Le molteplici identità del Caucaso (MicroMega 16.09.26)
Colloquio con Eleonora Sacco, autrice di In Caucaso. Un viaggio tra Georgia e Armenia (Bottega Errante Edizioni, 2026), esperta delle minoranze dell’ex Urss e autrice dei podcast Cemento e Kult. Da oltre dieci anni racconta l’Est, il Caucaso e l’Asia Centrale attraverso reportage, inchieste e viaggi, seguendo le trasformazioni di una regione oggi al centro di un profondo riassetto geopolitico: la Russia perde terreno, l’Armenia guarda all’Europa, mentre Turchia e Cina rafforzano la propria influenza.
Quale idea aveva del Caucaso prima di partire?
Prima di visitarlo per la prima volta, nel 2015, conoscevo il Caucaso soprattutto attraverso i reportage sulle guerre degli anni Novanta e lo immaginavo come una terra plasmata dai conflitti, oltre che come un “ultimo avamposto di cristianità”. Quell’immagine si è progressivamente incrinata: ho scoperto una regione proiettata verso la modernità, molto più sovietica di quanto suggerisse l’immaginario esotico della Via della Seta. I ragazzi conosciuti nei primi viaggi erano tornati da Erasmus e programmi di scambio in Europa e negli Stati Uniti, parlavano perfettamente inglese o italiano e avevano con noi molte più cose in comune di quanto immaginassi. Negli anni mi sono appassionata alle storie sepolte, ai luoghi ai margini e alla multiculturalità che i nazionalismi locali tendono a cancellare. È rimasta invece intatta la sincerità, diretta e talvolta ruvida, delle persone.
Se pensa al Caucaso che ha conosciuto, c’è una persona che più di altre le viene in mente?
Maria, una donna armena di Kapan, nella regione meridionale del Syunik, che gestisce il suo panificio industriale e una guesthouse. È tornata dopo aver vissuto alcuni anni a San Pietroburgo perché voleva che i suoi figli crescessero in Armenia e armeni. La sua casa e le sue attività si trovano sotto il tiro dei soldati azeri, a meno di un chilometro di distanza da una linea di confine che è diventata reale solo nel 2023, dopo la sconfitta armena nel conflitto del Nagorno Karabakh. Parlare con persone testarde e passionali come lei, capaci di un’ironia tagliente anche in situazioni di grande tensione, paura e incertezza, spiega molto di come sia il Caucaso e la sua gente. Questo vale per il Caucaso tutto, dalla Cecenia all’Abcasia, dall’Armenia al Daghestan…
Immagino abbia avuto centinaia di scambi con queste persone. Ne ricorda uno in particolare?
La lucidità affilata con cui Levon, un profugo del Nagorno Karabakh, mi ha raccontato la storia della sua fuga dalla terra dove la sua famiglia e i suoi antenati hanno vissuto per secoli. Mentre raccontava, mostrandomi il suo archivio fotografico – presagiva già una fine annunciata –, sentivo un senso di ingiustizia insostenibile. Verso l’immobilità della comunità internazionale, il senso di abbandono più totale che lui e la sua gente hanno vissuto, come vittime sia della propria classe politica inetta e corrotta, sia delle mire revansciste del governo dell’Azerbaigian. Dopo il milione di profughi complessivo generatosi con il conflitto degli anni Novanta, dopo trent’anni non si è riusciti a evitare una seconda tragedia: migliaia di vittime giovanissime da entrambe le parti e la pulizia etnica di 120.000 armeni. Ad oggi, non si è ancora fatta chiarezza su cosa ne sarà di loro e se avranno mai la possibilità di tornare.
Nel suo libro emerge un Caucaso molto frammentato sul piano etnico, ma anche profondamente interconnesso. Si può parlare di una comune “identità caucasica”?
