In occasione della Giornata Mondiale del Volontariato Ibrahim Malla, fotografo umanitario e orgoglioso marnatese, è stato invitato in Armenia dove la Croce Rossa locale gli ha conferito la Medaglia d’Oro all’Onore e lo ha nominato Ambasciatore di Buona Volontà.
Durante la cerimonia, che si è celebrata il 5 dicembre a Yerevan, sua Eccellenza Alfonso Di Riso, Ambasciatore d’Italia in Armenia, che era presente, si è personalmente congratulato con Ibrahim Malla.
Dopo 30 anni di volontariato, con missioni umanitarie e mostre fotografiche in tutto il mondo, la Medaglia d’Argento al Merito della Croce Rossa Italiana e la firma di papa Francesco su una delle sue foto, Malla è orgoglioso di questo riconoscimento, che gli è stato conferito per l’ottimo lavoro svolto con i volontari Armeni e per il sostegno che ha dato alle famiglie armene in difficoltà. «Sono felice di trasmettere il mio messaggio e la mia passione ai volontari – ha commentato Malla – sono il motore dell’Umanità».
Al rientro in Italia il sindaco di Marnate Marco Scazzosi e gli assessori Donata Canavesi e Alessandro Bonfanti hanno ricevuto Malla in comune per congratularsi e sottolineare l’importanza del volontariato, e della sua attività.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-09 17:07:272024-12-10 17:09:31Un premio in Armenia all’ “orgoglioso marnatese” Ibrahim Malla, fotografo umanitario e Ambasciatore di Buona Volontà (Varesenews 09.12.24)
Come un conflitto latente pluridecennale nel Caucaso può attirare l’attenzione delle potenze mondiali? Interessi ed opportunità a confronto.
Il conflitto nel Nagorno-Karabakh, regione situata nel Caucaso meridionale, è un’espressione storica delle tensioni etniche e territoriali tra Armenia e Azerbaijan. Il Nagorno-Karabakh, abitato in maggioranza da armeni ma riconosciuto internazionalmente come parte dell’Azerbaijan, è stato al centro di scontri violenti fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tra il 1988 e il 1994 una guerra tra le due nazioni portò al controllo armeno della regione e di territori circostanti, fino al cessate il fuoco mediato dalla Russia. Nel settembre 2020, un nuovo conflitto su larga scala è esploso, culminato con una vittoria militare dell’Azerbaijan e la riconquista di gran parte del territorio.
Tra il 19 ed il 20 Settembre 2023 il governo dell’Azerbaijan ha ordinato un’offensiva sulla regione separatista dell’Artsakh, all’interno della regione del Nagorno-Karabakh, fermata grazie all’intervento delle forze russe che hanno svolto il ruolo di mediatore imponendo un cessate il fuoco nella regione. Tuttavia la legittimità e la legalità dell’intervento azero ha interrogato la comunità internazionale, spingendo il procuratore della Corte Penale Internazionale Luis Moreno Ocampo a richiamare l’attenzione mondiale sul Washington Post rievocando il rischio di un nuovo genocidio nella regione.
Ad Aprile 2024 ha avuto però inizio la ritirata da parte delle forze di peacekeeping russe che ha fatto registrare un nuovo leggero aumento delle tensioni, seppur limitate, specialmente nel distretto di Kelbecer, Agdam e Lachin. Il corridoio di Lachin, all’interno dell’omonimo distretto, è una strada strategica che collega il Nagorno-Karabakh all’Armenia, che è stata bloccata per mesi, causando il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione armena. A causa della sua geolocalizzazione e il ruolo cruciale che ha per il popolo armeno, l’embargo de facto imposto dall’Azerbaijan ha portato a carenze di beni essenziali, compresi cibo e medicinali. Il corridoio è ora completamente sotto il controllo di Baku.
Identità ed economie nazionali
Fin dall’inizio del conflitto, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica e i successivi moti di indipendenza degli ex-stati satelliti, il Caucaso è stato soggetto alle attenzioni e all’influenza straniera. Armenia ed Azerbaijan sono sempre stati due paesi profondamente divisi per motivi etnici e religiosi. L’Armenia è composta in maggior parte da una popolazione di etnia armena (98.1%) e cristiana (95.2%), mentre l’Azerbaijan è in maggior parte di etnia azera (92.5%) e musulmana (97.3%, maggioranza sciita). Questi dati, inizialmente, sono già un indizio sui principali alleati storici dei rispettivi paesi: come più volte riproposto (vedi il caso Serbia) la Russia ha sempre appoggiato un paese straniero proponendo come criterio per il proprio schieramento una comune identità religiosa e, in questo caso, l’Armenia. Analogamente, dunque, l’Azerbaijan invece ha sempre potuto contare sul supporto e la vicinanza di Ankara.
Anche da un punto di vista economico risulta evidente l’interdipendenza e l’importanza delle relazioni politico-economiche tra i paesi del Caucaso e le potenze limitrofe. L’Azerbaijan dispone di un gran quantitativo di risorse naturali che gli permette di tenere testa all’ingerenza di Mosca. I gas naturali, i metalli e soprattutto il petrolio ha portato Baku ad indirizzare l’export principalmente verso l’Italia (a cui arriva il 47% delle esportazioni azere) e verso la Turchia (a cui arriva il 9% dei prodotti azeri), seguiti poi da Israele, India e Grecia. In fase di import invece l’Azerbaijan si affida in ugual misura alle risorse di Russia e Turchia (17% del totale a ciascuno), seguiti poi da Cina, Emirati Arabi e Georgia in quantità minori, importando principalmente grano, medicine e petrolio raffinato. L’Armenia, d’altro canto, dispone di una quantità risorse naturali ben inferiori che la porta ad una dipendenza quasi totale verso la Russia. Il principale prodotto per l’export di Yerevan deriva dalle ridotte miniere presente nel territorio ed è indirizzato verso, come detto, la Russia (41% dell’export totale), ed in misura minore verso gli Emirati Arabi, Cina, Georgia e Svizzera. Così, in materia di import, l’Armenia si ritrova nuovamente dipendente dalla Russia, dagli Emirati Arabi e dalla Cina da cui acquista principalmente gas, petrolio e macchine.
Centro di interessi
Chi, negli anni, ha avuto gli occhi puntati sul Caucaso meridionale sono stati principalmente Russia, Turchia e l’Unione Europea.
La Russia è il principale alleato dell’Armenia e il garante della sua sicurezza. Mosca ha una base militare in Armenia, a Gyumri, e sono entrambi membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Nonostante questo, il ritiro delle truppe nel 2024 e la guerra in Ucraina ha distolto l’attenzione di Mosca dal Caucaso, causando diffidenza nelle capacità russe di essere ancora garante della stabilità nella regione. Al contempo, però, la Russia non ha tagliato definitivamente i rapporti economici, soprattutto in materia energetica, con Baku mantenendo alcuni dei suoi interessi in territorio azero.
