Tbilisi festeggia il Vardaton, celebrando il poeta dalle mille lingue (Osservatorio Balcani e Caucaso 21.05.25)

Domenica 18 maggio, si è tenuta come consueto la festa annuale dedicata al trovatore e poeta armeno del XVIII secolo, Sayat Nova, vero nome Harutyun Sayatyan, nella Maiden di Tbilisi, nel centro storico della città.

Coabitata da armeni, azerbaijani e yazidi, tra i vari, la Maiden è stata un luogo ideale per ricordare e rendere omaggio a questa icona multiculturale. Sebbene sia venerato soprattutto in Armenia, Sayat Nova nacque a Tbilisi e scrisse ed eseguì poesie e canzoni nella tradizione ashiq, diffusa in tutta la regione, in lingua armena, azerbaijana, georgiana e persiana.

Sebbene sia stato ucciso nell’attuale Armenia, è sepolto nella chiesa armena di San Gevorg a Meidan, a Tbilisi.

La Festa delle Rose, o Vardaton, come è conosciuta, fu istituita nel 1914 e, sebbene attragga solo un piccolo numero di persone ogni anno, principalmente armene, mette in risalto la natura multiculturale della Vecchia Tbilisi. A marzo, la comunità azerbaijana ha celebrato la sua annuale festa del Novruz a pochi minuti di distanza da Meidan, vicino alle terme sulfuree del quartiere.

* Testo 2025, Fotografie 2016 © Onnik James Krikorian

Ad Aliyev mancava solo la scusa delle “radici cristiane” per massacrare gli armeni (Tempi 21.05.25)

È una vergogna, rimando ancora la trattazione del film dedicato a Komitas, il genio musicale del cristianesimo del Novecento: armeno e perciò universale. Ma la realtà mi prende per la gola qui vicino al lago di Sevan, in attesa di probabile (non sono un allegrone, mi rendo conto) deportazione ad opera degli azeri. E questo trasloco forzato – di noi molokani e dei miei e vostri fratelli d’anima armeni – è diventato più probabile dopo un convegno purtroppo propagandistico che l’Università pontificia, la nobilissima Gregoriana, ha proposto con la collaborazione esclusiva (ed escludente) dell’Azerbaigian sull’antica comunità di Albània, che fiorì nelle terre più o meno corrispondenti all’attuale superficie dello Stato governato da Ilham Aliyev. Il popolo si convertì al cristianesimo nei primi secoli del primo millennio grazie alla predicazione di sant’Eliseo.
L’Albània rappresenta per molti versi ancora oggi un mistero. Ma che sia esistita, lasciando tracce della propria fede (prima di rin…

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Armenia, tensioni in aumento (Osservatorio Balcani e Caucaso 20.05.25)

Un’analisi della situazione attuale in Armenia, tra i tentativi di Yerevan di smarcarsi da Mosca e i preparativi per le elezioni del 2026, alle quali il premier Nikol Pashinyan cercherà di rinnovare il proprio mandato. Per il momento, però, i sondaggi non sembrano a suo favore

20/05/2025 –  Onnik James Krikorian

Si intensificano le tensioni in Armenia in vista delle elezioni politiche del 2026. Il primo ministro Nikol Pashinyan si muove in un contesto turbolento, alle prese con le polemiche sulla politica estera del paese, con un calo di consensi e con un’opposizione rinvigorita che, invece di proporre una propria politica credibile, cerca di sfruttare ogni mossa sbagliata del premier.

La posta in gioco è alta e il prossimo anno determinerà non solo il futuro del governo di Pashinyan, ma anche l’evoluzione della giovane e ancora imperfetta democrazia armena.

Il periodo immediatamente precedente alle elezioni amministrative di marzo è stato “caratterizzato da indagini penali, manovre politiche e accuse di corruzione – tattiche a cui probabilmente assisteremo sempre più spesso in vista delle elezioni del 2026”, conclude lo Stockholm Centre for Eastern European Studies. “I tentativi del governo di reprimere le forze di opposizione locale rispecchiano una sua preoccupazione più profonda per l’emergere di veri oppositori a qualsiasi livello”.

Gli sforzi di Pashinyan per normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan e con la Turchia con ogni probabilità resteranno in primo piano. Gli oppositori del premier lo accusano di voler tradire gli interessi nazionali, accuse che trovano terreno fertile in un contesto caratterizzato da una recrudescenza della retorica nazionalista e dal disagio dell’opinione pubblica per i rapporti sempre più tesi tra Yerevan e Mosca.

