha conferito all’artista il premio Henraux Sculpture Commission 2024. Boghiguian, che lo scorso anno ha conseguito anche il ricchissimo Wolfgang Hahn Prize 2024, Colonia, e che nel 2015 vinse il Leone d’Oro per il miglior Padiglione nazionale (quello armeno) alla 56ma Biennale di Venezia, riflette nei suoi lavori su temi storici e politici, sul colonialismo e sulla condizione umana più in generale, riletti attraverso uno sguardo che coglie i nessi tra passato e presente, in quanto elementi di un ciclo di continua metamorfosi.

In mostra a Milano le sue prime quattro sculture in marmo realizzate con Henraux per questa mostra, che raffigurano altrettanti possibili volti umani riconfigurando precedenti teste in argilla che a loro volta nascevano da figure umane e da una sfinge (nella lingua degli antichi egizi «immagine vivente»), creatura mitologica che figura, con forme ibride e chimeriche, anche in tre altre sculture, di bronzo queste, che intendono offrirci protezione, «perché l’arte, spiega l’artista, ci viene incontro come una fonte vitale di energia, un processo di guarigione per l’anima e una forza per alleviare i dolori dell’esistenza».

A pochi passi di qui, infine, nel Museo di Storia Naturale, la mostra-installazione fotografica «Breathtaking» (dal 2 al 27 aprile) di Fabrizio Ferri che, attraverso i volti di famosi attori e attrici, allude al drammatico effetto delle plastiche negli oceani.

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Cosa (non) sappiamo sull’attentato a Papa Giovanni Paolo II (Il Giornale 02.04.25)

Chi c’era davvero dietro Alì Agca? Chi ha armato il terrorista turco considerato vicino agli estremisti di destra dei Lupi grigi? Ha agito da solo? C’entra davvero la «pista bulgara» ipotizzata dalla Procura romana del tempo, i cui protagonisti sono stati assolti per insufficienza di prove nei processi istruiti da Rosario Priore e Ilario Martella? O Agca è stato soltanto l’innesco di un meccanismo più grande che porta da Beirut all’Armenia, passando per Belgrado e Vienna?

Da settimane in Vaticano (ma non solo) si parla di un libro che sarà presentato domani alla Camera: la tesi di “Il Papa deve morire”, scritto dal ricercatore e scrittore milanese Ezio Gavazzeni per Paper First, la casa editrice del Fatto quotidiano, è quella anticipata dal Giornale nell’ottobre del 2023 e parte dalla scoperta di quasi 500 documenti desecretati che racconterebbero una storia molto diversa dietro i tre colpi di pistola sparati contro Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981.

La tesi che viene fuori, nel giorno del ventesimo anniversario della morte di Karol Wojtyla, porta al temibile esercito segreto di liberazione dell’Armenia chiamato Asala. Una formazione terroristica con cui Agca sarebbe venuto in contatto attraverso il suo mentore (e trafficante di armi) Teslim Töre e con cui, secondo i documenti pubblicati nel libro, il nostro governo avrebbe trattato per evitare una recrudescenza nei rapporti con il Vaticano, che d’accordo con gli Usa e il Dipartimento di Stato americano e la regia di Henry Kissinger, dal 1975 al 1983 avrebbe esfiltrato fino a 20mila dissidenti armeni l’anno attraverso una quindicina di piccole pensioni a Roma (molte delle quali oggetto di strani attentati) «convenzionate con il ministero degli Interni».

Gli armeni lasciavano la nazione ancora nell’orbita sovietica in aereo, Spesati di ogni cosa e alloggiati. Il nome in codice dell’operazione era Safe Haven (rifugio sicuro), lo Stato italiano ne era informato e consapevole. Ma era anche disposto a trattare, cosa che avvenne tra il 1980 e il 1983, quando l’Italia avrebbe iniziato a negoziare un accordo con l’Asala a Beirut, con la mediazione del numero due Olp Abu Hol, grazie al generale Armando Sportelli, addetto militare in Libano e responsabile della 2° Divisione Sismi – il servizio segreto militare oggi Aise – a capo dell’Ufficio R, con la regia (e la firma finale) dell’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, che prevedeva la fine dell’intesa Usa-Vaticano e la chiusura degli alberghetti romani.

