«Rispettate le vostre stesse leggi». L’appello di Vardanyan da Umbaki, mentre riprende il processo contro Karekin II ad Etchmiadzin (Korazym 18.09.26)
Due procedimenti giudiziari, diversi per natura e contesto, riportano al centro dell’attenzione la condizione dei prigionieri Armeni detenuti in Azerbaigian e il confronto sempre più aspro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena.
Dal complesso penitenziario di Umbaki, Ruben Vardanyan ha rivolto un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, denunciando una serie di violazioni dei diritti riconosciuti ai detenuti dalla stessa legislazione azerbaigiana. In Armenia, intanto, è ripreso il processo contro il Capo della Chiesa Apostolica Armena, Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei vescovi, accusati di non aver dato esecuzione alla decisione giudiziaria relativa alla reintegrazione dell’ex Vescovo Gevorg Saroyan.
Da Umbaki l’appello di Ruben Vardanyan
Il 16 settembre 2026 Ruben Vardanyan ha registrato dal carcere un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, che aveva dichiarato la propria disponibilità a intervenire nelle questioni riguardanti i diritti dei cittadini Armeni condannati.
Vardanyan, detenuto insieme ad altri 18 Armeni nel complesso penitenziario di Umbaki, richiama il Codice dell’esecuzione delle pene della Repubblica di Azerbaigian e l’opuscolo sui diritti dei detenuti consegnato loro dallo stesso Ufficio del Commissario. Sottolinea che tali diritti devono essere rispettati indipendentemente dal reato contestato, dall’origine etnica, dalla religione o dalla cittadinanza della persona detenuta.
Le questioni sollevate riguardano l’impossibilità per alcuni prigionieri di effettuare le telefonate settimanali previste, la mancata disponibilità delle videochiamate, l’accesso alle cure e agli esami medici, i servizi notarili, l’esercizio fisico, il diritto allo studio e all’informazione e l’assenza di risposte scritte alle domande e ai reclami.
Vardanyan denuncia inoltre l’isolamento divenuto ancora più grave dopo la chiusura dell’Ufficio del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Azerbaigian. Ricorda quindi l’iniziativa umanitaria della moglie Veronika Zonabend, disponibile a recarsi a Baku per incontrare i detenuti e consegnare loro più di mille lettere, pacchi e beni essenziali. L’iniziativa, afferma, non ha ricevuto risposta e non è stata proposta alcuna soluzione alternativa.
«Per quanto tempo ancora rimarremo a Umbaki, vi prego di rispettare le vostre stesse leggi», chiede Vardanyan.
Riportiamo di seguito la traduzione integrale italiana della trascrizione ufficiale dell’appello.
Appello al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian
Gentile Signora Aliyeva,
sono Ruben Karlenovich Vardanyan, cittadino della Repubblica di Armenia, condannato dal Tribunale militare di Baku a 20 anni di reclusione.
Purtroppo sono stato costretto a rivolgermi pubblicamente a Lei in questo modo.
Io e 18 miei compatrioti, condannati a diverse pene detentive, siamo trattenuti nel complesso penitenziario di Umbaki da periodi che vanno da alcuni mesi a diversi anni. Devo affermare che ci troviamo di fronte a persistenti violazioni dei nostri diritti in quanto detenuti condannati. Questi diritti sono sanciti dalle vostre leggi, indipendentemente dal reato per il quale una persona è stata condannata, dalla sua origine etnica, dalla sua religione o dalla sua cittadinanza.
Prima di affrontare queste violazioni, desidero dirLe ancora una volta che la linea telefonica diretta 916 non funziona. Mi è stato permesso di chiamare questo numero una sola volta, il 19 giugno. Fino a oggi non è giunta alcuna risposta dal Suo ufficio. Anche il mio avvocato Le ha lasciato un messaggio, ma neppure a quello è stata data risposta. Ci è stato inoltre detto che avete 20.000 detenuti e che ci farete visita quando ne avrete il tempo. Ma questo significa che la linea diretta è una finzione. Non funziona.
Sto cercando di portare queste informazioni alla Sua attenzione affinché Lei possa intervenire concretamente e porre fine a queste violazioni.
In questa dichiarazione farò riferimento alle pagine dell’opuscolo che ci avete ufficialmente consegnato durante il nostro ultimo incontro, alla fine di aprile. L’opuscolo era disponibile in quattro lingue e farò riferimento alla versione russa. Spero che sia stata tradotta correttamente.
Primo: il diritto di effettuare telefonate settimanali. Secondo le informazioni ricevute dalle loro famiglie, non tutti i 19 detenuti possono esercitare questo diritto.