Alcuni recenti sondaggi dimostrano che l’entusiasmo per la tanto lodata virata di Pashinyan verso Occidente è in calo, una virata che potrebbe infatti rivelarsi meramente simbolica. Sembra che l’opinione pubblica sia più incline al pragmatismo che alle narrazioni ideologiche.

Nel frattempo, Pashinyan appare sempre più frustrato, lasciandosi andare a improvvisi scatti d’ira e minacce, come accaduto durante una recente seduta del parlamento. Il premier ha perso la calma, scagliandosi contro i deputati dell’opposizione che hanno accusato il suo partito di corruzione.

Indipendentemente dal fatto che si sia trattato di uno sfogo impulsivo o di un avvertimento deliberato, questo episodio ha rafforzato la percezione, sempre più diffusa, che Pashinyan sia sottoposto a enormi pressioni.

Ad aggravare la situazione, l’aggressione ad un blogger, sostenitore dell’opposizione, da parte di alcuni funzionari filogovernativi di Yerevan, ma anche l’annuncio del governo di voler limitare la libertà di stampa se i mezzi di informazione non riuscissero ad autoregolamentarsi. Crescono le preoccupazioni per la possibilità che le iniziali speranze di riforme democratiche del 2018 sotto la guida di Pashinyan fossero premature. Sono in molti a sostenere che il paese stia retrocedendo.

Un recente sondaggio di MPG/Gallup International, condotto dal 29 aprile al 2 maggio, delinea un quadro cupo sulle prospettive elettorali del partito di governo “Contratto civile”. Solo l’11-11,5% degli intervistati sosterrebbe l’attuale governo se le elezioni si tenessero questo mese.

D’altra parte, circa il 12% appoggia i partiti di opposizione vicini ai due ex presidenti dell’Armenia, Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan. Altri partiti minori potrebbero raccogliere attorno al 5% complessivamente. La percentuale di chi è indeciso o intende votare scheda bianca si aggira invece attorno al 28%, oltre il 6% non ha voluto rispondere al sondaggio, mentre oltre il 18% ha detto di avere difficoltà a rispondere, un 5% circa si è detto contrario a tutto e tutti. 

Dal punto di vista geopolitico, l’opinione pubblica armena resta perplessa sul pieno allineamento alle posizioni dell’Occidente. Nonostante gli sforzi di Pashinyan per allontanare Yerevan da Mosca, il 60% degli intervistati vorrebbe ancora che la Russia fosse coinvolta nei negoziati con l’Azerbaijan.

Intanto, il sostegno all’integrazione europea dell’Armenia è sceso dal 51% a gennaio al 37% a maggio. Molti armeni restano cauti sulla possibilità di tagliare i ponti con Mosca, considerando la costante dipendenza del paese dall’energia e dal commercio russi.

Una dipendenza evidenziata dalla decisione di Pashinyan di partecipare alla parata per il Giorno della Vittoria lo scorso 9 maggio a Mosca, nonostante gli avvertimenti dell’UE. Pur avendo probabilmente irritato Bruxelles con questa mossa, se avesse disertato l’evento Pashinyan avrebbe rischiato ulteriori ricadute economiche e diplomatiche nelle relazioni con la Russia. L’Armenia resta intrappolata in una delicata operazione di bilanciamento che potrebbe rivelarsi difficile da gestire a lungo.

Seppur divisi, alcuni deputati dell’opposizione hanno rilanciato la proposta di impeachment di Pashinyan in vista delle elezioni, anche se le probabilità di successo dell’iniziativa restano basse  . Allo stesso tempo, prevale lo scetticismo sulla vittoria di Pashinyan alle politiche del 2026.

Alen Simonyan, presidente dell’Assemblea nazionale armena, è invece ottimista sulla possibilità che il partito “Contratto civile” ottenga oltre il 50% dei voti alle prossime elezioni. Ad ogni modo, è difficile che Pashinyan mantenga il potere assoluto a meno che non vengano introdotte alcune modifiche legislative  .

La sua tanto lodata “agenda di pace” con l’Azerbaijan sta diventando un importante tema elettorale. A marzo, Yerevan e Baku hanno annunciato di aver completato il testo di un accordo di pace atteso da tempo.

