ARMENIA: Verso la candidatura all’UE per uscire dall’orbita russa (EastJournal 15.01.25)

Il governo armeno ha presentato un disegno di legge per dare il via al processo di adesione all’Unione europea. Sullo sfondo interessi comuni, dall’economia alla geopolitica in funzione antirussa, ma anche il monitoraggio degli equilibri nella regione del Nagorno-Karabakh.

Un primo, timido passo di avvicinamento all’Unione europea. L’Armenia ha delineato un disegno di legge in cui si esprime la volontà di inoltrare domanda di adesione all’Ue, in netta contrapposizione alla storica vicinanza della piccola repubblica del Caucaso alla sfera di influenza russa. Il governo guidato dal premier Nikol Pashinyan ha fatto la sua mossa, adesso toccherà al parlamento armeno esprimersi sulla possibilità che Yerevan presenti formalmente la sua candidatura a Bruxelles.

Ad attendere l’Armenia è un percorso lungo e complesso, già affrontato in passato da Estonia, Lettonia e Lituania, che condividono con il Paese caucasico lo status di ex repubblica sovietica: all’eventuale approvazione parlamentare farà seguito un referendum su scala nazionale, dopodiché – se Bruxelles darà l’ok – cominceranno le negoziazioni con l’Unione europea e, contemporaneamente, un processo di adeguamento legislativo all’acquis europeo.

L’euroadesione, tra sforzi e ritorsioni

Già nel 2023, intervenendo all’emiciclo di Strasburgo, Pashinyan aveva affermato la disponibilità dell’Armenia a compiere tutti gli sforzi necessari per avvicinarsi all’Ue, pur senza esprimere aspirazioni all’adesione formale. Sostegno che adesso, a distanza di neanche due anni, sembra essere maturato nelle decisioni del governo, intenzionato a intavolare con Bruxelles una discussione quanto mai concreta per definire i prossimi passi.

Le difficoltà, però, non mancano. Con una popolazione che non supera i tre milioni di abitanti, la piccola repubblica è un alleato storico della Russia, tanto che il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha risposto alla volontà di aderire all’Unione europea sottolineando da un lato la libertà di scelta di Yerevan, ma ribadendo dall’altro l’urgenza di estrometterla dall’Unione economica eurasiatica il giorno in cui dovessero spalancarsi definitivamente le porte di Bruxelles.

Intanto lunedì 13 gennaio, proprio dalla capitale belga, il portavoce della Commissione, Anouar El Anouni, è intervenuto in conferenza stampa incalzato da un giornalista che ha domandato chiarimenti sulla posizione europea, proprio in considerazione della celere replica da Mosca. «Le discussioni in corso dimostrano l’attrattività dell’UE e dei nostri valori: Armenia e Europa non sono mai state tanto vicine come adesso, e il 2024 l’ha mostrato in modo evidente, con l’avvio del dialogo per la liberalizzazione dei visti e un’assistenza alle forze armate armene del valore di dieci milioni di euro. L’obiettivo è incrementare il sostegno finanziario attraverso il piano di resilienza e crescita, l’integrazione commerciale e la diversificazione energetica».

La questione del Nagorno-Karabakh

Le nubi che offuscano l’orizzonte europeo dell’Armenia riguardano i rapporti con il vicino Azerbaigian riguardo al Nagorno-Karabakh, la regione contesa fra i due Stati e teatro di ripetute violazioni dei diritti umani, più volte criticate anche da Bruxelles. Ad alimentare la tensione le recenti dichiarazioni del presidente azero Ilham Aliyev, secondo il quale «l’Armenia rappresenta una minaccia fascista che dev’essere annientata»: per il Paese guidato da Pashinyan, parole che suonano come il preludio a una riacutizzazione dello scontro.

Eppure, proprio gli screzi con Baku hanno in un certo senso permesso all’Armenia di sganciarsi dal giogo della Russia, sia pur bruscamente: nell’autunno del 2023, l’esercito di Mosca fallì nel tentativo di difendere l’autoproclamata repubblica di Artsakh, un feudo abitato dalla popolazione armena minacciato dalle truppe di Baku. Persa quell’enclave strategica nel Nagorno-Karabakh, di tutta risposta l’Armenia fuoriuscì dall’alleanza militare che la teneva legata proprio alla Russia.

