Armenia tra memoria e futuro (Korazym 29.05.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 29.05.2026 – Vik van Brantegem] – Il 28 maggio rappresenta una delle date più significative della storia nazionale armena. In quel giorno del 1918 nacque la Prima Repubblica d’Armenia, primo Stato armeno indipendente dopo secoli di dominazione straniera. Oggi, mentre il Paese celebra quella ricorrenza, l’Armenia si trova nuovamente davanti a una svolta storica: da una parte il trauma ancora aperto della perdita dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, dall’altra una campagna elettorale che sta ridefinendo identità, memoria e prospettive geopolitiche della nazione.

Dalla Prima Repubblica all’indipendenza ritrovata

La nascita della Prima Repubblica fu il risultato del crollo dell’Impero russo e delle convulsioni geopolitiche che seguirono la Prima Guerra Mondiale. Gli Armeni, già segnati dalle persecuzioni e dal genocidio perpetrato nell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1923, riuscirono a costituire un proprio Stato indipendente il 28 maggio 1918.

Quell’esperienza ebbe però vita breve. Le guerre con la Turchia kemalista e l’avanzata bolscevica portarono alla sovietizzazione dell’Armenia, che rimase nell’orbita dell’Unione Sovietica fino alla riconquistata indipendenza del 21 settembre 1991.

Da allora la giovane Repubblica armena ha dovuto affrontare sfide enormi: il devastante terremoto del 1988, la difficile transizione economica post-sovietica e soprattutto il conflitto con l’Azerbaigian per il Nagorno Karabakh, conosciuto dagli Armeni come Artsakh.

Artsakh: una ferita ancora aperta

Per oltre trent’anni l’Artsakh ha rappresentato uno dei pilastri dell’identità nazionale armena contemporanea. Dopo la dissoluzione dell’URSS, gli Armeni del Nagorno-Karabakh proclamarono la propria indipendenza, dando vita alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh sostenuta dall’Armenia, mai riconosciuta internazionalmente e formalmente neanche dalla Repubblica di Armenia.

La guerra del 2020 ha segnato una drammatica inversione di tendenza, culminata nell’offensiva azera del settembre 2023 che ha determinato la fine dell’esperienza statuale dell’Artsakh e il forzato esodo di tutta la popolazione armena della regione.

A quasi tre anni da quegli eventi, la questione continua a dividere profondamente la società armena. Molti considerano la perdita dell’Artsakh non soltanto una sconfitta militare, ma una crisi identitaria che interroga il significato stesso dello Stato armeno nel XXI secolo.

 

Il caso della rappresentanza dell’Artsakh a Erevan

Particolare impressione ha suscitato la recente decisione del Tribunale amministrativo armeno, che ha dichiarato invalida la registrazione della proprietà dell’edificio che ospita la rappresentanza ufficiale della Repubblica di Artsakh a Erevan.

Per molti osservatori non si tratta di una semplice controversia immobiliare. L’edificio rappresenta, infatti, l’ultimo simbolo istituzionale della Repubblica di Artsakh sul territorio armeno. L’avvocato Roman Yeritsyan ha definito la sentenza una «vergogna storica», denunciando inoltre il mancato riconoscimento della stessa Repubblica di Artsakh come parte del procedimento giudiziario.

Se confermata nei successivi gradi di giudizio, la decisione segnerebbe la cancellazione dell’ultima presenza ufficiale delle istituzioni dell’Artsakh in Armenia, alimentando ulteriormente il dibattito sul rapporto tra Erevan e l’eredità politica del Nagorno-Karabakh armeno, occupato con la forza dall’Azerbaigian.

Ruben Vardanyan: la voce dall’isolamento

Tra le figure che continuano a incarnare la causa dell’Artsakh vi è senza dubbio Ruben Vardanyan, imprenditore e filantropo internazionale, già Ministro di Stato dell’Artsakh, detenuto in Azerbaigian dopo gli eventi del 2023.

Nel giorno del suo cinquantasettesimo compleanno, il terzo trascorso in prigionia, Vardanyan ha diffuso un messaggio audio nel quale ha espresso dure critiche al Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, accusandolo di aver condotto il Paese verso una pericolosa perdita di sovranità.

Nel suo intervento, Vardanyan sostiene che la guerra non sia realmente terminata, ma si sia trasformata in una competizione politica, economica e culturale. Inoltre, denuncia la situazione dei detenuti Armeni nelle carceri azere e invita gli Armeni a non cedere all’indifferenza, che ha definito «più pericolosa dell’odio e persino della morte».

Le sue parole continuano a trovare ascolto in una parte significativa dell’opinione pubblica armena, che vede nella sua vicenda personale il simbolo del destino dell’Artsakh e dei suoi ex dirigenti ancora detenuti a Baku.

La battaglia dei simboli: il nuovo emblema dell’esercito

A pochi giorni dalla Festa della Repubblica, il Ministero della Difesa armeno ha presentato il nuovo emblema dell’esercito.

Secondo il governo, la modifica risponde all’esigenza di aggiornare il simbolo delle Forze Armate e renderlo più coerente con i moderni criteri araldici. Tuttavia, numerosi critici hanno interpretato la scelta come un segnale politico.

L’emblema adottato nel 2001 era strettamente legato alla vittoria nella Prima Guerra dell’Artsakh e alla narrazione della resistenza armena. La nuova versione, che enfatizza maggiormente i confini internazionalmente riconosciuti dell’Armenia, viene letta da molti come l’espressione della nuova visione statuale promossa dal governo dopo la perdita dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Anche in questo caso, il confronto non riguarda soltanto un simbolo grafico, ma il modo in cui l’Armenia interpreta la propria storia e immagina il proprio futuro.

Le elezioni del 7 luglio e l’interesse internazionale

La prossima consultazione elettorale si svolgerà in un clima particolarmente delicato. Le scelte compiute dal governo di Pashinyan negli ultimi anni hanno suscitato giudizi contrastanti: da un lato chi ritiene inevitabile una politica di normalizzazione regionale e di pragmatismo diplomatico; dall’altro chi la considera una rinuncia a principi storici e nazionali fondamentali.

In questo contesto ha suscitato ampio dibattito anche il sostegno espresso pubblicamente dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a favore di Pashinyan. Un intervento giudicato da molti osservatori come un fatto inconsueto nella politica interna armena e destinato ad alimentare ulteriori polemiche durante la campagna elettorale.

Una Repubblica alla ricerca di sé stessa

La Festa della Repubblica del 28 maggio non è soltanto la commemorazione di un evento storico. Essa rappresenta oggi un momento di riflessione sul significato dell’indipendenza, della sovranità e dell’identità nazionale.

A 108 anni dalla nascita della Prima Repubblica, l’Armenia si trova nuovamente chiamata a decidere quale strada percorrere. Sullo sfondo restano il dramma dell’Artsakh, la sorte dei detenuti Armeni in Azerbaigian, il destino di figure come Ruben Vardanyan e il difficile equilibrio tra memoria storica e nuove realtà geopolitiche.

Le elezioni del 7 luglio saranno dunque molto più di una competizione politica: costituiranno un passaggio cruciale nella definizione dell’Armenia che verrà.

Foto di copertina: la croce armena, o Khachkar (croce di pietra), una stele commemorativa scolpita, è il simbolo per eccellenza dell’identità armena e rappresenta la Fede, la Resurrezione e l’Eternità. Dal 2010 questa straordinaria arte è protetta come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO

Vai al sito