Tuttavia, l’Azerbaijan resta fermo sulla sua posizione, affermando che nessun accordo potrà essere siglato fino a quando l’Armenia non modificherà la propria Costituzione e non accetterà di sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE. L’UE e gli USA spingono per trovare una soluzione, sperando così di garantire un corridoio commerciale attraverso il Caucaso verso l’Asia centrale, bypassando la Russia.

L’opinione pubblica armena resta scettica: dall’ultimo sondaggio MPG emerge che l’86% degli armeni vorrebbe che il testo dell’accordo di pace venisse reso pubblico prima della firma. Pashinyan ha promesso di farlo, ma solo quando la firma sarà imminente.

Nel frattempo, permane un clima di confusione e divisioni. Se il consenso per l’attuale premier si aggira attorno all’11,5%, i tradizionali partiti di opposizione sono messi ancora peggio: solo l’8% degli armeni sostiene i partiti vicini a Kocharyan e meno del 4% quelli legati a Sargsyan.

In questo contesto, in cui il paese appare sempre più disilluso verso l’intera classe politica, potrebbero emergere nuove forze, estranee all’establishment post-sovietico, e colmare il vuoto.

“È possibile portare in piazza i cittadini, ma è molto difficile tenerli lì con dichiarazioni irrealistiche e appelli patriottici al posto di programmi politici”, ha recentemente commentato il politologo Arman Grigoryan. Nel paese aleggia lo spettro dell’instabilità, come ha avvertito anche il Servizio di intelligence estero nel suo primo rapporto annuale pubblicato a gennaio.

Secondo alcuni alti funzionari, la Russia starebbe conducendo una guerra ibrida sin dall’ascesa al potere di Pashinyan nel 2018. Mosca respinge tali accuse, ma lo spazio mediatico è ormai saturo di narrazioni contrapposte, sia interne che esterne, e i meccanismi per diffonderle esistono già da tempo. La posta in gioco è più alta che mai, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza e la stabilità.

Se l’accordo di pace con l’Azerbaijan non dovesse concretizzarsi e se l’opposizione dovesse guadagnare nuovi consensi alle elezioni, l’Armenia potrebbe sprofondare in una crisi di incertezza politica.

Le prossime elezioni saranno quindi un banco di prova non solo per Pashinyan, ma anche per la capacità del paese di tracciare la propria strada restando immune da influenze e ingerenze esterne nel prossimo futuro.

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“Una famiglia armena”, memoria in Comune (Quinewspisa 19.05.25)

Laura Ephrikian a Pisa per raccontare la sua storia tra identità, memoria e il dramma dimenticato del genocidio armeno.

PISA — Si terrà venerdì 23 Maggio alle 17.30 nella Sala delle Baleari di Palazzo Gambacorti un evento speciale dedicato all’Armenia e al suo popolo. L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Pisa, vedrà protagonista Laura Ephrikian, attrice e scrittrice, che porterà a Pisa la sua testimonianza attraverso il libro autobiografico Una famiglia armena.

Ad aprire l’incontro sarà l’assessore Filippo Bedini con un intervento dal titolo “Armeni: un genocidio sconosciuto”, dedicato a una delle pagine più tragiche e ancora poco conosciute del Novecento: lo sterminio degli armeni da parte dell’Impero Ottomano. A seguire, il dialogo tra Ephrikian e la giornalista Chiara Cini approfondirà il racconto personale e familiare dell’autrice, segnata dalla storia del nonno Akob, sopravvissuto al genocidio e rifugiato a Venezia.

Un’occasione di riflessione e memoria condivisa, resa possibile anche grazie al contributo di Donatella Lauro, Mariana Carbè, Amelia Pozzi e del Centro Culturale Calabrese Ausonia, presieduto da Giovanni Nicolò Adilardi

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Tigran Hamasyan inaugura le Settimane Musicali (Padovanews 19.05.25)

34º Settimane Musicali al Teatro Olimpico 2025
I canti della terra
Vicenza 18 maggio – 8 giugno 2025

L’anima dell’Armenia in jazz: Tigran Hamasyan apre le Settimane Musicali in collaborazione con Vicenza Jazz 2025.

Tigran Hamasyan Trio “The Bird of a Thousand Voices”

Venerdì 23 maggio al Teatro Comunale di Vicenza nell’ambito della 34° edizione del Festival prende il via un progetto condiviso tra due storiche realtà culturali della città: Vicenza Jazz e le Settimane musicali al Teatro Olimpico, unite in una inedita collaborazione. Sul palco il pianista armeno Tigran Hamasyan, già enfant prodige e oggi uno dei musicisti più acclamati della scena jazz internazionale. Unica data italiana del suo progetto musicale ispirato a una fiaba antica che parla al presente.

