«I nostri diritti sono inalienabili». A Erevan l’Artsakh rivendica il ritorno, la continuità delle istituzioni e il diritto al futuro (Korazym 03.09.26)

«Ora non parliamo dalla nostra patria, ma questo non significa che non abbiamo il diritto di parlare a nome della nostra patria». È probabilmente questa la frase che meglio riassume il significato della cerimonia svoltasi ieri, 2 settembre 2026, presso la Rappresentanza della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh a Erevan, nel 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza.

Il 1° settembre avevamo annunciato gli eventi previsti nella capitale armena. Ieri abbiamo ricordato il cammino storico, politico e identitario dell’Artsakh, dalla proclamazione del 2 settembre 1991 fino all’occupazione azera del settembre 2023 e allo sfollamento forzato della popolazione armena [*].

Le celebrazioni di Erevan aggiungono ora un elemento essenziale: la rivendicazione di una continuità politica, istituzionale e giuridica che l’assenza forzata dalla propria terra non può cancellare.

Una proclamazione fondata su un percorso giuridico e democratico

La continuità rivendicata oggi dalle istituzioni dell’Artsakh richiama il percorso attraverso il quale nacque la Repubblica di Nagorno-Karabakh, poi denominata Repubblica di Artsakh. Non si trattò di un singolo atto improvviso, ma di un processo articolato in tre passaggi: la proclamazione del 2 settembre 1991, il referendum popolare del 10 dicembre e la Dichiarazione d’indipendenza statale approvata il 6 gennaio 1992 dal Parlamento eletto. Il primo atto fu adottato congiuntamente dai Consigli dei deputati del popolo dell’Oblast Autonomo del Nagorno-Karabakh e del Distretto di Shahumyan, mentre l’Unione Sovietica era ancora formalmente esistente e l’Azerbaigian aveva già avviato il proprio distacco dall’URSS. La parte armena fondò quella decisione anche sulla legge sovietica del 3 aprile 1990, che, in caso di secessione di una Repubblica federata, prevedeva una distinta determinazione dello status per le entità autonome e per le comunità nazionali insediate in modo compatto. Nel referendum, organizzato in 81 circoscrizioni con schede in armeno, azero e russo, e boicottato dalla popolazione azera su indicazione di Baku, il 99,89 per cento dei votanti si espresse a favore dell’indipendenza. Seguirono le elezioni parlamentari del 28 dicembre 1991 e, il 6 gennaio 1992, la Dichiarazione d’indipendenza statale. Questi atti non produssero un riconoscimento internazionale della Repubblica autoproclamata, ma costituirono la base giuridica e democratica sulla quale il popolo dell’Artsakh costruì per oltre trent’anni le proprie istituzioni. È anche per questo che, secondo i suoi rappresentanti oggi, la sconfitta militare, l’occupazione del territorio e lo sfollamento forzato della popolazione non possono essere trasformati retroattivamente nella cancellazione di quel percorso e dei diritti che esso intendeva esercitare.

Le celebrazioni di ieri a Erevan hanno riportato al centro proprio questa eredità, aggiungendovi un elemento essenziale: la rivendicazione di una continuità politica, istituzionale e giuridica che l’assenza forzata dalla propria terra non può cancellare.

«Lo sfollamento forzato non priva un popolo dei suoi diritti»

La cerimonia presso la Rappresentanza della Repubblica di Artsakh si è aperta con l’esecuzione degli inni nazionali dell’Armenia e dell’Artsakh, seguita dalla preghiera di benedizione pronunciata da Padre Hovhannes Hovhannisyan, Rettore della Chiesa dei Santi Martiri Vardanants presso il Pantheon militare di Yerablur, già Rettore del Monastero di Dadivank in Artsakh.

 

All’incontro, trasmesso in diretta da Armenia Today, hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni dell’Artsakh e dell’Armenia, esponenti politici, attivisti per i diritti umani e personalità del mondo culturale e intellettuale.

Armine Aleksanyan, membro del Comitato per i diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh, ha ricordato un principio che dovrebbe essere evidente, ma che rischia di scomparire dal linguaggio della diplomazia: lo sfollamento forzato non priva gli Armeni dell’Artsakh dei loro diritti. Questi sono inalienabili e non dipendono dal luogo in cui una popolazione è stata costretta a vivere.

Il problema, ha osservato, non consiste soltanto nel riconoscere astrattamente tali diritti, ma nel creare le condizioni politiche necessarie affinché possano essere esercitati concretamente. Un quadro giuridico, senza la volontà di renderlo effettivo, rimane insufficiente.

