Migrazioni: dal sogno americano alla prigione (Osservatorio Balcani e Caucaso 06.11.24)

La storia di Eric, un armeno di quarant’anni che ha cercato di migrare negli Stati Uniti, partendo dall’Armenia attraversando l’Europa, la Cina e il Messico. Il suo approdo da migrante irregolare negli USA è coinciso con il carcere. Uscito di prigione grazie ad un avvocato ora prova a rifarsi una vita

06/11/2024 –  Armine Avetisyan Yerevan

Il sogno americano è la convinzione che in America le persone possano raggiungere successo e prosperità indipendentemente dal loro background sociale o dalle loro circostanze, se hanno diligenza e determinazione. Si basa su idee come opportunità economiche, libertà, uguaglianza e miglioramento della qualità della vita. Questo sogno spesso ispira i migranti e le loro famiglie in cerca di una vita migliore, anche se in realtà molti affrontano sfide e ostacoli.

“Ho trascorso due mesi in prigione; non avevo mai sperimentato una sofferenza simile in vita mia. Era il caos”, inizia Eric (nome di fantasia), un uomo armeno di 40 anni arrivato di recente negli Stati Uniti.

Residente a Yerevan, circa un anno fa ha iniziato a presentare domanda all’ambasciata degli Stati Uniti, ma non ha mai ottenuto il visto. Dopo l’ennesimo rifiuto, ha condiviso il suo sogno con un caro amico, che gli ha consigliato di contattare un’organizzazione speciale che avrebbe potuto aiutarlo.

“Ho chiamato e ho incontrato un uomo. Non era armeno. Mi ha assicurato che poteva aiutarmi ad arrivare negli Stati Uniti. Il servizio costava 25mila dollari, che avrebbero coperto tutto: voli, sistemazione in hotel e così via. Non avevo tutti quei soldi, ma avevo una bella macchina, che ho venduto”.

Eric ha ottenuto un visto Schengen, che gli avrebbe permesso di entrare nell’UE e poi in Messico per raggiungere gli Stati Uniti. È stato avvisato che doveva essere pronto a partire in qualsiasi momento. Quel momento è arrivato molto rapidamente e inaspettatamente.

Racconta che, dopo aver ricevuto il visto, chiedeva aggiornamenti quasi ogni giorno, ma riceveva sempre la stessa risposta: “Oggi non è il giorno giusto”. Un giorno, circa due ore dopo la solita risposta, ha ricevuto una chiamata che lo invitava a recarsi velocemente all’aeroporto perché il suo volo era imminente.

“Sono partito da Yerevan per Barcellona. Secondo l’accordo, avrei dovuto rimanere lì per una notte e poi viaggiare in Messico. Una volta arrivato a Barcellona, sono stato portato in un hotel. C’era un altro uomo lì, anche lui arrivato con lo stesso ‘servizio’, e dovevamo partire insieme. Quella notte, ho dormito a malapena, e anche lui. Abbiamo fumato e parlato del futuro; entrambi sentivamo di essere sulla strada giusta”.

Il giorno dopo, tuttavia, sono stati informati che avrebbero dovuto aspettare un altro giorno. Il giorno dopo, un’auto li ha portati all’aeroporto. Tuttavia, il piano non si è concretizzato.

“All’aeroporto ci hanno controllato i documenti e non ci hanno permesso di imbarcarci sul volo per il Messico. Il nostro contatto ha mandato un’auto e ci hanno riportato in hotel. Siamo rimasti lì per altri due giorni e ci hanno detto che c’erano dei problemi. Poi abbiamo saputo che non avremmo potuto raggiungere il Messico attraverso la Spagna e siamo partiti per Bruxelles. La stessa storia è successa lì, non ci hanno permesso di volare in Messico e siamo rimasti lì per un altro giorno prima di essere riportati a Barcellona”. Sono rimasti a Barcellona per altri due giorni prima di dirigersi a Madrid, ma invece di andare in Messico sono finiti a Dubai.