Via da Mosca, direzione Bruxelles?

Quel gesto, effettuato in aperta polemica col Cremlino, ha dato inizio a un percorso di allontanamento dalla Russia e, contestualmente, ha finito per intensificare proprio il dialogo con l’Europa: visite ufficiali, scambi istituzionali e alcuni piccoli tentativi di riforma a livello normativo, tutti elementi che possono rappresentare oggi un fattore chiave per l’adesione alla famiglia europea.

Presto o tardi, la speranza dalle parti di Bruxelles è che il piccolo Stato caucasico non faccia la fine della vicina Georgia, dilaniata da forti scontri sociali e, per il momento, costretta a mettere da parte gli scenari europei per perseguire il sogno del partito di governo, quel “Sogno Georgiano” che intende continuare a tenere Tbilisi nell’orbita del Cremlino.

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Armenia-UE: leader discutono i piani di adesione (Corrierepl 14.01.25)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha telefonato al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, per discutere i piani di adesione all’UE, quattro giorni dopo che il suo governo aveva annunciato l’intenzione di chiedere l’adesione dell’Armenia all’Unione europea. Pashinian ha elogiato i legami sempre più profondi dell’Armenia con l’UE e ha informato Costa sullo stato attuale del processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. L’invio di osservatori civili in Armenia e l’aumento dei contatti diplomatici sono attività con cui l’UE intende rafforzare il suo status di facilitatore neutrale che contraddice il predominio storico su quest’area concesso alla Russia. L’Armenia spera che il suo coinvolgimento rafforzerà gli impegni di sicurezza, spingendo ulteriormente la democratizzazione. Tuttavia, l’UE si sta confrontando con notevoli difficoltà nell’istituire un’unica politica estera comune per il conflitto. Gli Stati membri hanno atteggiamenti diversi nei confronti dell’Azerbaijan, in particolare perché l’Azerbaijan è un partner energetico per l’Europa.

Armenia-UE: leader discutono i piani di adesione

Pertanto il conflitto tra Armenia e Azerbaigian è uno degli aspetti più salienti delle relazioni dell’UE, con la prima che opera in questo complesso ambiente geopolitico. È solo di recente che il ruolo dell’UE nel processo di pacificazione tra i due è aumentato, soprattutto da quando l’offensiva militare dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh ha costretto più di 100.000 armeni ad andarsene. Tradizionalmente, l’UE ha mantenuto un eclettismo, rivolgendosi a entrambe le parti e rimandando in gran parte la mediazione al Gruppo di Minsk dell’OSCE. La spinta all’adesione, sostenuta da gruppi filo-occidentali, segue una petizione che ha raccolto, l’anno scorso, 60.000 firme a sostegno di un referendum sull’adesione all’UE. Pashinyan ha affermato che tale referendum  dovrebbe tenersi solo dopo che Yerevan e l’UE avranno elaborato una “roadmap” per l’adesione dell’Armenia al blocco. Nessuno Stato membro dell’UE ha finora espresso sostegno a tale prospettiva. L’iniziativa ha scatenato tensioni con la Russia, tradizionale alleato dell’Armenia, che ha messo in guardia dalle conseguenze economiche qualora l’Armenia cercasse di entrare a far parte dell’UE. Tuttavia, il ministro dell’Economia armeno ha chiarito, il 13 gennaio, che il governo non ha piani immediati di ritirarsi dall’Unione economica eurasiatica (UEE) guidata dalla Russia, nonostante i recenti passi avanti verso legami più stretti con l’UE. La Russia ha rappresentato oltre il 41% del commercio estero dell’Armenia nei primi 11 mesi del 2024, mentre il commercio con i paesi dell’UE è sceso del 14% al 7,5% del commercio totale. L’Armenia continua a fare affidamento sul gas naturale russo, acquistato a una frazione dei prezzi di mercato dell’UE, sottolineando la profondità dei suoi legami economici con Mosca.