«La pace non può significare dimenticare i prigionieri Armeni o distruggere il patrimonio culturale. La vera pace deve tenere conto di tutte queste conseguenze», ha affermato Aleksanyan. Quindi il passaggio centrale: «Ora non parliamo dalla nostra patria, ma questo non significa che non abbiamo il diritto di parlare a nome della nostra patria. Dobbiamo lavorare per il ritorno sicuro e collettivo del nostro popolo».

Non si tratta soltanto di una dichiarazione politica. Il 17 novembre 2023 la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato all’Azerbaigian di garantire che quanti avevano lasciato l’Artsakh/Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desideravano farvi ritorno potessero farlo in modo sicuro, senza impedimenti e rapidamente. La Corte ha inoltre disposto la protezione dei documenti di registrazione, identità e proprietà riguardanti gli Armeni dell’Artsakh.

Da allora, tuttavia, non sono state predisposte condizioni credibili per un ritorno collettivo nella sicurezza e nella dignità, mentre prosegue la cancellazione o alterazione del patrimonio storico, religioso e culturale armeno della regione.

Pubblichiamo di seguito il video diffuso da Artsakh Public TV della cerimonia commemorativa svoltasi il 2 settembre presso la Rappresentanza dell’Artsakh a Erevan, nel 35° anniversario della proclamazione della Repubblica.

Il video documenta la cerimonia commemorativa svoltasi il 2 settembre 2026 presso la Rappresentanza della Repubblica di Artsakh a Erevan, in occasione del 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza. Un momento di memoria e raccoglimento dedicato alla storia dell’Artsakh, a quanti hanno sacrificato la vita per difenderlo e al diritto del suo popolo, costretto all’esodo nel settembre 2023, di preservare la propria identità e il legame con la terra d’origine.

Il servizio di Artsakh Public TV documenta alcuni momenti della seduta solenne.

Gagik Baghunts, Presidente facente funzione dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh, ha richiamato la proclamazione del 2 settembre 1991 e la sua ratifica attraverso il referendum del successivo 10 dicembre, sottolineando che l’anniversario viene celebrato in circostanze eccezionalmente difficili, lontano dalla patria, ma con la volontà di rimanere saldi e determinati.

Armine Aleksanyan, Vice Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh, ha affermato che l’espulsione forzata dalla propria terra non può privare il popolo dell’Artsakh dei suoi diritti inalienabili, cancellarne l’identità e la volontà politica o rendere irreversibile l’ingiustizia subita. Ha inoltre evidenziato l’importanza della continuità dell’Assemblea Nazionale e delle altre istituzioni della Repubblica.

Artur Khachatryan, deputato dell’Assemblea Nazionale della Repubblica d’Armenia appartenente al gruppo parlamentare «Hayastan», ha ricordato che i tre anni trascorsi lontano dall’Artsakh rappresentano soltanto un istante rispetto alla millenaria presenza armena in quella terra. Ha espresso la speranza che nei monasteri di Gandzasar e Amaras e nella Cattedrale di Ghazanchetsots possa nuovamente risuonare la preghiera armena, ribadendo la necessità di riportare il diritto al ritorno nell’agenda politica armena e internazionale.

Georgi Petrosyan, Presidente del Consiglio pubblico della Repubblica di Artsakh, si è soffermato sulle difficoltà sociali e giuridiche ancora irrisolte dopo lo sfollamento forzato e sulle crescenti pressioni esercitate contro le istituzioni statali dell’Artsakh. In tale situazione ha indicato nella costituzione del Consiglio pubblico un segnale di speranza e uno strumento destinato a fare da ponte tra la società dell’Artsakh e le sue istituzioni, rendendone più comprensibili e udibili le istanze anche presso le organizzazioni internazionali.

La cerimonia per il 35° anniversario della proclamazione della Repubblica di Artsakh, svoltasi il 2 settembre 2026 presso la Rappresentanza dell’Artsakh a Erevan. Il video documenta gli interventi di Gagik Baghunts, Armine Aleksanyan, Artur Khachatryan e Georgi Petrosyan alla seduta solenne, che si è aperta con l’inno nazionale della Repubblica di Artsakh. Nei loro discorsi, la continuità delle istituzioni, l’inalienabilità dei diritti del popolo dell’Artsakh e il diritto al ritorno nella terra d’origine (Artsakh Public TV, 2 settembre 2026).

 

Il diritto al ritorno non è una rivendicazione territoriale dell’Armenia

Artur Khachatryan, deputato dell’Assemblea Nazionale armena appartenente alla fazione Armenia, ha sottolineato che sostenere il diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh non significa avanzare rivendicazioni territoriali dell’Armenia nei confronti dell’Azerbaigian.

