Quando una patria scompare anche dalle notizie. Perché l’Artsakh è uscito dall’agenda dei media (Korazym 03.09.26)
Che cosa accade a una tragedia quando smette di produrre immagini di guerra? Che cosa resta nell’informazione quando non ci sono più bombardamenti da mostrare, colonne di profughi da seguire o vertici internazionali da raccontare?
La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh offre una risposta inquietante. Dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e lo sfollamento forzato di oltre centomila Armeni, ossia dell’intera popolazione autoctona della regione, l’Artsakh è progressivamente scomparso non soltanto dalle carte politiche, ma anche dall’agenda dei grandi media.
Non è scomparso, però, ciò che è accaduto. Gli Armeni dell’Artsakh continuano a vivere lontano dalle proprie case. Il loro diritto al ritorno resta senza garanzie concrete. Gli ex vertici politici e militari della Repubblica sono detenuti e processati a Baku. Chiese, monumenti, cimiteri e testimonianze della presenza armena continuano a essere distrutti, trasformati o cancellati. E nell’Armenia che cerca una pace con l’Azerbaigian, persino il modo di ricordare l’Artsakh è diventato materia di scontro politico. Eppure tutto questo fatica a diventare notizia.
Un conflitto considerato concluso
La prima spiegazione è anche la più semplice. Per una parte consistente dell’informazione internazionale, il conflitto del Nagorno-Karabakh si è concluso nel settembre 2023 con la vittoria militare dell’Azerbaigian, lo scioglimento delle istituzioni della Repubblica de facto di Artsakh/Nagorno-Karabakh e il passaggio dell’intero territorio sotto il controllo di Baku. È una conclusione militare e territoriale. Ma nel racconto mediatico tende a trasformarsi anche in una conclusione politica, umanitaria e perfino morale.
Il Council on Foreign Relations, nel suo osservatorio sui conflitti internazionali, presenta l’offensiva azera del 2023 come l’evento che ha posto fine al conflitto durato decenni. L’attenzione viene quindi trasferita sui negoziati di pace tra Armenia e Azerbaigian, sulla normalizzazione delle relazioni, sui nuovi collegamenti regionali e sugli equilibri tra Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran e Unione Europea.
In questa prospettiva, l’Artsakh appartiene ormai al passato. Il problema è che le conseguenze di ciò che è accaduto appartengono interamente al presente.
Una guerra può essere terminata senza che sia stata ristabilita la giustizia. Un territorio può essere stato conquistato senza che siano scomparsi i diritti della popolazione costretta ad abbandonarlo. Una pace può essere negoziata tra due Stati senza rispondere alla domanda fondamentale sul destino delle persone espulse, dei prigionieri e del patrimonio culturale e religioso rimasto senza custodi.
La notizia ha bisogno di un evento
I grandi mezzi di informazione lavorano necessariamente attraverso una selezione. Non tutto può trovare spazio e non ogni crisi può essere seguita con la stessa continuità.
L’Artsakh torna pertanto sulle pagine dei giornali soprattutto quando accade qualcosa che possa essere immediatamente riconosciuto come evento: un vertice tra i leader di Armenia e Azerbaigian, un accordo promosso da Washington, una dichiarazione di Mosca, una nuova tensione lungo il confine oppure un passaggio rilevante nella politica energetica europea.
In questi casi il Nagorno-Karabakh riappare come antecedente storico del confronto tra Erevan e Baku. Molto più raramente viene raccontato come questione ancora aperta in sé.
Lo stesso vale per le vicende umane. La popolazione armena sfollata con la forza nel 2023 attirò per alcuni giorni l’attenzione mondiale, mentre più di centomila persone attraversavano il Corridoio di Berdzor/Lachin portando con sé quanto erano riuscite a salvare. Quasi tre anni dopo, il lento inserimento degli sfollati in Armenia, la perdita della casa, il rischio di dispersione della loro comunità e l’assenza di una prospettiva reale di ritorno producono molte meno immagini e, quindi, molte meno notizie. Il dramma non è terminato. È semplicemente diventato meno visibile.
Una terra senza testimoni indipendenti
Esiste poi un problema specificamente giornalistico. L’accesso alla regione è sottoposto al controllo delle autorità azere e non vi è una presenza stabile e indipendente della stampa internazionale in grado di documentare ciò che accade sul territorio.
