Il grottesco spettacolo dei diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni (Korazym 15.09.26)
La Piazza della Rinascita di Stepanakert non era soltanto il centro politico della Repubblica di Artsakh. Era il luogo nel quale la città si incontrava e riconosceva sé stessa: lo spazio delle prime manifestazioni del Movimento del Karabakh, delle istituzioni repubblicane, delle passeggiate serali, delle conversazioni e dei giochi dei bambini. Oggi quella piazza è rimasta senza il suo popolo. Gli Armeni che la animavano sono stati costretti a lasciare le proprie case nel settembre 2023 e molti degli edifici che ne definivano l’aspetto sono stati demoliti dalle autorità azere.
Da questo contrasto prende avvio la testimonianza di Tigran Grigoryan, analista politico originario dell’Artsakh, pubblicata da CivilNet il 13 settembre 2026. L’autore osserva le immagini dei diplomatici stranieri condotti da Hikmet Hajiyev attraverso Stepanakert, Shushi, Gandzasar e Dadivank e le definisce uno «spettacolo autenticamente grottesco». I rappresentanti di Stati e organizzazioni che per decenni avevano escluso una soluzione militare della questione dell’Artsakh e invocato la tutela dei diritti e della sicurezza della sua popolazione armena, si sono lasciati trasformare in comparse di una rappresentazione destinata a normalizzare le conseguenze della pulizia etnica.
Non è stata una visita neutrale. La presenza, le fotografie, le danze e il comportamento apparentemente festoso dei diplomatici hanno conferito credibilità alla narrazione preparata da Baku: la proclamazione della vittoria nei luoghi dai quali gli Armeni sono stati sfollati e la presentazione dei monasteri armeni di Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’Albania caucasica. Secondo Grigoryan, tutto questo non è soltanto moralmente riprovevole, ma costituisce anche una pessima diplomazia, perché riapre le ferite degli sfollati, approfondisce il risentimento nella società armena e rende più difficile proprio quella riconciliazione che gli stessi diplomatici sostengono di voler favorire.
Riportiamo di seguito, nella nostra traduzione italiana, la testimonianza di Tigran Grigoryan pubblicata da CivilNet.
Il grottesco spettacolo dei diplomatici stranieri nel Nagorno-Karabakh svuotato
di Tigran Grigoryan
La Piazza della Rinascita di Stepanakert, conosciuta dagli abitanti semplicemente come «la piazza», era lo spazio pubblico più importante della città. Qui ebbero inizio le prime manifestazioni di massa del Movimento del Karabakh. Originariamente intitolata a Lenin, la piazza fu rinominata dopo che la Repubblica del Nagorno-Karabakh dichiarò la propria indipendenza nel 1991. Durante gli anni dell’indipendenza divenne il cuore politico della Repubblica, circondata dall’Assemblea Nazionale, dall’Amministrazione presidenziale e dagli edifici governativi.
La piazza non era soltanto l’epicentro della vita politica del Nagorno-Karabakh, ma anche della sua vita sociale. Con i primi giorni di primavera, l’area circostante si trasformava in una grande zona pedonale, nella quale gli abitanti di ogni parte della città si riversavano la sera per dedicarsi al loro passatempo preferito: passeggiare. Il percorso si estendeva dal parco circolare chiamato informalmente Pyatachok – dal termine russo che indica una moneta da cinque copechi – con le sue fontane musicali, fino a un irrimediabilmente grigio edificio dall’aspetto sovietico che, durante il periodo dell’Unione Sovietica, aveva ospitato il centro locale di formazione politica, noto come Politprosvet. Nel periodo post-sovietico fu rinominato Palazzo della Gioventù, ma tra gli abitanti continuò a essere chiamato semplicemente Polit.
Passeggiare dal Pyatachok al Polit e ritorno era uno dei riti più familiari della città. Era il modo in cui le persone socializzavano, si scambiavano pettegolezzi, discutevano di politica e si aggiornavano sugli ultimi avvenimenti, godendosi le sere estive di Stepanakert. Quel rito era così profondamente radicato nella vita cittadina da essere diventato parte della sua identità. La piazza e le strade circostanti si trasformavano anche in un parco giochi improvvisato per i bambini. Le loro automobiline erano praticamente gli unici veicoli ammessi, poiché durante le ore della passeggiata serale la polizia stradale interrompeva il traffico intorno alla piazza.
Negli ultimi giorni, i media armeni e azeri sono stati dominati dalle immagini di un’altra passeggiata nella piazza di Stepanakert. Decine di diplomatici stranieri, guidati da Hikmet Hajiyev, Consigliere per la politica estera del Presidente azero Ilham Aliyev, hanno attraversato la stessa piazza, profondamente cambiata dopo la pulizia etnica del Nagorno-Karabakh del settembre 2023. Molti degli edifici che per decenni ne avevano definito il profilo sono stati demoliti dall’Azerbaigian nell’ambito del controllo territoriale successivo al conflitto e della riconfigurazione della città. Soprattutto, non ci sono più le persone che un tempo vi abitavano, costrette ad abbandonare le proprie case e le proprie vite.