Un eroe e un usignolo, un’antica favola che diventa suono. È l’eco del respiro della terra, dei suoi silenzi profondi e dei passi degli uomini che cercano armonia in un mondo lacerato. Venerdì 23 maggio alle ore 21.00, sul palco del Teatro Comunale di Vicenza, le Settimane Musicali si aprono con un concerto che incarna lo spirito di questa edizione “I canti della terra”: The Bird of a Thousand Voices del pianista armeno Tigran Hamasyan, in collaborazione con New Conversations – Vicenza Jazz, il Festival prodotto dal Comune di Vicenza in collaborazione con la Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, realizzato in coproduzione con Trivellato Mercedes Benz (sponsor Sonus faber e sponsor tecnici Brutal Agency e Acqua Recoaro). Una favola antica, un rito musicale e un viaggio interiore, tra jazz, spiritualità e memoria collettiva. Accanto a lui, sul palco, Marc Karapetian al basso elettrico e Martin Wangermée alla batteria. Un ensemble capace di creare paesaggi sonori che uniscono jazz, avant-rock, spiritualità e tradizione armena. Un viaggio musicale e interiore, dove mito e tecnologia si fondono in una performance di grande intensità emotiva.

L’uccello dalle mille voci

Il concerto prende ispirazione da una fiaba armenaHazaran Blbul (L’usignolo di Hazaran) che Tigran Hamasyan descrive come “una storia potente, di proporzioni epiche”.  Racconta di un eroe in viaggio attraverso regni invisibili alla ricerca di un uccello mitico, i cui mille canti diversi hanno il potere di risvegliare l’umanità e riportare armonia nel mondo. Una leggenda antica, ma sorprendentemente attuale, che si fa metafora di un tempo inquieto, della sete di pace e della ricerca di senso spirituale.

«Le parole sono importanti, ma quando si parla di Dio con le note, l’impatto è molto più forte», afferma Hamasyan, che già nel suo primo album da solista “A Fable” (2011) dichiarava il proprio legame profondo con la narrazione simbolica. Il nuovo album, pubblicato nell’agosto 2024 con il titolo The Bird of a Thousand Voices, è una vera e propria suite visionaria, in cui l’artista fonde l’immaginario del racconto popolare con un linguaggio musicale denso di groove, richiami prog, e meditazione interiore.

Tigran Hamasyan, uno dei pianisti più brillanti della scena jazz contemporanea

Nato nel 1987 a Gyumri, in Armenia, Hamasyan è considerato uno dei pianisti più brillanti della scena jazz contemporanea. Scoperto giovanissimo e acclamato da maestri come Herbie Hancock, Brad Mehldau e Chick Corea, ha vinto il concorso del Montreux Jazz Festival nel 2003 e il prestigioso Thelonious Monk International Jazz Piano Competition. Le sue incisioni discografiche spaziano dalle etichette ECM e Nonesuch alla più recente Naïve/Believe, confermando un percorso musicale in costante evoluzione.

The Bird of a Thousand Voices non è solo un album, ma un progetto transmediale che ha coinvolto anche l’artista visivo olandese Ruben Van Leer per la creazione di una dimensione estetica immersiva e interattiva, oggi accessibile anche attraverso il sito www.bird1000.com, dove è possibile sperimentare il primo singolo “The Kingdom” come esperienza ludico-narrativa.

Profilo

Tigran Hamasyan 

È considerato uno dei pianisti/compositori jazz-rock più straordinari e distintivi della sua generazione. Virtuoso del pianoforte con un groove potente, Hamasyan fonde perfettamente la potente improvvisazione jazz e il rock progressivo con la ricca musica folkloristica della sua nativa Armenia. Nato a Gyumri, in Armenia, nel 1987, il suo percorso musicale è iniziato nella sua casa d’infanzia, dove è stato esposto a una vasta gamma di influenze musicali che lo hanno portato a suonare il pianoforte all’età di tre anni, a esibirsi in festival e concorsi all’età di undici anni e a vincere il concorso pianistico del Montreux Jazz Festival nel 2003. Il doppio album, recentemente pubblicato, è ispirato a un antico racconto armeno in cui un eroe viaggia in regni invisibili per trovare e riportare in vita un uccello mitologico, i cui mille canti diversi risveglieranno le persone e porteranno armonia nel mondo. L’opera teatrale musicale transmediale “The Bird of a Thousand Voices”, un’intrigante installazione di luci immersive con giochi d’ombre, voci programmate digitalmente, musica dal vivo e un libretto in armeno-inglese, ha debuttato all’Holland Festival nel giugno 2024. Oltre ai premi e al plauso della critica, Hamasyan si è costruito un seguito di fan in tutto il mondo, oltre ad aver ricevuto elogi da Herbie Hancock, Brad Mehldau e il compianto Chick Corea. “Con sorprendenti combinazioni di elementi jazz, minimalisti, elettronici, folk e cantautorali… Hamasyan e i suoi collaboratori percorrono distese musicali segnate da groove pesanti, voci eteree, un pianoforte cristallino e melodie antiche. Non sentirete nient’altro di simile.