Leggendo i documenti originali pubblicati nel libro e risalenti al periodo 1975-1983, il gruppo terroristico Asala aveva scoperto il meccanismo di esfiltrazione dei dissidenti e minacciava di morte – ben oltre il 1981, l’anno dell’attentato – il Papa, le gerarchie ecclesiastiche e il governo italiano, che ruotava attraverso alcune associazioni in orbita vaticana e statunitense come Wcc (Consiglio Mondiale delle Chiese), Hias, Ucei, la Tolstoi Foundation (fondata dalla figlia dello scrittore Lev Tolstoi) e la Rav-Tov, che si occupava in modo principale di esfiltrare in patria gli ebrei. L’obiettivo dell’Asala era rivendicare le terre armene usurpate dai turchi durante il genocidio del 1915 e ricostruire la grande Armenia, per questo temeva l’emorragia della classe media dall’Urss armeno in favore degli Usa.

Legata al Fronte popolare di liberazione della Palestina di George Habash dal 1975, l’Asala ha rivendicato oltre 250 attentati che fecero 24 morti accertati in tutta Europa, da Madrid a Milano, tutti allo scopo di fermare il flusso degli armeni in Occidente. Tra le minacce di morte al Papa ce n’era una che aveva portato persino a «rinchiudere» temporaneamente il Papa a Castelgandolfo, circondata di posti di blocco e spiegamento di agenti.

Dai documenti si scoprirà che Mehmet Ali Agca è transitato da Belgrado nel marzo 1981 (due mesi prima dell’attentato) e non solo a Vienna, come risultava dalle indagini, e che nella città yugoslava si sarebbe presentato alla nostra ambasciata con un passaporto falso giordano per chiedere un visto, sentendosi rispondere di no dopo due informative di Farnesina e questura di Roma che avevano ricostruito i suoi contatti con Habash e persino con i Servizi israeliani di cui sarebbe stato pedina. Eppure di queste vicende nella ricostruzione giudiziaria e processuale non c’è traccia.

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A Palazzo Ducale Letizia Leonardi parla di cultura armena (Lagazzettadiluca 01.04.25)

Venerdì 4 aprile nella Sala Tobino di Palazzo Ducale la scrittrice e giornalista Letizia Leonardi, grande esperta di cultura armena, presenterà il suo libro “Yeghishe Charents. Vita inquieta di un poeta”. L’iniziativa, a ingresso libero, rientra nel calendario di eventi di 50 & Più Associazione provincia di Lcuca. Il libro, con la prefazione di Carlo Verdone, è l’intensa storia di uno dei più grandi poeti della letteratura armena. Testimone diretto degli orrori che la Prima Guerra Mondiale ha inferto al popolo armeno e vittima delle repressioni staliniste, morì misteriosamente a 40 anni, pagando con la vita l’espressione della sua disillusione dopo l’adesione al partito bolscevico.

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Il Premio Abbiati a Emmanuel Tjeknavorian (Orchestra Filarmonica di Milano 01/4/25)

Emmanuel Tjeknavorian, Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, l’Associazione Nazionale Critici Musicali ha assegnato il Premio Abbiati come Miglior Direttore. La giuria, presieduta da Angelo Foletto e composta dal direttivo dell’Associazione Nazionale dei Critici Musicali composto da Andrea Estero, Alessandro Cammarano, Carlo Fiore, Gianluigi Mattietti, Carla Moreni e Roberta Pedrotti e da sette critici eletti dagli iscritti fra i soci dell’Associazione, Attilio Cantore, Susanna Franchi, Cesare Galla, Giancarlo Landini, Gregorio Moppi, Alessandro Rigolli e Lorenzo Tozzi, ha deciso di attribuire questo prestigioso premio a Emmanuel Tjeknavorian, Direttore Musicale della nostra Orchestra da settembre 2024, coronando un percorso intrapreso da pochi mesi e che ha riscosso fin da subito l’unanime entusiasmo di pubblico e critica.

Queste le parole di Emmanuel Tjeknavorian:

Sono profondamente onorato di ricevere il Premio Abbiati come Miglior Direttore d’Orchestra. Questo riconoscimento non è solo un traguardo personale, ma una testimonianza dello straordinario percorso che ho intrapreso con l’Orchestra Sinfonica di Milano. In pochi mesi abbiamo costruito qualcosa di veramente speciale: un legame artistico alimentato da passione, fiducia e un’incessante ricerca dell’eccellenza musicale. Questo premio è un riflesso della dedizione condivisa e sono profondamente grato all’Orchestra e al nostro pubblico, il cui incrollabile sostegno ci ispira ogni giorno

Il Premio Abbiati a Tjeknavorian rappresenta per il secondo anno consecutivo il riconoscimento dell’Associazione Nazionale Critici Musicali nei confronti della Fondazione Orchestra Sinfonica e Coro Sinfonico di Milano Giuseppe Verdi.