“Ci hanno detto che non potevamo andare in Messico attraverso l’Europa. Ci hanno suggerito di calcolare quanti soldi avevamo già speso e farci restituire gli altri, ma io volevo raggiungere gli Stati Uniti. Siamo rimasti a Dubai per qualche altro giorno, poi siamo partiti per la Cina. In Cina si è unito a noi un altro uomo, che era in viaggio da dicembre e non era riuscito a raggiungere il Messico”.

Eric e i suoi compagni di viaggio sono rimasti in Cina per circa una settimana, e quando avevano quasi perso le speranze sono riusciti a partire per il Messico. Una volta arrivato lì, Eric era sicuro di essere vicino al suo sogno.

“Sono rimasto a Tijuana per oltre una settimana. Abbiamo attraversato il confine in auto. In quel momento, ho pensato che fosse fatta; invece, mi sono ritrovato da immigrato irregolare in una prigione americana”.

Da quel momento, la vita di Eric si è trasformata in un incubo. Dice che non era stato avvisato di questi rischi. Nella cella c’erano decine di altri migranti irregolari. Ricordare le condizioni di vita lo fa inorridire.

“C’era una tazza nel bagno destinata ai detenuti musulmani per lavarsi. Un giorno, quando avevamo bisogno di acqua, uno di loro ha dovuto bere da quella tazza… Non voglio ricordare… No… Mi sono ammalato e sono stato ricoverato in ospedale… Per uscire di prigione, avevo bisogno di un avvocato. Mi avevano dato un contatto per un avvocato che mi aiutasse con le questioni legali e, quando finalmente ho avuto il diritto di chiamare, l’ho contattato. È stato lui a iniziare a lavorare per il mio rilascio”.

Non essendo mai stato dietro le sbarre in vita sua, Eric aveva visto le prigioni solo nei film e questa prigione gli ricordava quelle dei film di Hollywood. C’era una chiesa dove i detenuti potevano lavorare per un dollaro all’ora.

“Era un lavoro da custode. Ho fatto domanda al prete per lavorare anch’io, ma non per i soldi; volevo solo fare qualcosa per evitare di impazzire. L’ironia è che quando ho ricevuto una risposta dalla chiesa mi hanno informato che ero libero”.

Dopo due mesi di prigione, Eric è stato rilasciato con l’aiuto dell’avvocato, a cui deve circa novemila dollari. Non sa ancora come ripagherà quella cifra perché non ha un permesso di lavoro; è ancora libero con la condizionale, con un dispositivo metallico attaccato alla caviglia che monitora ogni suo movimento.

“Ho lasciato la mia famiglia a Yerevan: mia moglie e due bambini piccoli. Quando me ne sono andato, mia moglie e io avevamo concordato che sarebbero venuti anche loro, ma questo ora è fuori discussione. Ho provato sulla mia pelle cosa significhi attraversare illegalmente la frontiera. Sono comunque fortunato. In prigione ho incontrato persone che hanno sofferto ancora di più. C’era una famiglia che è arrivata dall’Africa. Hanno portato con sé i loro animali domestici in gabbia…”.

Avendo avuto un lavoro stabile, una casa e un’auto a Yerevan, Eric ora sogna di lavorare come tassista così da poter almeno pagare il debito dell’avvocato e comprare un biglietto di ritorno. Non è a conoscenza della sorte degli uomini che sono arrivati in Messico con lui, dicendo che sono stati portati in un’altra prigione e che non ha modo di contattarli.

“Forse un giorno il mio sogno americano diventerà realtà; non lo escludo, ma sento che quel giorno è tutt’altro che vicino”.

—–

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di “MigraVoice: Migrant Voices Matter in the European Media”, progetto editoriale realizzato con il contributo dell’Unione Europea. Le posizioni contenute in questo testo sono espressione esclusivamente degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni dell’Unione europea.