L’influenza turca nel Caucaso è parte di una strategia più ampia di espansione della sua influenza nelle ex repubbliche sovietiche, in particolare nelle regioni turcofone. La Turchia ha cercato di posizionarsi come un attore regionale dominante, contrastando l’influenza russa. Il Corridoio Meridionale del Gas, che trasporta gas naturale dall’Azerbaijan verso l’Europa attraverso la Turchia, è una componente strategica della politica energetica turca e riduce la dipendenza europea dal gas russo. Inoltre, Ankara sostiene progetti infrastrutturali come la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, che collega l’Azerbaijan alla Turchia attraverso la Georgia, rafforzando ulteriormente i legami economici e strategici tra i due paesi.
Infine, l’Unione Europea, soprattutto in seguito alle limitazioni dell’importazione di risorse energetiche dalla Russia successive allo scoppio del conflitto in Ucraina, ha interessi fortissimi in Azerbaijan. Il Corridoio Meridionale del Gas rappresenta la possibilità di rendersi sempre più indipendente dalle forniture russe. In materia umanitaria, Bruxelles ha finanziato gli aiuti umanitari in Nagorno-Karabakh, cercando anche di posizionarsi come mediatore per stabilizzare il conflitto e proteggere le popolazioni da abusi e violenze.
Scenari futuri
I possibili risvolti del conflitto in Nagorno-Karabakh sono tre: la ripresa delle ostilità su vasta scala, l’instaurazione di una pace duratura e il protrarsi del conflitto a bassa intensità.
L’instaurazione di una pace duratura è al momento irrealistica: gli sforzi diplomatici e militari che richiede un’operazione di questo genere non sono sostenibili nel breve periodo. Il susseguirsi di tensioni a livello internazionale (principalmente in Ucraina e a Gaza) continua a ridisegnare le priorità delle relazioni estere dei vari attori. Un conflitto come quello nel Nagorno-Karabakh, che ha alla base ragioni anche di carattere etnico-religioso, è molto complicato da approcciare e soprattutto da risolvere instaurando una pace stabile e duratura, e nessuno ha al momento la disponibilità e le risorse da investire in questa regione.
La ripresa del conflitto su vasta scala non conviene a nessuno, in quanto richiederebbe un coinvolgimento attivo nella regione, che sia con azioni di peacekeeping militare o diplomatico, che sia per sostenere una delle due fazioni. La Russia sarebbe l’unico attore a poter trarre dei benefici, avendo l’occasione di reinstaurarsi come potenza mediatrice e organo di controllo nella regione (divide et impera), ma con la guerra in corso in Ucraina Mosca non avrebbe interesse ad aprire un nuovo fronte.
L’opzione più plausibile è quindi, come spesso accade, che non succeda niente e che la situazione rimanga così com’è: un conflitto latente, con dei picchi di violenza occasionali gestititi ad intermittenza da forze straniere e da interventi diplomatici. Da una prospettiva umanitaria è sicuramente l’opzione meno desiderabile perché impedisce, di fatto, una garanzia di sicurezza e protezione per la popolazione, ma geopoliticamente il meccanismo può essere ancora sostenibile.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-07 16:01:052024-12-08 16:02:07Il Nagorno-Karabakh: teatro di interessi internazionali (Iari 07.12.24)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 07.12.2024 – Renato Farina] – Ho immaginato, preso per mano nella notte da un sogno in cui mi parlò San Giovanni Paolo II, un viaggio profetico e misericordioso, di pace e perdono, che abbia per protagonista un morto destinato a risorgere. Un’anticipazione della gloria dell’Apocalisse. Ricordate, fratelli miei? Avevo concluso l’ultima lettera dal lago di Sevan [Un messaggio di Dio agli Armeni e al mondo che li ha scaricati – 7 novembre 2024 [QUI]] raccontando la traslazione il 12 settembre da Roma a Beirut, nella cattedrale dei Santi Elia e Gregorio l’Illuminatore, del corpo incorrotto e incredibilmente tornato ragazzo del Patriarca dei Cattolici di Cilicia, Krikor Bedros XV Cardinale Agagianian.
Migliaia di persone in piazza dei Martiri a Beirut il 12 settembre scorso per celebrare la traslazione del corpo incorrotto del Cardinale e Servo di Dio Gregorio Pietro XV Agagianian dalla chiesa di San Nicola da Tolentino a Roma nella cattedrale Armeno Cattolica della capitale libanese.
Tomato ragazzo? Cos’è, magia? Allucinazione? Autoconvinzione fanciullesca da beghine e beghini? Quel corpo estratto dal sepolcro romano della chiesa di San Nicola da Tolentino giaceva (l’ho visto!) nella bara di cristallo, come dormiente, nella pienezza di energia, pace, fremito e serenità del giovane adulto, che sa chi è e che non morirà non a causa della sua forza o per merito di virtù, ma per grazia del Salvatore, Colui che regge il mondo e lo muove verso un destino buono e santo. Non mi credete? Sono un povero pirla credulone, che vuole trascinare nella sua creduloneria molokana come se tutti fossero ritardati mentali? Si confrontino le foto di Krikos Bedros, con sulle spalle quel numero XV, di gloria e di sofferenze infinite: era lui 76enne. Grinzoso, cadente, grigiastro, commovente: affaticato dopo aver condotto e vinto la buona battaglia. E ora, dopo 53 anni, è roseo, come se avesse funzionato una macchina del tempo.
Un segno dell’Incarnazione
Ma non è una macchina, con ingranaggi metallici, pulegge elettroniche, fissioni di uranio arricchito, bensì una mano divino-umana, tenera e coraggiosa che lo ha rifatto. Come le ossa aride di cui scrisse Ezechiele (capitolo 17), che rifioriscono anticipando la resurrezione. Nessuna stregoneria babilonese. Niente è impossibile a Dio. Non è una faccenda da prendere sottogamba. È un segno misterioso, enormemente piccolo rispetto all’Incarnazione, ma che da lì discende.
Sento delle voci nell’aria: della resurrezione ti ascolteremo la prossima volta, come i Greci colti a Paolo di Tarso all’Areopago (Atti 17). Va bene, accetto. È vero ciò che dico, è riscontrabile, ma accetto la vostra sentenza sbagliata. Mi soccorrono le parole del grande russo Varlam Galamov, che sapeva che le sue storie attinte dai suoi occhi e orecchi, e naso e dita dal Gulag della Kolyma sarebbero state male accolte: «E se non mi credete fate conto che sia una favola».
