Per Baku anche Pashinyan non è più abbastanza «pacifista». La macchina mediatica azera trasforma Gandzasar in un nuovo test di obbedienza (Korazym 19.09.26)
La controversia provocata dalla visita organizzata dalle autorità dell’Azerbaigian per circa 150 rappresentanti del Corpo Diplomatico nell’Artsakh occupato e svuotato della sua popolazione armena ha prodotto un nuovo sviluppo.
Dopo le reazioni alla presentazione di Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’«Albania caucasica» e alla messinscena delle pagine bianche delle riproduzioni museali, i media filogovernativi azeri hanno intensificato gli attacchi contro l’Armenia.
Questa volta nel mirino non sono finiti soltanto l’opposizione, la Chiesa Apostolica Armena e la diaspora, abitualmente bollate come «revansciste», ma lo stesso governo guidato da Nikol Pashinyan. Secondo l’agenzia statale Azertac e altre testate controllate dal regime di Ilham Aliyev, le autorità armene dirigerebbero dietro le quinte la campagna di protesta contro Baku e non sarebbero realmente pronte alla pace.
È un passaggio significativo. Prima delle elezioni parlamentari armene dello scorso giugno, la propaganda azera aveva distinto Pashinyan dalle opposizioni, presentandolo implicitamente come l’interlocutore disposto a soddisfare le condizioni poste dall’Azerbaigian. Ora persino la sua risposta prudente sulla documentata origine armena di Gandzasar viene trasformata in una prova di ostilità.
La pace evocata da Baku appare così sempre meno come un rapporto fra due Stati e sempre più come una continua verifica dell’allineamento armeno alla narrazione del vincitore.
Dalla falsificazione di Gandzasar all’accusa contro Erevan
La vicenda è iniziata con la visita dell’11 e 12 settembre 2026, durante la quale circa 150 rappresentanti diplomatici di 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali sono stati accompagnati nell’Artsakh da Hikmet Hajiyev, Assistente del Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e Responsabile del Dipartimento per gli Affari di politica estera dell’Amministrazione presidenziale.
Su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito il viaggio fin dall’inizio, domandando che cosa rimanesse fuori dalle fotografie ufficiali e perché nessuno degli ospiti sembrasse interrogarsi sulla sorte degli oltre 100.000 Armeni costretti a lasciare la regione nel settembre 2023: 150 diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni. Ma qualcuno ha chiesto dove sono finiti?.
Durante il tour Hajiyev ha presentato Gandzasar e Dadivank attraverso la narrativa ufficiale azera dell’«Albania caucasica», separandoli dalla loro documentata identità armena. Ha inoltre mostrato ai diplomatici alcuni volumi con pagine bianche, insinuando che costituissero una prova della falsificazione armena della storia dell’Artsakh.
Il Matenadaran di Erevan ha successivamente chiarito che non si trattava di manoscritti originali, ma di riproduzioni museali nelle quali erano state riprodotte soltanto le aperture destinate all’esposizione. Gli originali, mostrati pubblicamente dagli studiosi, sono conservati in Armenia. Abbiamo ricostruito la vicenda nell’articolo Gandzasar, le pagine bianche mostrate ai diplomatici e le iscrizioni armene che Hajiyev non può cancellare.
La visita e il comportamento di alcuni rappresentanti stranieri – compreso il filmato dell’Incaricata d’Affari statunitense Amy Carlon mentre ballava a Shushi – hanno provocato forti reazioni nella società armena, nella Chiesa Apostolica Armena, nella diaspora e fra esponenti dell’opposizione. Ne abbiamo riferito anche in Il grottesco spettacolo dei diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni.
La risposta prudente di Pashinyan non basta più
La reazione iniziale del governo armeno era stata estremamente cauta. Il Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale Ararat Mirzoyan aveva affidato sostanzialmente la risposta al Matenadaran. Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Ruben Rubinyan aveva definito infondate e dannose per la pace le dichiarazioni azere, evitando tuttavia di pronunciare direttamente la frase richiesta dall’opposizione: «Gandzasar è armeno».
Il 16 settembre è intervenuto Nikol Pashinyan. Anche il Primo Ministro ha evitato quella formulazione diretta, ma ha affermato che la Repubblica di Armenia, attraverso la risposta del Direttore del Matenadaran Ara Khzmalyan, aveva attestato l’origine armena di Gandzasar. Ha inoltre definito «inaccettabile e incomprensibile» il comportamento di Hajiyev.
Nello stesso intervento – che abbiamo analizzato nell’articolo «Siete pronti a dire che Gandzasar è armeno?» La messinscena di Hajiyev diventa un boomerang – Pashinyan ha insistito sulla necessità di proteggere la pace, avvertendo che distruggerla sarebbe facile, mentre per ricostruirla potrebbero occorrere altri trent’anni. La sua non è stata dunque una risposta aggressiva, né tantomeno «revanscista»: è stata una presa di posizione prudente, immediatamente accompagnata dalla riaffermazione del valore del processo di pace. Eppure, anche questa risposta limitata è risultata eccessiva per la macchina mediatica di Baku.
