Così la nostra rivoluzione di velluto cambierà l’Armenia (Eastwest.eu 21.12.18)

«L’abbiamo fatta noi la rivoluzione, senza l’aiuto di nessuno», rivendica Lena Nazaryan, esponente di punta di “Il mio passo”, che ha stravinto le prime elezioni in Armenia dopo la rivolta di piazza. E punta ora a smantellare le basi del sistema oligarchico. Senza perdere la bussola tra Ue e Russia

Yerevan – Come previsto, le elezioni anticipate tenutesi il 9 dicembre in Armenia hanno dato una maggioranza costituzionale a Il mio passo (70,42%), il movimento del primo ministro Nikol Pashinyan, in carica da maggio. La sua ascesa al potere è il frutto della “rivoluzione di velluto”, la grande rivolta popolare, andata in scena nei mesi di aprile e maggio, che ha spezzato il monopolio ventennale del Partito repubblicano, segnato dalla corruzione permanente e dal rapporto stretto con le oligarchie economiche.


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Davanti alle proteste di massa, i repubblicani, la cui macchina partitica si è sovrapposta nel corso degli anni a quella dello Stato, hanno preferito fare il passo indietro. Serzh Sargsyan, il loro uomo forte, ex presidente, poi insediatosi come primo ministro al termine del secondo mandato (e questo è stato il casus belli della protesta), si è dimesso lasciando che Nikol Pashinyan fosse nominato alla guida del governo. In questi mesi, il leader della rivoluzione ha governato senza una vera maggioranza, con margini stretti. Così ha convocato le elezioni anticipate, per capitalizzare l’entusiasmo per la rivoluzione e riscuotere il plebiscito.

All’indomani delle elezioni del 9 dicembre abbiamo incontrato insieme a colleghi di altre testate europee Lena Nazaryan, esponente di primissimo piano di “Il mio passo”, terza nella lista elettorale del partito, dopo Pashinyan e il primo vice premier Ararat Mirzoyan. Un colloquio a 360 gradi sulla politica armena, sui progetti per cambiare il Paese e su altri temi, questioni internazionali incl

Il vostro partito ha ottenuto un risultato notevole. I repubblicani sono fuori dal Parlamento. Le altre due uniche forze che saranno rappresentate sono Armenia prospera e Armenia luminosa, che nei mesi scorsi hanno appoggiato la protesta. Sarà un Parlamento senza opposizione?

«Questi due partiti hanno sostenuto i valori della rivoluzione e hanno combattuto insieme a noi il fenomeno atroce della corruzione. Sono inoltre impegnati, anche qui come noi, nella lotta alla povertà (il 30% degli armeni vive al di sotto della soglia di povertà, nda). Non c’è nulla di strano se abbiamo la stessa agenda. Ma è anche naturale che, dopo la prima fase della rivoluzione, ci si divida. Noi al governo, loro all’opposizione». Vedi mappa

Che tipo di partito è il vostro? Che orientamento ideologico ha?

«Non abbiamo dato mai enfasi alla direzione ideologica da assumere. Abbiamo sempre detto che ci collochiamo oltre le linee delle vecchie ideologie, perché nel mondo di oggi le ideologie sono svanite. Nel partito ci sono persone che hanno valori riferibili alle dottrine liberale, conservatrice e socialdemocratica».

Lei a quale vecchia famiglia politica si sente vicina?

«Direi socialdemocratica».

Come farete a conciliare queste visioni e sensibilità tra loro diverse?

«Gli approcci ai vari temi che si vuole affrontare sono logicamente differenti, ma alla fine sono convinta che ci comporteremo come una forza politica coesa. Bisogna discutere tra di noi e formulare un piano razionale per ogni dato fenomeno. Ci sono questioni in cui occorre essere più conservatori, altre in cui dobbiamo essere socialisti, altre ancora dove deve prevalere una soluzione liberale».

Ci fa un esempio di un campo in cui dovrete essere socialdemocratici?

«L’economia. Prima della rivoluzione, il sistema economico dipendeva da quello politico. Ogni sfera dell’economia era corrotta. Oligarchi e politica detenevano il monopolio sugli investimenti, sul commercio e su molte altre cose. Chi faceva parte di questo sistema si è arricchito moltissimo, comprimendo le possibilità di crescita per il resto della società. Ora noi vogliamo che le opportunità siano per tutti. Vogliamo dare vantaggi a chi ha sofferto per via delle precedenti politiche, in particolare le piccole aziende. Pensiamo di tagliare le tasse, del tutto, per quelle che non superano una certa soglia di fatturato (si discute di porre a 400 euro mensili il netto, nda)».

Azzerare le tasse potrebbe anche sembrare una politica liberista, non trova?

«No, al contrario: se fossimo soltanto liberisti, taglieremmo le tasse e la storia finirebbe lì. Qui invece il progetto è quello di alleviare il carico fiscale per dare opportunità a chi prima non ne aveva, perché le risorse erano concentrate nelle mani di chi era parte del sistema. Stiamo in sostanza redistribuendo risorse».

Gli oligarchi hanno dominato a lungo l’economia. Non spariranno certo dalla scena. Intendete regolare i conti con loro?