Agagianian fu inumato in San Nicola da Tolentino senza essere imbalsamato. Quest’uomo, nato in Georgia nel 1895, aveva avuto il suo transito dalla morte a un’altra vita (noi Armeni parliamo di dormizione) nel 1971. La sua fama di santità lo accompagnò sempre. Studiò a Roma, Pio XI lo stimò tanto e lo volle vescovo. Intelligenza straordinaria, poliglotta, genio universale, era ricercato per la sua saggezza e umiltà. Fu eletto dal Sinodo Armeno a Patriarca di Cilicia. Pio XII lo fece cardinale nel 1946. Secondo Silvio Negro, vaticanista del Corriere della Sera, era il favorito per il Conclave. Due Patriarchi, uno di Venezia, l’altro di Cilicia, primeggiarono nelle prime votazioni. Disse Giovanni XXIII visitando il Collegio Armeno di Roma: «Sapete che il vostro cardinale e io eravamo come appaiati nel Conclave dello scorso ottobre? I nostri nomi si avvicendavano or su, or giù, come i ceci nell’acqua bollente».
Le calunnie dei servizi, ieri e oggi
Si amarono molto Papa Giovanni e Patriarca Gregorio. Scrisse di lui Roncalli nel suo diario alla data 27 dicembre 1962: «Agagianian viene da me informato circa gli atteggiamenti di Krushev e del movimento generale a proposito di contatti col mondo russo. […] Con Agagianian che è Armeno autentico del Caucaso, multa exploranda sunt, et meditanda [molte cose vanno esplorate, e meditate] negli interessi dell’apostolato presso i Russi» (Cfr. Avvenire, 28 ottobre 2022). Finché il suo nome fu sporcato dalla calunnia: la sorella, secondo un gossip ben orchestrato dai servizi segreti italiani (Sifar) in vista del Conclave del 1963, era legata al KGB. Dunque Agagianian è un referente dei Sovietici. Storia che si ripete. Identiche cialtronaggini vengono diffuse ad arte dagli ambienti che si chiamavano un tempo Sifar e oggi Aise. Anche oggi infatti si fa passare la tensione al dialogo e la simpatia degli Armeni e specialmente di noi molokani per il popolo russo (cui apparteniamo etnicamente) come tradimento contro l’Occidente. Verrebbe da dire: Occidente come osi, dopo averci abbandonato per un bidone di gas?
E il viaggio? In sogno, anche se non sono San Giuseppe, e neppure il Viceré d’Egitto figlio di Giacobbe con quel nome, mi è apparso San Giovanni Paolo II mentre entrava in incognito a Loreto, vestito da prete. Lo riconobbi, mi prostrai, mentre il suo Segretario (ci sono anche nei sogni) cercava di proteggerlo dalle mie labbra che cercavano le sue dita calde e diafane. A me che nominai l’Armenia, dal pellegrinaggio nella quale ero tornato proprio quella notte, disse: «Renato ricorda: i suoi santi e martiri salveranno la Chiesa e il mondo per grazia di Cristo. Seguiteli». Ed ecco nella veglia sopita e gioiosa dell’alba vidi chiaro il viaggio che conduce i resti poco mortali di Krikor Bedros Agagianian dalla cattedrale dei Santi Elia e Gregorio l’Illuminatore a Beirut attraverso la Siria (Damasco e Aleppo) e la Turchia (Cilicia e Anatolia).
Non ci sono più nemici
Si, come sul carriaggio della regina di Saba l’eunuco felice nel deserto dopo il battesimo correva in patria, baldanzoso e allegro, così nella teca di cristallo il Patriarca della Cilicia riconosciuto beato e santo attraversa i luoghi spaventosi del genocidio del 1915, illuminandoli di perdono. Furono un milione e mezzo di uomini e donne, neonati e infanti, vecchi e adolescenti: gonfi per la fame e ischeletriti dal digiuno, condotti verso il niente nel deserto, colpevoli di essere Cristiani Armeni, ma anche Assiri e Caldei. La carrozza poco funebre procede con il suo corteo fluorescente fino alle pendici dell’Ararat. Non ci sono più nemici. Gli amici Turchi in ginocchio a chiedere perdono per i loro padri e a riceverlo da quel vecchio cardinale, che la morte ha ringiovanito, incoronato dal canto di bambini finalmente senza strazio.
Si attraversano i confini, il filo spinato sostiene felice dei mazzi di rose e viole, ecco la Repubblica di Armenia, la carovana lucente è accolta nelle piazze e nelle cattedrali dagli Armeni Apostolici e da quelli Cattolici Latini e Mechitaristi, dal Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni Karekin II con al fianco Papa Francesco insieme a tutti i Patriarchi d’Oriente e d’Occidente. Lì proclamarlo insieme santo, e condurre questo corpo che presto (ossi, molto presto) risorgerà alla fine del mondo, lassù, tra i ruscelli scroscianti e i cieli profondi e trasparenti dell’Artsakh. Non lo credete? La ritenete una follia bislacca? Fate conto che sia una favola.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero cartaceo di Tempi di dicembre 2024.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-07 15:59:502024-12-08 16:00:48Nulla è impossibile a Dio. Il viaggio di pace e di perdono del corpo incorrotto di Agagianian (Korazym 07.12.24)
Roma , venerdì, 6. dicembre, 2024 10:00 (ACI Stampa).
Lo conoscono tutti come Nagorno Karabakh, ma il suo antico nome è Artsakh, a testimonianza della presenza armena in quel territorio sin dall’antichità. E gli armeni, membri della prima nazione cristiana, hanno forgiato quel territorio, lo hanno riempito di kachkar e chiese, vi hanno venerato reliquie come quelle di San Dadi, il discepolo di San Giuda Taddeo che fu l’iniziatore di quella che oggi è la Chiesa Apostolica Armena. Oggi, quel territorio è sotto gli occhi della comunità internazionale per il rischio che si perda quel patrimonio cristiano nella regione.
Non è un timore nuovo, per gli armeni, che a più riprese hanno parlato di “genocidio culturale”. Da quando, perlomeno, la regione fu messa da Stalin sotto il controllo dell’Azerbaijan, e si è registrata la scomparsa progressiva di varie vestigia cristiane nella regione.
Nel 1994, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, la regione proclamò l’indipendenza, e si costituì in uno Stato con capitale Stepanakert. Da allora, i conflitti, caldi e freddi, si sono succeduti nella zona, fino all’ultimo del 2020, durato 40 giorni, che si è risolto in un accordo “doloroso” per l’Armenia, costretta a cedere territori e ad arrendersi di fronte al ben equipaggiato esercito azero, supportato dalla Turchia e, è stato denunciato, anche rimpolpato da mercenari Daesh.
