San Biagio, 3 febbraio 2026/ Oggi si ricorda il vescovo martire protettore della gola e Patrono di Bronte (Il Sussidiario 03.02.26)

San Biagio fu un vescovo armeno, precedentemente medico, che morì martire. È protettore della gola: scopriamo come nasce la leggenda del miracolo

San Biagio: protettore dei malanni della gola

San Biagio di Sebaste è ricordato dalla Chiesa il 3 febbraio. Fu un medico armeno che divenne poi vescovo e compì il celebre miracolo della spina di pesce tolta dalla gola di un bambino. Per questo viene invocato per il mal di gola e le patologie che la affliggono.

Biagio nacque nel III secolo in Armenia, a Sebaste e si impegnò negli studi di medicina, curando il corpo ma anche l’animo, grazie alle sue dolci par

Da amante della vita religiosa e geloso della sua stessa purezza, in procinto di entrare in monastero, Biagio fu designato vescovo della sua città natale.

Il preside romano Gneo Giulio Agricola, che insieme a Lisia attuava i decreti persecutori contro i cristiani per volere di Licinio e ancor prima di Diocleziano, sentì parlare dello zelo e della personalità di Biagio e gli diede la caccia. Il vescovo però si rifugiò in una grotta, così da non far mancare una guida ai suoi fedeli.

Un giorno però dei soldati che cacciavano gli animali da utilizzare nei giochi dell’anfiteatro lo trovarono, arrestandolo. Lungo la strada per arrivare a Sebaste, il popolo colse ad acclamarlo e una donna gli si avvicinò con suo figlio morente tra le braccia che rischiava di soffocare per aver ingoiato una spina di pesce: Biagio allora lo benedisse, fece il segno della croce e il bimbo miracolosamente guarì.

Alla fine Biagio si presentò al cospetto di Agricola, confermandogli l’esistenza di un solo Dio creatore del mondo: il romano lo fece picchiare e incarcerare e, dopo averlo ancora interrogato, ordinò che le sue carni fossero lacerate con uncini in ferro e poi che fosse appeso a un albero.

Agricola ne decretò la morte per annegamento nel lago, ma Biagio ne riemerse incolume, camminando sulle acque: allora ne fu decisa la decapitazione nell’anno 316 e fu sepolto nella Cattedrale di Sebaste, con le sue reliquie sparse nel mondo.

Le celebrazioni per San Biagio e il Patronato di Bronte

Il 3 febbraio San Biagio è festeggiato a Bronte, in Sicilia, con il simulacro portato in processione partendo dalla Chiesa di San Sebastiano, a seguito della quale avviene la benedizione delle gole di tutti i fedeli.

Anche a Carsano la statua del santo è portata in processione, con annessa consegna al santo delle chiavi e organizzazioni di spettacoli musicali folkloristici; sempre in Puglia, a Ruvo di Puglia, dopo il corteo religioso, viene fatto volare un grande pallone aerostatico, mentre a Ostuni i fedeli raggiungono all’alba e a piedi il Santuario rupestre, dove si trova l’Obelisco di San Biagio presso il quale il parroco benedice le gole.

Maratea, in Basilicata, la processione parte dallo scenografico Santuario di San Biagio e arriva nel centro storico, con il simulacro coperto da un drappo rosso.

San Biagio è patrono di Bronte, borgo catanese situato alle falde dell’Etna e nel cuore del Parco dei Nebrodi: il paese, legato secondo la leggenda al ciclope Bronte figlio di Nettuno, è stato possedimento dell’ammiraglio Horatio Nelson, che ebbe in dono da Ferdinando I anche l’Abbazia di Santa Maria di Maniace, di cui sono ancora oggi visibili il giardino, le torri, la cappella, gli appartamenti e la cinta muraria.

Passeggiando nel centro storico arabeggiante di Bronte si scorgono la facciata barocca della Chiesa della Santissima Trinità, una delle 32 chiese del paese dentro la quale sono conservati un crocifisso cinquecentesco e un fonte battesimale del 1641.

Tra i più bei edifici di Bronte c’è, in Piazza Spedalieri, il Real Collegio Capizzi, fondato nel ‘700 da un sacerdote con lo scopo di dare istruzione ai giovani di Bronte.