Vai al sito

Appello per la liberazione degli ostaggi armeni in Azerbaigian (Tempi 06.11.24)

Non possiamo «rimanere in silenzio di fronte alla violazione da parte dell’Azerbaigian dei diritti degli armeni dell’Artsakh e all’indifferenza della comunità internazionale». Scrivono così in un comune appello i leader spirituali della Chiesa apostolica armena (Aram I), cattolica (Raphaël Bedros Minassian XXI) ed evangelica (Paul Haidostian) a pochi giorni dalla conferenza Onu sul clima che si svolgerà a Baku (Azerbaigian) a partire dall’11 novembre.

Nell’appello – come riportato da Vatican News – le tre autorità religiose ricordano quanto accaduto in Nagorno-Karabakh (Artsakh) con la cacciata di 120 mila persone e il sistematico saccheggio e distruzione di edifici e monumenti religiosi armeni. A questo si aggiunge la situazione delle persone in ostaggio nelle carceri di Baku per le quali Aram, Bedros e Haidostian auspicano «una rapida liberazione».

Vai al sito

Madonna dei Debitori Speranza dell’Artsakh (La Voce del Parlamento 05.11.24)

La Madonna dei Debitori:  Speranza per il Popolo Armeno dell’Artsakh

di Lelio Antonio Deganutti
In un momento di grande sofferenza e incertezza per il popolo dell’Artsakh, la Madonna dei Debitori diventa un simbolo di speranza e solidarietà. Così come questa figura sacra è stata invocata dai fedeli italiani per sostenere chi è oppresso da debiti e ingiustizie, ora si fa portatrice della voce di chi, lontano, vive il dramma dell’esilio e della perdita.
La Madonna dei Debitori: Un Faro di Speranza per il Popolo Armeno dell'Artsakh
La Madonna dei Debitori: Un Faro di Speranza per il Popolo Armeno dell’Artsakh
Da mesi, oltre 120 mila armeni dell’Artsakh sono stati costretti a lasciare le loro terre ancestrali, subendo persecuzioni, distruzioni di chiese e monumenti culturali e il calvario di un’identità che rischia di essere cancellata.
Mentre i loro leader e sostenitori sono trattenuti come prigionieri, la loro comunità affronta il rischio di un’intera scomparsa culturale e umana, nel silenzio e nell’indifferenza della comunità internazionale.
I fedeli della Madonna dei Debitori, guidati dai principi di giustizia e pace del Vangelo, si sentono chiamati a prendere una posizione e a rispondere a questo grido di aiuto.
In particolare, il passo di Matteo 5,9 – “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” – risuona con forza, richiamando il popolo cristiano a farsi strumento di pace e compassione.
Per questo, si annuncia una messa speciale in onore della Madonna dei Debitori, dedicata alla protezione del popolo dell’Artsakh. Durante la celebrazione, i fedeli pregheranno affinché la Vergine interceda presso Dio e doni al popolo armeno conforto, speranza e la forza di rimanere saldi nella propria fede e identità.
La Madonna dei Debitori è conosciuta per la sua capacità di intervenire nei momenti di bisogno, di ascoltare le preghiere di chi è vessato e perseguitato, offrendo sostegno e luce nelle situazioni più buie.
Ora, i fedeli italiani estendono il suo abbraccio al popolo armeno, nella speranza che questo atto di comunione possa attirare l’attenzione dei governi e della comunità internazionale sulla giusta causa di un popolo che chiede solo di poter vivere nella propria terra, in pace e dignità.
La Madonna dei Debitori: Un Faro di Speranza per il Popolo Armeno dell'Artsakh
La Madonna dei Debitori: Un Faro di Speranza per il Popolo Armeno dell’Artsakh
Questa celebrazione sarà un simbolo di unità spirituale tra due popoli e un richiamo a tutti i credenti: non si può restare indifferenti di fronte a chi soffre.
La Madonna dei Debitori diventa così il ponte che unisce la sofferenza e la speranza, ricordando che la fede e la giustizia sono la base di ogni vera libertà e pace.
di Lelio Antonio Deganutti.
La Madonna dei Debitori: Un Faro di Speranza per il Popolo Armeno dell'Artsakh
La Madonna dei Debitori: Un Faro di Speranza per il Popolo Armeno dell’Artsakh
Vai al sito

