Il sangue degli agnelli (Tempi.it 20.09.17)

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – A partire dal 2010, con l’avvento delle rivolte arabe e di Daesh, le persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose in Medio Oriente sono aumentate. Nell’ultimo numero della rivista semestrale Strategiques Orients, edita da L’Harmattan e intitolato “Le sort des minorités au Moyen-Orient”, attraverso una serie di saggi si fa il punto sulla condizione di alcune comunità religiose ed etniche della regione. Sopravvissute per secoli alle varie ondate persecutorie, queste affrontano oggi nuove sfide e minacce alla loro esistenza.

 Una delle comunità più perseguitate è quella dei cristiani. Nel saggio La géopolitique des chrétiens du Moyen-Orient, la studiosa Céline Merheb-Ghanem afferma che esistono almeno sette grandi Chiese d’Oriente: i copti, gli armeni, i melchiti (cattolici e greco ortodossi), i protestanti, i caldei, gli assiri, la Chiesa latina e i maroniti. Tale varietà dottrinale, però, pone un duplice problema: da un lato, cristiani appartenenti a una stessa confessione sono dislocati in più paesi, come gli armeni, presenti in Siria, Iran, Libano e Giordania. Dall’altro lato, in uno stesso paese ci sono più chiese sparse in diversi territori, come nel caso del Libano, dove si contano almeno dodici confessioni.

Le divisioni interne ostacolano i cristiani dall’acquisire peso politico nei governi di residenza, esponendoli a persecuzioni e discriminazioni. Secondo monsignor Pascal Gollnisch, intervistato dal direttore Pierre Berthelot, i cristiani d’Oriente assumono un atteggiamento ambiguo per sopravvivere: da un lato essi si pongono come mediatori nei confronti delle altre comunità, dall’altro si avvalgono del sostegno di attori extra-regionali. Il religioso francese è presidente dell’associazione cristiana “Œuvre d’Orient”, che da più di 160 anni sostiene le scuole cristiane in Medio Oriente e Asia. Egli ha accusato americani e inglesi di aver abbandonato le comunità cristiane rispettivamente in Iraq ed Egitto. Tale vuoto è stato però riempito da Francia e Russia le quali, insieme al Vaticano e al Libano, nel 2015 hanno fatto appello all’Onu per fermare il “genocidio culturale” dei cristiani. Non bisogna tralasciare il fatto, però, che certi stati proteggono i cristiani per difendere i propri interessi nella zona.

I cristiani d’Oriente in fuga da Siria e Iraq, comunque, possono ancora trovare rifugio in Giordania e Libano. In particolare, il paese dei Cedri è uno dei pochi in cui i cristiani costituiscono circa il 35 per cento della popolazione e hanno una rappresentanza politica: infatti, in base al patto nazionale del 1943, la presidenza della Repubblica è affidata a un maronita. Tuttavia dal 2014 al 2016 questa carica è rimasta vacante, sintomo di una grave crisi all’interno della comunità. Lo studioso Raphaël Gourrada, nel suo studio Le positionnement politique du Patriarche maronite au Liban, ha ripercorso la storia della minoranza maronita e del suo stretto legame con la politica del paese. In particolare, ha sottolineato il ruolo dell’attuale patriarca, Béchara Boutros Raï, criticato a causa delle sue esternazioni politiche, dovute in realtà al tentativo di colmare il vuoto di potere lasciato dal fronte laico.

La crisi istituzionale libanese, comunque, non riguarda solo i cristiani. Nel 2013 la minoranza turcomanna, supportata dalle istituzioni turche, ha fatto breccia nel fronte sunnita, presentando un progetto per ottenere due seggi parlamentari ad hoc. Come spiega la ricercatrice Jana Jabbour nel suo saggio La minorité turkmène au Liban, i turcomanni sono gli eredi dei soldati turchi mandati nel territorio libanese dal sultano Sélim I nel XIV secolo, poi seguiti dai fuggitivi cretesi durante la guerra greco-turca nel 1897. Nonostante essi si considerino cittadini libanesi sunniti, con l’avvento dell’Akp nel 2000 sono stati oggetto delle politiche di sviluppo socio-economico per le minoranze turche ideate dall’ex ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu. Si tratta, dunque, del caso in cui una minoranza viene strumentalizzata da una potenza regionale al fine di influenzare la politica interna di un altro paese.

