“E dal cielo caddero tre mele” di Narine Abgarjan: l’importanza della memoria ed il culto dei morti (oubliettemagazine 17.02.20)

Ma non è di questo che volevo scrivere; volevo scrivere di come esattamente un anno e un mese prima, un venerdì, subito dopo mezzogiorno, con il sole che aveva scavalcato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si era coricata per prepararsi a morire senza immaginarsi la felicità che l’attendeva, una felicità che era poi arrivata, che ora respirava soave e piena d’amore accanto a lei, e che così avrebbe fatto a lungo e magari anche per sempre, mentre la notte-maga avrebbe difeso la sua gioia facendole rotolare le mele che, come vuole la leggenda di Maran, avrebbe fatto cadere per lei dal cielo: una per chi ha visto, una per chi ha saputo raccontare e una per chi ha ascoltato e ha creduto nel bene del mondo”.

E dal cielo caddero tre mele
E dal cielo caddero tre mele

È questo il passaggio conclusivo del bellissimo romanzo E dal cielo caddero tre mele” della scrittrice armena Narine Abgarjan e pubblicato in Italia da Francesco Brioschi Editore per la collana “Gli Altri”.

La storia, sospesa fra realtà e fantasia, si svolge a Maran, minuscolo villaggio arroccato sui monti armeni, difficile da raggiungere e ormai destinato all’abbandono.

Non ci sono giovani a Maran, sono tutti andati via, chi alla ricerca di un “mondo altro” chi all’altro mondo, vittime di guerre e carestie.

Sono rimasti solo i vecchi, guardiani di tradizioni secolari, che ne scandiscono le vite fra lavori nei campi, allevamento delle bestie e ricordi di un passato che ormai è sparito per sempre.

A Maran erano rimasti solo i vecchi che non avevano voluto lasciare la terra in cui riposavano i loro avi”.

E il culto dei morti, il rispetto per le anime dei cari accompagna il lettore pagina dopo pagina. L’importanza della memoria che però a Maran non aveva destinatari, mancando quelle giovani generazioni a cui tramandare il passato.

Anatolija ha raggiunto quasi sessant’anni, la sua vita è stata un susseguirsi di lutti, di dolori, di lacrime. Non ha avuto la gioia di un figlio, ma solo la sofferenza di un matrimonio con un uomo violento e crudele. Ha solo voglia di morire, e perciò si mette a letto in attesa che la morte venga a prendersela.

Nel ripercorrere la sua vita Anatolija si rende conto che l’unica gioia che ha avuto è stata la lettura, lei che era stata per anni la bibliotecaria del villaggio, aveva dedicato a quel luogo la sua esistenza, curando quei libri come fossero bambini.

L’unico rifugio in quella sua vita buia diventò leggere. I primi anni, con la biblioteca sempre deserta, Anatolija consacrò alla lettura ogni istante che trascorreva al lavoro. Piano piano, grazie a un gusto innato e a un ottimo fiuto, imparò a distinguere i bei libri da quelli brutti e si innamorò dei classici russi e francesi; non del conte Tolstoj, però, che dopo Anna Karenina prese in un odio tenace e senza appello. Siccome trattava i personaggi femminili con insopportabile supponenza e freddezza, Anatolija decise che era un despota e un tiranno e, per non arrabbiarsi ogni momento trovandoselo davanti, nascose tutti i suoi libri là dove non arriva a vederli. Sfiancata dalle vessazioni del marito, non aveva alcuna intenzione di rassegnarsi ad analoghi soprusi nelle pagine dei libri”.

I libri diventano per Anatolija rifugio e redenzione, riparo da un marito violento e rinascita alla vita che troppo le aveva tolto.

Dopo le avversità naturali che, oltre a uccidere molti compaesani, hanno distrutto la biblioteca, ad Anatolija non resta che mettersi in attesa della morte. Nemmeno Jasaman e Ovanes, i suoi più cari amici, riescono a distoglierla da questo intento. La donna è determinata a morire.

A Maran nessuno osava cullare la speranza di vedere giorni migliori. Il paese si limitava a vivere mestamente come una condanna, il tempo che gli restava e Anatolija con lui”.

Ma questo suo piano verrà mandato in aria da Vasilij, un uomo del paese destinato ad una vecchiaia di solitudine se non fosse per le trame degli altri vecchi del villaggio.

Vasilij ha vissuto una vita costellata di dolori, la morte della madre, le sofferenze del fratello Akop che prevedeva le sciagure e le morti e ne soffriva terribili crisi, la morte dei tre figli in guerra e poi quella della moglie, impazzita di dolore. Vorrebbe solo dedicarsi al suo lavoro e alle sue bestie, ma i suoi compaesani lo convincono a prendere in moglie Anatolija, ormai rimasta sola anche lei.

All’inizio la donna non comprende la ragione per cui Vasilij ha iniziato a gironzolare intorno a casa sua, in paese si conoscono tutti, “erano tanti libri aperti… e se si interessavano gli uni degli altri era per affetto, per buon vicinato e niente più”.

Ma le visite di Vasilij presto rivelano un altro fine e senza andare troppo per le lunghe l’uomo chiede ad Anatolija se vuole sposarlo. E con sua sorpresa, Anatolija accetta, tramando in segreto di rimangiarsi presto la parola data.

Ma non ce la fa e sebbene contrariata – “Questi non mi fanno morire in pace” è il suo pensiero ricorrente – si sposa con Vasilij, scoprendo giorno dopo giorno un rapporto del tutto diverso da quello che aveva avuto con il precedente marito.

Narine Abgarjan
Narine Abgarjan

La premura, le attenzioni, la gentilezza di Vasilij le provocano smarrimento, Anatolija non era preparata alla bellezza, alla cura, in altre parole all’amore. E la sua vita sembra rinascere. Due vite destinate alla solitudine, si trovano, si prendono per mano e si accompagnano sul viale del tramonto.

Intorno alle figure principali di Anatolija e Vasilij, ruotano molti altri protagonisti del romanzo, parenti e amici che popolano con le loro storie personali la vita del villaggio. Ognuno di loro porta un pezzo di storia sulle spalle, in un intreccio interpersonale che ricompone il mosaico della pacifica e coesa convivenza del piccolo paese sulle montagne armene.

La penna di Narine Abgarjan ci cattura con la sua leggerezza, sospendendo la trama fra la cronaca dura e spietata di queste vite estreme, e la magia dei sogni, delle visite dei cari defunti, di notti stellate che parlano di passato e di futuro insieme.

È un libro che ci insegna molto sulla capacità di rinascita, di una resurrezione continua di cui la vita ci fa dono. Come la popolazione di Maran, e più in generale dell’Armenia, vessata da guerre sanguinose, carestie, cataclismi, ogni volta in grado di rialzarsi e ricominciare da capo.

Come Anatolija e Vasilij, provati dai lutti, dalle sofferenze e insieme capaci di guardare al futuro, con il più bel dono che la vita può fare. Un dono che scopriremo nel finale del libro come una grande sorpresa, che ci lascerà increduli e fiduciosi, vibranti di vita e di speranza.

 

Written by Beatrice Tauro

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