Zaruhi Muradyan: “Rinascimento del vino armeno tra turismo, investimenti e IG” (Vinonews24 25.06.26)
Per la prima volta l’Armenia ha ospitato, nel 2026, le sessioni di degustazione del Concours Mondial de Bruxelles e l’evento è arrivato a celebrare la “culla” del vino. Non è precisamente un’etichetta promozionale: nella grotta di Areni-1, nel Vayots Dzor, gli archeologi hanno riportato alla luce nel 2007 la cantina più antica mai scoperta (con tanto di vasca di fermentazione, torchio, semi e karasi interrati – tutto databile intorno al 4100 aC) e già nel I secolo a.C. il geografo greco Strabone sintetizzava le peculiarità della cultura armena in quattro parole: “gli Armeni hanno il vino”. Una continuità di seimila anni, mai davvero interrotta, che torna oggi sotto i riflettori.
È in questo scenario che Zaruhi Muradyan, direttrice della Vine and Wine Foundation of Armenia (VWFA), parla apertamente di un “rinascimento” del vino armeno nell’intervista a VinoNews24. E se il passato remoto racconta un patrimonio ancestrale, quello recente è fatto di cultura di produzione e consumo in parte perdute, ma oggi rapidamente in recupero grazie a nuovi investimenti e al sostegno governativo all’impianto di nuovi vigneti.

Il recupero della tradizione è alla base di questo Rinascimento, che passa anche dal lavoro intenso sui vitigni autoctoni, capaci di conquistare i palati più esigenti e di provare ad affermarsi sui mercati internazionali. Per non parlare del turismo del vino (e degli spirits), che rappresenta il vero asset per quell’autentico giacimento di valore che oggi l’Armenia porta in seno.
L’INTERVISTA
Zaruhi Muradyan, qual è il presente e il futuro della cultura del vino in Armenia?
“Penso che il vino armeno stia vivendo oggi un rinascimento, perché ha un patrimonio e una storia molto ricchi, anche se nel tempo abbiamo perso la nostra cultura di produzione e di consumo. Oggi, grazie ai nuovi investimenti, il settore sta crescendo molto rapidamente. Restano però sfide aperte: capire ciò che abbiamo, come dobbiamo usare questo potenziale e come posizionare l’Armenia sulla mappa del mondo.
Il settore cresce molto velocemente e vediamo aprirsi molte nuove cantine nel Paese, che cercano di lavorare con le nostre varietà autoctone – perché c’è davvero un grande interesse per i vini armeni a base di uve autoctone. Allo stesso tempo facciamo molta ricerca per capire come lavorare con queste varietà e quale sia il loro potenziale, perché crediamo che il vino armeno debba essere unico, fondato sulla qualità e su ciò che sta dietro l’etichetta, con la storia ricca che abbiamo e che vogliamo mostrare al mondo.
Il volume di produzione non è grande, è molto piccolo. Ma stanno arrivando in Armenia investimenti davvero importanti e anche il Governo sostiene l’impianto di nuovi vigneti. Penso che nel prossimo futuro raddoppieremo la produzione di uva e di vino.
L’Armenia era ed è più un Paese produttore di brandy, anche se la maggior parte delle nostre uve veniva usata per la produzione di brandy. Ma l’interesse per il business del vino sta aumentando, e così si piantano nuovi vigneti con uve destinate alla vinificazione. Lavorando con l’intero settore e mantenendo questi standard elevati di qualità, vogliamo trovare un nuovo mercato di nicchia per i vini armeni: non coprire il mondo intero in volume, ma poter dire che siamo pronti a presentarci per il segmento horeca”.

Ha toccato molti punti interessanti. Partiamo dalle varietà locali, uno degli aspetti più affascinanti della produzione armena. In un certo senso è un’opportunità che l’Armenia abbia avviato il rinascimento della viticoltura in un momento in cui la spinta verso le varietà internazionali scemava e il concetto di vitigno autoctono diventava sempre più rilevante. Pensa che il lavoro che state facendo — preservare, valorizzare e mettere l’Armenia sulla mappa — possa rafforzare l’identità della viticoltura propriamente armena, anziché farvi diventare semplicemente un altro luogo del mondo in cui si produce vino e si coltiva la vite?
