TRIPP non è il «Corridoio di Zangezur». L’Iran ribadisce il sostegno alla sovranità armena sul Syunik (Korazym 23.09.26)
Le parole, nel Caucaso meridionale, non sono mai soltanto parole. Lo abbiamo osservato anche recentemente, a proposito della progressiva scomparsa dell’Artsakh dall’agenda dell’informazione, nell’articolo Quando una patria scompare anche dalle notizie. Perché l’Artsakh è uscito dall’agenda dei media: la scelta delle parole non è neutra, perché può riflettere – e contribuire a consolidare – letture profondamente diverse della stessa realtà. E quando si parla del collegamento attraverso il Syunik tra l’Azerbaigian e la sua exclave del Nakhichevan, la differenza tra una via di comunicazione e un «corridoio» riguarda direttamente la sovranità della Repubblica di Armenia. È una distinzione sulla quale siamo tornati ripetutamente nella nostra copertura e che oggi viene nuovamente posta al centro del dibattito dall’Iran.
L’Ambasciatore della Repubblica Islamica di Iran in Armenia, Khalil Shirgholami, intervenendo il 23 settembre 2026 all’APRI Forum a Yerevan, ha ribadito che Teheran sostiene i progetti destinati ad aumentare la connettività regionale, compreso il Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), purché siano rispettate due condizioni fondamentali.
La prima è che non venga arrecato alcun pregiudizio alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Armenia. La seconda è che il progetto non comporti una presenza militare o di sicurezza statunitense vicino al confine iraniano. È importante distinguere i due piani. La seconda condizione deriva direttamente dal confronto geopolitico tra Teheran e Washington. La prima riguarda invece l’Armenia e tocca il nodo che accompagna da anni il negoziato sulle comunicazioni regionali.
Il problema non è aprire una strada
L’Iran non si oppone all’apertura delle comunicazioni. Shirgholami ha ribadito il sostegno iraniano al progetto armeno Crocevie di Pace e, più in generale, allo sviluppo dei collegamenti est-ovest e nord-sud attraverso il Caucaso meridionale. La distinzione riguarda il regime giuridico della via che dovrebbe collegare l’Azerbaigian al Nakhichevan attraversando il territorio sovrano dell’Armenia.
Il TRIPP, secondo i documenti sottoscritti da Armenia e Stati Uniti, deve infatti svilupparsi nel rispetto della piena sovranità, integrità territoriale e giurisdizione della Repubblica d’Armenia. L’accordo quadro armeno-americano del 26 maggio 2026 è particolarmente esplicito: l’Armenia conserva la propria autorità legislativa, regolamentare e giudiziaria nelle aree interessate; mantiene il controllo sulla sicurezza e sull’applicazione della legge; conserva la competenza sulle frontiere, sulle dogane e sull’immigrazione; e le autorità armene mantengono la presenza fisica nelle strutture di controllo frontaliero e doganale. In altri termini: una via di transito attraverso l’Armenia rimane in Armenia.
Perché «corridoio» non è una parola neutra
È precisamente qui che torna la questione terminologica che abbiamo più volte affrontato. Parlare semplicemente di «corridoio» può apparire innocuo. Nel contesto del confronto armeno-azero, però, il termine è stato utilizzato da Baku per indicare qualcosa di diverso dalla normale apertura di una strada, di una ferrovia o di altre comunicazioni internazionali sottoposte alla sovranità dello Stato attraversato.
La dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 prevedeva lo sblocco delle comunicazioni economiche e di trasporto della regione. Non parlava di «Corridoio di Zangezur». L’espressione è stata successivamente trasformata dalla leadership azera in un concetto politico.
Ilham Aliyev arrivò a dichiarare nel gennaio 2023 che il «Corridoio di Zangezur» sarebbe stato una «necessità storica» e che sarebbe stato realizzato indipendentemente dalla volontà dell’Armenia. Nella nostra copertura avevamo già osservato come una simile formulazione trasformasse un problema di connettività in una questione di sovranità territoriale: Sono tre i principi fondamentali per la pace e la normalizzazione tra Armenia e Azerbajgian.
E avevamo approfondito ulteriormente il significato strategico del Syunik e di Meghri, spiegando perché un collegamento extraterritoriale avrebbe conseguenze completamente diverse rispetto alla riapertura di normali comunicazioni sottoposte alla giurisdizione armena: L’errore di concedere Artsakh a Baku porta alla minaccia contro Armenia.
Poi c’è «Zangezur»
Ma esiste una seconda parola nella formula che merita altrettanta attenzione. Non soltanto «corridoio», dunque, ma «Zangezur». Nella terminologia politica azera contemporanea, il nome viene utilizzato in un sistema narrativo territoriale molto più ampio, che comprende espressioni come «Zangezur occidentale» e soprattutto «Azerbaigian occidentale».
«Zangezur occidentale» è un termine geopolitico e storico utilizzato dall’Azerbaigian per fare riferimento alla Provincia di Syunik, la regione più meridionale dell’attuale Armenia. Negli ultimi anni, il regime azero ha promosso il concetto irredentista di “Azerbaigian occidentale”, applicata ormai sistematicamente al territorio dell’attuale Repubblica di Armenia, definendo lo «Zangezur occidentale» come «terra ancestrale» azera, che sarebbe stata ingiustamente ceduta all’Armenia nel secolo scorso. Questa retorica è criticata a livello internazionale in quanto percepita come una potenziale minaccia all’integrità territoriale armena
Abbiamo documentato nelle scorse settimane come questa narrazione non sia limitata a dichiarazioni occasionali. È presente in pubblicazioni, carte geografiche, istituzioni, università e iniziative diplomatiche azere: Prima della rivendicazione vennero i libri. Come Baku ha costruito la narrazione dell’«Azerbaigian occidentale».