Come afferma Ambra Redaelli, Presidente della Fondazione:
“Fin dal suo primo concerto come Direttore musicale designato, nel febbraio 2024, è stato evidente che con il M° Tjeknavorian avremmo intrapreso un percorso straordinario sotto ogni punto di vista. Nella Stagione in corso abbiamo avuto modo di ammirarne la statura di interprete, l’eccezionale qualità del lavoro condotto con l’orchestra, che ha saputo valorizzare e ispirare in ogni sezione, ma anche la visione, la disponibilità e l’empatia, qualità che gli hanno consentito di conquistare immediatamente tutto il nostro pubblico, a partire dai più giovani. Oggi, il Premio Abbiati che gli è stato assegnato come miglior direttore d’orchestra rappresenta un riconoscimento di eccezionale rilevanza, che, dopo il Premio speciale assegnato al ‘Festival Mahler’ nel 2024, conferma al massimo livello il valore artistico raggiunto dalla nostra Istituzione”.

La Chiesa avrà il primo santo della Papua Nuova Guinea e un vescovo martire armeno (Vatican News 31.03.25)

Saranno canonizzati Ignazio Choukrallah Maloyan, arcivescovo di Mardin degli Armeni, martire nel 1915 durante il genocidio armeno, e il laico Pietro To Rot, martire vissuto nel secolo scorso in terra papuana. Agli onori degli altari anche Maria del Monte Carmelo, fondatrice delle Suore Ancelle di Gesù: la religiosa sarà la prima santa del Venezuela. Verrà beatificato il sacerdote barese Carmelo De Palma e diventa venerabile il presbitero brasiliano Giuseppe Antonio Ibiapina

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

La Chiesa avrà tre nuovi santi e un nuovo beato e da oggi anche un nuovo venerabile. Francesco ha autorizzato il Dicastero delle Cause dei Santi a promulgarne i decreti da lui firmati lo scorso 28 marzo e pubblicati oggi.

Ad essere canonizzati saranno Ignazio Choukrallah Maloyan, vescovo di Mardin degli Armeni, martire nel 1915 durante il genocidio armeno e il laico Pietro To Rot, dell’isola di Rakunai – Rabaul, nell’attuale Papua Nuova Guinea, catechista, vissuto nel secolo scorso, anche lui martire, ucciso per aver proseguito il suo apostolato nonostante il divieto imposto dai giapponesi durante la seconda guerra mondiale – che, insieme ad altre cause di beati, saranno inseriti nel futuro Concistoro che, come di prassi, riguarderà le prossime canonizzazioni – e Maria del Monte Carmelo, religiosa, fondatrice delle Serve di Gesù del Venezuela, che con amore ha svolto il suo servizio nelle parrocchie e nelle scuole, dedicandosi in particolare ai più bisognosi.

Sarà beatificato, poi, Carmelo De Palma, sacerdote diocesano, che ha svolto il suo ministero in Puglia tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, e sono state riconosciute le virtù eroiche del servo di Dio Giuseppe Antonio Maria Ibiapina, sacerdote brasiliano vissuto nel XIX secolo, che per questo è venerabile.

