Patrimonio armeno dell’Artsakh, quel «non sono al corrente» che interpella l’UNESCO (Korazym 28.10.26)

Che cosa accade quando una responsabile del Centro del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, interrogata sulla distruzione delle chiese armene sul territorio nella Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, occupato dalle forze armate dell’Azerbaigian e svuotata dalla sua popolazione, risponde di non essere al corrente dei casi segnalati? La domanda attraversa il post pubblicato su Facebook da Rouben Ishkhanyan il 27 ottobre. E riporta al centro della discussione la distanza fra le denunce sulla cancellazione del patrimonio armeno e gli strumenti internazionali chiamati a proteggerlo.

L’episodio trova riscontro nel servizio pubblicato da NEWS.am il 26 ottobre. Interpellata al Matenadaran di Erevan [1], durante un incontro internazionale dedicato alla natura e alla cultura, Jyoti Hosagrahar (foto di copertina), Deputy Director del World Heritage Center (Centro del Patrimonio Mondiale) presso il Settore Cultura dell’UNESCO [2], ha dichiarato di non poter commentare le distruzioni perché non conosceva i singoli casi ai quali il giornalista faceva riferimento.

La vicenda ha sollevato accese discussioni a causa della sua mancata presa di posizione e per l’interruzione del colloquio: di fronte all’insistenza della giornalista che presentava ulteriori rapporti sulle numerose segnalazioni di atti vandalici, la funzionaria ha preferito concludere lo scambio affermando: «Sorry, I have to go».

 

Questo episodio ha riacceso il dibattito e le critiche in Armenia circa il reale livello di attenzione e di consapevolezza della comunità internazionale – e in particolare dell’UNESCO – riguardo alla tutela del patrimonio culturale e religioso armeno nelle zone di conflitto.

Una risposta individuale e una questione istituzionale

Occorre distinguere le parole della funzionaria UNESCO dalla posizione complessiva dell’UNESCO. Questo scambio non significa che l’Organizzazione non abbia mai ricevuto informazioni sul patrimonio dell’Artsakh.

Inoltre, il resoconto disponibile non consente di capire perché Hosagrahar abbia risposto in quel modo. È precisamente su questa distanza che insiste Ishkhanyan. Nel suo intervento ipotizza, in mancanza di spiegazioni accertate, prudenza diplomatica oppure mancanza di dati verificati. Poi pone un interrogativo pertinente: una rappresentante dell’UNESCO in visita in Armenia non dovrebbe essere preparata ad affrontare una domanda tanto prevedibile?

La questione supera la preparazione della singola interlocutrice. Se mancano informazioni sufficienti per esprimersi, occorre spiegare quali verifiche siano necessarie, chi possa svolgerle e quali ostacoli ne impediscano la realizzazione. Una dichiarazione di mancata conoscenza, lasciata senza seguito, non offre risposte sulla sorte dei monumenti.

L’UNESCO ha la missione di proteggere il patrimonio culturale mondiale e di preservare i monumenti storici. L’apparente mancanza di informazione di una funzionaria e l’assenza di azione dell’organizzazione riguardo alle distruzioni in Artsakh solleva interrogativi sul rispetto dei suoi impegni e costituisce un inadempimento rispetto alle sue missioni.

Una vicenda già al centro della nostra copertura

Il tema si inserisce nella copertura che questo Blog dell’Editore dedica da anni all’Artsakh, alla sua popolazione e alle testimonianze della presenza armena. Il 22 aprile 2026 abbiamo affrontato la demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, richiamando le denunce sulla distruzione del patrimonio religioso e sul silenzio internazionale.

Il nuovo episodio sposta l’attenzione anche sulla capacità delle istituzioni internazionali di raccogliere, verificare e utilizzare la documentazione disponibile. Le denunce devono essere vagliate con rigore; proprio per questo servono accesso indipendente, interlocutori identificabili e risposte pubbliche.

La protezione di chiese, monasteri e cimiteri riguarda inoltre il rapporto tra una comunità e i luoghi dai quali è stata allontanata. Conservare un edificio significa anche preservarne iscrizioni, dedicazioni, memoria e identità storica. La tutela perde una parte essenziale del proprio significato se questi elementi vengono cancellati o alterati.

