19 settembre 2023, l’ultimo giorno dell’Artsakh. Gloria eterna ai difensori caduti (K0razym 19.09.26
Tre anni fa, il 19 settembre 2023, l’Azerbaigian lanciò un’offensiva militare su vasta scala contro la Repubblica di Artsakh. Stepanakert e numerosi centri abitati furono sottoposti a bombardamenti; i difensori dell’Artsakh, in condizioni di schiacciante inferiorità, presero le armi per proteggere la loro terra e la popolazione civile. Dopo circa ventiquattro ore di combattimenti, il 20 settembre fu imposto un cessate il fuoco che aprì la strada al disarmo delle forze locali e alla fine del controllo armeno sulla regione. Le prime ore dell’attacco furono documentate anche dalla stampa internazionale.
Oggi 301.am affida la commemorazione a parole essenziali: «Gloria eterna ai militari Armeni che tre anni fa, in questo giorno, sacrificarono la propria vita difendendo l’Artsakh».


Le immagini pubblicate da 301.am mostrano una corona deposta sulla terra (foto di copertina) e, soprattutto, due lunghe tavole di nomi (le foto sopra). Non una cifra indistinta, ma persone: ciascuna con una famiglia, una storia, un volto; ciascuna parte di un popolo che tentò di resistere nell’ultimo giorno della propria terra.

La fotografia acquista oggi un significato ancora più doloroso.
Il Blog dell’Editore aveva pubblicato le immagini della cerimonia commemorativa celebrata per rendere omaggio agli eroi morti per la difesa della madrepatria, mentre veniva eseguito l’inno nazionale della Repubblica di Artsakh, presso il Memoriale dei Caduti al Complesso memoriale di Stepanakert, il 2 settembre 2023 nell’anniversario della proclamazione della Repubblica di Artsakh.




Alla cerimonia commemorativa del 2 settembre 2023 erano presenti il Presidente dell’Assemblea nazionale e Presidente ad interim della Repubblica di Artsakh, Davit Ishkhanyan; i tre ex Presidenti Arayik Harutyunyan, Arkadi Ghukasyan e Bako Sahakyan; e il Ministro di Stato Samvel Shahramanyan, che pochi giorni dopo sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica di Artsakh. Quella fotografia ha oggi anche il valore di una testimonianza storica: Ishkhanyan, Harutyunyan, Ghukasyan e Sahakyan furono catturati dalle autorità azere nell’ottobre 2023 e trasferiti nelle carceri di Baku. Il 5 febbraio 2026 un tribunale militare azero ha condannato Harutyunyan e Ishkhanyan all’ergastolo e Ghukasyan e Sahakyan a vent’anni di reclusione, al termine di un processo chiuso agli osservatori internazionali indipendenti e la cui equità è stata contestata dalle organizzazioni per i diritti umani. Sono tuttora detenuti in Azerbaigian, definiti dalle istituzioni armene e diverse organizzazioni prigionieri politici o ostaggi Armeni. Shahramanyan riuscì invece a raggiungere l’Armenia, dove attualmente risiede.