Matera Film Festival, Atom Egoyan: «Vorrei portare in piazza a Matera una rappresentazione di Salomè» (Lagazzettadelmezzogiorno 05.11.24)

MATER – «Sono contento di essere stato invitato a Matera e di aver potuto vedere questa città misteriosa e antica, scoperta guardando la pellicola di Pier Paolo Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo”, visto che ero molto interessato ai film che parlavano di Gesù. Sto pensando di fare qui una rappresentazione teatrale di Salomè nella piazza centrale». Le parole sono di Atom Egoyan, 64 anni, regista, armeno naturalizzato canadese, di levatura internazionale, ospite d’eccezione della quinta edizione del Matera Film Festival, durante la quale venerdì presenterà in anteprima nazionale il suo ultimo lavoro Seven Veils con Amanda Seyfried, già diretta dal regista nel film Chloe – Tra seduzione e inganno del 2009.

Il maestro, sceneggiatore e produttore cinematografico nel corso della conferenza stampa di ieri ha raccontato il suo rapporto con la tecnologia, con il cinema che sta subendo una profonda trasformazione, sempre più aperto alla sperimentazione di nuovi linguaggi e prossimo all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Ma anche con il cinema italiano del Dopoguerra, ricordando grandi registi come Pasolini, Fellini, Visconti e Antonioni che lo hanno in qualche modo influenzato e ispirato nel corso di una lunga carriera iniziata quarant’anni fa.

Il suo ultimo lavoro è Seven Veils, «dove – spiega il regista – ho cercato di raccontare nuovamente la storia di Salomè di Richard Strauss (riportata nel film diretto da Egoyan per la prima volta nel 1996, ndr), il cui libretto è basato sulla traduzione in tedesco dell’omonima tragedia di Oscar Wilde, dove tutti i livelli di interpretazione sono maschili, e dove tutti uomini guardano un personaggio femminile che, in quest’opera, si assume la responsabilità di chiedere la testa di Giovanni Battista, sulla base di qualcosa che non può avere, ossia l’amore carnale».

La storia però viene attualizzata, con la protagonista che è una regista teatrale, che deve riportare in scena la «Salomé», ma nel farlo è tormentata dai traumi non ancora risolti. «Uno dei momenti clou della storia – sottolinea il regista – è quando Salomé bacia Giovanni Battista, un gesto che crea una separazione tra testa e corpo. È un’immagine scioccante, ma il compito dell’arte proprio quello di risvegliare ciò che è dentro di noi. Da questo punto di vista, se pensiamo ai tanti conflitti che ci sono oggi nel mondo, l’arte ricopre un ruolo molto importante nel restituire un significato ai nostri sentimenti».

Quanto ai registi italiani che hanno influenzato la sua produzione. Egoyan non ha dubbi: «Oltre a Pier Paolo Pasolini, anche i film di Marco Bellocchio, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti che ha questa eccezionale capacità di unire il realismo di Rossellini con la tradizione barocca di altri registi. E naturalmente Federico Fellini». Sul futuro del cinema il regista parla di «un momento di transizione. Dobbiamo incominciare a realizzare che lavoreremo anche con l’intelligenza artificiale. Adesso dobbiamo vedere a cosa ci porterà».

Vai al sito

Armenia: Œuvre d’Orient, manifestazione oggi pomeriggio a Parigi “Nessuna Cop29 in Azerbaigian senza rilascio degli ostaggi del Nagorno-Karabakh” (SIR 05.11.24)

Con lo slogan “Nessuna Cop29 in Azerbaigian senza rilascio degli ostaggi del Nagorno-Karabakh”, si svolgerà oggi pomeriggio a Parigi dalle 18.30 alle 20 una manifestazione dell’Œuvre d’Orient. L’appuntamento – fa sapere l’organizzazione – è in piazza dei Diritti Umani, Esplanade du Trocadéro. L’iniziativa è promossa insieme a Consiglio di coordinamento delle Associazioni armene di Francia e all’Associazione a sostegno dell’Artsakh. “La decisione di organizzare la COP29 in Azerbaigian – dichiara nella nota mons. Pascal Gollnisch, direttore generale dell’Œuvre d’Orient – è un affronto ai valori di giustizia, pace ed ecologia che questo vertice mondiale dovrebbe difendere”.