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San Biagio, l’ospedale celebra il suo patrono

Pashinyan e la guerra contro la Chiesa Apostolica Armena, Catholicos Karekin II ne chiese dimissioni per perdita Nagorno Karabakh (Il Giornale d’Italia 03.02.26)

Il conflitto tra il governo e la Chiesa apostolica armena, è aumentato di intensità. A gennaio Nikol Pashinyan ha attaccato la Chiesa, in modo molto pesante, usando le piattaforme europee. I rapporti tra le due istituzioni, hanno cominciato a deteriorarsi la scorsa estate. Il motivo formale è stato il rinnovato confronto tra Pashinyan e il Catholicos Karekin II, che in precedenza aveva chiesto le dimissioni del primo ministro a causa della perdita del Nagorno Karabakh. Karekin è da diversi anni in rapporti non buoni con il premier armeno, ma ora la guerra tra loro è diventata pubblica. Nel luglio 2025, Pashinyan annunciò di aver sviluppato un piano per rimuovere il Catholicos dal ruolo di primate della Chiesa armena e disse ai fedeli di prepararsi all’espulsione del patriarca dalla sua residenza a Etchmiadzin. Pashinyan aveva addirittura accusato falsamente Karekin II di aver violato il celibato e di avere una figlia e che quindi avrebbe dovuto dimettersi. Il primo ministro propose anche la creazione di una commissione per rimuovere Karekin II e rivedere la libertà decisionale della Chiesa, di modo che fosse lo stato ad avere il controllo sull’istituzione religiosa. In poche parole, Pashinyan vorrebbe creare una chiesa controllata dallo stato. Non è difficile comprendere la posizione di Pashinyan, la Chiesa è un istituzione molto influente nella società, per questo il governo sta facendo di tutto per privarla della sua autorità, agli occhi del popolo armeno. A giugno con l’accusa di aver organizzato un colpo di stato, è stati arrestato l’arcivescovo Bagrat, insieme ad alcuni suoi sostenitori.

L’arcivescovo Bagrat era alla guida di un movimento popolare, che aveva organizzato massicce proteste a Erevan contro il Primo Ministro Nikol Pashinyan, contestando la cessione di alcuni villaggi di confine all’Azerbaigian. Ad Erevan scesero in piazza decine di migliaia di persone e ciò deve avere impaurito non poco Pashinyan. Il governo messo all’angolo disse che questa iniziativa, era una cospirazione russa e iniziò ad attaccare le istituzioni religiose. La Chiesa armena considera invece questi arresti, come l’esempio lampante della persecuzione politica in atto. Del resto non sono mai state trovate prove di un coinvolgimento russo e lo stesso Cremlino ha sempre definito gli scontri di Pashinyan con la Chiesa apostolica, una questione interna. Ma trovandosi all’angolo ed in cerca di protezione internazionale, Pashinyan ha puntato sull’isteria anti-russa. Effettivamente gli attacchi di Pashinyan alla Chiesa Apostolica, ricorda un pò lo scenario ucraino. Del resto a Kiev la persecuzione alla Chiesa Ortodossa Canonica, è iniziata proprio con etichette politiche e accuse di slealtà e collusione con Mosca. In Ucraina oggi la Chiesa Ortodossa Canonica è perseguitata, proprio perchè non si è piegata allo stato, volendo mantenere una propria indipendenza. Sembra che il leader armeno voglia seguire la stessa strada e viene da pensare che dietro ci sia un unica regia. In una prospettiva più ampia, stiamo generalmente parlando dell’indebolimento dell’Ortodossia canonica, che è una delle principali istituzioni in cui il popolo si identifica. In poche parole, si vuole privare i credenti delle loro radici spirituali, ricorrendo alla minaccia russa, ma lo scopo è invece quello di avere una Chiesa sottomessa alle esigenze del governo. Sia la situazione ucraina, che quella armena, hanno una logica comune e la pressione sulla Chiesa e sui suoi leader spirituali, non viene presentata come un attacco alla fede, ma come una lotta contro una cospirazione. Questa è proprio la strada che ha intrapreso il primo ministro Pashinyan.

