Armenia e Azerbaijan non hanno più bisogno della mediazione russa (L’Inkiesta 17.09.26)

Per trent’anni la Russia è stata indispensabile nel Caucaso meridionale, perché Armenia e Azerbaijan non riuscivano a fare a meno della sua mediazione. Mosca vendeva armi, garantiva la sicurezza armena, negoziava tregue e dal 2020 aveva schierato quasi duemila peacekeeper nel Nagorno-Karabakh. La mancata soluzione definitiva del conflitto non era necessariamente un problema per il Cremlino: finché Erevan e Baku restavano incapaci di stabilizzare da soli i loro rapporti, la presenza russa conservava una funzione.

Oggi quella funzione si sta indebolendo. L’allontanamento dell’Armenia di Nikol Pashinyan da Mosca è ormai evidente, ma la novità è che Erevan e Baku stanno anche provando a costruire un rapporto che abbia sempre meno bisogno di un arbitro esterno. Se la normalizzazione proseguirà, per Vladimir Putin il problema non sarà soltanto perdere influenza su un vecchio alleato, ma vedere erodersi il meccanismo attraverso cui la Russia era riuscita a mantenersi centrale nella regione.

Lo si è visto con particolare chiarezza all’inizio di settembre a Bishkek, a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organization. Putin ha riconosciuto che l’aspirazione armena a entrare nell’Unione europea è un diritto sovrano del Paese, aggiungendo però che quella scelta creerebbe difficoltà con la permanenza nell’Unione economica eurasiatica, potrebbe cancellare alcuni dei vantaggi commerciali di cui Erevan gode e spezzare catene economiche consolidate. Mosca vuole quindi sapere quale strada intenda prendere l’Armenia.

Alla vigilia delle elezioni parlamentari di giugno, del resto, la pressione era stata più esplicita. La Russia aveva imposto restrizioni a diversi prodotti armeni e minacciato di sospendere le condizioni agevolate per le forniture di gas e prodotti petroliferi se Erevan avesse proseguito sulla strada dell’integrazione europea. Pashinyan ha comunque vinto le elezioni con il 49,81 percento dei voti, conservando la maggioranza parlamentare, mentre gli osservatori internazionali hanno accusato Mosca di aver cercato di condizionare il voto attraverso minacce pubbliche e misure commerciali.

La Russia mantiene un peso economico e strategico considerevole in Armenia, che continua a dipendere dal Cremlino per gran parte delle proprie forniture energetiche, ma la capacità di trasformare questa dipendenza in influenza politica appare meno efficace di qualche anno fa.

All’origine di questa trasformazione c’è soprattutto il Nagorno-Karabakh e quello che, a posteriori, appare come uno degli errori strategici di Putin nella regione: avere sottovalutato quanto l’influenza russa sull’Armenia dipendesse dalla credibilità delle sue garanzie di sicurezza. Erevan aveva accettato per anni una relazione fortemente asimmetrica con Mosca anche in cambio di quella protezione, aderendo alla Csto e ospitando la base militare russa di Gyumri.

L’invasione dell’Ucraina accelerò la rottura, assorbendo risorse e attenzione russe mentre l’Azerbaijan, sostenuto dalla Turchia, diventava più assertivo. Nel 2022 Erevan accusò la Csto di non aver fornito l’assistenza richiesta durante gli scontri sul territorio armeno; nel settembre successivo Baku riconquistò il Nagorno-Karabakh con una rapida offensiva che i peacekeeper russi non fermarono, provocando l’esodo di quasi tutta la popolazione armena della regione.

Putin sottovalutò le conseguenze politiche di quella passività. Venuta meno la credibilità della protezione russa, Pashinyan congelò la partecipazione armena alla Csto e cominciò a diversificare i rapporti di sicurezza e cooperazione; nel 2024 anche i peacekeeper russi lasciarono il Karabakh in anticipo sulla scadenza prevista. La distrazione russa, accentuata dalla guerra in Ucraina, ha così contribuito a un nuovo equilibrio: Baku ha modificato lo status quo militare ed Erevan ha iniziato a cercare altrove le garanzie che Mosca non era più riuscita a fornirle.

Su queste basi ha preso forma anche la normalizzazione tra Armenia e Azerbaijan. Dopo decenni di conflitto, nell’agosto 2025 i due Paesi hanno siglato a Washington il testo dell’accordo di pace e da allora la stabilità lungo il confine ha sostanzialmente retto. Il processo resta incompleto: manca ancora la firma definitiva, Baku continua a chiedere modifiche alla Costituzione armena e rimangono aperte le questioni sui detenuti armeni e sulle conseguenze dell’offensiva del 2023. Ma il dato geopolitico è che Erevan e Baku stanno cercando di stabilizzare i loro rapporti in un contesto nel quale Mosca non possiede più il monopolio della mediazione.

Il nuovo assetto potrebbe assumere anche una dimensione materiale con la Tripp, il progetto sostenuto dagli Stati Uniti che dovrebbe attraversare l’Armenia meridionale e collegare l’Azerbaijan al Nakhchivan e quindi alla Turchia. La connessione opererà sul territorio armeno nel rispetto della sovranità e della giurisdizione di Erevan e dovrebbe inserirsi nella più ampia rotta commerciale transcaspica. Se realizzata, contribuirebbe a ridurre l’isolamento geografico che per decenni ha rafforzato la dipendenza armena dalla Russia, inserendo il Caucaso nelle rotte tra Europa, Caspio e Asia centrale che evitano il territorio russo.

Anche l’Unione europea si sta muovendo in questa direzione, investendo nei collegamenti con l’Armenia e nelle infrastrutture del corridoio transcaspico. Dopo le restrizioni russe contro i prodotti armeni, il Consiglio dell’Ue ha approvato il 2 settembre misure temporanee che, una volta completato l’iter legislativo, liberalizzeranno circa l’ottanta per cento delle esportazioni armene verso il mercato europeo. Per Bruxelles l’opportunità consiste nel favorire un ordine regionale nel quale la dipendenza da Mosca diminuisca perché aumentano le alternative. Una frontiera aperta tra Armenia e Azerbaijan, nuove infrastrutture verso la Turchia e il Caspio e un maggiore accesso al mercato europeo non cancellerebbero del tutto l’influenza russa, ma ne ridurrebbero il carattere obbligato.

Il processo resta fragile e l’Armenia è ancora profondamente legata all’economia russa. Ma è forse questa la conseguenza più importante dell’errore commesso da Putin nel Caucaso mentre concentrava la propria attenzione sull’Ucraina: se la pace con l’Azerbaijan riuscirà a consolidarsi attraverso commercio e infrastrutture, la perdita per il Cremlino non sarà soltanto l’allontanamento di Erevan, ma la progressiva riduzione della necessità stessa della presenza russa nella regione.

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