Il punto non è negare la presenza storica di comunità azere nel territorio dell’attuale Armenia. Come abbiamo già osservato, il problema nasce quando la memoria di quelle comunità viene trasformata in una categoria geopolitica applicata al territorio sovrano di un altro Stato: Mentre l’Armenia tace sull’Artsakh per non disturbare la pace, Baku porta in Europa l’«Azerbaigian occidentale».
Per questo anche l’espressione «Corridoio di Zangezur» non può essere assunta acriticamente come una semplice denominazione geografica.
Teheran distingue il TRIPP dal progetto di Baku e Ankara
È significativo che proprio l’Ambasciatore iraniano abbia formulato questa distinzione in termini molto chiari.
Già il 17 settembre Shirgholami aveva osservato che il progetto attualmente discusso nell’ambito del TRIPP non corrisponde alle richieste originariamente avanzate da Baku e Ankara per un collegamento extraterritoriale.
Il 23 settembre è tornato sul punto, osservando che la leadership azera continua a parlare apertamente del cosiddetto «Corridoio di Zangezur», mentre per l’Iran qualsiasi cambiamento geopolitico o qualsiasi iniziativa capace di danneggiare la sovranità e l’integrità territoriale armena rimane inaccettabile.
La posizione iraniana contiene quindi una distinzione che sarebbe sbagliato cancellare: Teheran non equipara automaticamente il TRIPP al «Corridoio di Zangezur». Può accettare il primo proprio nella misura in cui non diventi il secondo.
Baku continua però a usare quella formula
La questione non appartiene soltanto al passato.
Ancora il 15 settembre, il Ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov, parlando a Baku insieme al suo omologo turco Hakan Fidan, ha definito i circa 42 chilometri che attraverseranno il territorio armeno «parte del Corridoio di Zangezur». Pur riconoscendo che il tratto si trova in Armenia, Bayramov ha affermato che i punti di entrata e uscita saranno in territorio azero, al confine con l’Azerbaigian; alcune fonti armene hanno reso le sue parole nel senso, più ambiguo, che «l’entrata e l’uscita saranno effettuate dall’Azerbaigian».
Interrogato il giorno successivo in Parlamento proprio sul significato di questa formulazione, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha riconosciuto l’evidenza geografica – il TRIPP collega il territorio principale dell’Azerbaigian con il Nakhichevan e dunque ha alle due estremità il confine azero – ma ha precisato il punto giuridicamente decisivo: alla domanda su chi prenderà concretamente le decisioni al momento dell’entrata e dell’uscita, ha risposto: «La Repubblica di Armenia, lo dico specificamente». Ha quindi ribadito che il tratto del TRIPP situato in Armenia rimarrà sottoposto alla sovranità, all’integrità territoriale e alla giurisdizione della Repubblica di Armenia.
Questa divergenza terminologica merita attenzione proprio perché riflette due rappresentazioni differenti del medesimo progetto.
Da una parte, i documenti Armenia-Stati Uniti descrivono una connessione multimodale realizzata sul territorio sovrano armeno, con permanenza della giurisdizione, dei controlli frontalieri e delle competenze di sicurezza di Yerevan. Dall’altra, esponenti della leadership azera continuano a ricondurre quella stessa connessione al concetto politico di «Corridoio di Zangezur».
La seconda linea rossa iraniana: niente presenza militare americana
Esiste poi l’altra condizione posta da Teheran, che non va confusa con la questione della sovranità armena.
Shirgholami ha dichiarato che l’Iran non potrebbe accettare una presenza militare o di sicurezza statunitense in prossimità della propria frontiera.
Questo non significa che una presenza militare americana sia prevista dal TRIPP. Al contrario, il quadro di attuazione pubblicato da Armenia e Stati Uniti afferma che le autorità armene conservano la piena competenza sulla sicurezza e sull’applicazione della legge. Eventuale personale privato addetto alla sicurezza delle infrastrutture deve essere sottoposto a licenza armena, mentre nelle situazioni di emergenza la responsabilità primaria rimane alle autorità della Repubblica di Armenia.
La dichiarazione iraniana deve quindi essere letta per ciò che è: una condizione preventiva posta da Teheran, non la denuncia dell’esistenza di una presenza militare statunitense già concordata.
Il Syunik rimane il punto sensibile
L’intervento dell’Ambasciatore iraniano riporta così l’attenzione sul punto essenziale.
Il problema non è se debbano essere aperte le comunicazioni tra Azerbaigian e Nakhichevan. L’Armenia stessa ha accettato il principio dell’apertura delle comunicazioni e presenta il TRIPP come parte di una più ampia strategia di connettività regionale.
Il problema è come quella comunicazione funzionerà e sotto quale sovranità. Frontiere, dogane, sicurezza, giurisdizione, controllo del territorio e presenza di soggetti stranieri non sono dettagli tecnici. Sono ciò che distingue una normale via internazionale di transito attraverso uno Stato sovrano da un corridoio extraterritoriale. Ecco perché le parole contano.
Chiamare indistintamente il TRIPP «Corridoio di Zangezur» finisce per confondere due progetti che, almeno nei documenti oggi disponibili, non sono giuridicamente la stessa cosa.
E il fatto che Baku continui a utilizzare quella formula, mentre Teheran torna a tracciare la propria linea rossa, dimostra che la questione, nonostante la nuova architettura costruita attorno al TRIPP, non può ancora essere considerata definitivamente superata.