Per questo ad inizio anno il governo ha deciso di chiudere il canale televisivo della chiesa “Shoghakat“. La base per questo passo, è stata la modifica alla legge sui media audiovisivi, adottata dal parlamento nell’ottobre 2025. Il canale televisivo Shokagat era il canale ufficiale della Chiesa Apostolica Armena e aveva la licenza di trasmissione dal 2002. Ma Pashinyan ha paura della voce della Chiesa, che conservando la propria indipendenza e godendo di un forte sostegno all’interno della società, aveva fortemente criticato l’operato del governo. Così è stato deciso di tapparle la bocca, proprio come le “voci nemiche” venivano
soppresse sotto l’URSS. Non è invece ammissibile che un governo che si considera democratico e vuole avvicinarsi all’Europa, usi la censura per limitare il diritto di libertà religiosa. Ma stranamente, non si osserva alcuna reazione da parte delle organizzazioni per i diritti umani europei. Al contrario, l’Europa nelle sue piattaforme politiche, ha permesso alle autorità armene, di attaccare pubblicamente la Chiesa. Recentemente la delegazione armena, ha attaccato duramente la Chiesa durante la sessione plenaria dell’APCE del 28 gennaio 2026. Il Ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, ha accusato la Chiesa di una “possibile” cospirazione contro il governo. Ha negato la persecuzione ed ha giustificato gli arresti dei religiosi, sostenendo che alcuni membri del clero avevano rivolto appelli pubblici all’omicidio (incluso uno diretto a lui personalmente) e avevano incitato alla rimozione violenta del governo democraticamente eletto, avrebbero tentato di compiere un colpo di stato. Ha inquadrato lo scontro nel contesto delle “minacce ibride” e dei tentativi di forze esterne di destabilizzare il Paese attraverso la disinformazione, difendendo la scelta dell’Armenia per un percorso democratico sovrano. Questo è invece un esempio lampante di pressione senza tante cerimonie sulla Chiesa e del disprezzo per i diritti fondamentali dei credenti. A Bruxelles, non si è potuta sentire invece l’altra campana, che denuncia pressioni e una persecuzione senza precedenti, come non si vedeva dal periodo sovietico. Al momento con accuse prettamente politiche, sono addirittura quattro gli alti prelati della Chiesa Apostolica Armena, che si trovano in carcere. Sono in molti in Armenia a ritenere che la persecuzione della Chiesa sia solo un modo per intimidirla e obbligarla a seguire una linea filo governativa, per questo tra il popolo il sostegno rimane alto. Ma la persecuzione non si è manifestata solo con l’arresto dei vescovi, ma anche con le minacce a chiunque pubblicamente, prenda le loro parti. Sono state effettuate anche pressioni sugli avvocati dei vescovi incarcerati e sul mecenate Samvel Karapetyan, che si è battuto pubblicamente per i diritti del clero. Davanti all’Assemblea Parlamentare Europea, i rappresentanti armeni non si sono vergognati a sostenere, che stanno combattendo una delle più antiche organizzazioni religiose, con dichiarazioni volte a minare l’autorità dei leader della chiesa, così contraddicendo i principi della libertà di religione, che almeno sulla carta, dovrebbero essere alla base dei valori europei. Vale la pena ricordare che il primo ministro Nikol Pashinyan sta cercando attivamente il riavvicinamento all’UE, nel 2025, il parlamento armeno ha adottato un disegno di legge per avviare il processo di adesione all’Unione Europea. Ma allo stesso tempo, le autorità del paese violano apertamente le norme democratiche, cercando di creare una chiesa controllata e di indebolire il suo ruolo come centro spirituale per il popolo armeno.

Di Simone Lanza

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In Armenia, lo Stato e l’Ortodossia si stanno lacerando a vicenda

Armenia: scontro tra lo Stato e la Chiesa Apostolica mette a rischio la stabilità nazionale

Tamburi e applausi: il primo concerto del primo ministro armeno (Cds 02.02.26)

Al ritmo dei tamburi, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sale sul palco per una serata decisamente fuori dagli schemi.