«L’Armenia non è pronta alla pace»
Come riferisce OC Media, negli ultimi giorni l’agenzia statale Azertac e le testate filogovernative APA, Caliber e Qafqazinfo hanno rilanciato una serie di accuse contro Erevan.
L’analisi pubblicata da Azertac sostiene che dietro determinate iniziative di propaganda vi sarebbe il governo armeno e arriva ad affermare che la lobby armena potrebbe essere parte integrante della politica della stessa leadership di Erevan.
Il bersaglio non è più costituito soltanto dagli avversari di Pashinyan. L’accusa investe direttamente le autorità armene, indicate come registe occulte delle proteste contro la falsificazione dell’identità di Gandzasar.
Ancora più esplicita è APA, secondo cui, per quanto l’Armenia possa dichiararsi verbalmente favorevole alla pace, nella pratica dimostrerebbe il contrario. Le dichiarazioni pacifiste delle autorità armene sarebbero soltanto una «cortina fumogena» e la squadra di governo guidata da Pashinyan non si distinguerebbe sostanzialmente dai gruppi definiti «revanscisti».
Anche Caliber presenta la vicenda come una prova della sincerità di Erevan e chiede se il governo sia capace di tenere sotto controllo i «revanscisti» per salvaguardare la pace.
Il linguaggio non è casuale. Contestare una falsificazione storica non viene affrontato sul terreno delle prove, dei manoscritti, delle iscrizioni e della ricerca scientifica. Diventa invece un indicatore politico: chi afferma che Gandzasar è armeno, o semplicemente non accetta la ricostruzione presentata da Hajiyev, viene collocato nel campo di coloro che minaccerebbero la pace.
Il cambiamento della propaganda azera
OC Media richiama un elemento particolarmente significativo. Prima delle elezioni parlamentari armene dello scorso giugno, i media azeri avevano generalmente manifestato un sostegno implicito – e in alcuni casi esplicito – a Pashinyan, contrapponendolo alle forze di opposizione descritte sistematicamente come «revansciste».
La distinzione serviva a presentare il Primo Ministro come l’unico interlocutore armeno disposto ad accettare la nuova realtà imposta dall’esito della guerra e dall’offensiva azera del settembre 2023.
Ora quella distinzione sembra restringersi fino quasi a scomparire. Nel momento in cui Pashinyan riconosce, sia pure con estrema cautela, l’origine armena di Gandzasar e definisce inaccettabile il comportamento di Hajiyev, anche il suo governo viene assimilato alle forze accusate di sabotare la pace.
Non significa necessariamente che Baku abbia deciso di rompere con Pashinyan. Mostra però che il sostegno accordatogli dalla propaganda azera è sempre stato condizionato: vale finché Erevan non contesta la narrazione dell’Azerbaigian, neppure quando questa investe fatti storici documentati e monumenti fondamentali del patrimonio spirituale e culturale armeno.
Una pace sottoposta continuamente a esame
Il meccanismo che emerge è preoccupante. L’Azerbaigian promuove davanti ai diplomatici stranieri una reinterpretazione del patrimonio armeno dell’Artsakh. Quando studiosi, ecclesiastici, oppositori e cittadini armeni contestano tale rappresentazione, la contestazione viene definita «revanscismo». Quando il governo armeno tenta una risposta misurata, viene accusato di dirigere la protesta dietro le quinte e di non essere pronto alla pace.
In questo schema non è Baku a dover dimostrare la correttezza delle proprie affermazioni. È l’Armenia a dover provare continuamente la propria volontà pacifica, rinunciando progressivamente a contestare persino la riscrittura della propria storia.
La parola «pace» viene così trasformata da obiettivo comune in strumento di pressione. Non indica più soltanto la cessazione delle ostilità, il riconoscimento reciproco della sovranità e la costruzione di rapporti normali fra due Stati. Diventa un esame permanente nel quale una sola parte stabilisce le domande, valuta le risposte e decide se l’altra abbia superato la prova.
La stessa logica è emersa nelle dichiarazioni di Hajiyev contro la diaspora armena, descritta come una forza ancora capace di ostacolare il processo di pace, e nelle ripetute accuse di «revanscismo» rivolte a chi continua a chiedere la liberazione dei prigionieri armeni, il diritto al ritorno degli sfollati dell’Artsakh e la protezione del patrimonio culturale.
Anche 52 ONG azere si allineano alla narrazione di Baku
Alla campagna dei media azeri si è aggiunto un documento sottoscritto da 52 organizzazioni non governative dell’Azerbaigian, che hanno criticato le reazioni suscitate in Armenia dalla visita dei diplomatici stranieri in Artsakh e nel cosiddetto “Zangezur orientale”. Secondo i firmatari, tali contestazioni costituirebbero un’interferenza negli affari interni dell’Azerbaigian e potrebbero ostacolare la normalizzazione dei rapporti fra Baku ed Erevan.