“Abbiamo questa ricca biodiversità. Anche in epoca sovietica i contadini hanno coltivato uva per i vini fortificati e per questo abbiamo ancora alcuni vigneti che non sono del tutto chiari, con varietà diverse mescolate tra loro. Così abbiamo iniziato a lavorare con i contadini per ritrovare tutte queste varietà, e abbiamo piantato un vigneto-collezione.
Abbiamo raccolto più di 450 campioni e svolto ricerche su fenotipo e genotipo, per capire quali varietà abbiamo, dando a molte di queste un “passaporto” – anche perché più di 50 varietà non hanno nemmeno un nome e non sono registrate da nessun’altra parte. Abbiamo dato loro un nome per mostrare che si tratta di varietà armene, anche se non sono ancora state identificate. Ora stiamo facendo ricerca per capire quale tipo di vinificazione sia adatta a queste varietà. Ci stiamo concentrando seriamente su di esse per diffonderle più possibile.
Va detto però che il rinascimento è iniziato con le varietà internazionali. Uno dei più importanti investitori in Armenia ha portato varietà internazionali; questo ha dimostrato che abbiamo il potenziale per una vinificazione di qualità e i produttori lo hanno provato, andando oltre la vinificazione per il brandy.
Nello stesso periodo abbiamo iniziato a lavorare con le nostre varietà autoctone. Uno dei produttori – un investitore armeno tornato dall’Italia – ha cominciato a lavorare con la varietà areni, che è diventata uno dei migliori vini al top su Bloomberg. Poi è stato un boom, perché tutti si sono resi conto che sì, si può fare vino dall’areni e può imporsi tra i migliori. Ed è così che è partito il rinascimento.

Oggi molti investitori vogliono queste varietà autoctone armene. Lavorando con i centri di ricerca, non abbiamo vivai, ma ci stiamo approfondendo perché più dell’80 per cento delle nostre viti è a piede franco, dato che non abbiamo mai avuto problemi di fillossera. Ora portiamo avanti molti progetti per capire come innestare le nostre varietà autoctone. Sarà questo a mostrare che cos’è davvero il vino armeno a base di varietà autoctone. È un progetto enorme, tutt’ora in corso. Abbiamo appena iniziato, ma si sta sviluppando”.
INVESTIMENTI DALL’ESTERO E POLITICHE DI SOSTEGNO
Ha citato gli investimenti dall’estero, che sembrano molto interessanti per lo sviluppo del territorio. Pensa che questo mix tra investimenti sulla vitivinicoltura dall’estero (anche se da persone di origine armena) e lo sviluppo interno di un’identità possa essere funzionale e armonioso? Oppure si viaggia a due velocità: grandi investimenti dall’estero e piccoli progetti all’interno del Paese?
“Penso sia una combinazione davvero bella. Gli armeni che hanno fatto ritorno alla loro terra d’origine e per loro è una questione emotiva fare qualcosa per il Paese. Posso dire che non è solo business: è qualcosa di emozionale. Vogliono riportare in vita questo patrimonio e mostrare al mondo che l’Armenia è la culla della vinificazione. D’altra parte, hanno spinto i produttori locali a capire come si deve lavorare nel settore, perché gli investitori hanno portato in Armenia molti consulenti internazionali che hanno affiancato i produttori e questi ultimi hanno imparato molto.
Si sta combinando la tecnica antica, tradizionale, con la tecnologia moderna, lavorando davvero molto per capire come liberare tutto il potenziale dell’uva in vinificazione, e come usare la tecnologia per ottenere il vino della migliore qualità. È quindi una bella collaborazione tra produttori internazionali e locali.
Anche la formazione si sta sviluppando in Armenia. Prima imparavamo soprattutto una tecnologia di stampo sovietico ed eravamo più concentrati sul brandy. Abbiamo però fondato la Wine Academy all’interno della Geisenheim University, portando molti professionisti da diverse università a insegnare ai nostri esperti, che oggi insegnano a loro volta agli studenti locali. Hanno riportato questa esperienza nel settore, applicandola nelle cantine. È una collaborazione davvero interessante tra partner internazionali ed esperti locali, e penso ci abbia aiutato molto. Chiaro però che non forzare sulla tecnologia moderna, ma vogliamo anche raccontare la nostra tradizione. C’è una forte attenzione — e dal mio punto di vista un valore reale — verso la produzione in karas, verso l’approccio tradizionale alla vinificazione”.