E poi, ci sono stati i blocchi al corridoio di Lachin, denunciati anche da Papa Francesco. Gli azerbaijani lamentano che, in fondo, anche gli armeni, una volta preso il controllo del territorio, hanno distrutto le moschee. Hanno sottolineato che c’era una comunità cristiana di una presunta Chiesa albaniana nel territorio, precedente all’eredità armena, rivendicando la presenza di un cristianesimo autoctono nella regione. Hanno ribadito di applicare la tolleranza religiosa, e lo dimostra il fatto – sostengono – che le chiese distrutte dalla guerra sono state ricostruite, come la cattedrale di Shushi, che era stata colpita da razzi. Da parte armena, però, si avverte il senso di una pressione indebita e forte, e di un rischio ben presente e tutto da decifrare, tanto che anche la Santa Sede di Etchmiadzin (il “Vaticano” armeno) ha stabilito un dipartimento che si occupa solo del patrimonio cristiano in Artsakh.
Sono tutte premesse doverose per introdurre il tema della Conferenza internazionale che si è tenuta alla Pontificia Università Angelicum lo scorso 18 e 19 novembre, sul tema: “Terreni Sacri, visione condivisa: preservare i Luoghi Santi per un Ministero Cristiano Congiunto nei Siti Religiosi e Culturali dell’Artsakh”.
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La conferenza è stata organizzata dalla Rappresentanza della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, in collaborazione con l’Istituto di Studi Ecumenici dell’Angelicum e sotto gli auspici del Catholicos della Chiesa Apostolica Armena Karekin II e dei dicasteri per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e per la Cultura e l’Educazione.
Padre Hyacinthe Destivelle, officiale del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e Direttore dell’Istituto di Studi Ecumenici all’Angelicum, ha rimarcato l’importanza degli sforzi collaborativi nel proteggere l’eredità religiosa e culturale, mentre l’arcivescovo Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, ha sottolineato il significato dell’incontro, che ha avuto messaggi di supporto dal Catholicos Karekin II, dai Cardinali Kurt Koch, Claudio Gugerotti, e Josè Tolentino de Mendonça.
Nella prima sezione della conferenza, si è parlato di come la preservazione dell’eredità culturale e dei siti religiosi è strettamente connessa con i diritti umani. Mark Vlasic, dall’Università Georgetown, lo ha messo in luce parlando del suo percorso da procuratore che portava alla giustizia criminali di guerra al lavoro di protezione dell’eredità culturale, e ha sottolineato che la conservazione culturale è intrinsecamente collegata alla dignità umana e ha sottolineato che c’è bisogno di salvaguardare questa eredità nelle zone di guerra.
Pierre D’Argent, dell’Università di Lovanio, ha invece descritto il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia nell’affrontare casi riguardanti l’eredità culturale. L’attuale conflitto tra Armenia e Azerbaijan, ha notato, va incluso in una cornice legale più ampia.
Armine Aleksanyan, membro del Consiglio Diocesano dell’Artsakh, ha parlato invece dell’esperienza del popolo dell’Artsakh, di come si sente di fronte a quello che viene considerata una “pulizia etnica”, del significato dell’eredità religiosa della regione, e ha proposto strategie per prevenire ulteriori perdite e salvaguardare l’eredità culturale dell’Artaskh.
Si è poi affrontato il tema della relazione tra conflitto, eredità culturale e rappresentazione dei media. Come i media hanno risposto alla distruzione dell’eredità culturale e religiosa nel mondo? Il professor Vasco La Salvia, dell’Università di Chieti, ne ha parlato, mettendo in luce come i media sia stati sia testimoni che catalizzatori nella narrativa di preservazione culturale.
Arsen Saparov, dall’Accademia Randal, ha mostrato come alcuni che si auto-identificano come esperti creano spesso una illusione di neutralità nei loro racconti, nei quali si nascondono dei pregiudizi che possono cambiare la prospettiva del pubblico.
Si è parlato poi di come preservare i siti religiosi e culturali nelle zone del conflitto. Ne ha parlato l’arcivescovo Mikaheel Moussa Najeeb, domenicano, arcivescovo caldeo di Mosul, che fu colui che, quando l’ISIS arrivò alle porte di Mosul, caricò la sua auto di antichi manoscritti per salvarli dalla furia islamista. Ha parlato proprio di questo, sottolineando come il salvataggio di quei manoscritti anche anche il salvataggio di “una parte vitale dell’eredità culturale irachena”, e che ora servono come un testamento per la responsabilità ecumenica di tutti gli individui.
Peter Petkoff, dell’Università di Oxford, ha invece guardato alla militarizzazione dell’eredità culturale, e ha sottolineato l’insufficienza di alcune cornici legali per proteggere l’eredità culturale nel mezzo dei conflitti.
Tasoula Hadjitofi , attivista culturale e imprenditrice, ha mostrato una strategia che gli è derivata dalle lezioni apprese in cinquanta anni di lavoro a Cipro.
C’è poi stata una sessione dedicata tutta ai monumenti armeni danneggiati, con particolare focus sull’Artsakh. Ne ha parlato il professor Hegnar Watenpaugh dall’Università della California, guardando alla distruzione dei monumenti armeni in Nakhichevan, mentre Jasmin Dum-Tragut, dall’Università di Salisburgo, ha guardato alla complessità delle eredità culturali che si trovano in zone di confine, in particolare nella regione di Tavush.
Alain Navvarra de Borgia ha, da parte sua, ha sottolineato che l’idea di “protezione” è soprattutto occidentale, eppure è diventata sempre più rilevante in contesti post-guerra, e in particolare nelle narrative azerbaijane.
Marco Bais, del Pontificio Istituto Orientale, ha invece guardato a come la propaganda utilizza i testi storici per eliminare (o diluire) l’eredità armena nella zona dell’Artsakh, mentre Jost Gippert è entrato più nel concreto, esaminando le iscrizioni albaniane trovate in Artsakh che l’Azerbaijan utilizza per affermare la presenza di una civiltà non armena. Si tratta – ha detto – di “due pagine a palinsesto e alcune concise istruzioni”, ma questo non giustifica il tentativo azerbaijan di classificare le chiese nella regione come albaniane.
Annegret Plontke-Lüning, dell’università di Jena, ha ripercorso le tracce dell’eredità culturale architettonica dell’Artsakh tra le epoche, e Hamlet Petrosyan, della Yerevan State University, ha portato attenzione sul significato archeologico dell’Artsakh alla luce delle attuali tensioni geopolitiche.
Cop29: un vertice “dirottato”, come ha dichiarato l’associazione Christian Aid, “dai paesi ricchi che non sono riusciti a negoziare in buona fede.” Il capo delegazione di Greenpeace ha chiamato “mercanti di morte” i grandi esportatori di gas e petrolio che quest’anno hanno fatto scorta di cartellini d’accesso alla 29esima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima.