Soltanto tre settimane dopo, il 23 settembre 2023, mostrammo nello stesso luogo la foto «Stepanakert…» di Marut Vanyan/giornalista freelance in Karabakh/Artsakh, che mostrava le fosse preparate per le vittime dell’offensiva azera del 19 e 20 settembre, mentre la popolazione di Stepanakert seppelliva i propri cari.
Il Cimitero fraterno costituisce la parte più recente del più ampio Complesso memoriale di Stepanakert, realizzato per ricordare i caduti della Seconda guerra mondiale e successivamente ampliato con monumenti dedicati alle vittime del Genocidio armeno, dei massacri di Sumgait, del terremoto del 1988 e delle guerre dell’Artsakh. Il complesso non risulta essere stato demolito integralmente, ma dopo l’occupazione è stato esposto a ripetuti atti di profanazione e cancellazione della memoria armena. Il 19 novembre 2024 Monument Watch aveva documentato il danneggiamento di lapidi e la rimozione delle iscrizioni armene accanto al monumento-campanile dedicato alle vittime del Genocidio. In un video diffuso il 21 aprile 2025 si vedevano inoltre lapidi spezzate o danneggiate e i volti di alcuni combattenti incisi o cancellati. Nel luglio successivo è stata segnalata la chiusura dell’accesso al complesso, la cui area appariva coperta da pannelli che ne impedivano la vista. In assenza di un accesso indipendente, non è possibile verificarne oggi integralmente lo stato di conservazione.
Non soltanto i vivi sono stati allontanati dall’Artsakh: anche i luoghi nei quali riposano i morti sono rimasti senza la protezione delle loro famiglie e della loro comunità.
Prima dell’attacco nove mesi di assedio
Quell’offensiva del 19 settembre 2023 non giunse all’improvviso e non può essere separata da ciò che l’aveva preceduta. Dal 12 dicembre 2022 l’Artsakh era stato progressivamente isolato attraverso il blocco del Corridoio di Lachin, l’unica via che lo collegava all’Armenia. Per oltre nove mesi più di 100.000 persone vissero con disponibilità sempre più ridotte di alimenti, medicinali, carburante ed energia. Nel febbraio 2023 la Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato all’Azerbaigian di assicurare la circolazione senza ostacoli lungo il Corridoio; l’ordine rimase senza un’attuazione capace di porre fine alla crisi. Questo Blog dell’Editore ne seguì giorno dopo giorno l’aggravarsi della situazione, consultabile attraverso l’Indice della copertura #ArtsakhBlockade.
Quando il 19 settembre 2023 iniziò l’attacco, a essere colpita fu dunque una popolazione già stremata dall’assedio. I difensori dell’Artsakh combatterono senza poter contare su reali possibilità di riequilibrare le forze. Ricordare oggi il loro sacrificio significa anche rifiutare la narrazione che riduce quelle ore a una semplice operazione militare conclusiva: furono l’ultimo atto di una pressione durata mesi, esercitata su un’intera comunità privata delle condizioni essenziali per vivere.
Dai caduti all’esodo
Il bilancio dell’offensiva superò i duecento morti, tra militari e civili, e centinaia di feriti. Pochi giorni dopo, mentre la popolazione cercava carburante per fuggire, l’esplosione di un deposito nei pressi di Stepanakert provocò un’altra strage. In meno di una settimana oltre 100.000 Armeni lasciarono l’Artsakh: l’intera popolazione autoctona fu costretta ad abbandonare case, chiese, cimiteri, scuole e villaggi.
La dimensione materiale di una perdita umana e culturale
L’espulsione della popolazione armena ha comportato anche la perdita dell’intero spazio nel quale quella comunità viveva e riconosceva la propria storia. Un inventario diffuso da Genesis Armenia e rilanciato da 301.am quantifica l’ampiezza dei beni rimasti sotto controllo azero, anche se non è una stima verificata in modo indipendente.
Secondo questi dati, si tratta di 12 città e 241 villaggi; 13.550 case, il 30 per cento delle quali avrebbe più di cento anni, e 11.450 appartamenti; 60 fabbriche e 15 impianti; 200 centri culturali, 9 poli culturali e 25 musei; 232 scuole, 7 college, 4 università e 11 scuole d’arte; 11 ospedali e 230 centri sanitari. A essi si aggiungono 4 bacini idrici, 5 canali, 37 centrali idroelettriche e 48 miniere.
Il nucleo più irriducibile di questa perdita è tuttavia il patrimonio storico e religioso: l’inventario indica 400 cimiteri medievali, 385 chiese, 60 complessi monastici e 2.385 khachkar. Non si tratta soltanto di immobili o infrastrutture, ma delle tracce materiali di secoli di vita armena nell’Artsakh: luoghi di culto, sepolture, iscrizioni, opere d’arte, istituzioni educative e comunità storiche oggi private delle persone che le avevano custodite.


