Sayat Nova, il trovatore del Caucaso condiviso (Meridiano31 29.05.26)
Nel 1969, il regista armeno Sergej Paradžanov dedicò a Sayat Nova uno dei film più visionari della storia del cinema, Il colore del melograno, costruito come una successione di immagini rituali, miniature viventi, tessuti, libri, frutti e gesti sospesi, lontanissimo da qualsiasi idea convenzionale di biografia storica.
Paradžanov cercava di evocare un universo culturale stratificato e permeabile, fatto di memorie condivise e continue contaminazioni, un Caucaso nel quale lingue, confessioni religiose, repertori musicali e tradizioni poetiche si intrecciavano incessantemente, rendendo quasi impossibile separare nettamente ciò che oggi siamo abituati a classificare attraverso categorie identitarie definite e compatte. La dimensione poetica e visionaria del film trovava in Sayat Nova il suo centro ideale, perché pochi personaggi incarnano quanto lui la natura transculturale del Caucaso moderno.
Nato probabilmente a Tbilisi nel 1712 con il nome di Harut‘yun Sayat‘yan, figlio di una famiglia armena con probabili origini nella regione di Aleppo, Sayat Nova trascorse la propria vita dentro quell’universo multiculturale che caratterizzava la Tbilisi del XVIII secolo, città di commerci, lingue e corti principesche sospesa fra mondo persiano, georgiano e ottomano. Musicista e poeta, Sayat Nova divenne presto celebre come ašuł, trovatore errante della tradizione caucasica, muovendosi fra gli ambienti della corte georgiana di Erekle II con una naturalezza che gli permetteva di attraversare continuamente lingue, repertori poetici e tradizioni musicali differenti.
Attorno alla sua figura si sono stratificate nel tempo leggende, racconti romantici e ricostruzioni parziali, come spesso accade ai grandi poeti popolari caucasici; ciò che emerge con chiarezza è però il legame profondissimo che lo univa a Tbilisi e al mondo caucasico del suo tempo. Negli ultimi anni della sua vita si ritirò presso il monastero di Haghpat, nell’odierna Armenia settentrionale, mentre la morte lo raggiunse nel 1795 durante l’invasione persiana di Agha Mohammad Khan.
Secondo una tradizione molto diffusa, Sayat Nova sarebbe stato ucciso dopo essersi rifiutato di rinnegare il cristianesimo, e fu sepolto presso la cattedrale armena di San Giorgio a Tbilisi, città che ancora oggi custodisce la sua memoria.
Sayat Nova compose in armeno, georgiano, azero e persiano, attraversando con estrema naturalezza spazi culturali ancora profondamente intrecciati fra loro e lasciando nella propria produzione poetica e musicale la traccia vivissima di quel Caucaso cosmopolita precedente alla nazionalizzazione moderna delle identità e alla successiva cristallizzazione delle appartenenze etno-culturali.
Ciò che colpisce nella sua opera è soprattutto la natura organica del suo multilinguismo, che emerge dai versi come espressione spontanea di un ambiente urbano e sociale attraversato continuamente da idiomi differenti, da registri ibridi, da prestiti lessicali e sonorità condivise. Nei suoi componimenti, l’armeno del dialetto di Tbilisi si intreccia incessantemente con lessico persiano, turco e georgiano, riflettendo la realtà quotidiana delle città caucasiche dell’epoca, dove commercianti, musicisti, artigiani e religiosi vivevano immersi in una pluralità linguistica che apparteneva tanto alla vita materiale quanto all’immaginario poetico.
Sayat Nova e Tbilisi
Tbilisi rappresentava allora uno dei principali crocevia culturali del Caucaso meridionale, spazio di incontro fra mercanti armeni, aristocratici georgiani, musicisti azeri e reti commerciali che collegavano la regione con l’Iran, l’Anatolia e il Mediterraneo. Anche la tradizione degli ašuł nasceva precisamente dentro questa circolazione continua di melodie, strumenti musicali, immagini poetiche e repertori linguistici, e la poesia di Sayat Nova porta impressa la traccia concreta di una civiltà di frontiera nella quale le identità risultavano fluide, relazionali e profondamente interdipendenti.
Anche per questo motivo Sayat Nova continua a occupare una posizione peculiare nella memoria culturale del Caucaso. La cultura armena lo considera uno dei suoi massimi poeti, la Georgia lo colloca al centro della memoria multiculturale della vecchia Tbilisi, ed è presente anche nella tradizione ashugh, quella dei trovatori e musicisti popolari azeri e caucasici.
Questa dimensione transculturale attraversava anche il suo universo musicale, dove elementi della monodia armena medievale convivevano con la musica urbana di Tbilisi e con tradizioni persiane e turco-caucasiche diffuse nell’intera regione, dando vita a repertori sonori che riflettevano perfettamente la complessità culturale della Transcaucasia settecentesca. Le sue composizioni riuscivano a costruire uno spazio estetico condiviso e riconoscibile da pubblici differenti, trasformando la pluralità linguistica e musicale in una forma di esperienza comune.

Molte delle sue poesie amorose si muovono inoltre dentro repertori simbolici differenti, intrecciando immagini della tradizione poetica persiana con elementi appartenenti al mondo culturale armeno e caucasico. Da questa continua oscillazione fra registri culturali diversi nasce quella particolare densità della sua scrittura che ancora oggi appare sorprendentemente moderna.
La figura di Sayat Nova dovette inevitabilmente affascinare Paradžanov, anch’egli nato a Tbilisi in una famiglia armena e cresciuto dentro un ambiente culturalmente stratificato, attraversato da lingue, memorie e appartenenze multiple. Il colore del melograno assume allora la forma di una meditazione sulla sopravvivenza della memoria culturale caucasica e sulla possibilità di preservare forme di convivenza simbolica che la modernità politica ha progressivamente frammentato.
Rileggere oggi Sayat Nova significa recuperare una genealogia diversa del Caucaso, meno centrata sulla violenza dei confini e più attenta alla lunga storia di relazioni, prestiti linguistici, repertori musicali condivisi e immaginari comuni che hanno attraversato la regione per secoli.
In un presente che continua a raccontare il Caucaso quasi esclusivamente attraverso guerre e nazionalismi, la sua voce restituisce invece l’immagine di uno spazio culturale profondamente interconnesso, nel quale tradizioni poetiche, melodie, pratiche artistiche e repertori simbolici continuavano a circolare da una comunità all’altra, generando forme culturali ibride e condivise che sfuggivano costantemente a ogni appartenenza esclusiva. Ed è forse proprio in questa irriducibile e affascinante pluralità che continua a risiedere l’attualità del suo messaggio.