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AZERBAIJAN VS ARMENIA/ Aliyev inventa i fascisti a Yerevan per attaccare: punta al corridoio di Zangezur (Il Sussidiario 14.01.25)

Adesso sarebbe addirittura diventata uno Stato fascista. Così ha definito l’Armenia il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, dopo che in passato ne aveva persino disconosciuto l’esistenza, sostenendo che in realtà si tratta di Azerbaijan occidentale. Di fronte a dichiarazioni del genere, e al fatto che i negoziati fra i due Paesi sui confini non finiscono mai, anche il Pentagono (secondo quanto riportato da Army Times) ipotizza una possibile guerra, voluta dagli azeri, tra il 2025 e il 2026. La piccola Armenia, racconta Pietro Kuciukianattivista e saggista italiano di origine armena, console onorario dell’Armenia in Italia, anche per questo sta cercando sostegno militare accordandosi con altri Paesi, muovendosi pure in direzione dell’Unione Europea. Il presidente Nikol Pashinyan sta sforzandosi di risolvere tutto in via diplomatica in un’area che, per diversi motivi, interessa a molti Paesi stranieri, dell’area (Russia, Iran, Turchia) e non (USA e Cina). Ma deve fare i conti con un mondo in cui il ricorso alla forza sembra sempre più considerato. E un Azerbaijan che, grazie alla produzione e alla commercializzazione del gas, riesce a tenere in scacco diversi Paesi che non possono fare a meno della sua energia.

Il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, dice che “l’Armenia è essenzialmente uno Stato fascista e il fascismo deve essere distrutto. Sarà distrutto dalla leadership armena o da noi. Non abbiamo altra scelta”. E gli analisti del Pentagono prevedono un’operazione militare nel 2025-2026. Il rischio di un conflitto è sempre più alto?

Questo è un momento disgraziato. A livello mondiale ormai, al posto della politica, si preferisce l’uso della forza. Lo vediamo in Ucraina come in ambito mediorientale: anche l’Armenia è sotto attacco. La diplomazia non è più in auge come metodo per risolvere le controversie, basta vedere cosa sta dicendo Trump su Canada, Groenlandia e Panama. E queste esternazioni sull’uso della forza riguardano anche l’ambito Armenia-Azerbaijan.

In un contesto del genere, Aliyev, a oltre un anno dall’attacco in Nagorno Karabakh, si sente autorizzato a giustificare una guerra contro Yerevan?

Sicuramente è invogliato a prendere in considerazione questa opportunità. Finora non l’ha fatto anche perché, secondo me, la Turchia lo sta frenando un po’: Ankara ha interessi più globali. Però può darsi benissimo che gli azeri scatenino lo stesso un conflitto, anche se forse in questo momento neanche Aliyev lo sa.

Il presidente azero, tuttavia, ha alzato i toni contro l’Armenia. Rimane comunque un segnale preoccupante?

Non aveva mai detto che l’Armenia è uno Stato fascista, ma ormai tacciare di fascista l’avversario è di moda. Gli armeni, in realtà, non possono essere accusati di questo in nessun modo: cercano di mettersi d’accordo con tutto il mondo, con l’Europa, con la Russia, con l’America, vogliono mantenere buoni rapporti con tutti. Il fascismo in questo atteggiamento non ce lo vedo proprio.

Ma se Baku, Dio non voglia, prendesse veramente in considerazione l’idea di un conflitto, chi potrebbe incoraggiare gli azeri e chi invece frenarli?

Credo che ci siano poche possibilità che la Russia possa fare qualcosa. L’Armenia, però, si sta preoccupando della sua difesa e sta stringendo alleanze militari con Francia, Grecia e India. L’unica interferenza positiva che vedo possibile, tuttavia, potrebbe essere quella dell’Iran, che è molto interessato a conservare la situazione così com’è e quindi ad avere buoni rapporti anche con gli armeni, come è sempre successo. Fin dall’inizio, fin da quando si è disintegrata l’Unione Sovietica, l’unico aiuto dall’estero è venuto da Teheran. L’Iran, tuttavia, ha problemi con Israele che, tra l’altro, ha una base proprio in Azerbaijan, un elemento che rende ancora più complicata la situazione.