Cop29 | Cerimonia di apertura del Summit dei leader mondiali | Foto di UN Climate Change – Kiara Worth | Flickr
Dopo l’esperienza di due edizioni consecutive in Egitto ed Emirati Arabi Uniti, nel 2024 la Presidenza è stata nuovamente assegnata ad un regno del gas e del petrolio, l’Azerbaijan, assolutamente privo delle credenziali per ospitare un tavolo di negoziato sulla crisi climatica nel pieno rispetto di tutte le parti. E vengono sempre più trascurati i Paesi che meriterebbero di presiedere l’evento, quelli più colpiti dalla crisi climatica, che ai tavoli dei negoziati hanno avuto un ruolo marginale, ed hanno ricevuto un risarcimento vago e irrisorio.
Perché Baku
Doveva essere un Paese dell’Unione Europea ad ospitare il summit: nel 2023 accanto a quella di Armenia ed Azerbaijan si era profilata la candidatura della Bulgaria per la Cop29, una sede più consona, sia per gli interventi attuati finora dall’UE in materia di transazione energetica, sia per il principio di rotazione che assegna ogni volta la Presidenza ad uno stato di una macro-regione differente del pianeta. Il veto per l’organizzazione della Cop29 in Europa Orientale è arrivato dalla Russia, come risposta alle sanzioni economiche imposte dall’UE dopo l’aggressione all’Ucraina. Sono così rimasti in gioco Armenia e Azerbajgian, storici avversari militari che si sono opposti alle rispettive assegnazioni. Le truppe azere nel 2023 hanno invaso la regione separatista del Nagorno-Karabakh, causando l’esodo di migliaia di armeni e macchiandosi di atrocità su militari e civili, una vera e propria pulizia etnica. Il Lemkin Insitute for Genocide Prevention aveva invitato pertanto le Nazioni Unite a chiudere le porte della Cop29 all’Azerbajgian. Ma è stata l’Armenia stessa a cedere il passo, ritirando il suo veto in cambio del ritorno in patria di 32 fra i tanti prigionieri armeni detenuti tuttora a Baku insieme a molti giornalisti e attivisti dei diritti umani.
Cop29 | Foto di UN Climate Change – Habib Samadov | Flickr
E Paesi come Romania, Ungheria, Bulgaria e Slovacchia non hanno posto ostacoli alla nomina dell’Azerbajgian: d’altra parte hanno tutti stretto nuovi accordi per l’importazione di gas azero e sostengono la creazione di un titanico gasdotto che dal Caucaso arriverà in Europa. Inoltre, per organizzare un evento mondiale come la COP occorrono denaro, spazi adatti e attitudine alle pubbliche relazioni: e Baku è stata così promossa.
E non è tutto…
Prima della Conferenza è stato filmato un incontro a porte chiuse fra l’amministratore delegato della Cop29 Elnur Soltanov, già Vice-Ministro dell’Energia, ed un’attivista dell’organizzazione per i diritti umani Global Witness, che ha finto di essere il referente di una società di investimenti di Hong Kong interessata a sponsorizzare il summit. Sembra che durante il colloquio Soltanov, dopo aver dimostrato con grande diplomazia la sua apertura alla politica di phase out dai fossili, abbia invitato il potenziale sponsor a stringere un accordo finanziario con SOCAR, la società statale di gas e petrolio di cui fa parte, che sta progettando di sviluppare nuovi giacimenti ed è interessata a nuovi, corposi investimenti. Tutto questo proprio a ridosso della Cop29, violando così il codice di condotta stabilito dalle Nazioni Unite per i funzionari del summit sul clima, che” devono agire senza pregiudizi, faziosità, favoritismi o interessi personali…”.
Nel corso della Conferenza un’altra grave violazione, questa volta commessa dall’Arabia Saudita con il beneplacito della Presidenza azera: è stato diffuso un testo sui negoziati per la transizione energetica, di regola non modificabile da nessuno dei Paesi coinvolti, con aggiornamenti apportati dal delegato del Ministero dell’Energia saudita Basel Alsubaity. Dal documento è stata cancellata la sezione in cui si incoraggiano le Parti a promuovere piani di adattamento nazionali e strategie di sviluppo con basse emissioni a lungo termine. Un atto di favoritismo inaccettabile che l’Azerbaigian avrebbe concesso ad un Paese come l’Arabia Saudita, palesando la sua solidarietà con chi intende frenare il programma di decarbonizzazione mondiale.
Riassumendo: l’Azerbaijan è un Paese dove il 92%delle esportazioni attiene a gas e petrolio, e che progetta di aumentare la produzione di gas di un terzo entro dieci anni; da anni compie atti di genocidio nei confronti del popolo armeno; le sue carceri traboccano di prigionieri politici; ha violato il codice della COP stessa, con azioni di corruzione e clientelismo.
Nonostante questo biglietto da visita tutt’altro che green, ha ottenuto la presidenza di una Conferenza nata per favorire la transizione all’energia pulita e risarcire economicamente i popoli danneggiati dal riscaldamento globale provocato dai Paesi sviluppati.
Climate Action Network, il gruppo di circa 2000 organizzazioni ambientaliste, ha chiesto a gran voce di modificare la procedura di nomina della sede ospitante del summit, affinché a fare da padrone di casa sia un Paese che abbia già intrapreso azioni serie per decarbonizzare il pianeta.
Finanza climatica: mancano ancora molte pagine
Nel frattempo gli stati più colpiti dal disastro ambientale stanno perdendo terreno alla COP, che quest’anno si è chiusa con un accordo sulla finanza climatica che ha deluso le attese: erano stati chiesti 1300 miliardi all’anno, ne sono stati concessi 300, che i Paesi con i conti in attivo come Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Unione Europea, dovranno inviare entro il 2035 ai Paesi più fragili come quelli di Africa, Sudamerica e piccole isole. “Troppo pochi e troppo tardi”, hanno commentato i destinatari del finanziamento, per sanare i danni del riscaldamento globale che ha mietuto vittime, ha distrutto abitazioni e raccolti, ha accelerato la desertificazione e rischia di far scomparire intere isole come Tuvalu, provocando l’aumento dei migranti climatici. Inoltre, più della metà di questi soldi sarà erogata sotto forma di prestito, a Paesi già appesantiti da forti debiti. E alcuni destinatari come l’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari, che realmente rischiano di finire sommersi con l’innalzamento del livello del mare, avrebbero voluto un finanziamento privilegiato specificatamente riservato a loro.