Da lontano, è evidente la forte continuità tra popoli con lingue e religioni diverse ma che hanno abitato per secoli aree montane di crocevia; mentre più ci si avvicina, più si nota il conflitto tra tendenze centrifughe e centripete e la rivendicazione delle proprie specificità culturali. Come gli armeni del Javakheti, in Georgia, si sentono diversi da quelli d’Armenia, così gli azeri di Kvemo Kartli, in Georgia, da quelli di Azerbaigian; gli armeni del Nagorno Karabakh vengono trattati in maniera diversa dagli armeni di Armenia e, in alcuni casi, persino discriminati. Tbilisi si rifiuta di concedere uno status di autonomia linguistica alle altre minoranze cartveliche, come i mingreli e gli svan, etichettandole semplicemente come “georgiane”, quando in loco l’orgoglio per una cultura diversa risulta tangibile ed evidente.
Quali sono le cose che sfuggono alle narrazioni nazionali?
Le danze, la musica, il cibo, l’architettura vernacolare, le tecniche agricole, il sincretismo religioso, tutto conferma la porosità dei confini … Senza il superamento di un discorso nazionalista e sciovinista e una negoziazione equilibrata tra centro e periferie, non si metterà fine alla spirale di violenze, torti e prevaricazioni del forte sul più debole a cui assistiamo da oltre trent’anni.
La Russia è ancora la potenza inevitabile del Caucaso?
Il Caucaso tutto ha dimostrato a più riprese di essere capace di grandi e imprevedibili cambiamenti, di rivoluzioni pacifiche, risultati elettorali inattesi e grandi ondate di proteste che hanno coinvolto ampie fasce della popolazione. Per questo, non credo che la Russia sia una potenza “inevitabile” in Caucaso.
Quanto pesa ancora Mosca?
Sicuramente è un impero che gode ancora di molti privilegi di matrice coloniale ed è capace di sfruttarli a suo vantaggio, grazie a una posizione di forza nei confronti di Stati piccoli, incastrati in una posizione geografica tanto strategica quanto delicata. Al minimo passo fuori dal tracciato, la Russia è in grado di ricattare le economie fragili di Georgia e Armenia: ad esempio bloccando le grandi importazioni del loro vino e delle famose acque minerali con pretesti futili. L’Armenia, in particolare, è rimasta legata a doppio filo alla Russia, a lungo sua unica vera alleata per la difesa del Nagorno Karabakh. L’inazione russa nei conflitti del 2020 e poi del 2023, da molti vissuta come un vero tradimento, sta ridisegnando i rapporti tra i due Paesi, ma ci vorranno anni e negoziati difficili prima che l’Armenia possa dismettere l’enorme base militare russa di Gyumri, che genera molto lavoro in città, a trovare un’alternativa alle importazioni di prodotti russi o che riesca a riappropriarsi della sua rete ferroviaria, gestita dalla Russia. Nikol Pašinyan, primo ministro rieletto per la terza volta nel 2026, sta avvicinando l’Armenia all’orbita europea dopo che i suoi predecessori erano rimasti fedelmente allineati a Mosca. In Georgia, l’accondiscendenza verso l’agenda del Cremlino di Sogno Georgiano, partito populista controllato dall’oligarca Bidzina Ivanišvili, ha creato invece una profonda spaccatura nella società e una svolta inaspettata dopo decenni di politiche orientate alla candidatura europea. Gli equilibri sono in costante mutamento ma mostrano, senz’altro, una ciclica insofferenza alle pressioni di Mosca.
E il passato sovietico che peso ha ancora sul presente del Caucaso?
Un grande peso. Dalle cause dei conflitti alle dispute sul tracciato dei confini di Stato, dalle grandi infrastrutture all’edilizia di massa, fino all’eredità linguistica, politica e culturale, l’Unione Sovietica è un’eredità ancora tangibile e un grande pezzo di storia condivisa che accomuna i tre Paesi, nel bene e nel male. Dalla dissoluzione dell’URSS tutta la regione ha attraversato conflitti, spopolamento, difficoltà economiche estreme da cui non ha ancora del tutto finito di riprendersi. Benché le varie Repubbliche di tutto il Caucaso abbiano intrapreso percorsi molto diversi da allora, il sostrato comune sovietico – dal cinema al cibo, dagli oggetti di uso quotidiano a certe istituzioni sociali – rimane solido e inizierà a svanire forse solo tra qualche decennio.
