Il passato e il perdono. Fanno il deserto e la chiamano pace. Ma da Oriente è sorta una luce (Korazym 15.08.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.08.2024 – Renato Farina] – Cari amici italiani, vi scrivo dal lago, nel cuore dell’estate. Il Sevan in agosto è colmo di luce fino all’orlo, come un calice che nessuno osa portare alle labbra. Le mie trote se ne stanno in basso, dove l’acqua resta fredda: hanno più giudizio di molti governi. So che parecchi di voi leggeranno queste righe a Rimini, nei giorni del vostro Meeting. Ve ne porto una manciata dal Caucaso, con un po’ di collera in omaggio.

Qui, grazie a Dio, non si versa sangue. Lo scrivo e mi faccio il segno della croce: non è poco, non è scontato. Ma attenti alla parola pace. Il più antico Tucidide aveva fissato la legge del mondo facendo parlare gli Ateniesi davanti ai vinti di Melo: i forti fanno quello che possono, i deboli patiscono quello che devono. Cinque secoli dopo Tacito mise in bocca a un capo dei Britanni il giudizio definitivo sugli imperi: «Fanno il deserto e la chiamano pace». In mezzo, tra il greco e il romano, era accaduto qualcosa che nessuno dei due seppe: Cristo era risorto. Una luce era sorta a Oriente, tremolante e irresistibile. È la stessa che arde oggi nel cuore armeno, custodita dalla Fede di un piccolo grande resto. Il deserto lo fabbricano gli imperi. La luce no: quella non la fabbrica nessuno, arriva.

Due fatti di questa estate, visti dalla riva del mio lago.

Il primo. Dopo più di un secolo di silenzio calcolato, nel giugno 2026 il Governo israeliano ha riconosciuto formalmente il Genocidio armeno [1]. Ha pronunciato la parola giusta. Per la ragione sbagliata: fare dispetto alla Turchia, che parla di genocidio a Gaza, che dilaga in Siria, che è diventata «il prossimo problema». E il nostro Premier Pashinyan, invece di tacere e incassare, ha reagito gelido: strumentalizzazione, uso del nostro genocidio come arma. Ha detto una cosa vera nel modo più falso. Io, Molokano, mi gratto la barba: una verità pronunciata per dispetto è ancora una verità? «Un pezzo di verità non è mai la verità», insegna Vasilij Grossman, me lo ha ricordato lo scritto di un filosofo vostro, Giovanni Maddalena. Ecco: da Gerusalemme è arrivato un pezzo di verità. Monco, interessato, tardivo. Ma i morti non fanno gli schizzinosi: da un secolo aspettano che qualcuno li chiami per nome, e ogni nome pronunciato è una pietra tolta dalla loro fossa senza lapide.

Il secondo fatto ha un nome e un cognome: Ruben Vardanyan. Era Ministro di Stato dell’Artsakh, il Nagorno-Karabakh svuotato dei suoi centoventimila Armeni nel settembre 2023 e aggregato con la forza all’Impero turcomanno, con la complicità di Israele che armava Baku, dell’Europa brava in chiacchiere, della Russia che guardava altrove, della sciagurata acquiescenza di Erevan. Fu preso il 27 settembre 2023 al posto di blocco sul Corridoio di Berdzor, mentre usciva insieme al suo popolo in fuga. A febbraio un tribunale militare gli ha inflitto vent’anni, al termine di un processo che chiamare farsa è un complimento. Con lui sono ostaggi altri quindici dirigenti. Ma ora, per la prima volta, i suoi avvocati hanno strappato a Baku la sentenza scritta, e nelle prossime settimane porteranno l’Azerbaigian davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Corte intanto ha ordinato al regime di consegnare entro il 31 agosto le sentenze degli altri quindici [2]. Segnatevi la data, amici: il 31 agosto, mentre ancora il vostro cuore porterà il fremito dell’incontro con il Papa. «Se non le forniranno nemmeno alla Corte europea, avverte l’avvocata Siranush Sahakyan, saremo davanti a una nuova categoria di violazioni dei diritti umani». Il dittatore Aliyev, onorato dall’Europa e da Trump, è in realtà un uomo estenuato dalla propria menzogna: deve nasconderla ogni giorno, ed è fatica da bestie. Il mio Avatar italiano conobbe quelle aule di Strasburgo tanti anni fa, per un’altra ascia e un altro eroe di cartone: sa che la giustizia europea è lenta, miope, spesso imbelle. Eppure quelle istituzioni, segnate in fondo, lo sappiano o no, dal segno Cristiano, custodiscono ciò che Tucidide non conosceva: il diritto che raddrizza i torti della forza. Il tavolo dove i deboli non devono soltanto patire, e dove la menzogna deve presentarsi con i documenti.

C’è una frase incisa all’ingresso di Dachau, tradotta in decine di lingue. L’ha scritta George Santayana, filosofo ispano-americano: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. Io la spingo più a fondo: il passato non giudicato si ripeterà. Non basta ricordare, bisogna giudicare. Senza giudizio di verità non c’è cambiamento: c’è solo l’intervallo tra due tragedie. La verità, anche amara, anche monca, anche detta per dispetto, rende liberi. L’occultamento no: prepara il deserto, e sappiamo già come poi lo chiameranno.

Sulla croce fu detta la parola più alta: perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Il Molokano la ripete ogni sera, e ogni sera inciampa: perché questi sanno. Sapevano i contabili del blocco che affamava i bambini dell’Artsakh [3], sanno i giudici militari che scrivono sentenze da non mostrare, sanno i cancellieri d’Europa che firmano contratti sul gas con la penna intinta in quell’inchiostro. Sanno. Eppure bisogna perdonare lo stesso, perché il perdono non è un’assoluzione: è il rifiuto di odiare mentre si esige giustizia, davanti alle corti degli uomini e davanti a Dio. Noi Armeni lo facciamo da più di un secolo. Non muoio neanche se mi ammazzano, diceva il vostro e mio Giovannino Guareschi: ve l’ho già scritto una volta, vale anche stavolta.

Anche oggi infilo un fiore bianco tra i capelli dell’Armenia. E un altro, di nascosto, lo spedisco a Rimini.

Tuo, il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di agosto 2026 di Tempi in formato cartaceo.

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