PROGRAMMA

Venerdi 23 maggio ore 21.00
Teatro Comunale, Vicenza

In collaborazione con New Conversation Vicenza Jazz
The Bird of a Thousand Voices
Tigran Trio
Tigran Hamasyan piano
Marc Karapetian basso elettrico
Martin Wangermée batteria

Le Settimane Musicali al Teatro Olimpico, riconosciute dal Ministero della Cultura, godono del patrocinio della Regione del Veneto e del Comune di Vicenza e la collaborazione con Musei Civici Vicenza, Teatro Comunale Città di Vicenza, Conservatorio Arrigo Pedrollo, Gallerie d’Italia – Vicenza.  Sono inoltre sostenute da Digitec, Infodati, Fondazione Roi, Banca delle Terre Venete, Veronica e Dominique Marzotto, Famiglia Brunelli, Massignani & C., Belluscio Assicurazioni, Funitek, Tomasi, Fondazione Musicale Omizzolo – Peruzzi, Casa del Blues, Iiriti, Yamaha, Forma, The Aries. Grand Boutique Hotel, The Glam Boutique Hotel & Apt.

Media Partner: Il Giornale di Vicenza e VCR | Venice Classic Radio.

Anche quest’anno le Settimane Musicali al Teatro Olimpico confermano la plurale vocazione del Festival e le molteplici collaborazioni con realtà istituzionali e associative. Proficue collaborazioni a livello artistico sono in atto con il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza, con gli Amici della Musica di Firenze, gli Amici della Musica di Padova, la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo, con Asolo Musica, con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con la Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo e con diverse realtà territoriali tra cui il Liceo Don Giuseppe Fogazzaro, i Musei Civici e Gallerie d’Italia – Vicenza.

(Studio Pierrepi)

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Le tre vite di Khanum (Osservatore Romano 17.05.25)

di Khanum

Mi chiamo Khanum, sono nata in Armenia, un piccolo e antico Paese del Caucaso meridionale, tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. La civiltà armena è una delle più antiche del mondo.

L’Armenia è stato il primo Paese ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, nel 301 dopo Cristo. Ha una storia millenaria e un popolo forte e resiliente, che è sopravvissuto al genocidio del 1915. Il 24 aprile si commemora il 110° anniversario del Genocidio armeno: lo sterminio sistematico del mio popolo organizzato dall’Impero Ottomano: oltre un milione e mezzo di persone furono uccise e centinaia di migliaia divennero rifugiati.

Oggi l’Amenia deve affrontare numerose sfide: nel 2020-2023 la guerra scatenata dall’Azerbaigian contro la popolazione dell’Artsakh (il Nagorno Karabakh) ha costretto 150.000 persone a lasciare le proprie case. Oggi in Artsakh non ci sono più armeni.

I villaggi armeni vengono cancellati dalla faccia della terra, le chiese distrutte, trasformate in moschee o la loro storia viene riscritta, spacciandole per chiese albane o udi.

Inoltre, il Paese si trova ad affrontare gravi difficoltà economiche, mentre gli attacchi da parte dell’Azerbaigian e della Turchia continuano a minacciare la sovranità nazionale. Sui social media e nei media locali vengono pubblicati video che testimoniano i continui bombardamenti dei centri abitati armeni da parte dell’Azerbaigian (come, è successo anche il 13 aprile scorso).

Nel 2000 la mia famiglia ha deciso di trasferirsi in Ucraina in cerca di sicurezza e stabilità. È stata una scelta difficile, ma importante. L’Ucraina è diventata per me una seconda casa, il Paese in cui sono cresciuta, ho studiato e mi sono formata come persona. È un Paese bellissimo, con una storia ricca, persone ospitali e uno spirito forte.

