System of a Down all’Ippodromo La Maura, Armenia nel cuore e metal nell’anima: “Per noi niente tour, suoniamo dove ci piace” (Il Giorno 05.07.26)

Milano – “Prima di diventare un artista, ero un attivista, poi, col successo dei System of a Down, la mia voce si è fatta più forte e i miei messaggi si sono arrivati a moltissima gente”, racconta Serj Tanakian, in scena domani all’Ippodromo de La Maura sul palcoscenico di quegli iDays che celebrano stasera Dave Grohl e i Foo Fighters.

Anche se i System si professano “una band dalla forte coscienza sociale, non un gruppo politico”, Tanakian, il bassista Shavo Odadjian, il chitarrista Daron Malakian e il batterista John Dolmayan continuano a sentirsi investiti di una missione, quella che gli affida il fatto di essersi formati nella comunità della diaspora di Little Armenia a Los Angeles trentadue anni fa: far sì che sul genocidio armeno, soprattutto fra i ragazzi americani, non scenda mai il silenzio. Un giuramento fatto sul letto di morte al nonno Stepan Haytayan, reso orfano dello sterminio all’età di cinque anni, che Serj assicura essere valido per lui ieri come oggi.

Tankian dice di sentirsi nel mirino dei servizi segreti turchi (timore che, in certi casi, potrebbe anche non essere solo metaforico) ma non intende deflettere dai propositi espressi dai SOAD (come li chiamano gli iniziati) fin dai tempi del primo album in quella “P.L.U.C.K.”, l’acronimo, che sta per “Politically Lying, Unholy, Cowardly Killers” (ovvero “Politicanti bugiardi, maledetti, codardi assassini”), scritta per denunciare il massacro di un milione e mezzo di armeni durante il programma di pulizia etnica pianificato dal movimento ultranazionalista dei Giovani Turchi.

In quel pezzo, cantato nella primavera 2015 pure in Piazza della Repubblica a Erevan per le celebrazioni del centenario del genocidio, Tankian ringhia: “Un’intera razza sterminata / spazzata via del tutto per il nostro orgoglio / un’intera razza sterminata / spazzata via / guardali cadere tutti quanti!”.

Anche se cambiare definitivamente la vita della band armena è stato però il secondo album, “Toxicity” (2001), capace di raggiungere direttamente il primo posto nella classifica Billboard con 220.000 copie vendute già nella prima settimana. Tra i brani di quell’album fortunato, pure il singolo “Chop suey!”, considerato un pilastro del nu-metal al punto che, solo cinque anni fa, la rivista Metal Hammer l’ha eletto come la più grande canzone del XXI secolo. “Non facciamo molti concerti” ricordano i System of a Down, preceduti domani sul palco de La Maura da Queens of the Stone Age ed Acid Bath.

Scegliamo con cura cosa vogliamo fare e ne parliamo apertamente. Non pianifichiamo tour, ma ci limitiamo a dire: ‘ehi, quest’anno dove vogliamo andare?’”. L’ultima meta, nel 2017, era stata Firenze, stavolta è Milano. Non tornavano da tredici anni.

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