Le informazioni sulla demolizione o trasformazione delle testimonianze armene provengono frequentemente da fotografie satellitari, confronti tra immagini realizzate in periodi diversi, filmati ufficiali azeri, documentazione raccolta da studiosi e organismi per la tutela del patrimonio oppure testimonianze provenienti dalla parte armena.
Sono fonti che possono essere analizzate e incrociate, ma richiedono tempo, competenze e verifiche. Per una redazione generalista è molto più semplice seguire una conferenza internazionale o riprendere un dispaccio di agenzia che ricostruire la progressiva cancellazione di un cimitero, di una chiesa o di un intero quartiere.
La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert è diventata una notizia internazionale soltanto quando la documentazione fotografica e satellitare ha reso impossibile ignorare quanto era avvenuto. Anche in quel caso, tuttavia, la vicenda ha ricevuto maggiore attenzione da parte dei mezzi di informazione di area Cristiana, come EWTN, rispetto alle grandi testate generaliste.
La forza della narrazione della “pace”
La parola che oggi domina il racconto dell’Armenia e dell’Azerbaigian è “pace”. È una parola necessaria, soprattutto dopo decenni di guerra e migliaia di vittime. Ma può diventare anche una cornice selettiva.
Quando il risultato prodotto dalla forza viene assunto come punto di partenza non più discutibile, ogni richiamo al diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh rischia di essere presentato come un ostacolo alla riconciliazione. La memoria può essere descritta come revanscismo; la richiesta di giustizia come rifiuto della realtà; persino la preghiera per l’Artsakh come espressione di una cultura della guerra. In questo modo, ciò che potrebbe disturbare la narrazione della normalizzazione viene progressivamente spostato ai margini.
La pace viene raccontata attraverso i colloqui diplomatici, l’apertura delle frontiere, i corridoi commerciali e le opportunità economiche. Molto meno attraverso le condizioni necessarie perché essa sia anche giusta e duratura: la liberazione dei prigionieri, la tutela del patrimonio, il riconoscimento dei diritti degli sfollati e una memoria che non venga cancellata insieme ai luoghi nei quali si è formata.
Energia, interessi e prudenza diplomatica. Le posizioni dell’Italia e della Santa Sede
Nel caso italiano esiste inoltre una dimensione che non può essere ignorata. L’Azerbaigian è un partner energetico e commerciale importante. Il gas che attraverso il Corridoio meridionale raggiunge l’Europa attribuisce a Baku un ruolo rilevante nella politica di diversificazione degli approvvigionamenti.
La visita del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Azerbaigian nel maggio 2026, come ha riferito OC Media, ha posto in primo piano proprio la cooperazione energetica, economica e strategica tra Roma e Baku.
Questo non significa che esista necessariamente una censura diretta. Sarebbe una conclusione non dimostrata e troppo semplice. Significa però che il quadro politico generale privilegia stabilità, rapporti bilaterali, sicurezza energetica e nuovi collegamenti regionali. In tale contesto, la questione dell’Artsakh rischia di essere percepita come un dossier scomodo, appartenente a un conflitto che la diplomazia desidera dichiarare superato.
Diversa per natura, ma ugualmente rilevante, è la posizione della Santa Sede. I rapporti tra la Santa Sede e l’Azerbaigian si sono sviluppati negli anni attraverso il dialogo diplomatico e interreligioso, la tutela della piccola comunità Cattolica presente nel Paese e una sigtnificativa cooperazione culturale sostenuta dalla Fondazione Heydar Aliyev, presieduta dalla Vice Presidente dell’Azerbaigian, Mehriban Aliyeva, moglie del Presidente Ilham Aliyev. Quest’ultima ha finanziato diversi interventi sul patrimonio Cristiano a Roma, dalle Catacombe di Commodilla al più recente restauro delle statue della Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura. Ne abbiamo parlato in occasione della visita Mehriban Aliyeva alla Santa Sede, il 16-17 ottobre 2025.
Il 29 aprile 2026, proprio mentre diventava pubblicamente documentata la demolizione della Cattedrale armena della Santa Madre di Dio a Stepanakert, il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e la Fondazione Heydar Aliyev sottoscrivevano un nuovo atto di donazione per il restauro di quattro statue della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Il comunicato vaticano presentava l’accordo come espressione della «sincera amicizia e della reciproca cooperazione» tra il Governatorato e l’Azerbaigian.