I diplomatici, alcuni dei quali ho conosciuto personalmente, erano lì, secondo la versione ufficiale, per osservare direttamente i lavori di ricostruzione condotti dall’Azerbaigian dopo la completa conquista del territorio. In realtà, erano stati portati lì per aggiungere un ulteriore livello di legittimazione alla pulizia etnica. E lo hanno fatto con quello che sembrava essere pieno entusiasmo, persino divertimento.
È stato uno spettacolo autenticamente grottesco. Per decenni, quei Paesi e quelle istituzioni erano stati profondamente coinvolti nella mediazione del conflitto del Karabakh. Avevano ripetutamente insistito sul fatto che non potesse esistere una soluzione militare e, prima del 2023, avevano sottolineato a gran voce l’importanza di proteggere i diritti e la sicurezza degli Armeni del Karabakh. Ora, invece, i rappresentanti di molti di quegli stessi Paesi e istituzioni visitavano il cosiddetto “Parco della Vittoria” di Stepanakert: un’espressione marmorea della megalomania di Aliyev e uno dei principali monumenti alla pulizia etnica, costruito sul luogo di un quartiere armeno recentemente distrutto nella parte storica della città.
È stato altrettanto inquietante vedere questo gruppo lasciarsi utilizzare come comparsa nel primitivo esercizio di revisionismo storico inscenato da Hajiyev, con la teoria pseudoscientifica dell’albanizzazione impiegata nei monasteri di Gandzasar e Dadivank per presentare il patrimonio Cristiano armeno come appartenente all’Albania caucasica. Partecipando a questa rappresentazione accuratamente preparata, i diplomatici non si sono limitati ad assistere alla falsificazione della storia da parte dell’Azerbaigian e alla sua persistente politica di cancellazione delle tracce della presenza armena nel Nagorno-Karabakh. Le hanno prestato la propria presenza e credibilità.
Si potrebbe sostenere che sia difficile nutrire aspettative nei confronti dei diplomatici stranieri quando lo stesso governo armeno non soltanto si è astenuto dal denunciare la pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh e la continua distruzione dei suoi monumenti culturali e religiosi, ma ha anche invitato gli altri attori a evitare questi argomenti, sostenendo che concentrarsi su di essi potrebbe mettere in pericolo la pace.
Questa linea di ragionamento è in parte valida. La riluttanza del governo armeno ad affrontare tali questioni ha reso meno controverso, per gli attori internazionali, visitare il Nagorno-Karabakh e partecipare ai tour propagandistici di Baku.
Ciò, tuttavia, non rende tali visite meno problematiche. Diverse autorevoli istituzioni internazionali, tra cui il Parlamento Europeo e Freedom House, hanno definito quanto accaduto nel Nagorno-Karabakh nel 2023 come pulizia etnica. E persino in questa epoca post-liberale e transazionale, partecipare a tour propagandistici che contribuiscono a legittimare lo sfollamento di massa delle persone dalle proprie case dovrebbe ancora essere considerato deplorevole.
Visitare monumenti che glorificano crimini di guerra e sfollamenti forzati rende questi diplomatici, consapevolmente o inconsapevolmente, partecipi di un tentativo di ripulire l’immagine delle conseguenze della pulizia etnica. Ciò è particolarmente grave quando essi rappresentano Paesi e istituzioni che dichiarano di attribuire priorità ai diritti umani, alla democrazia e all’ordine internazionale fondato sulle regole.
Dopo aver letto queste parole, i partecipanti al tour propagandistico, così come molti altri, probabilmente sosterrebbero che la diplomazia comporta scelte difficili, decisioni impopolari e la necessità di dialogare con attori ostili per perseguire obiettivi più ampi. Potrebbero persino spingersi oltre e liquidare questo testo come moralista, non pragmatico e lontano dalle tendenze dominanti della nuova «era di pace» nella regione.
La mia risposta è che, oltre a essere moralmente riprovevole, il loro coinvolgimento in tutto questo – e in particolare il modo in cui hanno partecipato – è stato semplicemente cattiva diplomazia. Danzare e divertirsi in luoghi che probabilmente si trovano a pochi metri da un cimitero, una chiesa o un quartiere armeno distrutto non rappresenta soltanto un grave insulto alle persone espulse dal Nagorno-Karabakh appena tre anni fa, ma è anche profondamente controproducente rispetto all’obiettivo dichiarato di raggiungere una pace duratura.
Aggravare il trauma di decine di migliaia di sfollati, riaprire le ferite dell’intera società armena e contribuire ad approfondirne il risentimento è l’ultima cosa che dovrebbero fare dei diplomatici sinceramente interessati al conseguimento della pace.
L’episodio offre inoltre un’immagine terribile dei Paesi e delle istituzioni che essi rappresentano. Da molto tempo non ricordavo di avere visto sui social media armeni una reazione così forte contro gli attori internazionali coinvolti in un’iniziativa del genere. Qualunque beneficio diplomatico sperassero di ottenere, questo episodio è stato un fallimento assoluto persino dal più ristretto punto di vista pragmatico.
Ma soprattutto è stato uno scherno inaccettabile e una forma di tortura emotiva nei confronti di decine di migliaia di sfollati, per i quali l’unico modo di ricordare le proprie città e i propri villaggi consiste ormai nel trascorrere ore scorrendo le immagini di Google Earth, spesso soltanto per scoprire che le loro case sono state demolite e che i cimiteri nei quali sono sepolti i loro genitori e nonni sono stati trasformati in strade e condotte fognarie.