Cop29 | Foto di UN Climate Change – Habib Samadov | Flickr
Nel documento conclusivo della COP29 si esortano i Governi delle Parti a raccogliere altri fondi per raggiungere la cifra di 1300 miliardi richiesta in origine, attraverso sia attori privati (che finora hanno elargito cifre non adeguate) che le banche multilaterali di sviluppo, istituti a servizio dei paesi più poveri, che forniscono prestiti a tasso agevolato. Inoltre, è stato richiesto un contributo volontario anche a Cina, Singapore e Paesi del Golfo, che ancora rientrano nella categoria “in via di sviluppo” ma che di fatto sono in grado di elargire un finanziamento ai veri poveri.
La domanda ora è: chi dovrà erogare questi 300 miliardi annui, e come? Il documento finale di questa COP azera non risponde in modo puntuale, ma rimanda ad un altro file, “Baku to Belém Roadmap to 1.3T”, che dovrebbe essere pronto prima della COP30 brasiliana
Troppi falsi verdi in Sala Blu
Cosa aspettarsi da Belem nel 2025? Sarà anche questa una Conferenza inquinata dalla presenza di aziende che partecipano per lanciare falsi programmi a favore dell’ambiente e riciclare la propria reputazione?
Sono stati 1770 i lobbisti dei combustibili fossili presenti alla Cop29. Li ha conteggiati l’Organizzazione Kick the big polluters out, che sostiene che almeno 480 di loro utilizza ormai abitualmente la Cop per promuovere la tecnologia di cattura e stoccaggio del carbonio (CUS), una soluzione giudicata inefficace dalla controparte ambientalista, perché non abbatterebbe in modo significativo le emissioni ma le ricicla, o semplicemente le nasconde nel sottosuolo e nel fondale marino. Dall’analisi di Kick the big polluters out sembra che il numero dei badge dei lobbisti di gas e petrolio superasse quello di tutti i delegati dei dieci paesi più colpiti dalla crisi climatica (come Somalia, Ciad, Eritrea, Sudan, Tonga, Micronesia, Isole Salomone), diminuendo così la possibilità di questi ultimi di ricevere attenzione e ascolto in un evento in cui si decide del futuro del pianeta.
Il marchio dei giganti di gas e petrolio ha tappezzato lo Stadio Olimpico, sede della Cop29, e i delegati di queste aziende sono stati ammessi come osservatori nella Zona Blu dei negoziati, riservata di regola a funzionari governativi, giornalisti ed organizzazioni. L’escamotage: molti dei lobbisti appartenevano ad associazioni di categoria ammantate di verde, come International Emissions Trading Association (che ha i suoi quartier generali in Svizzera, Stati Uniti, Belgio, Canada e Singapore), il cui motto è “raggiungere gli obiettivi climatici con il minor danno economico”. Dal Giappone il colosso del carbone Sumitomo, e poi 39 lobbisti di Chevron, ExxonMobil, BP, Shell ed Eni. Dall’Italia ambasciatori di Enel ed Eni. Persone che fino a due anni fa potevano accedere alla Cop senza doversi identificare. Le Nazioni Unite hanno infatti deliberato che dalla Cop28 in avanti chiunque desideri registrarsi al summit è tenuto a dichiarare la propria affiliazione. Sapere con esattezza chi sta partecipando e da che parte sta dovrebbe consentire almeno un’interpretazione più obiettiva di quello che viene dichiarato ai microfoni della Cop.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-06 06:04:552024-12-08 16:06:21COP29: gas e petrolio sul red carpet (Imperialecowatch 06.12.24)
Milano, 3 dic. (askanews) – “L’Armenia è un piccolo Paese che dà l’impressione di essere grande” e dove l’ospite è considerato “un dono di Dio”. Sono parole della scrittrice Antonia Arslan, che descrivono la natura di un popolo e di una nazione divenuta da poco una nuova meta del turismo internazionale, indicata da Lonely Planet come Top Country nella lista dei 10 Paesi Best in Travel 2025.
Nonostante le sue dimensioni contenute, l’Armenia offre una grande varietà di paesaggi, dal maestoso Lago Sevan, il “mare d’Armenia” alle vallate viticole del Vayots Dzor, ai leggendari picchi dell’Ararat, simbolo dell’identità nazionale che unisce gli armeni in patria e quelli della diaspora.
In questo Paese incastonato nel Caucaso, ancora fuori dalle mete del turismo di massa, arrivano viaggiatori in cerca di percorsi autentici e lontani dalle folle. Dodicimila italiani l’hanno visitata nei primi otto mesi del 2024.
Qui ogni angolo è intriso di storia e archeologia. I monasteri – Patrimonio mondiale dell’umanità – punteggiano il paesaggio, come Khor Virap, con lo spettacolare sfondo del monte Ararat, e Noravank, incastonato tra rocce rosse.
Oggi l’Armenia – primo Paese al mondo ad aver adottato il Cristianesimo – sembra avviata alla normalizzazione dei tormentati rapporti con Turchia e Azerbaigian e punta ad attrarre turisti non solo per la sua storia millenaria ma per i suoi paesaggi, i percorsi di trekking, la sua cucina e una produzione di vini e cognac di qualità di livello internazionale.
Solitamente viene il turista curioso – afferma Arpiné Nersisyan, guida turistica e fondatrice di EtnoArmeniaTours – l’italiano curioso che vuole scoprire una nuova nazione, vuole sentire le tradizioni, vuole stare un po’ a contatto con la gente locale, vuole fare un viaggio responsabile. L’Armenia non è una meta di turismo di massa, e questo è uno dei motivi più importanti per cui l’Armenia attira tantissimo l’attenzione del viaggiatore italiano”.
L’Armenia lascia spesso stupito il viaggiatore, a partire dalla capitale Yerevan, con la sua famosa “Cascata” di impronta sovietica divenuta centro d’arte contemporanea grazie al contributo di Gerard Cafesjian, un imprenditore nato negli Stati Uniti da genitori armeni emigrati, che ha dedicato gran parte della sua vita e delle sue risorse per sostenere la rinascita della sua terra d’origine. “Quello che non si aspetta – prosegue Nersisyan – è la ricchezza dei paesaggi. Essendo un Paese molto piccolo, stiamo parlando di trentamila chilometri quadrati, la natura si apre con tutti i suoi colori e la sua bellezza. Tutte le regioni sono diverse tra di loro dal punto di vista paesaggistico”. “Non sono solo monasteri ma tante esperienze belle. A contatto con la gente, con la natura, con la squisita cucina armena, con i piatti abbondanti, buonissimi, con l’ottimo vino, un settore che è in sviluppo assoluto. Quindi si mangia, si beve, si vede, si sente. Tutti i sensi sono da mettere in azione in un viaggio in Armenia, un viaggio con tantissime belle esperienze”.