Il 24 febbraio 2022, quando è iniziata la guerra, mi trovavo a Kyiv. Il rumore delle bombe, il caos, la paura mi hanno spinta a lasciare la città.

Per fuggire dalla guerra, mi sono trasferita a ovest, nella regione della Transcarpazia, dove sono rimasta per un mese. È stato un periodo di grande incertezza. Alla fine ho deciso di lasciare l’Ucraina e partire per l’Italia. È stato un viaggio difficile, che mi ha messa alla prova sia fisicamente che emotivamente. È successo tutto così in fretta che la mia vita è cambiata nel giro di poche ore. Ancora oggi cerco di comprendere ciò che è accaduto.

Vivo a Roma da tre anni e il mio processo di adattamento in questo nuovo Paese continua. Sto ancora cercando risposte a molte domande e continuo a crescere come persona. So che l’Armenia, mia terra natale, l’Ucraina, il Paese dove sono cresciuta, e l’Italia, il luogo dove ho trovato rifugio, fanno parte di me.

Tre Paesi, tre identità diverse.

Ognuno di essi ha lasciato un segno dentro di me.

***

Fa più scandalo un container pieno di automobili bloccato sulla banchina di un porto, piuttosto che milioni di persone alle quali viene impedito di raggiungere un luogo sicuro dove ricominciare a vivere.

Davvero le merci sono più importanti delle persone? Purtroppo, gran parte del dibattito pubblico degli ultimi mesi sembra proprio confermarlo. Si parla di dazi e contro dazi per salvare le bilance commerciali, mentre continuano le guerre in Ucraina, in Palestina, in Israele, nella Repubblica Democratica del Congo e si accendono nuovi focolai di quella che Papa Francesco definiva «la terza guerra mondiale a pezzi». Anzi, senza pudore si parla di riarmo, si inaspriscono le politiche di respingimento dei migranti e si complicano le procedure anziché favorire vie legali di accoglienza e di inclusione.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stima in oltre 122 milioni — la metà delle quali minori — le persone nel mondo costrette alla migrazione forzata a causa di guerre, violazioni dei diritti, persecuzioni, disuguaglianze e crisi climatiche. Khanum è una di queste. Con la famiglia ha lasciato l’Armenia e si è stabilita in Ucraina. Poi la guerra e la fuga in Italia.

Khanum ha raccontato la sua storia introducendo l’8 aprile la presentazione del rapporto 2025 del Centro Astalli, il braccio italiano del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, che da quarant’anni è impegnato nell’accompagnare, servire e difendere i diritti di chi è in fuga da violenze e non di rado anche dalla tortura (sul sito www.centroastalli.it il testo integrale del rapporto).

Le persone non sono numeri, ma, quando si parla di fenomeni sociali, i numeri sono persone. Perciò, per affrontare seriamente una questione epocale come quella delle migrazioni, occorre che la politica ritrovi il senso di umanità, guardando gli occhi delle persone e ascoltando la loro storia, come ha sottolineato il cardinale Baldo Reina, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, che ha presentato il rapporto insieme con padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. Oggi, per tutti noi, sono gli occhi e la storia di Khanum. (piero di domenicantonio)

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Eurovision 2025, Israele si scusa con l’Armenia per i commenti satirici (Eurovision 17.05.25)

Dopo le polemiche sorte in seguito ad alcuni commenti satirici pronunciati dai commentatori israeliani durante la seconda semifinale dell’Eurovision 2025, la televisione pubblica israeliana KAN ha inviato una lettera ufficiale di chiarimento alla TV pubblica armena, indirizzata al direttore Hovhannes Movsisyan.

Nel testo, firmato dal Direttore Generale Golan YochpazKAN specifica che lo stile del commento israeliano è tradizionalmente ironico e leggero, ma riconosce che una battuta possa essere stata fraintesa e ritenuta offensiva da parte del pubblico armeno. Ecco cosa si legge nella lettera:

“Durante la trasmissione della seconda semifinale dell’Eurovision, i commentatori hanno fatto alcune battute leggere sulla canzone armena — proprio come fanno con la maggior parte delle esibizioni. Una di queste battute — rivolta esclusivamente alla canzone e non al Paese o al popolo armeno — ha inavvertitamente offeso alcuni membri della comunità armena, e questo non era certamente nelle intenzioni.”