CorriereTv

A Yerevan, la band Varchebend, formata dallo stesso leader armeno, ha debuttato venerdì con il suo primo concerto ufficiale. Uno spettacolo di tre ore che ha richiamato un pubblico numeroso e trasversale: non solo appassionati di musica, ma anche funzionari, parlamentari e ministri, accorsi per assistere a un evento inedito che mescola politica, spettacolo e curiosità istituzionale.

Grottammare, cinema e memoria: “La masseria delle allodole” per la rassegna sui genocidi (La nuova Riviera 02.02.26)

GROTTAMMARE. Un nuovo evento speciale dedicato alla memoria storica e al cinema d’impegno è in programma giovedì 5 febbraio alle ore 21.15 all’Ospitale Casa delle Associazioni di Grottammare Alta. In calendario la proiezione de “La masseria delle allodole”, film del 2007 diretto da Paolo e Vittorio Taviani, dedicato al genocidio armeno. L’iniziativa rientra nel terzo appuntamento della minirassegna tematica “Mai più per nessuno – I genocidi nella storia moderna”, inserita all’interno della 31ª stagione dell’Associazione culturale Blow Up di Grottammare, intitolata SUMUD – Antiche e Nuove Resistenze tra cinema, arte e politica.

Il film affronta una delle tragedie fondative del Novecento. Ambientata in Turchia nel 1915, durante la Prima guerra mondiale, la storia segue le vicende della famiglia armena Avakian, benestante e radicata in una cittadina dove, fino a quel momento, esiste un fragile equilibrio tra comunità diverse. Un equilibrio che si spezza con l’ascesa dei Giovani Turchi, promotori di un progetto di stato-nazione esclusivo, che avvia una sistematica persecuzione contro gli Armeni. Secondo la sinossi, dalla capitale partono ordini precisi: uccidere i maschi di ogni età e deportare donne e bambine, destinate al massacro nei pressi di Aleppo. La famiglia Avakian viene così smembrata, mentre la giovane Nunik tenta con ogni mezzo di salvare le più piccole, diventando il simbolo di una resistenza umana disperata e tenace.

La proiezione si svolgerà con ingresso gratuito, riservato ai possessori della tessera-abbonamento FIC – Federazione Italiana Cineforum 2025-2026, dal costo di 10 euro, sottoscrivibile presso la sede dell’Associazione Blow Up, adiacente la sala proiezioni, oppure alla libreria Nave Cervo di San Benedetto del Tronto.

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Armenia: scontro tra lo Stato e la Chiesa Apostolica mette a rischio la stabilità nazionale (InfoVaticana 02.02.26)

Una profonda crisi istituzionale è scoppiata in Armenia tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, l’istituzione religiosa più antica e rispettata del paese, che minaccia l’unità spirituale e culturale della nazione. Il conflitto, che combina accuse personali, tentativi di riforma e pressione politica, ha sconvolto un paese in cui la fede e l’identità nazionale sono strettamente intrecciate.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha intensificato negli ultimi mesi i suoi attacchi contro il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, chiedendo apertamente la sua rinuncia e proponendo cambiamenti strutturali nella Chiesa. Secondo lo stesso Pashinyan, il capo spirituale avrebbe violato i suoi voti di celibato e si è trasformato in un ostacolo per la modernizzazione del paese, sebbene lui stesso neghi l’esistenza di un conflitto tra Stato e Chiesa.

Una Chiesa millenaria di fronte al potere politico

La Chiesa Apostolica Armena è un’istituzione con più di 1.700 anni di storia, culla della cristianizzazione del primo paese ufficialmente cristiano del mondo. La sua influenza trascende il mero aspetto religioso: è un pilastro dell’identità culturale, morale e nazionale armena. La Costituzione armena riconosce questo ruolo “eccezionale” e la protegge formalmente.

Ma Pashinyan, fermo difensore di un’Armenia laica e orientata verso la modernizzazione socioeconomica, vede nella Chiesa un potere paralizzante. Ha promosso una “road map” per riformare la Chiesa Apostolica, inclusa una nuova legge sul governo ecclesiastico, maggiore trasparenza finanziaria e l’eventuale elezione di un nuovo Catholicos secondo norme riviste.