L’UNESCO aveva già proposto una missione

Esiste un precedente istituzionale preciso. Nel novembre 2020 l’UNESCO propose una missione preliminare sul terreno per redigere un inventario dei beni culturali più significativi, indicandolo come passaggio necessario alla loro protezione. Nel comunicato, l’Organizzazione ricordava che i propri esperti non avevano potuto visitare quelle zone nonostante precedenti tentativi e subordinava la missione all’accordo delle parti interessate.

La difficoltà di accesso era dunque già esplicitamente riconosciuta. A distanza di anni, questo precedente rende ancora più necessario conoscere quali iniziative siano state intraprese, quali condizioni restino da soddisfare e quali possibilità concrete esistano per una verifica indipendente.

Non basta invocare genericamente la complessità diplomatica. Occorre renderne comprensibili gli effetti: quali siti possono essere ispezionati, quali informazioni possono essere controllate e chi debba consentire agli esperti di lavorare.

Il richiamo al Kosovo

Ishkhanyan richiama anche il caso dei monumenti ortodossi del Kosovo. Nel 2006 il sito dei Monumenti medievali in Kosovo fu inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo, contestualmente all’ampliamento dell’iscrizione originaria del Monastero di Dečani, risalente al 2004.

Il confronto richiede cautela: lo status dei siti e i meccanismi della Convenzione del Patrimonio Mondiale non possono essere trasferiti automaticamente all’autoproclamata Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, in assenza di riconoscimento internazionale. Tuttavia, l’assenza di un’identica iscrizione non esaurisce la questione della tutela. Lo dimostra la stessa iniziativa dell’UNESCO del 2020, che richiamava la Convenzione dell’Aja del 1954 e i suoi Protocolli, ai quali aderiscono Armenia e Azerbaigian.

Le risposte che continuano a mancare

Le domande formulate da Ishkhanyan riguardano interlocutori diversi. All’Azerbaigian viene chiesto conto della conservazione dei monumenti e dell’accesso degli esperti. All’UNESCO, del monitoraggio e delle verifiche. Al governo armeno, dei risultati dell’azione diplomatica.

Sono responsabilità distinte, che richiedono risposte altrettanto precise. Il punto sollevato dal post di Ishkhanyan resta questo: se una funzionaria internazionale dichiara di non conoscere i casi denunciati, il passo successivo dovrebbe essere indicare come acquisire e verificare quelle informazioni.

Per il patrimonio armeno dell’Artsakh il tempo ha conseguenze materiali. Ogni demolizione è irreversibile; ogni iscrizione cancellata sottrae una testimonianza alla storia. Alla domanda su ciò che sta accadendo deve seguire una risposta verificabile su ciò che si intende fare.

[1] Il Matenadaran, termine che in armeno antico sta per «biblioteca»; nome ufficiale in armeno Istituto Mesrop Mashtots di Manoscritti Antichi, è un’istituzione culturale che custodisce una collezione di manoscritti antichi in lingua armena e in moltissime altre lingue. Si in cima a un imponente viale di Erevan che porta, come la stessa biblioteca, il nome di Mesrop Mashtots, celeberrimo inventore dell’alfabeto armeno. Per via del suo patrimonio, che conta più di 17.000 manoscritti e circa 100 000 documenti di archivio, medievali e moderni, si tratta di uno dei luoghi essenziali per l’elaborazione e la trasmissione della memoria nazionale in Armenia.

[2] Jyoti Hosagrahar sovrintende a diversi programmi chiave presso il Centro del Patrimonio Mondiale del Settore Cultura dell’UNESCO, tra cui la Raccomandazione sul paesaggio urbano storico e il Programma per le città patrimonio mondiale. Ricopre inoltre il ruolo di referente per il cambiamento climatico all’interno del Settore Cultura, concentrandosi sul patrimonio mondiale e sullo sviluppo sostenibile. Dirige, infine, il programma UNESCO “Culture|2030 Indicators”, che monitora il ruolo della cultura nello sviluppo sostenibile. Da maggio 2016 a novembre 2018 ha diretto la Divisione per la Creatività dell’UNESCO, supervisionando le Convenzioni UNESCO sul patrimonio culturale immateriale e sulla diversità culturale. In precedenza, è stata docente e Direttore del SUI Lab presso la Columbia University e ha ricoperto la Cattedra UNESCO su “Cultura, habitat e sviluppo sostenibile” a Bangalore, dove ha anche diretto il programma di dottorato. Ha fondato a Bangalore la ONG Sustainable Urbanism International (SUI), a testimonianza del suo impegno di lunga data a favore dello sviluppo urbano sostenibile.

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