Qual è lo stato dell’arte dell’approccio tradizionale?
“Non ci concentriamo troppo sul fare il vino in karas, ma vogliamo mostrare che avevamo questa tecnica tradizionale e che usiamo ancora i karas per la vinificazione. Purtroppo in questo momento non abbiamo una produzione di karas in Armenia e non vogliamo importare questo tipo di anfore. Usiamo vecchi karas che abbiamo recuperato dai contadini e in diversi villaggi. I nostri produttori li maneggiano con grande cura, per non romperli.
Allo stesso tempo abbiamo un progetto per avviare la produzione di karas, perché la domanda di vino fatto in karas aumenta ogni anno. Lo stile del vino è completamente diverso, per esempio, rispetto a quello nei qvevri georgiani ed è davvero molto particolare.

Usiamo anche molte altre tecniche tradizionali, come il metodo Kakhani che parte dall’essiccazione dell’uva. Cent’anni fa i contadini appendevano i grappoli per consumarli durante l’inverno e la rimanenza la usavano per la vinificazione. Ora abbiamo riportato in vita questa tecnica, cercando di raccontare che questo è uno dei luoghi del vino più antichi del mondo“.
TRADIZIONI MILLENARIE E IG
Tutto questo processo di ripensamento, di riscoperta e di recupero di una tradizione del vino è legato anche al progetto sulle indicazioni geografiche (IG) di cui ha parlato il Governo. Oggi si dice semplicemente che un vino è armeno, mentre questo lo ricollegherà al terroir, all’area, alla vocazione specifica. Come modellerà lo scenario del vino in Armenia?
“Penso sia un progetto davvero importante e interessante per il nostro settore. Ma abbiamo anche molte difficoltà a implementare questo sistema nelle diverse regioni. Per esempio, la domanda di varietà areni è davvero molto alta e l’areni proviene solo dalla regione di Vayots Dzor, ma alcuni dei nostri produttori l’hanno piantato anche nelle regioni di Armavir e Aragatsotn, ottenendo una qualità davvero pregevole nel calice e questo è positivo.
Per la regione di Vayots Dzor abbiamo avviato la pratica come progetto pilota – perché è più controllata e la produzione lì è più professionale rispetto alle altre regioni – però molte aziende comprano uva dal Vayots Dzor e fanno il vino altrove. Avremo però prima l’IG solo per i produttori di Vayots Dzor, poi vedremo come lavorare con le altre varietà. Per esempio, nella regione di Tavush abbiamo un’altra varietà molto interessante, chiamata Lalvari – con solo due cantine impegnate a produrre vino – e penso che la prossima IG sarà nel Tavush. Per le altre, dovremo lavorare con i produttori per capire quali varietà e quali terreni potranno rientrare nelle IG.
Come dicevo, in epoca sovietica avevamo vigneti con varietà diverse mescolate ed era davvero difficile capire se un vigneto fosse areni puro o avesse cloni diversi o varietà incrociate. Oggi, poiché i nuovi vigneti vengono impiantati sulla base dell’analisi del genotipo, siamo sicuri che si tratti di areni in purezza e dunque è più facile applicare il sistema IG. È un processo un po’ complesso ed è stato impegnativo spiegare ai produttori l’importanza e i benefici dell’IG… si chiedevano: perché devo ridurre la resa del mio vigneto? E perché dovete controllare il modo in cui produco il vino? ora però la consapevolezza sta crescendo”.

Negli ultimi anni l’Armenia ha investito energie e fondi nella promozione — quest’anno ha ospitato per la prima volta il Concours Mondial de Bruxelles — e nella partecipazione ai principali eventi fieristici in Europa. Allo stesso tempo, una risorsa rilevante per il comparto vino armeno sembra essere il turismo – che nel 2026 è cresciuto di quasi il 40%. È un turismo fortemente legato all’esperienza del vino e degli spirits. Come pensa che questa crescente attenzione verso l’Armenia possa sostenere la capacità del vino armeno di posizionarsi sulla mappa mondiale?