Escalation politica e attacchi personali

La disputa ha superato i limiti istituzionali e si è trasformata in qualcosa di profondamente personale. Il premier ha accusato pubblicamente Karekin II di aver violato il suo voto di celibato e lo ha indicato come un agente che ostacola gli interessi dello Stato, arrivando persino ad affermare che la sua permanenza in carica rappresenta un “danno alla sicurezza nazionale”.

Queste affermazioni sono state amplificate da membri del suo entourage, come sua moglie, che ha paragonato alcuni chierici a “pedofili” e ha descritto il Catholicos in termini altamente dispregiativi, scatenando un’onda di indignazione popolare e una profonda divisione interna.

Risposta della Chiesa e appoggi esterni

Dal Patriarcato di Etchmiadzin, la risposta è stata ferma. Il Consiglio Spirituale Supremo ha denunciato ciò che ha qualificato come “repressione” e violazioni dell’autonomia canonica della Chiesa, inclusa l’omissione forzata del nome del Catholicos nelle liturgie ufficiali.

Inoltre, leader di altre Comunioni cristiane, come la Chiesa Ortodossa Siriaca, hanno espresso la loro solidarietà con la Chiesa Apostolica Armena di fronte a ciò che considerano un’interferenza inaccettabile dello Stato negli affari religiosi.

La tensione si intensifica alla vigilia delle elezioni

Man mano che si avvicinano le elezioni parlamentari del 2026, la tensione è ulteriormente escalata. Pashinyan ha lanciato campagne per “restituire la Chiesa al popolo”, che includono arresti di sacerdoti, perquisizioni in proprietà e persino l’esclusione della Chiesa dall’accesso a certi monasteri storici.

Alcuni analisti avvertono che questo confronto potrebbe approfondire ulteriormente le divisioni sociali in Armenia, mettendo a rischio non solo la stabilità interna ma anche la coesione nazionale in un paese che ha fatto della sua fede cristiana un elemento centrale della sua identità da secoli. In un contesto in cui la Chiesa Apostolica Armena continua ad avere tra l’80% e il 90% dei fedeli della popolazione, minimizzare il suo ruolo politico e sociale potrebbe generare una frattura dalle conseguenze imprevedibili.

Un conflitto con ramificazioni culturali e civili

Questo scontro tra Stato e Chiesa non è solo un confronto tra due istituzioni, ma un sintomo più profondo di un’Armenia che cerca di ridefinire il suo futuro dopo anni di crisi, sconfitta militare contro l’Azerbaigian e sfide geopolitiche. La Chiesa, dal canto suo, rivendica il suo ruolo come garante della memoria storica, morale e spirituale di un popolo che si riconosce nella sua fede da diciassette secoli.

Il modo in cui evolverà questo conflitto segnerà non solo il rapporto tra Chiesa e Stato in Armenia, ma anche il modo in cui una società profondamente religiosa interpreta la sua identità nazionale in tempi di prova.

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Armenia: indice attività economica cresce del 9,1 per cento nel 2025 (AgenziaNova 30.01.26)

Erevan, 30 gen 09:36 – (Agenzia Nova) – L’indice di attività economica dell’Armenia è aumentato del 9,1 per cento nel 2025 rispetto al 2024, secondo i dati del Comitato statistico dell’Armenia diffusi da “Armenpress”. Nel 2025 la produzione industriale è cresciuta del 4,7 per cento a circa 7,4 miliardi di euro, mentre la produzione agricola lorda nel periodo gennaio-dicembre è aumentata del 5,6 per cento a circa 2,3 miliardi di euro. Il volume delle costruzioni è salito del 20,2 per cento a circa 1,8 miliardi di euro, e il fatturato commerciale è cresciuto del 3 per cento a circa 15,0 miliardi di euro. Nello stesso periodo, il volume dei servizi forniti è aumentato del 10,5 per cento a circa 9,0 miliardi di euro, mentre la produzione di energia elettrica è cresciuta del 3,4 per cento. Nel periodo gennaio-dicembre 2025 l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 3,3 per cento rispetto al 2024 e l’indice dei prezzi dei prodotti industriali del 3,8 per cento. Lo stipendio nominale mensile medio è aumentato del 5,6 per cento a circa 670 euro, con un incremento del 6,5 per cento nel settore pubblico a 239.369 dram (pari a circa 529 euro) e del 5,1 per cento nel settore privato a circa 724 euro. Il fatturato del commercio estero nel 2025 è diminuito del 29 per cento a 21 miliardi 430,3 milioni di dollari, con esportazioni in calo del 36,1 per cento e importazioni del 23,6 per cento. (Rum)