Il contrasto non poteva passare inosservato: mentre una fondazione legata alla Presidenza azera contribuiva alla conservazione del patrimonio Cristiano a Roma, nell’Artsakh sotto il controllo di Baku scompariva una delle principali chiese armene della regione. Il Coordinamento delle organizzazioni e associazioni armene in Italia pose pubblicamente la domanda: La Santa Sede chiude un occhio? Anche questo Blog dell’Editore aveva già affrontato il problema documentando, nell’articolo Artsakh: la distruzione della memoria, la demolizione della cattedrale e il silenzio che la circondava.
Non si tratta di negare il valore del dialogo diplomatico, della cooperazione culturale o dei rapporti interreligiosi. La Santa Sede deve necessariamente parlare anche con governi autoritari e mantenere aperti canali che possono servire alla pace e alla tutela delle minoranze. Il problema nasce quando questa prudenza non è accompagnata da una parola pubblica altrettanto riconoscibile sulla distruzione del patrimonio Cristiano armeno, sulla sorte degli sfollati dell’Artsakh e sugli Armeni detenuti a Baku.
La diplomazia pontificia privilegia tradizionalmente il dialogo, le relazioni bilaterali e gli interventi riservati. Nel caso dell’Artsakh, tuttavia, questa impostazione ha prodotto almeno sul piano pubblico un’evidente asimmetria: sono ben visibili gli accordi culturali con l’Azerbaigian e gli appelli generali alla pace tra Baku ed Erevan; molto meno visibile è una denuncia esplicita e proporzionata della cancellazione delle testimonianze Cristiane armene nei territori passati sotto il controllo azero.
Anche questa prudenza contribuisce indirettamente al quadro mediatico. Se la Santa Sede, che possiede una particolare autorità morale e una naturale sensibilità verso il patrimonio Cristiano, non trasforma la distruzione delle chiese armene in una questione pubblica internazionale, difficilmente i mezzi d’informazione generalisti di area cattolica saranno indotti a dedicarle un’attenzione continuativa.
Non è quindi necessario ipotizzare direttive, pressioni o forme organizzate di censura. È sufficiente osservare una convergenza di priorità: per l’Italia contano l’energia e i rapporti economici; per la diplomazia internazionale la conclusione dell’accordo di pace; per la Santa Sede il dialogo con Baku, la cooperazione culturale e la presenza Cattolica in Azerbaigian. In questo intreccio, i diritti degli Armeni dell’Artsakh e la cancellazione del loro patrimonio rischiano di non diventare mai la priorità di nessuno.
Anche il nome diventa una scelta
La maggioranza dei media internazionali utilizza la denominazione Nagorno-Karabakh. Il nome Artsakh viene invece percepito come espressione dell’identità e della prospettiva armena. Non è una questione secondaria. I nomi determinano il modo nel quale una realtà viene riconosciuta, cercata negli archivi e conservata nella memoria.
Chiamare quella terra Artsakh significa ricordare che il Nagorno-Karabakh non è soltanto un territorio conteso tra due Stati, ma anche una patria storica, culturale e spirituale per il popolo armeno che vi ha vissuto fino al settembre 2023.
Proprio per questo avevamo scelto di affermare: Continuiamo a chiamare Artsakh per nome. Non per negare l’esistenza dell’altra parte o sottrarsi alla complessità della storia, ma per impedire che la conclusione militare del conflitto comporti anche la cancellazione linguistica e simbolica di un popolo.
Quando l’Artsakh torna visibile
L’Artsakh riesce ancora a raggiungere l’informazione generalista soprattutto quando la sua storia viene affidata alla forza delle immagini e delle vite individuali.
Il quotidiano britannico The Guardian, per esempio, è tornato recentemente sulla regione attraverso una recensione del documentario The Black Garden [*], girato negli anni precedenti alla conquista azera del 2023. Il film racconta bambini cresciuti tra le rovine, feriti di guerra, famiglie e comunità segnate da un conflitto divenuto parte della vita quotidiana. Non è stata una nuova offensiva militare a riportare l’Artsakh sulle pagine del giornale, ma una narrazione capace di restituire volti, memoria e umanità a una vicenda che la geopolitica tende a ridurre a territori, corridoi e trattati.