«Non toglieremo agli oligarchi le loro proprietà, lo abbiamo detto dall’inizio. Non possiamo farlo, non è legale. Però ci sarà un ricalcolo sulle tasse. Ciò che non è stato versato verrà restituito. Questo processo è già in corso. Ovviamente, bisognerà sempre dimostrare con prove certe e basi legali ogni evasione, ogni illecito. C’è poi l’idea che chi in passato si è arricchito illegalmente possa restituire qualcosa allo Stato. L’ex capo delle dogane, Armen Avetysian, ha per esempio donato un hotel (il Golden Palace resort, tra Erevan e il lago Sevan, valore 10-15 milioni di dollari, nda). Ci sarebbero le prove che fu edificato in modo improprio. Infine, puntiamo sulla creazione di un’agenzia anti-corruzione con tre funzioni: prevenzione, educazione e poteri investigativi».

Farete qualcosa anche per i lavoratori?

«In Armenia esistono i sindacati e ci sono leggi che ne regolano l’attività. Ma nel complesso i sindacati non funzionano come dovrebbero e i diritti dei lavoratori non risultato protetti. Ciò avviene perché le imprese non li mettono a contratto, per non pagare tasse. Dobbiamo modificare o rafforzare le regole sui sindacati e sul lavoro. Pensiamo anche di alleggerire la quota di contributi a carico del lavoratore»

Avete in mente qualche altro intervento sociale?

«Sì, la nostra intenzione è che la sanità sia pubblica, per lo meno per quelle terapie necessarie per la cura di malattie gravi. Per esempio, al momento le famiglie dei bambini malati di tumore sono costrette a pagare una serie di farmaci necessarie per le cure, dieci in tutto. Noi li renderemo gratuiti. Li pagherà lo Stato».

L’Armenia è una società molto conservatrice e voi avete già detto che nei confronti della comunità Lgbt non ci saranno aperture. È questo uno dei casi in cui sarete conservatori?

«Rispettiamo le libertà e i diritti di tutti, non approveremo mai leggi discriminatorie nei confronti di certi gruppi. Però è vero che certi temi possono creare disaccordo e noi non vogliamo che la solidarietà ora presente nella nostra società sia compromessa da certe discussioni. Ricordo inoltre che i nostri avversari, durante la campagna elettorale, hanno usato strumentalmente questo tema per attaccarci, sostenendo che noi vogliamo concedere diritti, per legge, alla comunità Lgbt».

Quindi se la comunità Lgbt chiedesse di organizzare un gay pride vi opporreste? «Probabilmente sì. Anche alla luce di quanto successo anni fa in Georgia, quando ci fu una marcia gay. La gente e alcuni preti ortodossi attaccarono i partecipanti. Non vogliamo minimamente che questo accada. Se permettessimo una marcia, migliaia di persone si radunerebbero in piazza chiedendoci di vietare queste iniziative. È una questione di tempo. La nostra società non è ancora pronta per queste cose. Noi, a ogni modo, non discrimineremo nessuno».

L’Armenia è un Paese molto legato alla Russia, con la quale ha accordi commerciali militari, che Pashinyan non ha intenzione di mettere in discussione. Però il Paese vanta buoni rapporti anche con l’Unione Europea…

«Sia i giornalisti occidentali che quelli russi, quando pongono questo tema, lasciano come intendere, mi sembra, di non credere all’autenticità della rivoluzione. Ma per davvero: l’abbiamo fatta noi, senza l’aiuto di nessuno!».

Non lo mettiamo in dubbio. Vorremo però sapere se la partnership con l’Unione Europea, firmata nel 2015 dal precedente governo, verrà sviluppata? Fa parte del vostro programma?

«Puntiamo certamente a dare attuazione a quegli accordi con l’Ue. Non escludiamo, inoltre, che le relazioni con l’Europa vengano ulteriormente approfondite, con la negoziazione di nuove intese in campi quali cultura e istruzione».

La Turchia sostiene l’Azerbaigian, con il quale resta aperta la questione del Nagorno-Karabakh, fazzoletto di terra armeno situato all’interno dei confini azeri, per il quale l’Armenia combatté una guerra negli anni ’90, vincendola. Che prospettive ci sono, in termini diplomatici, sia con Ankara che con Baku, con le quali non avete relazioni?

«Abbiamo già detto che siamo pronti ad aprire il confine con la Turchia, senza porre condizioni. Se ciò accadesse, si creerebbero grandi opportunità. Per quanto riguarda l’Azerbaigian, come si sa la situazione non è buona. Ma Pashinyan e il presidente azero Ilham Alyev si sono di recente accordati per garantire un effettivo cessate il fuoco lungo la frontiera tra Nagorno-Karabakh e Azerbaigian. E l’accordo tiene, per ora. Quanto ai negoziati di pace sul Nagorno-Karabakh, per noi è importante che il governo locale (il Nagorno-Karabakh è uno stato de facto, nda) torni al tavolo dei negoziati, come accadeva anni fa, prima che il secondo presidente dell’Armenia, Robert Kocharyan, decidesse di rappresentare direttamente gli interessi del Nagorno-Karabakh. Crediamo che non si possano prendere decisioni senza la sua partecipazione. In questo, vogliamo operare una rottura con la prassi degli ultimi anni».

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