Per Baku il 19 settembre 2023 fu un’«operazione antiterroristica». Tre anni dopo l’Artsakh è senza Armeni e i prigionieri restano a Baku (Korazym 22.09.26)

Per l’Azerbaigian, il 19 settembre 2023 segna l’inizio dell’«operazione antiterroristica locale» attraverso la quale sarebbe stato «ripristinato l’ordine costituzionale» nel Nagorno-Karabakh. Per gli Armeni dell’Artsakh, quella stessa data indica invece l’attacco militare che, dopo nove mesi di blocco, provocò la resa della Repubblica di Artsakh e lo sfollamento forzato della sua popolazione. A tre anni di distanza, le due narrazioni non potrebbero essere più distanti. Baku celebra una vittoria militare durata meno di ventiquattro ore; le organizzazioni per i diritti umani ricordano una regione svuotata dei suoi abitanti autoctoni, mentre diciannove Armeni restano detenuti in Azerbaigian.

Proprio il 19 settembre, l’Ombudsman azera ha respinto come «completamente infondate» le denunce di Ruben Vardanyan sulle condizioni di detenzione, senza però rispondere puntualmente alle violazioni da lui elencate.

Il giorno precedente, ricevendo una delegazione di Save Armenia, Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, aveva ricordato che una pace autentica e duratura non può prescindere dalla giustizia, dalla verità, dalla dignità umana e dai diritti fondamentali dei popoli.

Le due memorie del 19 settembre

In occasione del terzo anniversario dell’attacco all’Artsakh, i media statali e filogovernativi azeri hanno riproposto la versione ufficiale degli avvenimenti del settembre 2023. Secondo questa narrazione, il 19 settembre l’Azerbaigian avrebbe avviato «operazioni antiterroristiche locali» per attuare le disposizioni della Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, disarmare le «formazioni armate armene», neutralizzarne le infrastrutture militari, garantire la sicurezza della popolazione civile e ristabilire l’ordine costituzionale del Paese.

L’operazione, sottolineano i mezzi di informazione azeri, durò 23 ore e 50 minuti e terminò il 20 settembre alle ore 13.00, dopo l’accettazione del cessate il fuoco e delle condizioni imposte da Baku.

Il linguaggio della celebrazione acquista un significato ulteriore alla luce delle parole pronunciate da Ilham Aliyev, pochi giorni prima dell’anniversario. Il 15 settembre, durante l’incontro a Baku con il Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Turchi, Kubanychbek Omuraliev, il Presidente azero ha affermato che nelle relazioni internazionali «il fattore della forza è passato in primo piano» e ha indicato la necessità di continuare a rafforzare il potenziale militare dell’Azerbaigian e di mantenere alta la vigilanza. Come ha osservato Armenia Today, la dichiarazione è intervenuta mentre, nonostante l’agenda di pace fra Erevan e Baku, la leadership azera continua a insistere sul potenziamento dell’esercito e ad aumentare la spesa destinata alla difesa e alla sicurezza. È una formulazione che rende ancora più difficile separare la pace proclamata da Baku dalla centralità attribuita alla superiorità militare.

Nella ricostruzione di Baku scompare però quanto avvenne prima e dopo quelle ventiquattro ore. Scompare il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin), iniziato nel dicembre 2022 e progressivamente trasformato in un assedio totale. Scompaiono la penuria di viveri, medicinali e carburante e l’isolamento di circa 120.000 persone. Scompare, soprattutto, la conseguenza concreta dell’operazione: nell’arco di pochi giorni l’intera popolazione armena dell’Artsakh fu costretta ad abbandonare la propria terra.

Il 19 settembre è stato ricordato in Armenia anche con il Giorno del Ricordo e la marcia silenziosa al Pantheon militare di Yerablur], in memoria di quanti persero la vita per la libertà e la sicurezza dell’Artsakh tra il 1988 e il 2023, dei dispersi, dei prigionieri detenuti in Azerbaigian, delle vittime civili dello sfollamento forzato e di quelle dell’esplosione del deposito di carburante del 25 settembre 2023.