Antonio Montalto è un medico italiano giunto in Armenia dopo il devastante terremoto del 1988, dove ha coordinato progetti socio-sanitari e fondato la Family Care Foundation, un’organizzazione che promuove la valorizzazione della cultura locale e lo sviluppo del turismo. Tra le sue iniziative, un laboratorio di ceramica a Gyumri, dove è stato anche console onorario.
L’Armenia è una meta turistica che si va sviluppando sempre di più, a ragione, perché ha tante attrattive Ma l’attrattiva è legata al posto ma è legata alla cultura e la cultura è incarnata dalle persone. Una persona che viene qui subisce un’iniezione endovenosa di umanità.
L’Armenia produce dal XIX secolo un cognac considerato tra i migliori al mondo. Ma il Paese – che punta molto sul turismo enogastronomico – è anche una delle culle della viticoltura: recipienti di terracotta per la fermentazione e conservazione del vino risalenti a oltre 6.100 anni fa sono state scoperte nel 2007 nella grotta Areni-1, nella regione di Vayots Dzor. Qui è stata rinvenuta anche la scarpa più antica del mondo, del 3.500 avanti Cristo.
“Fare un viaggio in Armenia – dice Mauro Sorrenti, imprenditore e guida turistica – è fare un viaggio alle radici della storia umana e anche delle tante nostre tradizioni. Quindi venire in Armenia è scoprire anche una parte di noi stessi”.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-03 21:37:092024-12-03 21:37:47Viaggio in Armenia, l’accogliente terra che racconta millenni (Askanews 03.12.24)
Milano, 3 dic. (askanews) – Antonio Montalto è un medico italiano giunto in Armenia dopo il terribile terremoto del 7 dicembre 1988 che uccise 25mila persone e distrusse la città di Spitak. Palermitano, all’epoca lavorava come medico e si occupava di logistica sanitario. Fu nominato coordinatore di un progetto socio-sanitario italiano e capo del progetto nella città epicentro del terremoto. Da allora non se ne è più andato. E’ stato console onorario ed è il fondatore e presidente della Fondazione Family Care, che con i suoi progetti dà lavoro a una cinquantina di persone tra la città di Gyumri e la capitale Yerevan. Ecco la sua testimonianza. “Sono venuto per un progetto di emergenza subito dopo il terremoto – spiega ad Askanews – che aveva come obiettivo la creazione di un piccolo ospedale pediatrico e di un centro sociale a Spitak, che è stato l’epicentro del terremoto e che è a circa 45 chilometri da qui. Gyumri, dove ci troviamo adesso, ha avuto 20.000 morti.
“Abbiamo fatto dei progetti sanitari nel settore materno e infantile, ristrutturando la maggior parte delle maternità regionali nel Karabach e il complesso di ambulatori collegati e le principali maternità dell’Armenia. Cioè è stato possibile – prosegue Montalto – per un supporto molto qualificato da parte da parte del presidente del Policlinico Gemelli di Roma e di alcune altre università ed è stato fattivo, perché ha significato di coinvolgimento delle persone totalmente, non tanto a livello di enunciati e diciamo così di cambiamenti ma di un lavoro fatto gomito a gomito”.
“Noi possiamo dare una mano, ma non possiamo sostituirci – osserva il medico palermitano – Quello che possiamo fare è cercare di dare un contributo di qualità, che significa un cambiamento anche delle nostre vite, un miglioramento delle nostre vite”.
“Noi abbiamo adesso due progetti grandi – prosegue Antonio Montalto – Abbiamo individuato nel turismo integrato un elemento di sviluppo e con quello abbiamo cominciato a sviluppare dei progetti finanziati da noi stessi. Vediamo che però c’è bisogno di andare un po’ più veloce quindi siamo cercando nei progetti che abbiamo in corso – uno nel centro di formazione dell’Artigianato artistico qui a Gyumri, e un altro è la promozione della qualità di vita nei villaggi – che utilizzano la stessa base, cioè l’artigianato e col tempo anche un’agricoltura di qualità, significa avere come obiettivo la qualità di vita delle persone. Quindi è un discorso assolutamente parallelo a quello che è la responsabilità delle istituzioni pubbliche locali ma ovviamente è un aiuto esterno, qualificato ma esterno. Noi ci troviamo qui nel museo della ceramica, abbiamo una scuola di ceramica l’idea è formazione: facilitare un discorso di carità formativa, che è un alto livello di carità, cioè dare la possibilità, alle persone che sanno, di partecipare le loro conoscenze ad altre persone. Nel caso specifico è molto molto bello perché l’Armenia sul piano dell’Artigianato credo che non abbia rivali al mondo”. “E’ un mondo – conclude – è una pepita d’oro fatta da varie componenti in cui noi cerchiamo di essere utili con questo centro e con l’altro centro che è ad Hartashen, vicino Goris”.
“Lo specchio armeno” è uno di quei libri che di fatto sfida il lettore. In un’epoca – iniziata prima dell’avvento dei social – in cui la semplificazione e in molti casi l’appiattimento paratattico hanno colonizzato la scrittura letteraria, il romanzo di Codazzi si pone come una sorta di oggetto alieno con il quale cimentarsi in un gioco fruitivo non privo di complessità ma anche fascinoso.
In esso si accostano piani temporali diversi, che danno vita a un intreccio fatto di parallelismi e corrispondenze (persino familiari e onomastiche) il cui ricorrere a distanza di secoli sostanzia la trama e il senso di una vicenda condotta sotto un profilo complessivamente enigmatico, da intendersi come accettazione non traumatica da parte dei protagonisti di eventi fuori dall’ordine naturale. Ovviamente maggiore esitazione – per rispolverare le teorie di Todorov sul fantastico – vi sarà da parte del lettore nell’approcciarsi ad eventi che esulano dalla verosimiglianza: ma è proprio questo iato tra reazione dei personaggi e di chi sta dall’altra parte a costituire uno degli aspetti intriganti de “Lo specchio armeno”.
Meraviglioso e quotidianità si coniugano in un racconto che ha però il proprio collante nel tramite discorsivo, ovvero uno stile complesso e dall’ardimentosa orditura sintattica il quale costituisce il versante formale di una “quête”, vale a dire quella ricerca del sentimento assoluto – scopo che si rivela praticamente irraggiungibile – al centro della trama.
Cosimo, il pittore protagonista e gli altri si muovono secondo tratti trasognati, su un limite indefinito tra veglia e assopimento, termine quest’ultimo da intendersi come flusso di fatti e sensazioni che, a dispetto di una referenzialità immediata, appare vischioso nella sua logicità globale.
Ed è proprio una sorta di rara “terra di mezzo” stilistica a farsi in qualche modo garante della coerenza come pure dell’attendibilità della narrazione (infiorettata oltretutto da più forme di tessitura testuale).