È una conferma importante: l’interesse non è necessariamente scomparso, ma ha bisogno di forme narrative che rendano nuovamente visibile ciò che la cronaca diplomatica ha lasciato sullo sfondo.
Il compito di una copertura continuativa
In Italia l’Artsakh continua a essere seguito soprattutto dalle organizzazioni della comunità armena, dai mezzi d’informazione specializzati sul Caucaso, da alcune realtà ecclesiali e da poche testate che hanno scelto di non considerare conclusa la vicenda nel settembre 2023.
La rassegna stampa di Iniziativa Italiana per il Karabakh documenta questa rete di attenzione minoritaria ma persistente. Accanto agli articoli di analisi geopolitica compaiono contributi dedicati ai prigionieri armeni, alla distruzione delle chiese, agli sfollati e alla cancellazione della memoria culturale.
Anche questo Blog dell’Editore ha cercato di offrire negli anni una copertura continuativa. Non perché Korazym.org disponga dei mezzi delle grandi testate o pretenda di sostituirsi a esse, ma perché la continuità permette di vedere ciò che la successione frammentaria delle notizie rischia di nascondere.
La distruzione di una cattedrale, la detenzione di un ex Presidente dell’Artsakh, un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, una dichiarazione sul diritto al ritorno, la rimozione del nome Artsakh dai documenti e dalle preghiere pubbliche non sono episodi separati. Sono parti di una stessa questione: che cosa resta di un popolo quando gli viene tolta la terra e, successivamente, anche lo spazio nella memoria politica e mediatica?
Per questo abbiamo continuato a seguire la sorte di Ruben Vardanyan e degli altri Armeni detenuti a Baku; la distruzione della Cattedrale di Stepanakert e delle opere d’arte che custodiva; la controversia sulla Rappresentanza dell’Artsakh a Erevan; il diritto al ritorno degli sfollati; il rapporto tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena; il tentativo di costruire una nuova identità statale dell’Armenia nella quale l’Artsakh venga presentato come un’eredità da superare.
Non è autoattribuzione di un merito. È la descrizione di un compito comunicativo: conservare i collegamenti, verificare le fonti e impedire che ogni nuova notizia venga separata dalla storia che le dà significato.
Una patria può scomparire due volte
Una patria può scomparire una prima volta quando il suo popolo viene costretto ad abbandonarla. Può scomparire una seconda volta quando nessuno ne parla più. La prima scomparsa avviene attraverso la forza militare. La seconda attraverso l’assuefazione, il linguaggio diplomatico, la frammentazione delle notizie e il trascorrere del tempo.
Continuare a parlare dell’Artsakh non significa opporsi alla pace. Significa chiedere quale pace sia possibile costruire sulla rimozione delle vittime, sulla cancellazione della memoria e sul silenzio attorno ai diritti che non hanno ancora trovato risposta.
Il conflitto armato può essere concluso. La questione dell’Artsakh no.
Resta aperta finché gli Armeni sfollati non avranno ricevuto una risposta sul proprio futuro; finché dei prigionieri saranno detenuti a Baku; finché chiese, cimiteri e monumenti (come i kachkar, le croci di pietra armene) potranno scomparire senza testimoni; finché la memoria di una popolazione verrà trattata come un ostacolo alla normalizzazione.
E resta aperta soprattutto perché una terra non cessa di essere una patria soltanto quando scompare dalle notizie.
[*] The Black Garden significa in italiano “Il giardino nero”, in riferimento alla traduzione tradizionale di “Karabakh”, composto turco-persiano che sembra avere designato soprattutto la pianura compresa tra i fiumi Kura e Aras; soltanto successivamente il nome si estese anche alle zone montuose precedentemente conosciute come Khachen. “Nagorno”, invece, la prima parte della costruzione recente e plurilingue “Nagorno-Karabakh”, deriva dal russo e significa “montuoso”. La denominazione, consolidatasi soprattutto attraverso la terminologia amministrativa sovietica di Regione Autonoma del Nagorno-Karabakh, significa quindi “Karabakh montuoso”.