La lunga oppressione degli sciiti
Oltre ai cristiani, anche gli sciiti subiscono persecuzioni, soprattutto per quanto riguarda altre ramificazioni confessionali: è il caso della minoranza ismaelita, raccontata dallo studioso David Rigoulet-Rouze in La minorité confessionelle ismaélienne du royaume d’Arabie Saudite. Questa fede predica l’avvento del settimo imam, anziché del dodicesimo, come fa la componente sciita maggioritaria. Concentrati soprattutto nelle province al confine tra Arabia Saudita e Yemen, gli ismaeliti sono perseguitati dal regno wahhabita almeno dal 1930. I sauditi hanno vietato le celebrazioni, arrestato predicatori e fedeli, chiuso le moschee e dichiarato l’ismaelismo un’eresia. Di recente, la situazione è peggiorata, non solo a causa delle nuove persecuzioni perpetrate da Daesh. Infatti, nel 2015, con l’inizio della guerra in Yemen, gli abitanti della provincia di Najran si sono ribellati, costituendo un ulteriore fattore di instabilità per il regno saudita, che ha aumentato le rappresaglie.

Il conflitto siriano, invece, ha esposto un altro ramo sciita: si tratta degli alawiti. Perseguitati fin dai tempi dei sultani mamelucchi e ottomani, gli alawiti avevano trovato una pace relativa sotto il mandato francese. Cosicché, attraverso la famiglia Assad, hanno raggiunto i vertici dello Stato siriano. Con lo scoppio dei disordini nel 2011, però, alle persecuzioni religiose si sono aggiunte quelle politiche, benché, come spiega il ricercatore Stéphane Valter in Les alaouites, entre vindicte religieuse et oppression historique, la comunità alawita non appoggi unanimemente il presidente Bashar al-Assad.

Il riscatto degli yazidi
Non sempre gli sciiti in Medio Oriente sono una minoranza: vedi l’Iran. Nel 1979 gli ayatollah hanno sì sancito la libertà di culto religioso (art. 13 Cost.), ma solo per alcune minoranze, cioè zoroastriani, ebrei e cristiani. In effetti, spiega lo storico Alain Chaoulli in La minorité juive en Iran, i cittadini ebrei iraniani sono ben integrati nella società, nonostante la rivalità con Israele. Tuttavia, il regime reprime duramente la comunità bahà’i. Erede del movimento Bàb, nato in Iran nel 1819 per una riforma radicale dell’islam, il bahaïsmo è considerato un’apostasia e i suoi adepti sono perseguitati, arrestati e spesso condannati a morte. La loro sopravvivenza, secondo lo studioso Foad Sabéran in Les baha’s: le destin tragique d’une communauté réprimée en Iran, è dovuta unicamente alla solidarietà da parte del popolo iraniano e di alcuni attori internazionali.

La solidarietà è spesso l’unica àncora di salvezza per le minoranze, come anche nel caso degli yazidi. La politologa italiana Emanuela Del Re, in The Yazidi minority in the Middle East: from victims to strategic actors, racconta la loro odissea dalle origini alla 73esima persecuzione, quella perpetrata nel 2014 da Daesh. Stavolta, però, gli yazidi hanno reagito facendo fronte comune con altre minoranze, come quella curda, e dando risonanza internazionale alla loro causa, anche grazie ai social media. Il riscatto di questa comunità è un esempio di come anche nel Medio Oriente martoriato dall’oppressione sia ancora possibile per Davide sconfiggere Golia.

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