Tale prosa sinuosa e ondeggiante, che a tutta prima appare difficoltosa, possiede a (molto) ben vedere un carattere rivelatorio: il mostrare, come poche oggigiorno, i movimenti cerebrali e fantasiosi attraverso cui la scrittura rispecchia la vita, configurando una sorta di flusso di coscienza “razionalizzato” e portato in superficie rispetto alle pieghe dell’interiorità, affiancandosi alla concretezza cronachistica.
Raffina il tutto un lessico spesso prezioso e sezionatore, attraverso cui si asseconda questo moto iperdescrittivo degli avvenimenti e dell’anima. Ipotassi estrema e parole desuete alimentano così un originalissimo ecosistema letterario, che richiede certo impegno e dedizione ma ripaga poi il lettore attento della fatica immersiva profusa.
Alberto Raffaelli
(albertoraf2@gmail.com)
Il libro:
Paolo Codazzi, “Lo specchio armeno”, Cagliari, Arkadia, 2023
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-03 15:53:472024-12-08 15:55:12Il libro: “Lo specchio armeno” di Paolo Codazzi | Recensione di Alberto Raffaelli per Segnalazioni Letterarie (Mobmagazine 03.12.24)
Uno studio recente sul genoma ha svelato una scoperta sorprendente: non esistono legami genetici tra gli armeni e i Balcani, confutando così antiche teorie ancestrali che li collegavano. Gli armeni, popolazione dell’Asia occidentale originaria delle Alture armene, sono stati a lungo considerati discendenti dei coloni frigi dei Balcani, una teoria basata principalmente sugli scritti di Erodoto, storico greco, che notò somiglianze nell’armamento tra gli armeni e i Frigi al servizio dell’esercito persiano. Anche i linguisti avevano supportato questa teoria, evidenziando connessioni linguistiche tra l’armeno e il sottogruppo thraco-frigio delle lingue indoeuropee.
Tuttavia, il primo studio completo del genoma ha messo in discussione questa convinzione radicata nel tempo, rivelando l’assenza di un legame genetico significativo tra gli armeni e le popolazioni balcaniche. Il confronto è stato effettuato tra i genomi armeni moderni e i dati genetici di individui antichi delle Alture armene, sia moderni che antichi dei Balcani. Questa ricerca genetica sfida le assunzioni storiche che hanno plasmato la nostra comprensione del passato.
La dottoressa Anahit Hovhannisyan, borsista Marie Curie presso la Scuola di Genetica e Microbiologia del Trinity College di Dublino, autrice principale dello studio pubblicato sull’American Journal of Human Genetics, ha sottolineato come le nuove tecnologie di sequenziamento del genoma e la ricerca sul DNA antico permettano di ridefinire le idee radicate nel tempo, offrendo una visione più dettagliata e scientificamente fondata della storia delle popolazioni umane.
Il team di ricerca ha anche confutato l’ipotesi di un’ascendenza assira per i Sasun, popolazione armena del sud delle Alture armene. Contrariamente a quanto riportato in molte fonti storiche, inclusa la Bibbia e testi cuneiformi, è emerso che i Sasun avevano subito una significativa contrazione demografica nel passato, distinguendoli così dalle altre popolazioni.
Ulteriori analisi hanno rivelato un contributo genetico proveniente dai contadini neolitici levantini nella regione delle Alture armene, in un periodo successivo all’Età del Bronzo Antico, suggerendo un ampio movimento attraverso il Medio Oriente. Il professore Andrea Manica dell’Università di Cambridge, co-autore senior dello studio, ha sottolineato che le domande su quando e da dove sia avvenuto questo movimento migratorio su larga scala restano aperte e richiedono ulteriori approfondimenti.
Infine, i ricercatori hanno esaminato la struttura della popolazione e la variazione genetica dei diversi gruppi armeni, scoprendo che le popolazioni delle diverse regioni delle Alture armene mostrano un alto grado di somiglianza. Questo studio rappresenta il primo tentativo di tracciare l’atlante genetico delle Alture armene, come ha sottolineato il professore Levon Yepiskoposyan dell’Istituto di Biologia Molecolare, NAS RA, co-autore senior della pubblicazione.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-03 07:58:272024-12-08 15:59:34Scoperta genetica: gli armeni e i Balcani senza legami ancestrali (Scienzenotizie 03.12.24)
L’ente governativo per la promozione del turismo, Armenia Tourism Committee, è lieto di annunciare la nomina di Lusine Gevorgyan come nuova direttrice generale. Gevorgyan porta con sé un’esperienza significativa e una profonda passione per l’Armenia. Assumendo questo ruolo, si propone di elevare il profilo dell’Armenia come destinazione globale di primo piano, celebrata per il suo patrimonio culturale e la sua bellezza naturale.
In qualità di direttrice, Gevorgyan guiderà iniziative volte a rafforzare il settore turistico dell’Armenia, supportando le comunità locali, promuovendo partenariati sostenibili e mettendo in evidenza le attrazioni uniche del Paese a livello mondiale. Sotto la sua leadership, il Tourism Committee si impegna a posizionare l’Armenia come una delle destinazioni principali della regione, conosciuta per i suoi siti storici, tradizioni vitali, paesaggi naturali stupefacenti e ricca eredità culinaria.
“Siamo entusiasti di accogliere Lusine Gevorgyan come guida del Tourism Committee,” ha dichiarato Gevorg Papoyan, Ministro dell’Economia della Repubblica d’Armenia. “Con la sua esperienza e dedizione, non vediamo l’ora di favorire un settore turistico ancora più dinamico e resiliente, che metta in luce le attrazioni uniche dell’Armenia per i viaggiatori di tutto il mondo.”
“Sono onorata di assumere questo ruolo e di contribuire alla crescita dell’Armenia come destinazione capace di affascinare e ispirare viaggiatori da ogni parte del mondo,” ha affermato Lusine Gevorgyan. “Il nostro Paese offre una straordinaria varietà di attrazioni, che spaziano dall’avventura e la natura alla cultura e la gastronomia, senza dimenticare la nostra ricca tradizione vinicola. Dando priorità a una crescita sostenibile e inclusiva, puntiamo a creare esperienze indimenticabili per i visitatori e benefici economici duraturi per le nostre comunità.”
Sotto la guida di Gevorgyan, il Tourism Committee è impegnato a promuovere l’innovazione nel settore, espandere la presenza dell’Armenia come destinazione imperdibile e offrire esperienze indimenticabili ai viaggiatori. L’ente di promozione turisticha guarda con entusiasmo a una nuova era di crescita e sviluppo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2024-12-02 16:01:262024-12-03 16:02:16Lusine Gevorgyan nuova direttrice Armenia Tourism Committee (II Giornale del Turismo 02.12.24)
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