Armenia: firmato decreto per nomina Srbuhi Galyan come nuova ministra Giustizia (Agenzia Nova 05.11.24)

Erevan, 05 nov 11:20 – (Agenzia Nova) – Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan ha firmato il decreto di nomina di Srbuhi Galyan come nuova ministra della Giustizia. Il decreto è stato pubblicato sul sito ufficiale del presidente dell’Armenia. Da settembre del 2020, Galyan ha ricoperto l’incarico di vice procuratrice capo con delega alle attività di confisca dei beni di origine illegale. Il primo ottobre Grigor Minasyan ha presentato le sue dimissioni da ministro della Giustizia, mentre lo scorso 29 ottobre i vertici del partito di governo Contratto civile hanno deciso di nominare Srbuhi Galyan per succedergli all’incarico. (Rum)

“Difendere i diritti del popolo dell’Artsakh”, appello dei leader della Chiesa armena (Vaticanews 04.11.24)

Aram I, Raphael Bedros XXI e Paul Haydostian, leader della Chiesa armena apostolica, cattolica ed evangelista, firmano una dichiarazione congiunta in cui esprimono preoccupazione e protesta per la crisi tra Armenia e Azerbaigian e l’evacuazione forzata di 120 mila persone. A pochi giorni dalla Cop29 di Baku, chiedono il rientro in patria e la sovranità sotto la protezione della comunità internazionale, una sensibilizzazione di ambienti politici e diplomatici, preghiere speciali per i prigionieri

Vatican News

A pochi giorni dalla Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la cosiddetta Cop29, che si terrà a Baku, in Azerbaigian, dall’11 al 22 novembre 2024, i leader spirituali della Chiesa armena apostolica, cattolica ed evangelista – rispettivamente Sua Santità Catholicos Aram I, Sua Beatitudine Catholicos-Patriarca Raphaël Bedros XXI, il reverendo Paul Haidostian, presidente dell’Unione delle Chiese Evangeliche Armene nel Vicino Oriente – firmano e diffondono un appello congiunto in cui esprimono “ancora una volta la nostra giusta protesta e preoccupazione per la guerra scatenata dall’Azerbaigian contro gli armeni dell’Artsakh (2020-2023) e di conseguenza, l’evacuazione forzata di 120 mila persone dalla loro patria storica, la distruzione pianificata di edifici e monumenti religiosi e culturali armeni e la detenzione illegale dei leader politici dell’Artsakh”.

“Non possiamo rimanere in silenzio”

Pertanto, in quanto “leader spirituali dediti al servizio di Dio Onnipotente e del nostro popolo”, nonché “impegnati nei principi di giustizia, pace e protezione dei diritti umani”, Aram I, Bedros XXI, Haidostian scrivono di non poter “rimanere in silenzio di fronte alla violazione da parte dell’Azerbaigian dei diritti degli armeni dell’Artsakh e all’indifferenza della comunità internazionale”. Richiamano dunque l’attenzione dei propri rappresentanti spirituali e comunitari su alcune precise azioni.

Ritorno alle proprie terre, sensibilizzazione generale, preghiere speciali

Anzitutto, si legge nel comunicato, “alla vigilia e nel corso della Conferenza internazionale Cop29 a Baku, è di particolare importanza evidenziare la continua ingiustizia contro il popolo armeno dell’Artsakh. Richiedere il loro diritto al ritorno nelle proprie terre ancestrali e a riaffermare la propria sovranità sotto la protezione della comunità internazionale”. I tre leader spirituali chiedono poi di “mobilitare tutte le nostre risorse in difesa dei diritti degli armeni dell’Artsakh attraverso la sensibilizzazione degli ambienti politici, governativi e diplomatici, nonché attraverso le relazioni interreligiose e interecclesiastiche, con l’ampio utilizzo di mezzi pertinenti e informativi”. Infine, terza azione richiesta, quella che “durante le funzioni religiose, si tengano preghiere speciali per la rapida liberazione dei prigionieri dell’Artsakh detenuti dall’Azerbaigian: leader politici, funzionari governativi, personale militare, soldati e sostenitori della causa”.