KAN sottolinea poi che:

“Al contrario, in diverse occasioni, i membri della delegazione israeliana hanno evidenziato il legame con la canzone armena e il rapporto caloroso tra le due delegazioni.”

In seguito alle reazioni ricevute, la televisione israeliana si è mossa per chiarire:

“Una volta appreso che il commento era stato percepito come offensivo, il commentatore che lo aveva pronunciato ha rilasciato delle scuse tramite il suo account personale. Inoltre, sarà fornita una precisazione da parte dei commentatori durante la trasmissione di questa sera.”

Il messaggio si chiude con le scuse ufficiali e un augurio alla delegazione armena:

“KAN – la televisione pubblica israeliana – si scusa per il commento satirico. Auguriamo a Parg e a tutta la squadra armena buona fortuna per la serata.”

Questo gesto di distensione arriva in un clima già teso attorno all’Eurovision 2025, con numerose critiche rivolte alla partecipazione di Israele e prese di posizione da diverse emittenti europee. L’intervento diretto di KAN, tuttavia, cerca di ricucire lo strappo con l’Armenia, ribadendo il rispetto reciproco tra le due delegazioni.

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Eurovision. Armenia, sul palco la corsa di Parg in fuga dalle fiamme (RaiNews 17.05.25)

Suk palco la corsa di Parg in fuga dalle fiamme

Un tapis roulant sul palco di Eurovision per Survivor

Parg non si risparmia e, cantando Survivor, rigorosamente a torso nudo, corre su un tapis roulant inseguito dalle fiamme. Il brano è energico e contemporaneo tra pop ed elettronica, ma ha un messaggio universale: guai ad arrendersi, anche quando la vita diventa dura. “Sono stufo delle bugie”, canta PARG, “ma sono ancora qui, con i miei occhiali da sole neri, nella mia zona”. Il pezzo ha sonorità internazionali e una produzione curata da un team multiculturale, tra cui figura anche il produttore londinese Martin Mooradian.

Pargev Vardanyan, in arte PARG, ama la musica italiana. Ha dichiarato di essere cresciuto ascoltando Michael Jackson, i Beatles, ma anche Adriano Celentano, di cui imita lo stile di ballo sin da piccolo. Tra le sue ispirazioni italiane ha citato anche Lucio Corsi, Blanco, Mahmood e Pavarotti. È un grande appassionato di Sanremo, che segue ogni anno.

L’Armenia partecipa all’Eurovision Song Contest dal 2006. Dopo anni di risultati alterni, il ritorno in finale nel 2022 con Snap di Rosa Linn dal successo virale.

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Chi è PARG “SURVIVOR”, finalista Eurovision 2025/ L’Armenia in lizza per la vittoria finale? 

Eurovision, commenti offensivi sulla tv israeliana contro uno dei cantanti

Chi è Parg: canzone Armenia Eurovision 2025 (Novella 2000)

 

Un volto, una storia Dall’Armenia, all’Ucraina e all’Italia Le tre vite di Khanum (L’Osservatore Romano 17.07.25)

di Khanum

Mi chiamo Khanum, sono nata in Armenia, un piccolo e antico Paese del Caucaso meridionale, tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. La civiltà armena è una delle più antiche del mondo.

L’Armenia è stato il primo Paese ad adottare il cristianesimo come religione di Stato, nel 301 dopo Cristo. Ha una storia millenaria e un popolo forte e resiliente, che è sopravvissuto al genocidio del 1915. Il 24 aprile si commemora il 110° anniversario del Genocidio armeno: lo sterminio sistematico del mio popolo organizzato dall’Impero Ottomano: oltre un milione e mezzo di persone furono uccise e centinaia di migliaia divennero rifugiati.

Oggi l’Amenia deve affrontare numerose sfide: nel 2020-2023 la guerra scatenata dall’Azerbaigian contro la popolazione dell’Artsakh (il Nagorno Karabakh) ha costretto 150.000 persone a lasciare le proprie case. Oggi in Artsakh non ci sono più armeni.

I villaggi armeni vengono cancellati dalla faccia della terra, le chiese distrutte, trasformate in moschee o la loro storia viene riscritta, spacciandole per chiese albane o udi.

Inoltre, il Paese si trova ad affrontare gravi difficoltà economiche, mentre gli attacchi da parte dell’Azerbaigian e della Turchia continuano a minacciare la sovranità nazionale. Sui social media e nei media locali vengono pubblicati video che testimoniano i continui bombardamenti dei centri abitati armeni da parte dell’Azerbaigian (come, è successo anche il 13 aprile scorso).