Pace con l’Azerbaigian, “la garanzia di sicurezza più affidabile”. (Sardegnagol 29.01.26)

La pace con l’Azerbaigian rappresenta la “garanzia di sicurezza più affidabile” per l’Armenia. Lo ha affermato il primo ministro Nikol Pashinyan in occasione del 34° anniversario delle Forze Armate armene, sottolineando che il Paese non si sta preparando a una nuova guerra.

“Non ci sarà alcun conflitto. La pace tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian è stata stabilita, e non esiste garanzia di sicurezza più solida della pace”, ha dichiarato Pashinyan, aggiungendo che il governo intende rafforzare questo percorso diplomatico.

Il premier ha annunciato una profonda trasformazione delle Forze Armate, sostenuta da ingenti investimenti e dall’acquisizione di armamenti moderni, descritti come superiori a quelli precedentemente disponibili.

Pashinyan ha inoltre accusato alcuni partner internazionali di aver rifiutato in passato la vendita di armi all’Armenia, per timori legati al possibile utilizzo fuori dai confini riconosciuti a livello internazionale e al rischio di diffusione di segreti tecnici all’interno dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).

Secondo il premier, dal settembre 2022 i partner del CSTO avrebbero mancato di rispettare gli obblighi contrattuali in materia di sicurezza, trattenendo forniture militari già pagate per centinaia di milioni di dollari, creando quella che ha definito una “minaccia esistenziale” per la sovranità del Paese.

Pashinyan ha spiegato che la situazione si è sbloccata dopo l’accordo di Praga dell’ottobre 2022, in cui Armenia e Azerbaigian hanno riconosciuto reciprocamente la propria integrità territoriale sulla base della Dichiarazione di Alma-Ata del 1991. Successivamente, Erevan ha deciso di congelare la propria adesione al CSTO.

Il premier ha ribadito che l’unica missione dell’esercito armeno è la difesa del territorio nazionale riconosciuto a livello internazionale, pari a 29.743 chilometri quadrati, precisando che le controversie sui confini saranno affrontate tramite commissioni congiunte di delimitazione.

Infine, Pashinyan ha evidenziato le riforme in corso nel settore militare, tra cui la transizione verso un esercito più professionale e la riduzione del servizio militare obbligatorio da 24 a 18 mesi.

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A Campodarsego i film parlano anche di fede (Difesa del popolo 27.01.26)

Torna al cinema teatro Aurora di Campodarsego la rassegna “Film e fede”. «Tre venerdì alle 20.30, per tornare a popolare le nostre comunità – spiegano i volontari dell’équipe cinema – La rassegna vuole mostrare come il cinema, il teatro e l’arte possano diventare finestre sulla fede, non per dare risposte facili, ma per stimolare riflessione, emozione e dialogo. Ogni storia invita a guardare oltre l’ordinario e a scoprire la spiritualità che attraversa le vite dei personaggi e anche le nostre».
Si parte il 30 gennaio con Amerikatsi, regia di Michael A. Goorjian, conduce don Leopoldo Voltan. Il film racconta la storia di un giovane americano di origine armena che torna nel suo paese d’origine e finisce in una prigione sovietica. Dalla finestra della cella osserva la vita e la cultura armena, scoprendo affetti, bellezza e umanità. Attraverso il suo sguardo, la cultura diventa ponte verso identità e memoria mostrando che, anche nei luoghi più oscuri, cinema e affetti possono salvarci dall’indifferenza e dal dolore. Il 6 febbraio spettacolo teatrale Resta un po’ con me, di e con Francesco Casella. Il monologo parte dalla domanda: «Perché…?». Il protagonista, cacciato di casa dopo vent’anni di matrimonio, urla a Dio il suo sgomento: «Gesù è morto 2000 anni fa, e io oggi perché sarei salvo?». Inizia così un percorso dentro e fuori di sé, vissuto insieme agli spettatori, dove si mescolano dubbi e rabbia. Fino allo strappo finale: «E adesso? Posso davvero tornare a vivere come prima, fingendo di non aver visto nulla?».
Il 13 febbraio la rassegna ospita Marco Guzzi, poeta e filosofo, fondatore dei gruppi “Darsi pace”, sul tema “Rigenerati. L’annuncio di Cristo nel 21° secolo”. «Oggi come non mai – anticipa Marco Guzzi – la fede cristiana sta vivendo una fase di crisi rigenerativa così profonda, tanto che la Chiesa, almeno da 50 anni, parla della necessità di una nuova evangelizzazione. Noi cristiani siamo chiamati a sperimentare i misteri della nostra fede in modo molto più personale, direi mistico, altrimenti anche i sacramenti rischiano di diventare una sorta di teatro insignificante. Questo è il tempo giusto e propizio per avviare una straordinaria stagione di sperimentazione spirituale, e di rinascita».