Secondo: il diritto alle videochiamate. Questo diritto è stabilito dall’articolo 84.1 del Codice dell’esecuzione delle pene della Repubblica dell’Azerbaigian. Inoltre, l’articolo 81.1 stabilisce che, su richiesta del detenuto o per altre ragioni, le visite di breve durata alle quali abbiamo diritto possono essere sostituite da videochiamate.
Desidero sottolineare ancora una volta che molti di coloro che sono detenuti qui non hanno potuto neppure comunicare con i propri figli per più di tre anni. Per altri saranno presto trascorsi tre anni.
Il mio compagno di cella è stato arrestato quando suo figlio aveva dieci mesi. Ora il bambino ha più di tre anni e mezzo. Ciò significa che per tutto questo tempo non ha neppure potuto vedere suo padre. Considero questo fatto una grave violazione del nostro diritto al più elementare contatto con i nostri figli.
Terzo: l’accesso alle informazioni sui nostri diritti e doveri, compreso il sistema delle sanzioni. Non riesco a ottenere dall’amministrazione penitenziaria neppure le informazioni fondamentali riguardanti i nostri diritti e doveri, ciò che costituisce una violazione delle regole e le sanzioni applicabili in questo istituto.
Quarto: l’accesso all’assistenza e ai servizi legali, compresi quelli notarili. Fino a oggi i servizi notarili che dovrebbero essere garantiti non sono stati messi a disposizione. Non posso predisporre una procura per mio figlio, il cui compleanno è oggi, 16 settembre. Compie 17 anni. Non posso predisporre una procura neppure per mia moglie. Pagina 13.
Quinto: il diritto di ricevere assistenza medica, anche, ove necessario, presso strutture private a nostre spese. Non posso sottopormi a esami medici, nonostante tutte le mie patologie. Non mi viene consentito di effettuare questi esami, malgrado le richieste presentate sia dal mio avvocato sia da me. Non posso ancora sottopormi agli esami né riceverne i risultati, neppure a mie spese. Questo è indicato a pagina 23.
Poi: il diritto agli esercizi mattutini e all’attività sportiva per almeno un’ora al giorno. Pagina 21. Attualmente ci viene consentito di svolgere attività fisica soltanto una volta alla settimana, per 20 minuti per cella. Alla nostra cella sono stati concessi 40 minuti, ma neppure questo è sufficiente per preservare la nostra salute. Anche questa è una grave violazione dei nostri diritti.
Poi: il diritto all’istruzione e alla formazione professionale. Nonostante tutte le mie richieste, non mi è stato fornito alcun mezzo per proseguire la mia istruzione durante la detenzione in questo istituto.
Poi: il diritto di ricevere giornali e riviste in abbonamento. Desidero abbonarmi a giornali e riviste azerbaigiani, ma anche questo diritto mi viene negato. Pagina 17. Il riferimento relativo all’istruzione si trova a pagina 14.
Il diritto di ricevere risposte scritte alle mie richieste, ai miei reclami e alle mie proposte. Pagina 16. Non ho ricevuto una sola risposta scritta, nonostante tutte le richieste che ho presentato.
Infine, e soprattutto: il diritto di contattare, per questioni personali, le rappresentanze diplomatiche dei nostri Paesi o le organizzazioni internazionali che hanno posto sotto la propria protezione i detenuti condannati. Pagina 14.
Purtroppo, in seguito alla decisione del governo azerbaigiano di chiudere l’ufficio del Comitato internazionale della Croce Rossa, dal giugno 2025 non possiamo ricevere attraverso il Comitato notizie dalle nostre famiglie, né effetti personali, vestiti, cibo, fotografie, lettere e altri oggetti. La visita del Comitato internazionale della Croce Rossa nel dicembre 2025 è stata molto breve e puramente formale, e ai suoi rappresentanti non è stato permesso di consegnarci nulla.
Eppure, in base ai relativi articoli del vostro Codice, abbiamo il diritto di ricevere più volte all’anno pacchi e colli dai nostri familiari e dalle persone a noi care. Abbiamo inoltre diritto a visite di breve e lunga durata e, come ho già detto, alle telefonate.
Come Le ho spiegato per iscritto e durante la nostra conversazione nella primavera del 2026, il Suo ufficio è l’unica istituzione che, nelle attuali circostanze, può fungere da ponte umanitario tra i 19 detenuti condannati e le loro famiglie.
Dal giugno 2025 la stragrande maggioranza di loro non soltanto non ha potuto ricevere pacchi, ma non ha neppure avuto il denaro necessario per acquistare cibo nel negozio del carcere o effettuare telefonate. Ritengo che ciò abbia un effetto molto negativo sul loro benessere psicologico complessivo.