Le ONG sostengono che la priorità debba rimanere l’attuazione dell’agenda di pace e accusano le organizzazioni armene di utilizzare la questione del patrimonio culturale e religioso per rilanciare rivendicazioni territoriali. In questo modo, tuttavia, viene nuovamente sovrapposta la denuncia della falsificazione o cancellazione dell’identità armena dei monumenti dell’Artsakh a una pretesa contestazione della sovranità territoriale dell’Azerbaigian. Restano invece senza risposta le richieste di accesso avanzate nei confronti di Baku dall’UNESCO e da osservatori internazionali indipendenti.
Il richiamo alla “società civile” azera richiede inoltre una precisazione. Non è possibile affermare, in assenza dell’elenco dei firmatari e dei relativi finanziamenti, che ciascuna delle 52 organizzazioni dipenda direttamente dal governo. Lo stesso resoconto disponibile non indica quali associazioni abbiano sottoscritto il documento né dove sia stato pubblicato. Tuttavia, il settore delle ONG in Azerbaigian opera all’interno di un sistema fortemente regolato dallo Stato. Nel 2021, con decreto del Presidente Ilham Aliyev, è stata istituita l’Agenzia per il sostegno statale alle organizzazioni non governative, ente giuridico pubblico succeduto al precedente Consiglio operante presso la Presidenza della Repubblica. L’Agenzia seleziona e finanzia progetti, ne valuta i programmi e ne gestisce contratti e rendicontazione; nel suo Consiglio di sorveglianza siedono anche rappresentanti dei Ministeri della Giustizia, delle Finanze e del Lavoro.
In un Paese nel quale le organizzazioni indipendenti sono sottoposte da anni a restrizioni amministrative, finanziarie e giudiziarie, una dichiarazione collettiva perfettamente coincidente con la linea della Presidenza non può quindi essere presentata automaticamente come l’espressione spontanea e autonoma dell’intera società civile. Freedom House ha documentato le intimidazioni e le pressioni esercitate dalle autorità sulle organizzazioni civiche indipendenti e sui difensori dei diritti umani.
Anche l’Accademia delle Scienze azera si schiera con la versione ufficiale
Alla mobilitazione dei media e delle organizzazioni non governative si è aggiunta anche l’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, che il 18 settembre ha diffuso una dichiarazione a sostegno della versione presentata da Hikmet Hajiyev ai diplomatici stranieri. L’istituzione ha definito le reazioni armene una campagna «artificiosamente fomentata» e ha sostenuto che il complesso monastico di Gandzasar sarebbe un monumento dell’Albania caucasica «estraneo alla storia armena». Secondo l’Accademia, il monastero sarebbe stato edificato durante il principato “albano” di Khachen sotto il governo di Hasan Jalal, presentato anacronisticamente come uno «statista azero». La dichiarazione arriva persino ad accusare gli Armeni di avere distrutto o rimosso le iscrizioni “albane” e di averle sostituite con testi armeni alterati, nonché di avere trasformato la croce originaria del monastero in una croce “gregoriana”.
Non si tratta più, dunque, soltanto di un’affermazione estemporanea pronunciata durante una visita organizzata dalle autorità, ma di una narrazione fatta propria da una delle principali istituzioni scientifiche statali del Paese. Una ricostruzione che ignora le numerose iscrizioni armene conservate a Gandzasar, le fonti medievali e la documentata appartenenza del monastero alla tradizione ecclesiale e culturale armena, confermando come la controversia sia ormai parte di una campagna istituzionale più ampia.
Dopo i media, anche una parte formalmente non governativa del sistema pubblico azero e il mondo accademico viene così mobilitata per trasformare la tutela del patrimonio armeno in una minaccia alla pace e per chiedere a Erevan non soltanto moderazione politica, ma anche silenzio sulla storia dell’Artsakh.
Il problema non è la reazione armena, ma ciò che l’ha provocata
La domanda posta dai media filogovernativi azeri – «L’Armenia è pronta alla pace?» – rovescia l’ordine dei fatti.
La controversia non è nata da una rivendicazione territoriale armena né da una minaccia militare. È nata dall’ennesimo viaggio organizzato dalle autorità azere nell’Artsakh senza la popolazione armena espulsa e da una presentazione politicamente orientata di monasteri, manoscritti e testimonianze storiche.
Il Matenadaran ha risposto mostrando gli originali. La Chiesa Apostolica Armena ha denunciato la falsificazione. Organizzazioni della società civile hanno chiesto responsabilità ai diplomatici presenti. Pashinyan ha infine definito inaccettabile il comportamento di Hajiyev, ribadendo contemporaneamente la necessità di preservare la pace.
Se persino questa reazione viene interpretata come prova di ostilità, allora il problema non è una presunta indisponibilità armena alla pace. Il problema è una concezione della pace nella quale all’Armenia viene chiesto non soltanto di rinunciare all’Artsakh, ma anche di assistere senza reagire alla progressiva cancellazione della sua identità storica.
Come abbiamo scritto presentando la nascita della Casa digitale della cultura dell’Artsakh, quando la cancellazione diventa politica, ricordare non è nostalgia: è una forma di resistenza.
La pace non può dipendere dal silenzio di una delle parti. E non può richiedere che un popolo lasci in bianco le pagine della propria storia perché il vincitore possa riscriverle.