“Sì, penso che, grazie a questo aumento dei turisti, il vino armeno sia in qualche modo diventato una bandiera del Paese. Molti turisti visitano le cantine e assaggiano i vini nei ristoranti e molti vengono in Armenia per partecipare a uno dei molti festival. Le persone non visitano semplicemente l’Armenia: vengono per scoprire l’Armenia come paese del vino. Questo ha quindi un impatto anche sui consumi, perché porta con sé una cultura del bere vino. i consumi stanno aumentando proprio grazie ai turisti: chiedono vino — non vodka, non cognac, ma vino — e le vendite crescono durante la stagione.
Questa atmosfera e questa cultura si diffondono in tutto il Paese. Per esempio, nel 2025 avevamo solo 25 aziende che producevano vino, ora ne abbiamo più di 170. Questo dimostra che il business del vino è attrattivo ed è diventato molto popolare nel Paese, e così cresce anche la domanda interna di vino armeno”.
BRANDY E VINO, UNA SOLA STRATEGIA
Nel frattempo, l’economia mondiale dell’alcol — vino e spirits — non è esattamente in buona salute: i consumi sono più bassi, le nuove generazioni sembrano bere meno e c’è una crisi economica che si diffonde nel mondo. In questo scenario, i vini armeni potrebbero essere in parte protetti, perché sono una nicchia: una piccola produzione che può gradualmente trovare il proprio posto sulla mappa mondiale. D’altra parte, la produzione di brandy potrebbe a un certo punto soffrire per la situazione attuale. Pensa che le viti oggi dedicate al brandy potrebbero essere convertite o ripensate e riadattate a una produzione di vino di qualità?
“Penso che entrambi i settori, brandy e vino, abbiano un ruolo molto importante per la nostra economia e per la nostra vita. Quando abbiamo fatto la ricerca e abbiamo chiesto alle persone perché comprassero il brandy, la maggior parte rispondeva: come regalo. Se vuoi fare un regalo di rappresentanza, regali brandy. E poi esportiamo in molti Paesi.
Con il vino la situazione è diversa, perché le cose sono cambiate. Oggi si regala anche il vino, ma è soprattutto per il consumo. Non vogliamo cambiare questo equilibrio; non vogliamo sostituire la produzione di brandy con quella di vino. Il governo vuole sostenere entrambi i settori, perché la produzione di brandy ha un ruolo cruciale per l’economia, mentre il vino è in qualche modo diventato un marchio, uno stile di vita, uno specchio dell’atmosfera che di respira nel Paese. Alle persone piace bere vino e si organizzano molti eventi legati al vino —è diventato davvero molto importante”.
Dal punto di vista culturale e di scenario, è chiaro. Ma quei vigneti potrebbero essere riadattati per diventare vigneti da vino di qualità?
“Siamo un Paese piccolo, produttore di piccoli volumi e soprattutto con una vocazione da boutique, abbiamo questo piccolo volume e non vogliamo presentare il nostro vino in modo molto diffuso. È un mercato di nicchia”.

Rispetto all’export, quali sono i Paesi strategici come destinazione?
“È davvero difficile rispondere se ci stiamo concentrando sul mercato giapponese o su quello cinese, se puntiamo sull’India che sta aumentando i consumi… Noi lavoriamo molto per migliorare la qualità e chi vuole bere qualcosa di unico, nuovo e diverso può bere vino armeno. Anche se raddoppiassimo il nostro volume, saremmo intorno ai 30 milioni di bottiglie e duqnue rimaniamo una nicchia. Penso che troveremo il nostro mercato e il nostro consumatore attento”.
Per concludere, se spostassimo la linea del tempo in avanti di cinque o dieci anni, cosa vede nel futuro dei vini armeni?
“Vedo un bellissimo Paese storico, con vini molto interessanti e unici, che svilupperà molto bene l’enoturismo e che sarà presente su diversi mercati, molto di nicchia. Per questo, penso che ci serva promuovere il nostro Paese come terra di vino, e fare in modo che il settore continui a crescere, ma davvero in modo professionale e bello”.
è possibile ascoltare l’intervista integrale a Zaruhi Muradyan sul podcast di VinoNews24
