Dopo il Nagorno-Karabakh è la volta dell’Armenia? (Oasicenter 28.11.23)

Venuto meno il tradizionale legame con Mosca, Erevan si è trovata sola di fronte a un Azerbaigian che negli ultimi anni ha raggiunto un’enorme superiorità economica, presto divenuta anche militare. Oggi è necessario che la sicurezza dell’Armenia, non più fornita dalla Russia, sia garantita in forma nuova

Ultimo aggiornamento: 28/11/2023 10:59:18

La lunga contesa tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh si è conclusa nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale, la cui attenzione principale è rivolta al perdurante conflitto russo-ucraino e alla ripresa devastante di quello israelo-palestinese. Eppure, la sorte di questa regione, che ha avuto un ruolo quanto mai importante nella storia dell’Armenia[1], meriterebbe maggiore attenzione, in primo luogo per la sua tragica irreversibilità. Abitato in larga maggioranza da armeni, ma collocato negli anni ’20 all’interno dell’Azerbaigian dalle autorità sovietiche[2], dopo il crollo dell’URSS il Nagorno-Karabakh riuscì con una guerra vittoriosa a rendersi indipendente de facto nel 1994, occupando anche alcuni territori circostanti etnicamente azeri. Si creò così una repubblica indipendente, non riconosciuta peraltro a livello internazionale, che riprese l’antica denominazione armena della regione, Artsakh[3].

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In questo conflitto si sono scontrati due principi giuridici, quello dell’integrità territoriale degli Stati e quello dell’autodeterminazione dei popoli. Confidando nella protezione di Mosca, alla cui sfera politica, economica e di sicurezza Erevan è rimasta a lungo vicina (entrando anche a far parte dell’alleanza militare a guida russa, la CSTO), gli armeni non hanno accettato una soluzione di compromesso alla quale il Gruppo di Minsk dell’OSCE ha lavorato invano per decenni. Un’intransigenza condivisa dagli azeri, che però in tutto questo tempo hanno sfruttato appieno le notevoli risorse energetiche del loro Paese per conseguire una enorme superiorità economica, presto divenuta anche militare. La questione irrisolta del Nagorno-Karabakh ha pesato notevolmente sull’Armenia, che per circa vent’anni ha visto al potere politici provenienti da questa regione contesa, prima Robert Kocharyan e poi Serzh Sargsyan[4].

 

Il forte legame con Mosca ha costituito per decenni una garanzia di sicurezza per l’Armenia nei confronti dei suoi vicini ostili: l’Azerbaigian, ma anche la Turchia, erede dell’Impero ottomano, che perpetrò nel 1915 il genocidio degli armeni, mai riconosciuto da Ankara. Il momento di svolta della decennale contesa per il Nagorno-Karabakh deve essere visto nella cosiddetta “rivoluzione di velluto” del 2018, che ha portato al potere in Armenia un nuovo leader, Nikol Pashinyan, meno legato alla tradizionale alleanza con la Russia e rivolto piuttosto verso l’Occidente[5]. La modalità stessa, «dal basso», del cambiamento politico in Armenia è stata poco apprezzata dal Cremlino. La diffidenza nei confronti del nuovo corso di Erevan può spiegare anche l’atteggiamento della Russia in occasione del conflitto scatenato il 27 settembre 2020 dall’Azerbaigian contro il Nagorno-Karabakh con il sostegno politico e militare della Turchia. Per più di un mese, infatti, Mosca non accolse le pressanti richieste di intervento provenienti da Pashinyan, ma intervenne solo il 10 novembre 2020, quando l’Azerbaigian era ormai vittorioso, imponendo un accordo che costrinse gli armeni a cedere non solo tutti i distretti azeri occupati nel corso del precedente conflitto, ma anche il 40% circa del territorio del Nagorno-Karabakh vero e proprio. Forze russe di interposizione russe vennero poste a protezione degli armeni della regione, almeno sino alla scadenza dell’accordo nel 2025. L’Armenia, inoltre, si impegnò a fornire sul suo territorio meridionale un “corridoio” di trasporto tra l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhichevan, una regione dell’Armenia storica attribuita anch’essa negli anni ’20 del Novecento all’Azerbaigian dalle autorità sovietiche.

 

Il mancato intervento russo può essere spiegato con il fatto che l’aggressione azera non aveva colpito la repubblica d’Armenia, ma il Nagorno-Karabakh, che dal punto di vista giuridico appartiene all’Azerbaigian in seguito alla più che discutibile “scelta” di epoca sovietica. Questa giustificazione non vale però per l’inazione russa degli anni successivi, quando Baku ha impunemente attaccato più volte il territorio della repubblica d’Armenia, occupando al suo interno piccoli territori strategici senza che Mosca intervenisse a protezione dell’alleato. Il disimpegno russo si è manifestato anche quando – nel dicembre del 2022 – l’Azerbaigian ha imposto al Nagorno-Karabakh un blocco completo che ha privato per molti mesi la popolazione armena di rifornimenti alimentari, energetici e medicinali.