Quella tra Armenia e Azerbaigian è una pace reale o soltanto una tregua imposta dai nuovi rapporti di forza?
Dal momento che il Nagorno Karabakh è rientrato a pieno titolo sotto controllo azero, formalmente il pomo della discordia non esiste più: allo stesso modo, nei negoziati degli ultimi anni è diventato evidente che l’Azerbaigian, in chiara posizione di forza, non vuole accontentarsi di aver riconquistato il territorio conteso e ha bisogno di mantenere in funzione la costosa macchina bellica e lo stato di tensione interna per giustificare il controllo autoritario sulla popolazione. Ma la retorica aggressiva che dipinge l’Armenia come “Azerbaigian occidentale” e che reclama l’annessione di nuovi territori è onnipresente nel discorso politico governativo e non può essere ignorata. Rimane ancora da capire se e come verrà attuato il famoso “corridoio” mediato da Trump che permetterà all’Azerbaigian di avere continuità territoriale effettiva, e quindi una strada diretta verso la Turchia, lungo la frontiera con l’Iran, attraversando la regione armena del Syunik. Per quanto un nuovo conflitto armato sembri improbabile, l’accordo raggiunto nel 2025 rimane ancora fragile e basato su premesse instabili.
Che cosa resta del Nagorno Karabakh?
L’Azerbaigian dal 2024 ha iniziato un’attenta ricostruzione della regione e una demolizione capillare di ogni traccia dell’eredità armena, come già fatto, su evidenza delle immagini satellitari, per gli edifici armeni all’interno del proprio territorio e in particolare nell’exclave del Naxçıvan. Alcuni dei profughi azeri degli anni Novanta hanno cominciato a fare ritorno e sono già collaudati i tour per turisti locali e stranieri, allineati sulla versione governativa della storia del conflitto. I nomi armeni sono già prontamente stati eliminati da Google Maps, che mostra ancora però la quotidianità delle famiglie armene locali archiviate tra le foto. Ci vorranno anni prima che le persone abbiano voglia di ripopolare una regione oggi completamente vuota e con poche opportunità di lavoro, dove gli azeri non vivono da oltre trent’anni. Credo però che il governo agirà rapidamente per ricostruirla, renderla visibilmente azera e svilupparne il potenziale turistico: è una zona boscosa, ricca d’acqua e fresca d’estate.
Quanto pesa l’Iran negli equilibri del Caucaso? E perché nei nostri racconti della regione rimane spesso sullo sfondo rispetto a Russia e Turchia?
L’Iran ha bisogno dell’Armenia e, quindi, della Georgia per commerciare con la Russia ed aggirare l’isolamento territoriale. È difficile immaginare dall’Europa che l’Armenia confini con l’Iran, eppure quei brevissimi 43 chilometri di filo spinato lungo il fiume Aras sono cruciali tanto per l’ingresso di migliaia di camion con targa in numeri persiani che percorrono le tortuose strade armene diretti in Russia, quanto come via d’uscita per i cittadini iraniani che, a più riprese, durante i bombardamenti israelo-americani hanno cercato di scappare dalla regione in macchina verso il più vicino Paese sicuro, l’Armenia. L’Iran è stato un giocatore importante in Caucaso, utile all’Armenia come alleato-deterrente nei confronti dell’Azerbaigian e della Turchia, ma con un’influenza decisamente minore rispetto a quella di Turchia e Russia.
Nel libro racconta anche i caffè di Tbilisi diventati luoghi di ritrovo degli esuli russi. Che effetto ha avuto questa nuova presenza sulla società georgiana?