Martire durante il genocidio del suo popolo

Ignazio Choukrallah Maloyan, nasce nel 1869 a Mardin, nell’odierna Turchia. Sin da bambino mostra di essere incline alla preghiera e nel 1883 entra nel convento di Bzommar, in Libano, sede dell’Istituto del Clero Patriarcale armeno. È ordinato sacerdote nel 1896 e viene chiamato Ignazio. Inviato ad Alessandria d’Egitto si distingue per la predicazione, in lingua araba e in turco, si dedica al ministero parrocchiale e allo studio dei testi sacri. Nominato vicario patriarcale del Cairo, prosegue la cura pastorale degli armeni, ma l’anno dopo torna ad Alessandria a causa di problemi agli occhi. Successivamente viene chiamato a Costantinopoli dal patriarca Boghos Bedros XII Sabbagghian che gli affida la sua segreteria personale, ma nel luglio del 1904 rientra ad Alessandria per farsi curare e continuare lì l’apostolato. Sei anni dopo è vicario patriarcale di Mardin. Nel 1911 partecipa a Roma al Sinodo dei vescovi armeni convocato per studiare la situazione creatasi in Turchia dopo l’avvento al potere del movimento dei Giovani Turchi: qui viene eletto arcivescovo di Mardin. Quindi intraprende la visita della sua diocesi, impegnandosi particolarmente nella formazione del clero. Dopo l’attentato di Sarajevo del 28 giugno 1914, preparatasi la Turchia ad entrare in guerra e registratisi arruolamenti forzati e vessazioni contro i cristiani e specialmente contro gli armeni, Maloyan collabora con le autorità, ma le chiese continuano a ricevere minacce e assalti, tanto, poi, da essere tutte perquisite. Il 3 giugno, festa del Corpus Domini, Maloyan viene arrestato insieme a 13 sacerdoti e ad altri 600 cristiani. Rifiutandosi di rinnegare la fede, vengono tutti giustiziati l’11 giugno 1915. Choukrallah Maloyan viene beatificato da Giovanni Paolo II il 7 ottobre 2001, anno centenario della cristianizzazione dell’Armenia, e la fama del suo martirio si diffonde rapidamente in tutto il mondo. Le sue parole e i suoi insegnamenti, soprattutto la sua carità e il perdono per i persecutori, sono considerati per l’intera Chiesa, nei suoi differenti riti, un valido e prezioso esempio per vivere la fedeltà al Vangelo anche nei momenti più difficili.

L’itinerario musicale dell’Ensemble Prometeo: un viaggio tra la tradizione russa e lo spirito armeno (Gaeta 31.3.25)

Giovedì 3 aprile, alle ore 20.30, il Teatro Sannazaro di Napoli ospiterà un concerto dell’Ensemble Prometeo, un evento organizzato per l’Associazione Alessandro Scarlatti sotto la presidenza di Oreste de Divitiis. Il programma musicale dell’ensemble promete di trasportare il pubblico in un viaggio sonoro che esplora il profondo legame tra le tradizioni musicali della Russia e dell’Armenia. Attraverso opere di compositori noti come SchostakovichArutiunianKhachaturian e Stravinsky, il concerto punta a mettere in evidenza la ricchezza espressiva della musica dell’Est.

Un concetto musicale che unisce culture

L’Ensemble, diretto artisticamente da Tommaso Rossi, presenta un’opportunità unica per conoscere composizioni meno frequentemente eseguite in Italia“Un concerto in cui la grande tradizione russa incontra lo spirito armeno”, così lo ha definito Rossi, illustrando l’importanza della fusione culturale che il programma intende perseguire. Il concerto si distingue per la scelta di pezzi dal forte impatto emotivo, elementi chiave della musica dell’Est europeo, in un’epoca in cui il dialogo musicale tra le diverse culture è sempre più significativo.

Il percorso musicale si aprirà con i “5 pezzi” di Dmitri Schostakovich, lavori caratterizzati da intensità e varietà espressiva. Seguirà il “Trio per violino, clarinetto e pianoforte” di Aram Khachaturian, un’opera che offre una raffinata fusione di melodie folk armene con stili classici. La “Suite per trio” di Alexander Arutiunian apporterà una freschezza ritmica, mentre il concerto si concluderà con la “Suite” da “L’histoire du Soldat” di Igor Stravinsky, nota per il suo linguaggio originale e innovativo. L’insieme di queste opere offre una sintesi della storia musicale di una vasta area geografica, mutevole nei suoi vari stili e nelle sue forme melodiche.

L’Ensemble Prometeo: un’accademia di talenti

Fondato nel 2009 all’interno della Fondazione Prometeo, l’Ensemble si distingue per l’elevato calibro dei suoi musicisti, molti dei quali sono solisti di spicco nella scena musicale italiana. Grazia Raimondi, primo violino in diverse orchestre di prestigio e oggi parte della Camerata Strumentale Città di Prato, contribuirà con le sue abilità tecniche e interpretative. Michele Marelli, clarinettista di formazione, è anche membro dell’ensemble MusikFabrik, noto per la sua passione nella musica contemporanea. D’altro canto, Ciro Longobardi, pianista e docente al Conservatorio di Salerno, ha ricevuto premi di rilevanza internazionale, come il Premio Kranichsteiner di Darmstadt.