È una distinzione fondamentale. Il diritto delle persone sfollate a tornare nelle proprie case non coincide automaticamente con una pretesa territoriale avanzata da un altro Stato. Ridurre ogni riferimento all’Artsakh a una minaccia contro l’integrità territoriale azera significa eludere il problema dei diritti individuali e collettivi di una popolazione espulsa dalla propria terra.

«Chi non ha dato inizio al Movimento dell’Artsakh non ha il diritto di considerarlo concluso», ha affermato Khachatryan. Una frase rivolta evidentemente anche alla linea politica del governo di Nikol Pashinyan, che considera chiusa la questione dello status dell’Artsakh nel quadro del processo di normalizzazione con Baku.

Il Parlamento dell’Artsakh continuerà a lavorare

Un altro elemento significativo emerso durante le commemorazioni riguarda la continuità delle istituzioni della Repubblica di Artsakh.

Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, Gagik Baghunts, ha smentito le notizie secondo cui il Parlamento non si riunirebbe per mancanza del numero legale. Le sedute, ha spiegato, sono state temporaneamente rinviate in considerazione della situazione politica, delle condizioni nelle quali vivono gli sfollati e dell’atteggiamento delle autorità armene verso le attività delle istituzioni della Repubblica di Artsakh. Baghunts ha assicurato che l’Assemblea Nazionale continuerà a operare nelle condizioni attuali.

Qualora in futuro si creassero circostanze politiche, organizzative e materiali adeguate, potrebbe inoltre essere avviato un nuovo processo elettorale. Oggi lo svolgimento di elezioni regolari è reso impossibile dallo sfollamento della popolazione, dalla dispersione degli elettori e dalla mancanza delle risorse necessarie. Ma, secondo Baghunts, queste condizioni non possono essere trasformate nell’argomento con cui dichiarare estinte le istituzioni rappresentative della Repubblica di Artsakh: «Il genocidio e lo sfollamento forzato non possono mai essere usati come pretesto per la violazione dei diritti del nostro popolo».

Il parlamentare ha ricordato anche l’attività del Comitato istituito per la tutela dei diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh. Ai suoi lavori partecipano esponenti della diaspora armena, chiamati a contribuire a rappresentare la questione nei consessi internazionali ai quali gli esponenti dell’Artsakh hanno oggi un accesso fortemente limitato.

Un fronte ancora frammentato

Dalle dichiarazioni pronunciate a Yerablur e presso la Rappresentanza non è emersa soltanto una riaffermazione di principio. Sono affiorate anche le difficoltà politiche e organizzative che ostacolano un’azione comune.

La deputata dell’Artsakh Metaxe Hakobyan, esponente del Partito della Giustizia, ha riconosciuto che non esiste ancora un fronte realmente unito sul diritto al ritorno. Molti soggetti, ha osservato, sembrano condividere lo stesso obiettivo, ma procedono in modo disorganizzato. Secondo Hakobyan, spetta anzitutto agli stessi rappresentanti dell’Artsakh assumere un ruolo di guida e coordinamento.

Vahram Balayan, deputato dell’Artsakh ed esponente della Federazione Rivoluzionaria Armena, ha affermato che la questione del ritorno potrà essere posta in futuro, mentre oggi non è ancora all’ordine del giorno; sono tuttavia in corso discussioni e devono essere chiariti diversi aspetti politici e tecnici.

Queste differenze non cancellano l’obiettivo comune, ma mostrano quanto sia difficile trasformare il principio del ritorno in una strategia condivisa, soprattutto in un contesto nel quale il governo armeno rifiuta di inserire l’Artsakh nell’agenda dei negoziati con Baku.

 

 

Yerablur: la memoria dei caduti e il debito dei vivi

La giornata era iniziata al Pantheon militare di Yerablur con la deposizione di fiori presso il monumento La chiamata dell’Artsakh. Rappresentanti delle istituzioni, deputati dei Parlamenti dell’Armenia e dell’Artsakh, Padre Hovhannes Hovhannisyan, che ha pronunciato la preghiera, e attivisti hanno reso omaggio a coloro che sono caduti nelle guerre combattute per la libertà e la sicurezza dell’Artsakh.

Baghunts ha ricordato che i sacrifici di migliaia di persone non possono essere considerati inutili o cancellati da una sconfitta militare. Anche Garnik Danielyan, deputato della fazione Armenia, ha riconosciuto con franchezza che quanto è stato fatto per proteggere l’Artsakh non è stato sufficiente: «Non abbiamo eccelso nel nostro lavoro. Ma sono convinto che questo giorno arriverà e dovremo rimediare a ciò che non siamo riusciti a fare. Semplicemente non c’è altra opzione».