In lingua azera il nome è scritto “Qarabağ”: “qara” significa ordinariamente “nero”, mentre “bağ”, vocabolo di origine persiana entrato nelle lingue turche, significa “giardino” o “frutteto”. La traduzione tradizionale è quindi “giardino nero”, anche se “qara” può assumere pure il significato di “grande”, “fitto” o “abbondante”, da cui l’interpretazione alternativa “terra ricca di giardini”. La forma internazionale “Karabakh” deriva dalla traslitterazione russa del toponimo. Per l’Azerbaigian, tuttavia, l’uso di “Qarabağ” non ha soltanto un valore linguistico: serve a inserire l’intera regione, pianeggiante e montuosa, nella propria geografia nazionale e a escludere la denominazione armena “Artsakh”, considerata da Baku espressione di rivendicazioni territoriali e del progetto separatista. Dopo la guerra del 2020, il Presidente Ilham Aliyev ha inoltre chiesto di abbandonare anche l’espressione “Dağlıq Qarabağ”, “Karabakh montuoso”, sostenendo che non esista più una distinta entità territoriale o politica con questo nome, ma soltanto il “Qarabağ” quale parte integrante dell’Azerbaigian. La scelta delle parole riflette dunque due letture contrapposte: “Qarabağ” afferma l’unità territoriale rivendicata da Baku; Artsakh conserva per gli Armeni la continuità storica, politica e identitaria della regione.
L’origine turco-persiana del nome “Qarabağ”, di per sé, non costituisce naturalmente una prova sull’appartenenza storica, etnica o giuridica del territorio: i toponimi possono cambiare lingua e forma nel corso dei secoli senza determinare la sovranità sui luoghi che designano.
La popolazione di origine armena preferisce invece chiamare la regione “Artsakh”, in armeno “Արցախ”, l’antichissimo toponimo della regione nella geografia armena. Il termine indicava già nell’antichità e nel Medioevo una regione storica del Caucaso meridionale ed è stato collegato da diversi studiosi a nomi geografici attestati nelle iscrizioni urartee dell’VIII secolo a.C., in particolare Urtekhini, ma l’identificazione non è unanimemente condivisa. Nella tradizione geografica armena il nome ha un significato molto preciso. L’Ashkharhatsuyts, la geografia armena altomedievale tradizionalmente attribuita ad Anania Shirakatsi, presenta Artsakh come la decima provincia della Grande Armenia, suddivisa in dodici distretti e con un’estensione più ampia del territorio della successiva Regione Autonoma del Nagorno-Karabakh sovietica.
Che cosa significa letteralmente “Artsakh”? La sua etimologia esatta non è stata definitivamente stabilita e non esiste una traduzione certa e condivisa. Potrebbe significare “bosco”, “terra boscosa”, “paese dei boschi”, “terra rocciosa o montuosa”. In ogni caso, “Artsakh” e “Karabakh” non significano la stessa cosa.
Inoltre, “Karabakh” è molto più tardo di “Artsakh”: la sua prima attestazione scritta generalmente ricordata risale al geografo persiano Hamdallah Mustawfi, intorno al 1340.
Il nome “Artsakh” tornò progressivamente nell’uso politico e pubblico armeno tra il XIX e il XX secolo, fino a divenire centrale con il Movimento del Karabakh del 1988. La Repubblica proclamata nel 1991 nacque ufficialmente come Repubblica di Nagorno-Karabakh. Con la Costituzione approvata nel referendum del 20 febbraio 2017, la denominazione Repubblica di Artsakh divenne il nome ufficiale, mantenendo Repubblica di Nagorno-Karabakh come denominazione equivalente. Questa scelta non rappresentava quindi l’invenzione di un nuovo nome, ma il recupero di un toponimo storico molto più antico delle denominazioni turco-persiana e sovietico-russa.
Dopo l’occupazione azera del 2023 e lo sfollamento forzato della popolazione armena, l’uso del nome ha assunto un’importanza ancora maggiore. Dire “Artsakh” non equivale semplicemente a tradurre “Nagorno-Karabakh”: significa conservare una continuità storica e una memoria collettiva che la terminologia amministrativa sovietica non esprime. “Artsakh”, infatti, non nasce da quella terminologia: è un nome storico recuperato dagli Armeni per indicare non soltanto un territorio, ma una patria, una memoria e una continuità identitaria.