Purtroppo, nonostante l’accordo di pace dell’8 agosto 2025 e i numerosi contatti tra i rappresentanti dei due Paesi, questa questione rimane irrisolta.
Mi rincresce che Lei non abbia trovato l’opportunità o il tempo per rispondere all’appello pubblico di mia moglie, cittadina della Federazione Russa. Era pronta a venire con altre persone e a portare più di mille lettere indirizzate ai 19 detenuti, pacchi e altri beni estremamente necessari. È importante sottolineare che ciò li avrebbe anche aiutati a vivere nel modo più normale possibile nelle attuali circostanze. Non avete neppure proposto una soluzione alternativa.
Sono certo che la soluzione di tutte queste questioni non richieda l’intervento diretto dei massimi dirigenti del Paese. Risolverle può soltanto contribuire a migliorare le relazioni tra i nostri due popoli, nonostante il nostro doloroso passato e il pesante fardello delle reciproche rimostranze.
Per quanto tempo ancora rimarremo a Umbaki, vi prego di rispettare le vostre stesse leggi. Ritengo che questa sia la cosa giusta da fare, non soltanto per noi, ma per la società azerbaigiana nel suo insieme.
Sono convinto che Lei possa risolvere questi problemi. Continuo a sperare che trovi il tempo per incontrarci e rispondere al mio appello.
Con rispetto,
Ruben Vardanyan
Riprende il processo contro Karekin II e sei vescovi
Il 18 settembre, presso il Tribunale di primo grado della regione di Armavir, è ripreso il procedimento penale contro il Catholicos Karekin II e altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena.
Il procedimento nasce dalla controversia relativa all’ex Vescovo Gevorg Saroyan, ridotto dallo stato clericale dalla Chiesa ma provvisoriamente reintegrato nelle proprie funzioni da una decisione della giustizia civile. Il Catholicos e i sei vescovi sono accusati di non aver eseguito la decisione giudiziaria o di averne ostacolato l’esecuzione.
Il processo era iniziato il 7 agosto a Vagharshapat, ma il giudice Hakob Manukyan si era ricusato a causa di un precedente rapporto professionale con uno dei difensori. Il fascicolo era stato quindi assegnato al giudice Serzh Rushanyan, che aveva sollevato la questione della competenza territoriale e disposto la trasmissione degli atti a Yerevan. Dopo un ulteriore conflitto sulla competenza, il procedimento è tornato davanti al tribunale della regione di Armavir.
Karekin II e gli altri sei imputati non hanno partecipato personalmente all’udienza del 18 settembre, mentre erano presenti i loro difensori.
I difensori hanno chiesto la cessazione del procedimento penale nei confronti degli imputati, sostenendo che l’atto d’accusa non descriva una condotta penalmente rilevante. Secondo la difesa, nella fase cui si riferisce l’accusa il comportamento contestato non poteva ancora configurare il reato di mancata esecuzione o di ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria. Il giudice non si è pronunciato sulla richiesta nel corso dell’udienza, che è stata rinviata al 30 ottobre 2026, alle ore 16.00.
Nel corso dell’udienza è intervenuto anche Gevorg Saroyan, il quale ha sostenuto di essere stato ridotto dallo stato clericale per essersi opposto a quella che ha definito la politicizzazione della Chiesa. La versione di Saroyan è contestata dalle autorità ecclesiastiche, che rivendicano l’autonomia canonica della Chiesa e respingono l’intervento dei tribunali civili nelle decisioni riguardanti lo stato e gli incarichi del clero.
Il Consiglio Spirituale Supremo denuncia le ingerenze dello Stato
Il nuovo passaggio giudiziario è coinciso con la conclusione della riunione del Consiglio Spirituale Supremo, svoltasi dal 15 al 17 settembre presso la Santa Sede di Etchmiadzin sotto la presidenza di Karekin II.
Nel comunicato conclusivo, il Consiglio ha definito inaccettabile la persistente politica di ingerenza delle autorità nella vita interna della Chiesa e ha denunciato pressioni, limitazioni e ostacoli esercitati attraverso gli strumenti dello Stato.
Secondo il Consiglio, queste iniziative violano le garanzie costituzionali dell’autonomia della Chiesa e della libertà di coscienza e di religione dei fedeli. Nel corso della riunione sono stati esaminati i procedimenti penali e le iniziative giudiziarie riguardanti la Chiesa e i suoi ministri, insieme alle possibilità di tutela giuridica in Armenia e davanti agli organismi internazionali.
La ripresa del processo contro il Catholicos si inserisce così in un conflitto istituzionale che non riguarda più soltanto la controversia con Gevorg Saroyan, ma il rapporto tra l’autorità statale e l’autonomia canonica della Chiesa Apostolica Armena.