Non si tratta, dunque, soltanto di due diverse interpretazioni politiche. Da una parte viene celebrato il conseguimento di un obiettivo militare e territoriale; dall’altra si ricordano le vite spezzate, la perdita della patria e la cancellazione di una comunità dalla terra nella quale aveva vissuto per secoli.

Perché nell’Artsakh non ci sono più Armeni?

In occasione dell’anniversario, l’organizzazione Protection of Rights without Borders ha rilanciato il rapporto internazionale Why Are There No Armenians in Nagorno-Karabakh?, pubblicato nel 2024 da Freedom House insieme a International Partnership for Human Rights, Democracy Development Foundation, Helsinki Citizens’ Assembly-Vanadzor, Protection of Rights without Borders, Law Development and Protection Foundation e Truth Hounds.

Il rapporto non è quindi un documento nuovo, ma conserva tutta la sua rilevanza davanti al tentativo di presentare lo svuotamento dell’Artsakh come una conseguenza spontanea o volontaria del cambiamento di sovranità.

Sulla base di centinaia di interviste a testimoni e dell’analisi di fonti aperte, la missione internazionale ha documentato come, a partire dalla guerra del 2020, la popolazione armena sia stata sottoposta ad attacchi, intimidazioni, privazione dei diritti fondamentali, progressivo deterioramento delle condizioni di vita, blocco e infine offensiva militare.

La conclusione del rapporto è inequivocabile: le autorità azere avrebbero attuato una strategia complessiva e metodicamente realizzata per svuotare il Nagorno-Karabakh della sua popolazione armena e della sua presenza storica e culturale.

È precisamente questo elemento che la formula «operazione antiterroristica» tende a rimuovere. Il risultato non fu soltanto il disarmo delle forze di difesa dell’Artsakh, ma la scomparsa della popolazione armena dalla regione.

L’Ombudsman azera risponde a Ruben Vardanyan

Al terzo anniversario dell’attacco si è sovrapposto un nuovo passaggio nella vicenda dei prigionieri Armeni detenuti a Baku.

Il 16 settembre Ruben Vardanyan, già Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, condannato a venti anni di carcere al termine di un processo duramente contestato, aveva rivolto un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva. Vardanyan chiedeva che l’Ombudsman visitasse personalmente lui e gli altri detenuti Armeni nel complesso penitenziario di Umbaki e rispondesse alle denunce riguardanti le condizioni di detenzione e l’esercizio dei loro diritti.

Il 19 settembre l’Ufficio dell’Ombudsman ha replicato attraverso una dichiarazione riferita da AzerNews, definendo «completamente infondate» le affermazioni sulle violazioni dei diritti dei prigionieri Armeni.

Secondo la dichiarazione, Vardanyan e gli altri detenuti sarebbero stati visitati ripetutamente, anche senza preavviso, durante le indagini preliminari, i processi e dopo il trasferimento negli istituti penitenziari. Le loro condizioni di salute sarebbero state esaminate da un medico del Gruppo nazionale di prevenzione; avrebbero ricevuto spiegazioni sui propri diritti e pubblicazioni nella loro lingua; disporrebbero inoltre della possibilità di telefonare alle famiglie, accedere a servizi medici e notarili, svolgere attività fisica e presentare richieste alle istituzioni statali.

La risposta, tuttavia, non entra puntualmente nel merito delle violazioni elencate da Vardanyan. Oppone alle sue denunce una generale attestazione dell’autorità azera incaricata di controllare strutture appartenenti allo stesso Stato che lo ha arrestato, processato e condannato.