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Armenia: memoria cristiana d’Europa (Assadakah 27.01.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel corso dei vespri celebrati nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Papa Leone XIV ha richiamato le radici cristiane dell’Europa, indicando nell’Armenia la prima nazione della storia ad aver adottato ufficialmente il cristianesimo, con il battesimo del re Tiridate III nel 301 ad opera di San Gregorio l’Illuminatore.

Un riferimento centrale, non ornamentale, inserito in una riflessione più ampia sull’identità europea e sul ruolo del Vangelo come seme di unità, giustizia e pace tra i popoli. Il Pontefice ha ricordato come la fede cristiana si sia diffusa nel continente grazie alla testimonianza di annunciatori coraggiosi, sottolineando il valore storico e spirituale delle Chiese orientali.

L’Armenia è tornata al centro anche in occasione della 59ª Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, i cui sussidi ufficiali per quest’anno sono stati preparati proprio dalle Chiese armene. Nell’omelia conclusiva, Papa Leone XIV ha espresso “profonda gratitudine per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno”, ricordando una storia segnata in modo ricorrente dal martirio.

Parole che assumono un peso particolare se lette alla luce dei legami tra la Santa Sede e l’Azerbaijan. Negli ultimi anni, infatti, Baku ha intensificato i legami con il Vaticano, finanziando restauri di siti cristiani e promuovendo iniziative culturali e accademiche a Roma, presentate come dialogo interreligioso ma contestate da numerosi studiosi armeni.

In questo contesto si inseriscono due episodi che hanno suscitato forte scalpore. Il primo riguarda la conferenza intitolata “Christianity in Azerbaijan: History and Modernity”, ospitata dalla Pontificia Università Gregoriana, promossa con il sostegno dell’Ambasciata azera presso la Santa Sede. L’evento è stato duramente criticato da istituzioni armene e da centri di ricerca internazionali per il suo carattere revisionista, accusato di minimizzare o cancellare la presenza storica armena e il ruolo della Chiesa Apostolica Armena nel Caucaso.

Il secondo episodio è ancora più delicato: l’allontanamento improvviso del gesuita e canonista Georges-Henri Ruyssen, docente al Pontificio Istituto Orientale e studioso riconosciuto del genocidio armeno. Ruyssen, proveniente da ambienti accademici francesi e attivo a Roma, è stato rimosso e trasferito nel corso dell’anno accademico senza spiegazioni pubbliche dettagliate. Non solo: ha ricevuto pressioni per rifiutarsi di tenere una conferenza sul genocidio ameno. Vicende che hanno suscitato interrogativi e proteste informali nel mondo accademico, proprio perché avvenute in un clima di crescente attenzione vaticana verso i rapporti con l’Azerbaijan.

Per molte comunità armene, questi episodi appaiono come segnali di una tensione irrisolta tra diplomazia e verità storica, soprattutto mentre la popolazione armena dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) è stata nel frattempo costretta ad abbandonare completamente la propria terra.

Il richiamo del Papa all’Armenia come radice cristiana dell’Europa risuona dunque con forza, ma anche con una evidente ambivalenza: da un lato il riconoscimento storico e spirituale, dall’altro un presente in cui memoria, geopolitica e interessi strategici continuano a intrecciarsi in modo problematico.