Paradossalmente, quindi, questa volta la Turchia potrebbe avere interesse a frenare un’operazione militare contro l’Armenia?

L’Armenia è così piccola che potrebbe essere conquistata non in una ma in mezza giornata: abbiamo visto cos’è successo al Nagorno Karabakh. La Turchia potrebbe non essere così interessata. Ciò che le converrebbe, invece, è avere un passaggio dal Nakhicevan (regione autonoma azera che non confina con il resto del territorio nazionale, nda) all’Azerbaijan, attraverso il famoso corridoio di Zangezur, che poi è un’invenzione degli azeri.

Un corridoio che interessa a molti.

L’esercito russo in quella zona controllava il confine fra Iran e Armenia, ma adesso si è ritirato in seguito a un accordo siglato dal presidente armeno Pashinyan. I russi si sono ritirati anche dall’aeroporto di Zvartnots, ma non ancora dal confine tra la Turchia e l’Armenia. La zona a sud del Zangezur è una zona cruciale per le due grandi vie di comunicazione Sud-Nord ed Est-Ovest. Alla prima è interessata anche la Cina e con lei l’Iran; al collegamento Ovest-Est, invece, è interessata la Turchia e, in un certo senso, l’America, perché potrebbe arrivare, se Ankara resta alleata, fino in Cina. Gli USA, tra l’altro, hanno rapporti con l’Armenia dal punto di vista militare.

In questo contesto, come si colloca l’iniziativa di Pashinyan di approvare un disegno di legge che traccia la strada per l’adesione all’Unione Europea?

Pashinyan ci sta andando con i piedi di piombo, anche perché la Russia, ogni volta che si sente parlare di Europa, ovviamente si irrigidisce. Finora l’Armenia è riuscita a mantenere la situazione in equilibrio, cosa per niente facile: abbiamo visto come sta andando a finire in Georgia. Non credo che si arrivi a quei livelli, Pashinyan è molto più avveduto, diplomaticamente più maturo. Siamo comunque in una situazione che potrebbe evolversi in maniera rapida, rapidissima, per cui quello che si dice oggi domani non vale.

Armenia e Azerbaijan, però, sono da tempo impegnate in trattative per i confini. Non c’è la possibilità che si raggiunga un accordo?

Sono negoziati che alla fine si prolungano sempre: non si arriva mai al dunque. Quando si giunge al momento di concludere, l’Azerbaijan esibisce nuove richieste. Hanno messo a posto in parte i confini, ma non tutto. Da parte azera ci sono continue provocazioni, probabilmente vorrebbero che gli armeni reagissero, che decidessero di adottare una linea più dura, così potrebbero attaccarli. Ma Yerevan cerca di superare le difficoltà diplomaticamente. Fino a che ci riesce.

(Paolo Rossetti)

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“Amerikatsi”, il film di Michael A. Goorjian al cinema (L’Opinionista 13.01.25)

Dal 16 gennaio nelle sale cinematografiche una favola di resistenza, speranza e amore dell’Armenia Sovietica stanliniana

amerikatsiIl film “Amerikatsi” di Michael A. Goorjian arriverà nelle sale italiane dal 16 gennaio grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione, con il supporto di Dna srl. Scritto, diretto e interpretato dal cineasta americano di origine armene Michael A. Goorjian, il film è stato designato dall’Armenia per la corsa al Premio Oscar® 2024 come Miglior Film Internazionale, rientrando nella short list finale.

Protagonista Charlie, scampato al genocidio Armeno fuggendo negli Stati Uniti quando era ragazzo. Nel 1948 torna in Armenia, dove viene accolto dalla dura realtà del comunismo sovietico stalinista e finisce rocambolescamente in prigione.

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Ma nella sua cella c’è una finestra, da cui può osservare l’appartamento di fronte e scoprire così la ricchezza e vivacità della vita e della cultura armena, facendosi coinvolgere dalle storie che si avvicendano – comiche, romantiche, drammatiche – come se guardasse una serie tv su uno schermo. Il regista Michael A. Goorjian interpreta e realizza una favola di resistenza, speranza e amore nell’Armenia sovietica staliniana, attraverso un film che evoca in premessa uno dei più efferati delitti della Storia, il genocidio armeno, di cui elabora il lutto con grazia, umorismo e sentimento in una “romcom” commovente e coinvolgente.