Questi artisti, nel loro insieme, non solo eseguono i brani con grande maestria, ma sono anche portatori di una visione musicale che abbraccia l’innovazione e la tradizione. La loro dedizione per la musica dell’Est europeo si traduce in un concertato che pone in risalto la ricca varietà di stili e influenze, una qualità distintiva dell’Ensemble Prometeo.

Un concerto di forte impatto emotivo

Il concerto rappresenta un’importante occasione per il pubblico, non solo per ascoltare musiche di compositori di grande valore, ma anche per avvicinarsi a opere che difficilmente trovano spazio nei programmi delle sale da concerto. I musicisti hanno dichiarato che la base del programma è stata in parte ispirata dall’opera di Stravinsky, sottolineando come la composizione del maestro russo abbia influenzato il repertorio per trio. “A partire da questa consapevolezza, si è voluto creare un programma che non solo rappresentasse quelle influenze, ma anche mettesse in evidenza le singolarità di altri compositori di origini est-europee.”

Durante la performance, i contrasti ritmici e melodici tra le varie opere offriranno al pubblico un’esperienza sonora stimolante e commovente. Il linguaggio nervoso di Stravinsky troverà un equilibrio con la linearità melodica dei brani di Khachaturian e Arutiunian, creando un clima di ascolto che metterà in luce le diverse tradizioni e culture musicali.

Quest’evento si configura come un’importante occasione per celebrare la musica, testimoniando come essa possa fungere da ponte tra culture diverse, favorendo la comprensione e l’apprezzamento reciproco.

 

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Il Presidente della Germania Federale in Armenia e Azerbaigian (Faro di Roma 31.03.25)

Il presidente della Germania Federale Frank-Walter Steinmeier è in visita nelle Repubbliche di Armenia e Azerbaigian dal 30 marzo al 2 aprile 2025. Si tratta della prima visita di un presidente federale.
In Armenia, il Presidente ha incontrato il Presidente Vahagn Khachaturian e il Primo Ministro Nikol Pashinyan a Yerevan per colloqui. Ha visitato inoltre il centro di apprendimento informatico “TUMO” e ha preso parte a un ricevimento culturale. Nel suo secondo giorno in Armenia, il Presidente federale si recherà a Dilijan dove incontrerà imprenditrici armene e visiterà un progetto di sviluppo urbano. Presso il lago Sevan visiterà una chiesa armena e una stazione di misurazione idrometeorologica alla quale partecipa il Centro Helmholtz per la ricerca ambientale.
Durante la sua visita in Azerbaigian, il Presidente federale incontrerà il Presidente Ilham Aliyev. Dopo aver reso omaggio al Memoriale dei Martiri, il Presidente tedesco visiterà il centro storico di Baku, patrimonio dell’umanità UNESCO, e terrà un dibattito con il clero cristiano, musulmano ed ebraico sulla tolleranza e la comprensione interreligiosa. Parteciperà anche a un dibattito sulla situazione delle donne in Azerbaigian.
Carlo Marino
#carlomarinoeuropeannewsagency
#Eurasiaticanews

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La prima volta che sentii parlare dell’Armenia, «culla dell’umanità» (Tempi 29.03.25)

Ho visto un film dedicato a un grande musicista armeno, Komitas Vardabet. Si intitola “Songs of Solomon” e ve lo consiglio, in attesa che qualcuno lo renda fruibile anche in Italia
Locandina del film Songs of Solomon (2019)

Ho visto un film dedicato a un grande musicista armeno, Komitas Vardabet (padre Komitas). Si intitola Soghomoni yergery, in inglese Songs of Solomon, cioè Canti di Salomone. È del 2019, diretto da Arman Nshanian. Nessuna catena televisiva lo ha messo in programma, da voi in Italia

Vi chiedo: guardatelo. Dà speranza, non una tipo fiorellino plasticato, ma una speranza come miele di roccia. Komitas… Lascio echeggiare questo nome nella memoria del mio avatar. Prima di rinascere Molokano, in un villaggio armeno del Caucaso Meridionale, presso il lago di Sevan, ero un giornalista italiano. Non avevo mai sentito neppure parlare di Armenia, tanto meno di genocidio. Sapevo dell’esistenza di armeni ma come fossero provenienti da un’Atlantide asiatica, avvolta nelle nebbie come Avalon, un Eldorado sprofondato nelle viscere del mito, senza neppure le lampade di Aladino.

