Dadivank, Baku accusa gli Armeni di «furto» e invoca l’Interpol per i khachkar messi in salvo (Korazym 23.09.26)
Ora l’Azerbaigian vuole ottenere la restituzione di beni del monastero armeno di Dadivank, nell’Artsakh occupato, accusando gli Armeni di averli «rubati». Secondo Sabina Hajiyeva, responsabile del Servizio statale azero per la protezione, lo sviluppo e il restauro del patrimonio culturale, il 9 ottobre 2025 informazioni relative ad affreschi e khachkar, le croci di pietra armene, sarebbero state inserite nella banca dati delle opere d’arte rubate dell’Interpol.
Hajiyeva sostiene che, prima di lasciare Karvachar dopo la guerra del 2020, gli Armeni abbiano portato in Armenia croci, campane e altri oggetti ecclesiastici, staccando anche affreschi dalle pareti. È un’accusa formulata dalle autorità azere: la dichiarazione pubblicata dall’agenzia APA non identifica pubblicamente i singoli beni segnalati, né presenta elementi che permettano di verificare per ciascuno le circostanze della rimozione.
Che cosa accadde nel novembre 2020
La vicenda dei khachkar non comincia con la dichiarazione di Hajiyeva. Il 14 novembre 2020, mentre si avvicinava il passaggio di Karvachar sotto il controllo azero, la Santa Sede di Etchmiadzin annunciò che alcune celebri croci di pietra erano state rimosse per preservare il patrimonio spirituale e culturale del monastero. Nella stessa comunicazione riferì che Dadivank era passato sotto il controllo delle forze russe di mantenimento della pace e che il santuario, in quel momento, non era in pericolo.
Ne riferimmo il 14 novembre 2020 e tornammo sulla protezione russa di Dadivank due giorni dopo. Quel contesto è decisivo: i religiosi armenirimasero nel monastero e vi continuarono le celebrazioni sotto la protezione dei militari russi. Non si trattò dunque di un edificio semplicemente «svuotato» dagli Armeni prima del loro allontanamento, come potrebbe far pensare il racconto di Baku. La presenza religiosa armena terminò dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e lo sfollamento della popolazione dell’Artsakh. Il contingente russo lasciò la regione nel 2024.
La comunicazione di Etchmiadzin documenta la rimozione a scopo di salvaguardia di alcuni khachkar. Da sola non consente di stabilire che cosa sia accaduto a ogni affresco o a ciascun altro oggetto oggi menzionato da Hajiyeva. Proprio per questo occorrono un inventario verificabile dei beni, la documentazione del loro stato precedente e successivo al 2020 e un esame indipendente delle circostanze in cui furono rimossi.






Dopo il ritorno degli Armeni a Karvachar negli anni Novanta, Padre Hovhannisian si era impegnato a ripulire, restaurare e restituire al culto il complesso. Nel novembre 2020 cercò veicoli e volontari per trasferire a Erevan alcuni beni mobili, tra cui le campane (seconda foto) e i kachkar gemelli (terza foto). «Ma la cosa più importante: il monastero non può essere spostato», osservò.
Che cosa significa la segnalazione all’Interpol
La banca dati dell’Interpol raccoglie descrizioni e immagini di beni segnalati come rubati o scomparsi. Secondo l’organizzazione, i Paesi trasmettono le informazioni e i suoi esperti inseriscono quelle provenienti da soggetti autorizzati. L’Interpol precisa inoltre che nel registro entrano soltanto oggetti identificabili.
L’eventuale presenza dei beni nel registro va presa sul serio, ma non equivale a una decisione che accerti un furto o attribuisca definitivamente la proprietà all’Azerbaigian. Per valutare la pretesa di restituzione occorre conoscere le schede relative ai singoli oggetti e affrontare la questione che la dichiarazione azera omette: perché la Chiesa armena ritenne necessario mettere in salvo parte del patrimonio di Dadivank mentre il monastero stava per passare sotto il controllo di Baku.
Il patrimonio e la sua identità
Dadivank conserva iscrizioni armene, affreschi e khachkar che testimoniano la sua storia religiosa e culturale. La nuova accusa si colloca inoltre nel quadro della campagna con cui le autorità azere presentano il monastero, come anche Gandzasar, quale monumento dell’«Albania caucasica», contestandone l’identità armena. Abbiamo seguito le recenti dichiarazioni su Gandzasar e l’uso politico di quella narrazione.
La domanda alla quale Baku deve rispondere riguarda anche i beni rimasti a Dadivank: chi può esaminarli oggi, documentarne lo stato e verificare che iscrizioni, affreschi e croci di pietra siano conservati senza alterazioni? Un accesso effettivo agli esperti indipendenti e alla Chiesa apostolica armena, cui il monastero appartiene per storia e culto, darebbe a questa controversia fatti controllabili, anziché un’altra accusa contro gli Armeni espulsi dall’Artsakh.
La comunicazione della Santa Sede di Etchmiadzin conferma la messa in salvo di alcuni khachkar. Non abbiamo trovato una documentazione pubblica equivalente che permetta di verificare la rimozione degli affreschi descritta da Hajiyeva. Anche l’inserimento delle singole schede nella banca dati dell’Interpol resta, allo stato delle fonti consultabili, un’affermazione dell’autorità azera.