“Di solito i film sull’Armenia si concentrano su quell’evento cruciale che è stato il Genocidio, ma in realtà è limitante raccontare la cultura e la vita di un paese intero limitandosi a quel capitolo tragico” – ha dichiarato il cineasta Michael A. Goorjian – “Musica, cibo, passione, generosità, amore per la vita: Amerikatsi celebra tutto questo e racconta al mondo aspetti e sfaccettature dell’Armenia, che sin dalla mia giovinezza avevo desiderio di scoprire e riconnettermi. Il sogno di Charlie di tornare nel suo paese natio non riflette soltanto il sogno di molti che hanno fatto parte della diaspora armena, ma rappresenta il sogno di milioni di persone nel mondo che hanno un legame forte e ancestrale con il loro paese nativo. Molti di noi sogniamo di riconnetterci con il nostro paese. Ma, come per Charlie, la realtà non sempre è come l’abbiamo immaginata”.

SINOSSI

Nel 1948 un americano di origine armena rimpatria in Armenia e finisce rocambolescamente in una prigione sovietica. Ma nella sua cella c’è una finestra… Da lì può osservare l’appartamento di fronte e, attraverso le scene di vita quotidiana che si svolgono al suo interno, scoprire la ricchezza e vivacità della vita e della cultura armena. Una favola di speranza dall’ Armenia, un film che evoca in premessa uno dei più efferati delitti della Storia, il genocidio armeno, di cui elabora il lutto con grazia, umorismo e sentimento, in una “romcom” assolutamente commovente e coinvolgente.

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Alessandro Ferranti nuovo ambasciatore d’Italia in Armenia (Aise 13.01.25)

ROMA\ aise\ – “Assumo con orgoglio la guida dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan. Italia e Armenia sono due Paesi legati da storica amicizia e un comune retaggio di civiltà millenarie. Lavorerò con determinazione e impegno per rafforzare le relazioni bilaterali e promuovere nuovi canali di cooperazione in ogni campo”. Con queste parole, Alessandro Ferranti ha commentato la sua nuova nomina a nuovo Ambasciatore d’Italia in Armenia.
Dopo le lauree alla “Luiss” di Roma, in scienze politiche, e poi in scienze della sicurezza interna ed esterna all’Università di Tor Vergata, Ferranti ha intrapreso la carriera diplomatica con il ruolo di segretario di legazione presso la Segreteria particolare del Sottosegretario di Stato, nel 2001, per poi passare nel 2004 alla Direzione Generale Paesi Europa. In seguito, si è trasferito in Messico, dove diventa, sempre nel 2004, secondo segretario commerciale a Città del Messico. Ruolo in cui è stato poi confermato con funzioni di Primo segretario commerciale. Dopo 4 anni si trasferisce in Guatemala come primo segretario commerciale. Diventa poi, sempre in Guatemala, consigliere di legazione nel 2011 e poi consigliere commerciale.
Nel 2012 si sposta alla Segreteria particolare del Sottosegretario di Stato e l’anno seguente viene confermato alla Segreteria del Vice Ministro, Sottosegretario di Stato. Confermato, per cambiamento di Governo, alla Segreteria del Vice Ministro.
Nel 2013 diventa Console Generale a Casablanca, mentre 4 anni dopo viene nominato consigliere ad Atene, nel 2017 e poi confermato ad Atene con funzioni di Primo consigliere.
Ultimi incarichi prima di trasferirsi a Jerevan e assumere il ruolo di Ambasciatore in Armenia, alla Direzione Generale per le Risorse e l’Innovazione, nel 2021, dove diventa Capo Ufficio VI della stessa Direzione Generale e poi Capo dell’Unità per il personale a contratto della Direzione Generale Risorse e Innovazione, il 1° gennaio 2024. (aise)