Un’agenda pan-armena

“La nostra nazione – afferma ancora il documento – si trova attualmente in una congiuntura critica e deve affrontare molte sfide. È quindi imperativo unire e riorganizzare le nostre risorse attorno a un’agenda pan-armena. Dobbiamo essere prudenti e lungimiranti. I valori nazionali dovrebbero avere la precedenza su tutte le altre considerazioni esterne e temporanee”. Da qui, una preghiera a Dio di “proteggere la nostra nazione e la nostra Patria da tutti i mali e i pericoli del mondo”.

Preghiera ecumenica per i prigionieri

Intanto domenica prossima, 10 novembre, alle 17, si terrà una preghiera ecumenica “per gli armeni attualmente in prigione in Azerbaigian” presso la Chiesa di San Nicola da Tolentino a Roma. Il momento liturgico è promosso dal Pontificio Collegio Armeno e dal rappresentante della Chiesa Armeno Apostolica presso la Santa Sede; sarà presieduto dall’arcivescovo lan Ernest, rappresentante personale dell’Arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede. “Tutti gli uomini di buona volontà che credono nella verità e nella giustizia sono invitati ad unirsi”.

Vai al sito

Armenia: appello leader Chiese cristiane “in difesa dei diritti legittimi del popolo dell’Artsakh” e per la liberazione dei prigionieri (SIR 04.11.24)

Alla vigilia della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici COP29 che si terrà a Baku (Azerbaigian) dall’11 al 22 novembre 2024, i tre leader spirituali delle Chiese cristiane hanno lanciato un appello, per esprimere “ancora una volta la nostra giusta protesta e preoccupazione per la guerra scatenata dall’Azerbaigian contro gli armeni dell’Artsakh (2020-2023) e di conseguenza, l’evacuazione forzata di 120.000 persone dalla loro patria storica, la distruzione pianificata di edifici e monumenti religiosi e culturali armeni e la detenzione illegale dei leader politici dell’Artsakh”. L’appello è firmato da Sua Santità Catholicos Aram I (Chiesa Apostolica Armena, Sede di Cilicia), da Sua Beatitudine Catholicos-Patriarca Raphaël Bedros XXI (Chiesa Cattolica Armena), e dal Rev. Dr. Paul Haidostian, presidente dell’Unione delle Chiese Evangeliche Armene nel Vicino Oriente. “In quanto leader spirituali dediti al servizio di Dio Onnipotente e del nostro popolo, nonché impegnati nei principi di giustizia, pace e protezione dei diritti umani, non possiamo rimanere in silenzio di fronte alla violazione da parte dell’Azerbaigian dei diritti degli armeni dell’Artsakh e all’indifferenza della comunità internazionale”. In particolare i leader cristiani chiedono di rispettare il diritto del popolo armeno dell’Artsakh a fare “ritorno nelle proprie terre ancestrali e a riaffermare la propria sovranità sotto la protezione della comunità internazionale”.

Nell’appello le Chiese chiedono di dedicare nelle funzioni religiose “preghiere speciali per la rapida liberazione dei prigionieri dell’Artsakh detenuti dall’Azerbaigian: leader politici, funzionari governativi, personale militare, soldati e sostenitori della causa”. “La nostra Nazione – scrivono i tre leader cristiani – si trova attualmente in una congiuntura critica e deve affrontare molte sfide. È quindi imperativo unire e riorganizzare le nostre risorse attorno a un’agenda pan-armena. Dobbiamo essere prudenti e lungimiranti. I valori nazionali dovrebbero avere la precedenza su tutte le altre considerazioni esterne e temporanee”.

