Liberate Ruben Vardanyan e tutti gli ostaggi Armeni in Azerbaigian (Korazym 20.05.26)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 20.05.2026 – Vik van Brantegem] – L’attivista umanitario Armeno Ruben Vardanyan, per pochi mesi Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh oggi occupata dall’Azerbaigian, attualmente detenuto in una prigione di Baku, è stato candidato al Premio Václav Havel per i Diritti Umani 2026 da un gruppo di difensori dei diritti umani internazionali, attivisti umanitari e leader della società civile, che comprende lo scrittore e attivista contro la tratta di esseri umani Vahan Zanoyan, l’attivista burundese per i diritti umani Marguerite Barankitse, il medico umanitario americano Tom Catena, il difensore dei diritti umani congolese Julienne Lusenge e l’attivista yazida iracheno Mirza Dinnayi.
Il Premio Václav Havel per i Diritti Umani è assegnato dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa e premia azioni eccezionali della società civile nella difesa dei diritti umani.
Secondo la dichiarazione rilasciata dal gruppo proponente, la candidatura si basa sul contributo di Vardanyan agli sforzi globali per i diritti umani attraverso l’Iniziativa umanitaria Aurora, nonché sul suo impegno pubblico a favore dei diritti degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.
La dichiarazione evidenzia l’attività del Premio Aurora, co-fondato da Ruben Vardanyan insieme a Noubar Afeyan e al compianto Vartan Gregorian. Secondo il gruppo, l’iniziativa umanitaria ha sostenuto il lavoro per i diritti umani in tutto il mondo e ha contribuito a salvare migliaia di vite in diversi paesi e continenti.
La dichiarazione descrive inoltre Vardanyan come una persona profondamente impegnata nella tutela dei diritti umani e della dignità umana. Sottolinea come la sua decisione di trasferirsi in Artsakh durante un periodo difficile derivasse dalla sua convinzione di dover difendere i diritti della popolazione armena autoctona che vi risiedeva fina all’espulsione forza dalle forze armate dell’Azerbaigian.
Il gruppo proponente afferma che Vardanyan, essendo un pacifista convinto, ha messo a rischio la propria vita e il proprio futuro per cercare il dialogo, i negoziati e la comprensione in una delle zone di conflitto più delicate al mondo.
La dichiarazione collega inoltre l’opera e i valori di Vardanyan ai principi di Václav Havel, a cui è intitolato il premio. Fa riferimento alle parole di Havel sulla dignità umana, la solidarietà e la convivenza, affermando che le attività di Vardanyan riflettono gli stessi ideali.
Ruben Vardanyan è uno dei diciannove prigionieri Armeni ancora illegalmente detenuti dall’Azerbaigian. Fu stato arrestato dall’Azerbaigian nel settembre 2023 mentre tentava di lasciare l’Artsakh/Nagorno-Karabakh attraverso il Corridoio di Berdzor/Lachin (un “corridoio di vita” per l’Artsakh) in seguito all’occupazione militare azera dell’intera regione. Le autorità azere hanno successivamente formulato contro di lui oltre 40 capi d’accusa, tra cui accuse relative al finanziamento del terrorismo, a gruppi armati illegali e all’attraversamento illegale del confine di Stato.
Il gruppo proponente evidenzia quella che ha definito l’ironia della situazione attuale, notando che lo stesso Vardanyan necessita ora di protezione internazionale dopo essere stato condannato da un tribunale militare azero a 20 anni di carcere con accuse inventate.
La dichiarazione aggiunge che Vardanyan è attualmente detenuto a Baku insieme a diversi altri ex funzionari della Repubblica di Artsakh e a detenuti Armeni. I proponenti esprimono la speranza che l’assegnazione del premio a Vardanyan non solo riconosca il suo impegno umanitario, ma contribuisca anche ad accrescere l’attenzione internazionale per ottenere il rilascio dei prigionieri Armeni attualmente detenuti a Baku.
La Commissione Internazionale dei Giuristi (ICJ) ha denunciato gravi violazioni nei processi contro ex leader della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e prigionieri Armeni a Baku. Il rapporto evidenzia la natura a porte chiuse dei processi, le restrizioni al diritto alla difesa e i problemi di traduzione. L’organizzazione ha inoltre segnalato accuse di tortura e pressioni psicologiche nei confronti dei prigionieri Armeni. L’ICJ ha affermato che i processi riflettono problemi sistemici nel sistema giudiziario azero, tra cui la mancanza di indipendenza della professione forense e l’insufficiente garanzia di un giusto processo.
Le chiamate e gli appelli dei prigionieri Armeni detenuti a Baku, trasmessi tramite conversazioni telefoniche con le loro famiglie, testimoniano violazioni sistemiche dei diritti umani e la mancanza di meccanismi efficaci per la loro protezione in Azerbaigian. Inoltre, è possibile che, in risposta a tali segnalazioni, la parte azera imponga ulteriori misure punitive nei loro confronti. Lo ha affermato Siranush Sahakyan, rappresentante dei prigionieri Armeni presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Sahakyan ha spiegato che, nei casi in cui i prigionieri contattano le loro famiglie, non si tratta di messaggi registrati e pubblicati dall’Azerbaigian, bensì di brevi telefonate in cui i detenuti si scambiano messaggi personali. “Tali chiamate avvengono sotto il controllo della parte azera, che fornisce i mezzi di comunicazione. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia che non vengano applicate misure punitive a causa del contenuto delle conversazioni”, ha affermato.
Secondo Sahakyan, anche in assenza di ricorsi contro gli Armeni detenuti in Azerbaigian, si registrano segnali di comportamenti punitivi basati sull’etnia. Pertanto, il silenzio su questo non garantisce che gli Armeni detenuti a Baku non subiranno ritorsioni.
