“Il mio viaggio in Armenia, tra storia e orgoglio” (Il Resto del Carlino 23.06.26)
Reduce da un recente soggiorno in Armenia, ho il desiderio di condividere con i lettori le forti emozioni provate e…
Il monastero rupestre di Geghard
Reduce da un recente soggiorno in Armenia, ho il desiderio di condividere con i lettori le forti emozioni provate e le profonde suggestioni ricavate da questo viaggio nel piccolo paese caucasico, posto sul crinale tra Europa ed Asia, culla della cristianità e permeato di un consapevole e ubiquitario senso mistico.
Un popolo, quello armeno, numericamente esiguo, di nemmeno tre milioni di abitanti, arrivato sino a noi solido, fiero e unito nonostante due millenni di guerre, persecuzioni, occupazioni straniere, riduzioni territoriali, l’impero Russo, l’impero Ottomano, l’URSS, lo spaventoso genocidio subito, prima con i massacri hamidiani (1894 – 1897) poi con le persecuzioni turche (1915 – 1922); un milione e mezzo di esseri umani annientati poiché colti, autonomi, liberi e cristiani.
Come non ricordare le rivelatrici e magistrali pagine della scrittrice Antonia Arslan, evocative, poetiche e crudeli ma in grado di disvelare (con lirismo e autenticità) il dramma di un popolo. Un popolo che sino a ieri ha vissuto i cascami tossici della dissoluzione dell’Unione Sovietica; genti armene cacciate – con persecutoria violenza e nel colpevole ed inane silenzio del mondo – dalla minoranza Azera (nel 2020-2023) dalle loro case nel Nagorno Karabakh (prima abitato da 120mila armeni e da 10mila azeri), regione oggi sotto il controllo dell’Azerbaigian islamico sciita duodecimano.
Un popolo che ha geneticamente maturato una fortissima identità, incorruttibile ed inscalfibile, data dalle radici cristiane e dall’esistenza, da oltre 1700 anni, della Chiesa Apostolica Armena, fondata da Gregorio l’Illuminatore (il nostro San Gregorio Armeno). L’identità del popolo armeno si coglie in ogni aspetto della quotidianità, nella voglia di riscatto, nella lotta corale per uscire dall’eredità fallimentare del regime comunista che ha regnato per 71 anni sul Caucaso, lasciando visibili macerie e diffusa miseria. Una identità che si respira a pieni polmoni visitando i monasteri sparsi nel paese (quelli non distrutti dallo stalinismo) apparentemente tutti uguali, ieratici e spogli, intrisi di mistica e corale serenità.
Come non rammentare i canti spontanei dei pellegrini, tra le volte austere del monastero rupestre di Geghard, i secoli di storia del monastero di Khor Virap posto ai piedi dall’Ararat, maestoso ed innevato, con il pozzo prigione di San Gregorio, il monastero fortificato di Tatev, sospeso tra le nuvole ed il fiume Vorotan, fulgido esempio di architettura medioevale ed oggi retto da padre Mikael, un sacerdote ispirato, accogliente ed ecumenico. Un popolo, quello armeno, che aspira ad uno stretto rapporto con l’Europa e le sue istituzioni, come dimostrano le ultime elezioni stravinte dal candidato “antirusso” Pashinyan, ma che non dimentica il passato di dolore e di lutti erigendo, sulla collina che domina Yerevan, il Memoriale del Genocidio Armeno, non meno intenso dello Yad Vashem di Gerusalemme.
La visita in Armenia, che consiglio a tutti i lettori che ne abbiano la possibilità, riconcilia con la dimensione spirituale ed è un potente antidoto al secolarismo relativista ed alla indifferenza. Grazie per la pubblicazione.