Vai al sito

Armenia: il 10 novembre, alla vigilia della Cop29, preghiera ecumenica a Roma per la liberazione dei prigionieri armeni detenuti in Azerbaigian (SIR 04.11.2024)

Domenica 10 novembre, alla vigilia dell’apertura dei negoziati sul clima (Cop29) in Azerbaigian, il Pontificio Collegio armeno e la Rappresentanza della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede  organizzano  anche a Roma una preghiera ecumenica che si terrà alle ore 17 presso la Chiesa armena di San Nicola Da Tolentino (Via S. Nicola da Tolentino 17), per “pregare il Signore per la liberazione di coloro dei nostri fratelli che sono stati fatti prigionieri”.  “L’attacco militare contro la Repubblica dell’Artsakh (nel settembre-ottobre 2020) – scrivono i promotori dell’iniziativa in un comunicato diffuso oggi -, seguito dal blocco di dieci mesi del corridoio Lachin e dallo sfollamento forzato di circa 120.000 armeni dalle loro terre ancestrali nel settembre 2023, nonché la demolizione pianificata di edifici e monumenti religiosi e culturali armeni e la cattura illegale della leadership politica dell’Artsakh, continua a destare enorme preoccupazione”. La preghiera ecumenica è promossa alla vigilia della conferenza internazionale COP29 che si terrà a Baku (Azerbaigian) dall’11 al 22 novembre 2024,e su invito del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) che ha esortato “tutte le persone di buona volontà” a unirsi alla giornata di preghiera per l’Armenia, “giornata che sarà ricordata in tutto il mondo, dalle comunità armene e non, con una preghiera speciale dedicata ai prigionieri armeni attualmente detenuti illegalmente in Azerbaigian”.

Vai al sito

Clima, inizia la COP29 a Baku e i capi delle chiese cristiane firmano appello per i prigionieri armeni (Il Messaggero 04.11.2024)

«Non possiamo restare in silenzio». Alla vigilia della COP29 sui cambiamenti climatici che si aprirà in Azerbaigian, dall’11 al 22 novembre, i leader religiosi della Chiesa armena, il Catholicos Aram I, il Patriarca Raphaël Bedros XXI, e il reverendo Paul Haidostian, presidente dell’Unione delle Chiese Evangeliche Armene hanno firmato un appello congiunto per «protestare» per le conseguenze della «guerra scatenata dall’Azerbaigian contro gli armeni dell’Artsakh (2020-2023) e di conseguenza, l’evacuazione forzata di 120 mila persone dalla loro patria storica, la distruzione pianificata di edifici e monumenti religiosi e culturali armeni e la detenzione illegale dei leader politici dell’Artsakh».

I religiosi scrivono di non poter «rimanere in silenzio di fronte alla violazione dei diritti degli armeni dell’Artsakh e all’indifferenza della comunità internazionale».

In pratica chiedono «il loro diritto della gente al ritorno nelle proprie terre ancestrali e a riaffermare la propria sovranità sotto la protezione della comunità internazionale». Infine chiedono « la rapida liberazione dei prigionieri dell’Artsakh detenuti dall’Azerbaigian: leader politici, funzionari governativi, personale militare, soldati e sostenitori della causa».

«La nostra nazione – si legge nel documento – si trova attualmente in una congiuntura critica e deve affrontare molte sfide. È quindi imperativo unire e riorganizzare le nostre risorse attorno a un’agenda pan-armena. Dobbiamo essere prudenti e lungimiranti. I valori nazionali dovrebbero avere la precedenza su tutte le altre considerazioni esterne e temporanee».

Intanto domenica 10 novembre, alle 17, si terrà una preghiera ecumenica per gli armeni attualmente in prigione in Azerbaigian, presso la Chiesa di San Nicola da Tolentino a Roma. Il momento liturgico è promosso dal Pontificio Collegio Armeno e dal Vaticano.

Vai al sito