Nel 2000 la mia famiglia ha deciso di trasferirsi in Ucraina in cerca di sicurezza e stabilità. È stata una scelta difficile, ma importante. L’Ucraina è diventata per me una seconda casa, il Paese in cui sono cresciuta, ho studiato e mi sono formata come persona. È un Paese bellissimo, con una storia ricca, persone ospitali e uno spirito forte.

Il 24 febbraio 2022, quando è iniziata la guerra, mi trovavo a Kyiv. Il rumore delle bombe, il caos, la paura mi hanno spinta a lasciare la città.

Per fuggire dalla guerra, mi sono trasferita a ovest, nella regione della Transcarpazia, dove sono rimasta per un mese. È stato un periodo di grande incertezza. Alla fine ho deciso di lasciare l’Ucraina e partire per l’Italia. È stato un viaggio difficile, che mi ha messa alla prova sia fisicamente che emotivamente. È successo tutto così in fretta che la mia vita è cambiata nel giro di poche ore. Ancora oggi cerco di comprendere ciò che è accaduto.

Vivo a Roma da tre anni e il mio processo di adattamento in questo nuovo Paese continua. Sto ancora cercando risposte a molte domande e continuo a crescere come persona. So che l’Armenia, mia terra natale, l’Ucraina, il Paese dove sono cresciuta, e l’Italia, il luogo dove ho trovato rifugio, fanno parte di me.

Tre Paesi, tre identità diverse.

Ognuno di essi ha lasciato un segno dentro di me.

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Fa più scandalo un container pieno di automobili bloccato sulla banchina di un porto, piuttosto che milioni di persone alle quali viene impedito di raggiungere un luogo sicuro dove ricominciare a vivere.

Davvero le merci sono più importanti delle persone? Purtroppo, gran parte del dibattito pubblico degli ultimi mesi sembra proprio confermarlo. Si parla di dazi e contro dazi per salvare le bilance commerciali, mentre continuano le guerre in Ucraina, in Palestina, in Israele, nella Repubblica Democratica del Congo e si accendono nuovi focolai di quella che Papa Francesco definiva «la terza guerra mondiale a pezzi». Anzi, senza pudore si parla di riarmo, si inaspriscono le politiche di respingimento dei migranti e si complicano le procedure anziché favorire vie legali di accoglienza e di inclusione.

L’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stima in oltre 122 milioni — la metà delle quali minori — le persone nel mondo costrette alla migrazione forzata a causa di guerre, violazioni dei diritti, persecuzioni, disuguaglianze e crisi climatiche. Khanum è una di queste. Con la famiglia ha lasciato l’Armenia e si è stabilita in Ucraina. Poi la guerra e la fuga in Italia.

Khanum ha raccontato la sua storia introducendo l’8 aprile la presentazione del rapporto 2025 del Centro Astalli, il braccio italiano del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, che da quarant’anni è impegnato nell’accompagnare, servire e difendere i diritti di chi è in fuga da violenze e non di rado anche dalla tortura (sul sito www.centroastalli.it il testo integrale del rapporto).

Le persone non sono numeri, ma, quando si parla di fenomeni sociali, i numeri sono persone. Perciò, per affrontare seriamente una questione epocale come quella delle migrazioni, occorre che la politica ritrovi il senso di umanità, guardando gli occhi delle persone e ascoltando la loro storia, come ha sottolineato il cardinale Baldo Reina, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, che ha presentato il rapporto insieme con padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli. Oggi, per tutti noi, sono gli occhi e la storia di Khanum. (piero di domenicantonio)

Armenia-Azerbaigian: von der Leyen-Costa, positivo accordo trattato di pace, presto firma (Agenzia Nova 16.05.25)

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, si sono congratulati con il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev, per aver portato a termine la finalizzazione del trattato di pace tra i due Paesi. Lo rendono noto i due vertici Ue, in un messaggio su X. “È un grande passo avanti. E non vediamo l’ora di vedere la sua firma rapidamente”, hanno sottolineato von der Leyen e Costa. “L’Ue è disposta a investire nella connettività regionale e ad avvicinare l’intera Regione della nostra Unione”, hanno concluso.


Vertici Ue si congratulano per la pace tra Armenia e Azerbaigian (Ansa)

Armenia e Azerbaijan: tregua fragile, diplomazia energetica e sfide geopolitiche. (Geopolitica.info)