L’Armenia teme una pace che non nomina l’Artsakh (Tempi 29.05.26)

Che cosa sarà nel Nagorno delle case, chiese, cimiteri, simboli, ossa sepolte degli armeni, esiste un precedente. Non una previsione, ma una prova di quel che accadrà. Si chiama Nakhichevan
Una bandiera della Repubblica dell'Artsakh viene issata in Armenia
Una bandiera della Repubblica dell’Artsakh viene issata in Armenia (foto Ansa)

I lettori sanno – perché da mesi, dall’estate dell’anno scorso, continuo a scriverlo – a che punto siamo. Dopo l’8 agosto si va perfezionando una pace la cui cornice fu firmata a Washington, davanti a Donald Trump, da Ilham Aliyev (Azerbaigian) e Nikol Pashinyan (Armenia) e il cui contenuto, assai chiaro e devastante per il vostro Molokano e le trote guizzanti del Lago di Sevan, ha tuttora elementi inespressi. Si dà per scontato, e lo si accetta nel modo più atroce, cioè senza neppure nominarlo, che l’Artsakh sia territorio inconsutile, quasi come la tunica di Cristo, dell’Azerbaigian: come volle a suo tempo Stalin straziando la realtà di un popolo, e come confermano, in un coro sovieticamente concorde, tutte le potenze occidentali, Italia compresa, in nome del diritto internazionale. Mi verrebbe qualche commento sarcastico, sull’unanimità della sottomissione al più forte, che del diritto è la legge non scritta ma evidentemente inderogabile. Risultato: non viene scritto quel nome, Nago…

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