Di fronte al venir meno della tradizionale protezione russa, gli armeni hanno cercato nuove strade, rivolgendosi in particolare all’Unione Europea, che si è mostrata sensibile a questa richiesta di aiuto e ha inviato a marzo del 2023 una missione disarmata sul confine armeno a monitorare le azioni dell’Azerbaigian. Una novità di rilievo, ma del tutto inefficace, come ha mostrato il nuovo attacco portato da Baku nel settembre di quest’anno, non casualmente proprio nei giorni in cui aveva luogo un’improvvida esercitazione militare congiunta armeno-americana che Mosca ha evidentemente percepito come una provocazione. La resistenza degli armeni del Nagorno-Karabakh è stata pertanto spezzata senza che la Russia intervenisse[6].

In seguito a questa aggressione, condannata da alcuni Paesi occidentali (USA, Francia, Germania, non l’Italia)[7], l’intera popolazione armena ha lasciato per sempre la regione, cosa del tutto comprensibile viste le ferite prodotte dagli oltre trent’anni di conflitto con l’Azerbaigian e la completa assenza da parte di Baku di ogni garanzia di autonomia e di sicurezza per le numerose persone coinvolte in questo periodo nella gestione politica e militare della repubblica di Artsakh, ormai dissoltasi. Del resto, benché in Occidente – e in Italia in particolare – si presti poca o nessuna attenzione alla questione, l’Azerbaigian si trova agli ultimi posti di tutte le classifiche internazionali per quel che riguarda le libertà politiche e culturali. Il completo esodo della popolazione armena rende tra l’altro possibile che Baku replichi nel Nagorno-Karabakh la politica di genocidio culturale perpetrata nel Nakhichevan, dove l’intero patrimonio artistico armeno (decine di chiese e migliaia di khachkar, le croci di pietra così caratteristiche dell’arte di questo popolo) è stato distrutto negli ultimi decenni[8].

Tuttavia, per quanto doloroso sia il destino del Nagorno-Karabakh, a preoccupare oggi è la stessa sorte dell’Armenia. Stretta tra due Paesi ostili e ben più forti come la Turchia e l’Azerbaigian, l’Armenia si trova in una situazione geopolitica quanto mai difficile. Nell’incontro del 25 settembre di quest’anno, avvenuto non a caso proprio nel Nakhichevan, Aliev e Baku hanno rilanciato l’idea di creare un collegamento terrestre tra Azerbaigian e Turchia attraverso il territorio armeno. Questo punto era in effetti contemplato, sia pure in maniera poco chiara, nell’accordo che aveva posto fine al conflitto nel 2020, ma faceva parte di uno schema che comprendeva il Nagorno-Karabakh. Adesso che questa regione non esiste più, il progetto di un “corridoio” costituisce evidentemente uno sviluppo quanto mai minaccioso verso l’Armenia. Si deve in effetti tener presente che Baku propone in maniera sempre più aggressiva un discorso pseudo-storico, che rivendica come proprio gran parte del territorio armeno, definito “Azerbaigian occidentale”[9]. È evidente che la liberazione delle “terre occupate dagli armeni” potrebbe avvenire solo sterminando o scacciando questi ultimi i quali – occorre ricordarlo? – hanno già subito tale destino da parte dei Giovani Turchi nel genocidio del 1915, mai riconosciuto da Ankara[10]. In effetti l’aggressivo espansionismo di Baku verso l’Armenia ha un carattere potenzialmente genocidario, ma viene ignorato da molti Paesi, incluso il nostro, che traggono ampi vantaggi dalla collaborazione energetica con l’Azerbaigian.

A prescindere dalla valutazione della rischiosa linea politica filo-occidentale seguita negli ultimi anni dalla dirigenza di Erevan, si è senza dubbio creata una situazione nella quale la stessa esistenza della repubblica d’Armenia appare minacciata. Anche se la Russia continua per ora a mantenere una base militare al confine armeno-turco e l’Iran invita Baku a non usare la forza contro l’Armenia, questo Paese si trova oggi sostanzialmente solo di fronte a un Azerbaigian strapotente che potrebbe decidere di sfruttare la situazione favorevole potendo tra l’altro contare sul sostegno della Turchia.

Alla luce di questa situazione pericolosa sarebbe assolutamente necessario che la sicurezza dell’Armenia, non più fornita dalla Russia, venisse garantita in forma nuova. In primo luogo, da Stati Uniti ed Unione Europea, certo. Ma, nonostante gli appelli rivolti da Washington, Parigi e Berlino a Baku perché rispetti l’integrità territoriale dell’Armenia, si fatica a immaginare che in caso di aggressione questo Stato possa ricevere un sostegno occidentale paragonabile a quello che si è prodotto in difesa dell’Ucraina. L’intera comunità internazionale dovrebbe in effetti farsi carico del destino di un Paese e di un popolo molte volte duramente colpiti dalla storia. Il primo passo in questa direzione sarebbe affrontare con fermezza l’Azerbaigian, imponendogli di rispettare l’integrità territoriale dell’Armenia e preservare il grande patrimonio culturale abbandonato dagli armeni fuggiti dal Nagorno-Karabakh.

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