“Stiamo assistendo a una tendenza a creare ostacoli artificiali al processo di ricorso contro le decisioni giudiziarie presso i tribunali internazionali. C’è anche un problema oggettivo: queste decisioni non sono nemmeno formalizzate del tutto, poiché si tratta di un processo politicamente motivato in cui non ci sono diritti, prove né fatti. Ma la parte azera teme che tutto ciò venga contestato a livello internazionale e quindi sta cercando di guadagnare tempo per presentare una nuova ‘verità giudiziaria’”, ha affermato Sahkyan.
Secondo Sahakyan, gli organi giuridici e per i diritti umani internazionali, tra cui la CEDU, possono svolgere un ruolo chiave nella situazione attuale.
La rappresentante dei prigionieri armeni ha inoltre segnalato numerose altre violazioni: del diritto a un giusto processo, della libertà personale, della libertà di espressione e molte altre.
«Nei procedimenti legali internazionali, abbiamo la possibilità di richiedere e ottenere prove, ovvero documenti il cui accesso è stato limitato. In base alla nostra esperienza, posso affermare che i materiali relativi ai casi penali azeri vengono richiesti dalla Corte internazionale e ci vengono forniti nella misura in cui ci vengono consegnati. Naturalmente, l’Azerbaigian presenta casi inventati, cosa che emerge chiaramente durante le analisi. Tuttavia, nascondere informazioni sia alla Corte che ai partecipanti al procedimento comporta conseguenze legali, e i fatti che presentiamo vengono quindi considerati confermati», ha dichiarato Sahakyan.
Sahakyan ha anche ricordato che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha già richiesto all’Azerbaigian di fornire le sentenze e altri documenti procedurali, fissando scadenze precise. «Speriamo di riceverli, e in caso contrario, gli organismi internazionali trarranno le dovute conclusioni», ha concluso.

Ricevuto in Udienza da Sua Santità Papa Leone XIV martedì 19 maggio 2026, Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, ha sollevato la questione del diritto degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh al ritorno – nel rispetto delle garanzie internazionali – e ha accennato alla salvaguardia delle chiese e dei monumenti storici in conformità con il diritto internazionale, nonché alla necessità di un rapido rilascio dei leader della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e dei prigionieri Armeni detenuti a Baku.
Almeno 19 Armeni prigionieri di guerra, comprese le ex autorità della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, sono stati illegalmente processati e sono attualmente detenuti dal regime dell’Azerbaigian. La loro liberazione deve essere una battaglia di tutto il mondo civile e democratico.
«Le dichiarazioni del Premier armeno Nikol Pashinyan sul Nagorno-Karabakh sono destinate a lasciare un segno profondo nella società armena e nella diaspora. Affermare che “il Nagorno-Karabakh non è mai stato nostro” non è soltanto una presa di posizione politica perché per molti Armeni rappresenta un colpo doloroso alla memoria storica, al sacrificio di migliaia di caduti e al destino di una popolazione che per decenni ha vissuto quella terra come parte integrante della propria identità nazionale.
Le parole del Premier arrivano in un momento già estremamente delicato per l’Armenia, dopo la perdita definitiva del controllo del Nagorno-Karabakh e l’esodo della popolazione armena della regione nel 2023. Una ferita ancora apertissima, che difficilmente poteva essere affrontata con toni così netti senza provocare amarezza e indignazione visto che in quelle terre gli Armeni hanno vissuto fin dall’antichità e che è stata ceduta all’Azerbaigian temporaneamente da Stalin, senza sentire la popolazione e con l’intenzione di definire la questione in una conferenza di pace che non si è mai tenuta.
Pashinyan ha sostenuto che gli Armeni non avessero realmente costruito uno Stato nel Karabakh e che il territorio non potesse essere considerato “proprio”. Una riflessione che sembra voler chiudere definitivamente la stagione del nazionalismo legato all’Artsakh, ma che rischia anche di essere percepita come una delegittimazione di anni di storia armena nella regione.
Dal punto di vista del diritto internazionale, il Nagorno-Karabakh è sempre stato riconosciuto come parte dell’Azerbaigian, anche durante i decenni di controllo armeno successivi alla prima guerra degli anni Novanta. Tuttavia, la questione non è mai stata solo giuridica. Per gli Armeni il Karabakh rappresentava una presenza storica, culturale e religiosa secolare, fatta di monasteri, villaggi, tradizioni e comunità radicate nel territorio molto prima dell’epoca sovietica.
Ed è proprio qui che le parole del Premier rischiano di produrre l’effetto più traumatico: perché una parte consistente dell’opinione pubblica armena può accettare con dolore la realtà geopolitica, ma fatica ad accettare che venga messo in discussione il legame storico ed emotivo con quella terra.
Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian ha lasciato dietro di sé distruzioni, pulizie etniche, espulsioni forzate e profonde ferite da entrambe le parti. Dopo la guerra del 2020 e l’offensiva azera del 2023, sostenuta anche dalla superiorità tecnologica dei droni turchi, il controllo del Karabakh è tornato completamente a Baku. In seguito, tutta la popolazione armena della regione ha abbandonato le proprie case rifugiandosi in Armenia. Le parole di Pashinyan sembrano inserirsi nella sua linea politica di normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e di ridefinizione dell’identità strategica armena. Ma in un Paese ancora segnato dalla sconfitta e dal trauma dell’esodo, certe affermazioni difficilmente possono lasciare indifferenti. Per molti Armeni, infatti, il Karabakh non era soltanto una questione territoriale ma era una parte della propria memoria collettiva» (L. Leonardi – Assadakah, 15 maggio 2026).