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Arslan racconta il genocidio armeno. La nuova edizione del suo romanzo (Il Resto del Carlino 12.01.25)

a scrittrice e autrice Antonia Arslan, insignita nel 2021 della cittadinanza onoraria, torna a Ferrara per presentare la ripubblicazione del suo romanzo ‘La masseria delle allodole’ (nuova edizione Bur – Rizzoli). La presentazione della ripubblicazione del libro si terrà giovedì alle 17.30 nella sala Arnoldo Foà al Ridotto del teatro Comunale. All’incontro col pubblico, insieme ad Antonia Arslan, ci sarà l’assessore alla Cultura Marco Gulinelli. Modera l’incontro Cristiano Bendin, caposervizio del Resto del Carlino di Ferrara.

“Ferrara si conferma ancora una volta città della cultura e della memoria, accogliendo con orgoglio Antonia Arslan, scrittrice e saggista italiana di origine armena amata e apprezzata a livello internazionale. Con i suoi scritti e la sua testimonianza, ha dato voce a una realtà che rischiava di essere dimenticata. La ristampa di ‘La masseria delle allodole’, infatti, non è solo un omaggio alla sua straordinaria e commovente opera, dedicata alla memoria del genocidio armeno, ma è anche un importante momento di riflessione sui valori di giustizia e riconciliazione. Invito tutti i cittadini a partecipare a questo evento”, sottolinea il sindaco Alan Fabbri.

“Quattro anni fa il sindaco, a nome della città, le aveva conferito la cittadinanza onoraria, giovedì festeggeremo insieme la ristampa e i ventun anni dalla prima edizione di un romanzo essenziale, che rappresenta una pietra miliare della letteratura”, aggiunge l’assessore Gulinelli. “Sono trascorsi 110 anni dalla tragedia che ha sterminato quasi due milioni di armeni da cui si è codificato, insieme alla ferocia nazista, nel diritto internazionale il reato di genocidio. Un’altra ricorrenza, che suona come un monito per il dovere che abbiamo nel non dimenticare mai, è l’uscita dopo vent’anni dalla sua prima pubblicazione del libro di Antonia Arslan ‘La masseria delle allodole’, un romanzo forte e toccante che riesce a trasformare la storia di una famiglia armena in un racconto toccante di sopravvivenza in libro di tragedia, ma anche di speranza. Sarà un’occasione unica per ascoltare direttamente dalla voce della scrittrice il racconto della genesi di questo libro straordinario, che continua a commuovere e ispirare così tanti lettori in tutto il mondo”, conclude Gulinelli. L’ingresso all’incontro di giovedì è libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

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Armenia. Rischio escalation con l’Azerbaijan, tentativi di mediazione della Russia (Notizie Geopolitiche 11.01.25)