Dopo la mobilizacija del settembre 2022, oltre un milione e mezzo di cittadini della Federazione russa in fuga dalla leva obbligatoria hanno attraversato il valico di Dariali, lungo la storica strada militare georgiana, che collega Tbilisi con l’osseta Vladikavkaz. Da allora sono almeno quarantamila i russi registrati come residenti in Georgia, soprattutto tra Tbilisi e Batumi. Una prima conseguenza del loro arrivo è stato l’aumento degli affitti, legato agli stipendi di lavori da remoto decisamente più alti di quello georgiano medio. Successivamente sono fiorite centinaia di attività, agenzie, organizzazioni, caffè e business in larga parte orientati solo al pubblico russofono – che include potenzialmente anche una parte dei rifugiati ucraini e bielorussi. Anche alla luce della virata autoritaria di Sogno Georgiano, tra una grossa fetta della popolazione della capitale c’è forte risentimento, competizione economica e un senso di espropriazione: la comunità russa in molti casi ha ricreato una società parallela senza volersi integrare nella vita quotidiana georgiana. Sarebbe sbagliato però generalizzare: decine di intellettuali, poeti, attivisti che in Russia sarebbero perseguitati hanno trovato asilo in un Paese che amano e rispettano come una seconda patria. Fuori Tbilisi c’è più indifferenza rispetto alla presenza dei russi, soprattutto a Batumi, da sempre una città abituata al turismo russofono.
C’è una responsabilità dell’Europa nei confronti del Caucaso?
Il Caucaso è un’enorme opportunità sprecata da parte dell’Europa. Le istituzioni europee hanno abbandonato la popolazione delle aree più fragili dopo decenni di investimenti e progetti virtuosi, che oggi si ritrovano senza finanziamenti. Hanno chiuso gli occhi davanti all’ennesimo spargimento di sangue in Nagorno Karabakh, senza fare nulla di concreto per fermarlo. Continuano a finanziare uno dei Paesi più autoritari al mondo, l’Azerbaigian, che reprime capillarmente ogni dissidenza, grazie a vantaggiosi accordi sulle importazioni di idrocarburi. La Georgia, dopo decenni di fatica trascorsi a inseguire il sogno della candidatura europea, è stata abbandonata alla sua classe politica corrotta e alla mercé della Russia. Anziché promuovere una cooperazione pacifica e democratica in tutta la regione, l’Unione Europea si è progressivamente sfilata da un groviglio che non ha saputo gestire, mantenendo solo rapporti di convenienza.
L’Unione europea ha investito molto nella sua presenza in Armenia, dall’EUMA fino alla nuova missione di partenariato lanciata quest’anno. Ma sul terreno questi investimenti stanno davvero producendo risultati?
Ci vorranno anni prima che gli armeni possano sentire l’Unione Europea come una potenza vicina e amica: anche l’EUMA è arrivata troppo tardi, dopo anni in cui l’Azerbaigian apriva regolarmente il fuoco contro i villaggi armeni di confine. L’Armenia è politicamente disillusa e ha amaramente imparato che nessuna grande potenza regionale verrà veramente a salvarla – e che può contare solo su sé stessa. Il silenzio europeo – con qualche eccezione, come la Francia – di fronte al disastro del Karabakh è ancora vissuto come intollerabile. Una parte della popolazione più entusiasta e pro-Pašinyan vede il vantaggio a lungo termine dei nuovi accordi, spera che l’Armenia sostituisca la Georgia ormai sfuggita dall’orbita europea, ma per il resto degli armeni serviranno tempo e prove più concrete prima che nasca del vero sentimento filoeuropeo.
Tra dieci anni, quale volto avrà il Caucaso: più europeo, più turco, più russo o qualcosa che oggi non riusciamo ancora a immaginare? Un volto caucasico, per esempio.
Sicuramente in questa ennesima linea di faglia tra Occidente e Russia l’unico attore che veramente ci guadagna è la Turchia, alleato del ricchissimo Azerbaigian, partner economico più importante della Georgia e che ora sta riuscendo a ottenere quello che vuole anche in Armenia. Anche se l’Unione Europea dovesse consolidare la sua influenza sull’Armenia, il Paese rimane il più piccolo, meno popoloso e ricco dei tre. C’è anche un quarto attore che, senza dare troppo nell’occhio, costruisce grandi opere e stringe accordi sempre più vantaggiosi: la Cina.