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Svolta in Cattedrale la Veglia ecumenica: in Cristo messaggeri di pace (Chiesadigenova 27.01.26)

Venerdì 23 gennaio si è svolta in Cattedrale la veglia ecumenica di preghiera per l’unità dei cristiani nell’ambito delle iniziative per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nella nostra città.

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” questo il tema e il filo conduttore dei vari interventi.

È stata preparata dall’équipe ecumenica della diocesi in molti incontri, fondamentali e profondamente arricchenti, momenti preziosi per costruire rapporti, offrire e accogliere proposte, vivere la fraternità fra le chiese e ora, entrando in Cattedrale, l’unità costruita è quello che si può portare in dono a chi parteciperà, sfidando la pioggia e la serata insolitamente gelida anche in questa stagione.

A poco a poco le panche si riempiono. Nell’aria si diffondono le note del bellissimo preludio suonato magistralmente dai cori riuniti Associazione Voltrimusica e Coro G.B. Chiossone-Arenzano. C’è pace e attesa.

Il pastore valdese William Jourdan introduce la veglia sottolineando come “l’unità delle chiese cristiane rappresenti una delle sfide più significative e urgenti del nostro tempo. In un mondo sempre più frammentato, dove le forze di divisione sembrano prevalere, la chiamata all’unità è un invito a riconoscere e valorizzare le differenze e a lavorare insieme per il bene comune”.

I testi che ci guidano quest’anno nella preghiera sono stati preparati dai cristiani dell’Armenia.

“Per quasi due millenni,- proferisce solennemente il Pastore- la Chiesa apostolica armena, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane al mondo, ha avuto un ruolo fondamentale nel guidare l’identità spirituale e storica del popolo armeno. Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, questa comunità di fede trascende la semplice organizzazione religiosa; infatti, è simbolo di resilienza nazionale, patrimonio culturale e forza spirituale. Oltre a offrire una guida spirituale, la Chiesa ha preservato le tradizioni, la lingua e i valori armeni, soprattutto durante i periodi di maggiore avversità e di dominazione straniera”

E’ la chiave di volta della Veglia. In questi duemila anni di storia, affondano le radici di tutti noi, appartenenti a varie denominazioni, anglicani, ortodossi, battisti, cattolici, luterani, pentecostali…, ma prima di tutto cristiani, chiamati ad essere un solo corpo e a portare la speranza alla quale Dio ci ha chiamati a un mondo lacerato da guerre e divisioni, come ci ricorda Padre Tasca.

Le parole di Gesù, proclamate nel Vangelo, suonano come un monito e una promessa: “Ancora per poco la luce è fra voi. Camminate finché avete la luce, prima che il buio vi sorprenda. Chi cammina al buio non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce! Così sarete veramente figli della luce.”

Figli della luce, tutti, finché restiamo uniti a Gesù, fedeli all’unico battesimo che abbiamo ricevuto nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, come sottolinea con forza Il Canonico Morley nel bellissimo sermone che andrebbe riportato integralmente.

Bach accompagna e sostiene la pausa di riflessione e Padre Herzl ci riporta ancora alla nostra comune storia millenaria presentandoci l’icona del Santo Volto di Gesù, custodito e venerato nella chiesa barnabitica di San Bartolomeo degli Armeni in Genova.

Preghiamo insieme il Credo niceno- costantinopolitano, penso con una consapevolezza diversa.

Si potrebbe chiudere qui: unico il battesimo, unico il Credo, una sola la nostra storia millenaria. Invece Eugenia e Maria, con la loro splendida testimonianza di buio e di luce, di dolore e di amore, di quotidianità sui passi di Gesù, ci richiamano al nostro essere oggi in cammino per testimoniare con la nostra vita il Vangelo e far sì che la storia continui e la Luce ricevuta arrivi ad altri e poi ad altri ancora.

Chissà se qualcuno prendendo e portando a casa il lumino racchiuso in una stella di cartoncino colorato che le suore clarisse cappuccine hanno preparato per tutti noi ci avrà pensato quando si è rituffato nel buio e nel freddo della notte.

Tiziana Brunengo

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Preghiera di Taizé