Una notizia non pervenuta

Finché nel luglio del 2001 mi arrivò una telefonata da Ravenna. Cristina e Riccardo Muti mi chiedevano di far parte della loro carovana che andava a Erevan (Erevan? Mai sentita) e poi a Istanbul (quella sì). In Armenia e in Turchia per costruire con la musica un ponte per la pace. Ero già stato con loro a Sarajevo e poi a Beirut. Salii dalla pista di Rimini a bordo dell’aereo ornato di scritte in un alfabeto ignoto.

Ero tramortito e sonnambulo per la troppa crudeltà di Genova dove si era svolto il G8, con la morte di Carlo Giuliani, le devastazioni, i pestaggi nella scuola Diaz. Non sapevo nulla della ferocia un milione di volte più sistematica e totalitaria. Il genocidio armeno. Una notizia non pervenuta, come capitava una volta per la temperatura di una città della Lucania, non aveva lasciato un rigo sui miei libri di liceale, sui taccuini di inviato nel mondo: zero, era passata la scopa dell’opportunismo e della cattiva coscienza a spazzar via i rimasugli di corpi frantumati.

«Un’isola cristiana tra elementi asiatici estranei»

Quando mi siedo giaccio nell’ignoranza. Non ne so ancora nulla. Niente di niente. Mi ero portato in borsa Imperium il volume di Ryszard Kapuscinski con i suoi reportage dalle repubbliche e dai territori della disciolta Unione Sovietica. Lessi, trovai. Descriveva «una solitaria isola cristiana in mezzo a un mare di elementi asiatici a loro estranei». Parlava di «capitoli bianchi nel manuale di storia». Di «un’ascensione vertiginosa, seguita da una vertiginosa caduta». Qui – scrisse quel polacco, il più grande reporter del XX secolo – c’è «la culla dell’umanità». Anzi c’era.

Chi ha strozzato, impiccato, trascinato tra i rovi quella bimba da Dio chiamata Armenia? Se ne stava lì da millenni, dal volto vecchissimo e gli occhi azzurro-neri, dai riflessi di cobalto e di comete persiane. In certi quadri lombardi del cinquecento lasciano che la Madonna tenga in braccio il Gesù Bambino già pieno di rughe, e lei lo guarda felice e triste, il cuore trafitto dalle lame. Non scrive “genocidio”, Kapuscinski. Usa altre parole: «Nel 1915 in Turchia cominciò il massacro degli armeni. Fu nella storia il maggior eccidio prima di Hitler, un milione e mezzo di armeni vi persero la vita».

Padre Komitas Vardabet (1869-1935) nel 1902
Padre Komitas Vardabet (1869-1935) nel 1902

Il sultano lunatico e le chiese bruciate

In un punto lo scrittore polacco ha sbagliato. Non cominciò tutto nel 1915. Nel 1894-95 sotto il sultano Hamid II ci fu il prologo. Accadde in Anatolia. Fino ad allora turchi e armeni vivevano fianco a fianco, amici tra amici. Ma il lunatico sultano, d’accordo con gente golosa dei beni di quegli strani abitanti cristiani dell’impero ottomano, ordirono e portarono a compimento un massacro che non risparmiò miriadi di ragazze e spose che si erano barricate nelle chiese: i predoni del sultano le incendiarono, morirono a migliaia. In tutto perirono trecentomila armeni.

Komitas è lontano dalla sua città natale, è diventato prete. Ma la sua voce – la più bella del mondo secondo tantissime testimonianze – inondava ancora la sua Kütahya, nella zona più occidentale dell’Anatolia, dov’era nato nel 1969, col nome di Soghomon (Salomone) Soghomonyan. Lo scrittore polacco accennava alla storia misteriosa di Komitas. Essa si impastò con la mia vita.

Il mio avatar italiano racconterà questo mistero. In attesa che qualche coscienza nei mondi della Rai o delle grandi reti si smuova, cancelli la censura omertosa, e consegni il film (oggi attingibile in lingua armena con sottotitoli in inglese) alle vostre da me amate genti.

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