di Giuseppe Gagliano –

Nel complesso scacchiere del Caucaso meridionale, Mosca si trova nuovamente al centro di una partita delicata tra Azerbaigian e Armenia. La dichiarazione rilasciata il 9 gennaio dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, evidenzia gli sforzi della Russia per preservare la stabilità nella regione, ma le tensioni crescenti tra i due Paesi indicano che la pace rimane una meta lontana.
Il Caucaso è da sempre una priorità strategica per Mosca, non solo per la vicinanza geografica ma anche per le sue implicazioni geopolitiche ed economiche. “Vogliamo che il Caucaso sperimenti pace, stabilità, prevedibilità e un ambiente di reciproca fiducia e sicurezza”, ha affermato Peskov, ribadendo l’impegno russo a mantenere rapporti solidi con entrambe le capitali, Yerevan e Baku. Tuttavia l’assenza di contatti recenti tra Vladimir Putin e i leader dei due Paesi segnala una fase di stallo diplomatico che potrebbe aggravare le tensioni già esistenti.
Le accuse lanciate dal presidente azero Ilham Aliyev contro l’Armenia e indirettamente contro Mosca dimostrano quanto sia fragile la situazione. Aliyev ha criticato aspramente le riforme militari armene e gli accordi di fornitura di armi tra Yerevan e Parigi, definendo l’Armenia uno “Stato fascista”. D’altra parte il governo armeno, guidato da Nikol Pashinyan, ha denunciato la retorica di Baku come un tentativo di giustificare una nuova escalation militare.
Questa dialettica ostile si colloca in un contesto di tensioni irrisolte: la guerra del Nagorno-Karabakh del 2023 ha lasciato profonde ferite, con circa 100mila armeni costretti a lasciare la regione in seguito all’offensiva azera. ONG e osservatori internazionali hanno parlato di una vera e propria “pulizia etnica,” ma l’Azerbaigian continua a respingere tali accuse, rafforzando la sua posizione nella regione.
Nonostante il suo storico legame con l’Armenia, Mosca si trova in una posizione sempre più scomoda. Il deterioramento delle relazioni con Yerevan, accelerato dall’incapacità russa di impedire l’attacco azero del 2023, ha spinto l’Armenia a guardare verso l’Occidente. La proposta di avviare i negoziati per l’adesione all’Unione Europea è l’ultimo segnale di questo cambio di rotta.
Pashinyan ha sottolineato che un eventuale ingresso nell’UE sarà soggetto a referendum popolare, ma il percorso è tutt’altro che semplice. L’Armenia dipende ancora fortemente dalla Russia, sia economicamente sia militarmente. Peskov ha già ricordato che non è possibile essere membri sia dell’Unione Economica Eurasiatica sia dell’UE, facendo riferimento al lungo e infruttuoso cammino della Turchia verso l’adesione all’Unione.
La complessità del Caucaso richiede soluzioni multilaterali, ma i segnali attuali puntano nella direzione opposta. La crescente dipendenza dell’Azerbaigian dalla forza militare, l’avvicinamento dell’Armenia all’Europa e il calo di influenza della Russia nella regione rischiano di creare un vuoto pericoloso.
La Russia, pur mantenendo truppe di pace nel Nagorno-Karabakh, sembra sempre più incapace di svolgere il ruolo di arbitro imparziale. Nel frattempo potenze come la Francia e l’UE cercano di rafforzare i legami con Yerevan, mentre l’Azerbaigian continua a godere del sostegno di Ankara.
In questo contesto una nuova escalation sembra non essere una questione di “se” ma di “quando.” Mosca, pur ribadendo la sua centralità nel processo di pace, deve confrontarsi con una realtà in cui la sua influenza è in declino. L’equilibrio fragile del Caucaso rischia di crollare, e le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre i confini della regione.

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Il tortuoso cammino dell’Armenia verso l’UE (Osservatorio Balcani e Caucaso 09.01.25)

Negli ultimi venti anni i rapporti tra Armenia e Unione europea sono stati altalenanti. Dall’iniziale adesione alla Politica europea di vicinato, passando attraverso la presa di distanza di Yerevan nei confronti di Bruxelles, per poi tornare negli ultimi tempi all’idea di adesione all’Ue

09/01/2025 –  Marilisa Lorusso

Le relazioni Unione Europea – Armenia sono state inizialmente regolate dall’Accordo di Partenariato e Cooperazione (PCA), firmato nel 1996 e attivo fino al 2021.

Nel 2004 l’Armenia ha aderito alla Politica Europea di Vicinato (ENP), insieme alle altre nazioni del Caucaso meridionale. Nel gennaio 2002, il Parlamento europeo ha riconosciuto la potenziale futura adesione dell’Armenia all’UE grazie al riconoscimento della sua identità europea.

L’Armenia ha aderito al partenariato orientale dell’UE nel 2009 il che ha portato ai negoziati sull’Accordo di associazione (AA) nel 2010.

L’AA prevedeva un capitolo specifico sull’area di libero scambio. È stato istituito quindi un gruppo consultivo dell’UE in Armenia per assistere l’Armenia nelle riforme necessarie.

Alla fine del 2013, entrambe le parti erano vicine alla finalizzazione dell’AA. Inaspettatamente per la controparte, l’Armenia ha cambiato posizione nel settembre 2013, annunciando l’intenzione di aderire all’Unione economica eurasiatica.