Da allora la violenza non continua soltanto nell’assenza di chi è stato espulso, ma anche nei tentativi di riscrivere la storia e l’identità armena dei luoghi rimasti senza i loro custodi. Lo abbiamo visto nei tour organizzati per diplomatici nell’Artsakh svuotato, nella rappresentazione di Gandzasar e nella cancellazione dei segni della presenza armena. Alla domanda posta in questi giorni da questo Blog dell’Editore – dove sono finiti gli Armeni dell’Artsakh? – le tavole pubblicate da 301.am aggiungono oggi un’altra domanda: ricordiamo ancora i nomi di coloro che morirono perché quella terra non venisse cancellata?
A Yerablur il «Giorno della memoria» per l’Artsakh
Nella stessa giornata del 19 settembre, a Erevan si è svolta una manifestazione pubblica con un corteo funebre silenzioso intitolato «Giorno della memoria», per rendere omaggio all’Artsakh e a quanti hanno sacrificato la propria vita per difenderlo. L’iniziativa è stata promossa da Hasmik Mikayelyan, componente di un gruppo che rappresenta i familiari dei militari caduti.
I partecipanti hanno commemorato quanti, tra il 1988 e il 2023, hanno dato la vita per la libertà e la sicurezza dell’Artsakh e per la difesa del popolo armeno. Il ricordo è stato esteso ai dispersi, agli Armeni ancora detenuti in Azerbaigian, ai civili morti durante le ostilità, lo sfollamento forzato e le sue conseguenze, nonché alle vittime dell’esplosione del deposito di carburante avvenuta il 25 settembre 2023 nei pressi di Stepanakert, mentre la popolazione armena era costretta ad abbandonare l’Artsakh.
Il raduno è iniziato a mezzogiorno presso l’ingresso del Pantheon militare di Yerablur. Da lì i partecipanti hanno attraversato in silenzio il cimitero, fino al luogo della cerimonia commemorativa. Sono state recitate preghiere, deposti fiori sulle tombe dei caduti e osservato un minuto di silenzio. Familiari, sostenitori e cittadini si sono così riuniti per custodire la memoria di quanti hanno sacrificato la propria vita per l’Artsakh e per il popolo armeno.
Al termine del corteo, alcune organizzazioni della società civile dell’Artsakh e dell’Armenia, insieme al Consiglio per la protezione dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, hanno sottoscritto una petizione destinata agli uffici delle Nazioni Unite e alle ambasciate delle maggiori potenze.
Nel documento i firmatari chiedono alla comunità internazionale di condannare quella che definiscono la «politica genocidaria documentata» condotta dall’Azerbaigian contro il popolo armeno da oltre un secolo e di chiamare Baku a risponderne secondo il diritto internazionale. Chiedono inoltre il riconoscimento della Repubblica di Artsakh, considerata il risultato dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione della popolazione armena del Nagorno Artsakh sulla base degli atti giuridici internazionali e della legislazione interna sovietica.
La petizione sollecita infine misure concrete affinché l’Azerbaigian dia esecuzione all’ordinanza vincolante emessa il 17 novembre 2023 dalla Corte internazionale di giustizia. Con quel provvedimento la Corte ha stabilito, tra l’altro, che agli Armeni costretti a lasciare il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desiderosi di ritornarvi debba essere consentito di farlo «in modo sicuro, senza impedimenti e rapidamente». A tre anni dall’esodo, quel ritorno non si è ancora realizzato (Reuters).






La memoria è una responsabilità
Commemorare i caduti del 19 e 20 settembre 2023 non significa esaltare la guerra. Significa riconoscere il sacrificio di uomini che difesero le proprie famiglie e la propria patria in condizioni estreme; significa custodire la verità di ciò che accadde prima che la propaganda trasformi un popolo espulso in un’assenza senza causa.
Tre anni dopo, l’Artsakh viene presentato al mondo come un territorio ormai pacificato, ricostruito e disponibile alle visite ufficiali. Ma la pace non può essere misurata soltanto dal silenzio delle armi, mentre gli Armeni dell’Artsakh non possono tornare in sicurezza, i loro rappresentanti sono detenuti a Baku e il patrimonio Cristiano viene sottoposto a cancellazione o appropriazione. La memoria dei caduti si unisce perciò alla richiesta di libertà per i prigionieri, tutela dei monumenti, giustizia e diritto al ritorno, richiamata anche nella recente mobilitazione a Washington.
Che Dio accolga le anime di tutti coloro che diedero la vita in difesa dell’Artsakh, consoli le loro famiglie e sostenga un popolo disperso ma non cancellato. Gloria eterna ai caduti. Memoria eterna all’Artsakh.