L’Ombudsman afferma inoltre che la responsabilità dei detenuti per crimini contro la pace e l’umanità, crimini di guerra, terrorismo e finanziamento del terrorismo sarebbe stata «provata in tribunale». Ma è proprio l’equità di quei procedimenti a essere contestata dai difensori, dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani e dai ricorsi presentati davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Come abbiamo riferito il 1° settembre, il 21 agosto è stato depositato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo-CEDU il ricorso per quindici detenuti Armeni, dopo il ricorso già avviato da Ruben Vardanyan.

La versione dell’Ombudsman contrasta inoltre con quanto denunciato dall’avvocato e difensore dei diritti umani Siranush Sahakyan. I prigionieri non possono ricevere visite dei familiari e non hanno contatti diretti con avvocati indipendenti, medici di fiducia, rappresentanti consolari o delegati del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che nel settembre 2025 ha dovuto chiudere la propria delegazione in Azerbaigian. Ne abbiamo riferito nell’articolo Artsakh, cancellata la memoria a Shushi mentre a Baku i prigionieri Armeni restano nell’isolamento.

Karekin II: la pace deve fondarsi sulla giustizia e sulla verità

Un giorno prima dell’anniversario, il 18 settembre, Sua Santità Karekin II ha ricevuto presso la Santa Sede di Etchmiadzin una delegazione dell’organizzazione Save Armenia, guidata dal Direttore esecutivo Paul Murray.

Nel corso dell’incontro, il Capo della Chiesa Apostolica Armena ha richiamato tre questioni strettamente collegate: la tutela dei diritti degli Armeni dell’Artsakh sfollati con la forza; la necessità della pronta liberazione dei prigionieri Armeni detenuti illegalmente in Azerbaigian; la politica di distruzione e appropriazione del patrimonio spirituale e culturale armeno dell’Artsakh.

Karekin II ha sottolineato la necessità di una risposta più attiva e mirata da parte degli organismi internazionali competenti, delle Chiese sorelle e delle organizzazioni cristiane. I componenti della delegazione di Save Armenia hanno assicurato che continueranno a sollevare la questione dei prigionieri presso le istituzioni governative degli Stati Uniti e gli organismi competenti in materia di libertà religiosa internazionale.

«Una pace autentica e duratura deve fondarsi sulla giustizia, sulla verità, sulla dignità umana, sulla libertà religiosa e sul rispetto dei diritti fondamentali dei popoli», ha affermato il Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. Sono parole che riportano la questione al suo punto essenziale. La cessazione delle operazioni militari non basta a definire la pace, quando una popolazione rimane privata della propria terra, i prigionieri sono detenuti in condizioni sottratte a un controllo internazionale indipendente e il patrimonio cristiano armeno viene distrutto, trasformato o presentato come appartenente a un’altra identità.

La vittoria celebrata, il diritto all’autodeterminazione e le domande senza risposta

Tre anni dopo, Baku celebra il 19 settembre come il giorno nel quale avrebbe ristabilito la propria «sovranità territoriale». Ma il richiamo alla «sovranità» dell’Azerbaigian non può cancellare la questione dell’autodeterminazione del popolo del Nagorno-Karabakh, né trasformare retroattivamente la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh in una semplice «organizzazione terroristica».

La Repubblica di Nagorno-Karabakh, successivamente denominata Repubblica di Artsakh, non nacque infatti da una formazione armata clandestina, ma da istituzioni rappresentative e da un processo politico sviluppatosi nel contesto della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il 2 settembre 1991, il Consiglio regionale del Nagorno-Karabakh e il Consiglio del distretto di Shahumyan proclamarono la Repubblica di Nagorno-Karabakh, richiamandosi alla legislazione sovietica allora vigente e, in particolare, alla legge del 3 aprile 1990 sulle procedure per la secessione di una Repubblica federata dall’URSS, che riconosceva alle regioni autonome il diritto di determinare separatamente il proprio status.