Menua Soghomonyan, esponente del movimento Hayakve, ha respinto invece l’argomento secondo cui mantenere all’ordine del giorno il diritto al ritorno provocherebbe inevitabilmente una nuova escalation. Se Armenia e Azerbaigian dichiarano di voler regolare le proprie relazioni attraverso documenti, legittimità e diritto internazionale, ha osservato, non può essere ignorata proprio l’ordinanza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia il 17 novembre 2023.

La preghiera della Chiesa Apostolica Armena

Alla dimensione politica e istituzionale si è affiancata quella spirituale, come abbiamo riferito ieri.

 

Nella Cattedrale Madre della Santa Sede di Etchmiadzin, sotto la guida di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è stata elevata una preghiera per la pace. Il clero e i fedeli della Chiesa Apostolica Armena hanno pregato per la forza e la sicurezza degli Armeni dell’Artsakh sfollati con la forza, per la liberazione dei prigionieri di guerra e degli ex dirigenti della Repubblica di Artsakh detenuti a Baku, nonché per la pace e il benessere del popolo armeno. Al termine è stata recitata una preghiera per il riposo eterno di quanti sono caduti nelle guerre dell’Artsakh.

 

Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, ha ribadito nel suo messaggio che l’indipendenza dell’Artsakh «non è solo il passato, ma anche e sempre il futuro». «L’indipendenza dell’Artsakh non è sepolta sotto la polvere della storia», ha affermato, invitando a non chiudere la questione dietro quella che ha definito la «maschera del realismo». Il ricordo dei caduti e dei dirigenti oggi imprigionati a Baku, ha aggiunto, deve tradursi nell’impegno per il ripristino del diritto al ritorno, la liberazione dei prigionieri e la tutela del futuro dell’Artsakh.

 

La commemorazione presso la residenza dell’Arcivescovo Bagrat Galstanyan

La sera del 2 settembre, attraverso la musica, il ricordo e la condivisione, è stato commemorato a Erevan il 35° anniversario della proclamazione della Repubblica di Artsakh. L’incontro si è svolto presso la residenza nella quale l’Arcivescovo Bagrat Galstanyan si trova agli arresti domiciliari.

La serata è stata dedicata alla patria perduta, alla storia del popolo dell’Artsakh e a un legame che, secondo i partecipanti, né l’occupazione azera né lo sfollamento forzato della popolazione armena possono cancellare. Nel messaggio riferito da 301arm, l’Arcivescovo Galstanyan ha ricordato che l’Artsakh continua a vivere nella mente e nell’anima della sua gente, nella speranza che possa venire il giorno del ritorno. Fino ad allora, gli Armeni dell’Artsakh ne custodiscono la memoria, lo spirito e l’aspirazione a rientrare nella propria terra. «L’Artsakh non è un capitolo chiuso», è il concetto centrale espressa dall’Arcivescovo: rimane una patria custodita nella memoria, un diritto che continua a essere rivendicato e un futuro al quale il suo popolo non intende rinunciare.

Una questione che non può essere dichiarata chiusa

Le commemorazioni del 35° anniversario non hanno nascosto la realtà: il territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è sotto il controllo dell’Azerbaigian, il suo popolo vive disperso soprattutto in Armenia, le sue istituzioni operano senza il territorio sul quale esercitavano la propria autorità e una parte rilevante della comunità internazionale considera politicamente archiviata la questione del suo status.

Ma proprio da Erevan è arrivato un messaggio diverso. Un popolo sfollato non perde per questo i propri diritti. Un Parlamento impossibilitato a riunirsi regolarmente non cessa automaticamente di esistere. Il diritto al ritorno non diventa una rivendicazione territoriale soltanto perché è politicamente scomodo. E una pace che esclude dalla propria agenda i prigionieri, gli sfollati, le proprietà perdute e il patrimonio distrutto può forse produrre un accordo, ma difficilmente potrà generare giustizia e riconciliazione.

Il 2 settembre 2026 non è stato quindi soltanto il ricordo di uno Stato proclamato trentacinque anni fa nel nome dell’autodeterminazione. È stato l’affermazione che l’Artsakh continua a esistere nel suo popolo, nelle sue istituzioni, nella memoria dei caduti e soprattutto nei diritti che nessuna occupazione e nessuno sfollamento forzato possono rendere alienabili.

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