Il 10 dicembre 1991, mentre l’Unione Sovietica era ormai prossima alla dissoluzione, la popolazione del Nagorno-Karabakh confermò attraverso un referendum la scelta dell’indipendenza. Il nuovo ordinamento si dotò successivamente di una Costituzione, di un Presidente, di un’Assemblea Nazionale, di un governo e di istituzioni giudiziarie; per oltre trent’anni si svolsero consultazioni elettorali e si sviluppò una vita politica retta dalla volontà popolare. Il mancato riconoscimento internazionale della Repubblica di Artsakh non cancella l’esistenza di queste istituzioni, né autorizza a qualificare come «terroristi» un intero sistema statale, i suoi rappresentanti eletti e la popolazione che lo aveva costituito.

La disputa, pertanto, non può essere ridotta alla contrapposizione fra la «sovranità territoriale» dell’Azerbaigian e alcune presunte «formazioni separatiste». Al centro rimane il conflitto tra il principio dell’integrità territoriale e il diritto all’autodeterminazione del popolo armeno dell’Artsakh: una questione che per oltre trent’anni fu riconosciuta come irrisolta dalla stessa comunità internazionale e affidata a uno specifico processo negoziale.

 

Il principale organismo internazionale incaricato di promuovere una soluzione pacifica fu il Gruppo di Minsk, istituito nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, divenuta successivamente Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Sotto la copresidenza di Stati Uniti, Francia e Russia, il Gruppo aveva il compito di favorire una soluzione politica e negoziata del conflitto del Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaigian. Pur avendo progressivamente perduto centralità, soprattutto dopo la guerra del 2020 e l’invasione russa dell’Ucraina, la sua stessa esistenza attestava che lo status del Nagorno-Karabakh e i diritti della sua popolazione non potevano considerarsi risolti mediante il solo richiamo all’integrità territoriale azera. Il 1° settembre 2025, in seguito a una richiesta congiunta di Armenia e Azerbaigian, il Consiglio ministeriale dell’OSCE decise la chiusura del Processo di Minsk e delle strutture collegate; la procedura fu completata il 30 novembre dello stesso anno. Il Gruppo venne così soppresso quando il conflitto veniva ormai presentato come «risolto». Ma a risolverlo non erano stati i negoziati di pace condotti sotto l’egida dell’OSCE: era stata la forza militare impiegata dall’Azerbaigian, prima con la guerra del 2020 e poi con l’attacco del settembre 2023. Quest’ultimo impose la resa delle istituzioni della Repubblica di Artsakh e provocò l’espulsione di fatto della popolazione che quelle istituzioni rappresentavano.

Restano quindi le domande che la propaganda ufficiale non può cancellare. Perché nell’Artsakh non vivono più Armeni? Perché non è garantito il loro ritorno sicuro e dignitoso? Perché osservatori internazionali indipendenti non possono accedere liberamente ai detenuti e al patrimonio culturale e religioso della regione? Perché alle denunce circostanziate dei prigionieri viene risposto con dichiarazioni generali provenienti dalle stesse istituzioni statali coinvolte? E come può essere definita «pace» una situazione nella quale il diritto all’autodeterminazione è stato soffocato militarmente e i rappresentanti delle istituzioni democratiche dell’Artsakh sono detenuti e condannati come terroristi dallo Stato che ne ha conquistato il territorio?

L’«operazione antiterroristica» durò, secondo Baku, 23 ore e 50 minuti. Ma non sconfisse un’organizzazione terroristica: pose fine con la forza a un’esperienza statale sorta dalla volontà popolare e durata oltre trent’anni, costringendo all’esodo pressoché l’intera popolazione armena dell’Artsakh. Le conseguenze continuano ancora oggi. E finché il diritto al ritorno, la liberazione dei prigionieri, la tutela del patrimonio e il diritto all’autodeterminazione resteranno esclusi dal cosiddetto processo di pace, la vittoria celebrata dall’Azerbaigian non potrà essere scambiata per una pace fondata sulla giustizia.

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