La mossa dell’allora presidente Serzh Sargsyan arrivò all’epoca del tutto inattesa, e sarebbe stata il prodromo di un analogo colpo di scena in Ucraina, che avrebbe avuto conseguenze ben più drammatiche per il governo Yanukovich.

Caduta l’ipotesi dell’AA, nel 2017, l’Armenia e l’UE hanno formalizzato un nuovo accordo per rafforzare i legami politici ed economici, l’accordo di partenariato globale e rafforzato (CEPA). Firmato il 24 novembre 2017 dall’Armenia e da tutti gli Stati membri dell’UE, il CEPA mirava ad ampliare le relazioni UE-Armenia, sebbene non si trattasse di un accordo di associazione completo.

La rivoluzione di velluto e la guerra

Dopo la rivoluzione armena del 2018, Nikol Pashinyan ha sottolineato la necessità per l’Armenia di relazioni equilibrate sia con l’UE che con la Russia. Sebbene Pashinyan abbia espresso l’intenzione di rafforzare i legami con l’UE e di chiedere l’accesso Schengen senza visto per gli armeni, ha scelto di mantenere l’adesione dell’Armenia all’Unione economica eurasiatica.

L’esito della guerra per il Nagorno Karabakh nel 2020 e nel 2023 avrebbe portato Yerevan a cercare un avvicinamento ancora più significativo all’Unione Europea, mentre la fiducia la Russia, vista come tradizionale protettore dell’Armena sullo scacchiere caucasico si andava sgretolando.

Nell’ottobre 2022, Pashinyan ha partecipato al vertice inaugurale della Comunità politica europea, in cui l’Armenia ha accettato di ospitare una missione di monitoraggio temporanea guidata dall’UE (EUMCAP) lungo il confine con l’Azerbaijan.

La missione si è conclusa nel dicembre 2022, sostituita da una squadra di assistenza alla pianificazione dell’UE e successivamente dalla missione dell’Unione europea in Armenia (EUMA), autorizzata nel gennaio 2023.

L’EUMA, con un mandato di due anni, si concentra sul rafforzamento della stabilità lungo il confine armeno, favorendo fiducia e gli sforzi di normalizzazione tra Armenia e Azerbaijan.

Il partenariato Armenia-UE ha continuato ad approfondirsi all’inizio del 2023 attraverso il primo dialogo politico ad alto livello tra Armenia e UE, che ha affrontato la sicurezza regionale e lo spiegamento della missione.

Al vertice della Comunità politica europea dell’ottobre 2023, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha condannato le azioni dell’Azerbaijan nel Nagorno Karabakh, riaffermando il sostegno dell’UE alla sovranità dell’Armenia. La von der Leyen ha sottolineato i valori condivisi tra Armenia e UE e l’impegno per un ordine basato su regole, promettendo ulteriore cooperazione.

Il premier armeno Pashinyan si è rivolto al Parlamento europeo nell’ottobre 2023, esprimendo l’apertura dell’Armenia a legami più stretti con l’UE. Nel novembre 2023, una delegazione di alto livello dell’UE, tra cuimembri dello European External Action Service, della Commissione, della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, della Banca europea per gli investimenti e Frontex, ha visitato l’Armenia.

Questa delegazione mirava a esplorare come rafforzare la cooperazione Armenia-UE, compreso il sostegno alle forze armate armene per motivi non letali.

Il 2024

All’inizio del 2024, Pashinyan ha annunciato che l’Armenia avrebbe esplorato l’ipotesi di adesione all’UE, specificando la scadenza per l’autunno 2024 per valutare il livello di consenso nazionale rispetto a questo tema.

Questa accelerata riflette il crescente allineamento dell’Armenia con l’Occidente in un contesto di deterioramento delle relazioni con la Russia.

In un incontro di importanza storica, ad alto livello a Bruxelles il 5 aprile 2024, Pashinyan si è confrontato con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il capo della politica estera dell’UE Josep Borrell e il segretario di Stato americano Antony Blinken per discutere del futuro strategico dell’Armenia, sottolineando una decisa e nuova vocazione della nazione verso l’Europa e verso legami transatlantici.

Lo stesso giorno, l’Armenia ha firmato un accordo di cooperazione con Eurojust, consolidando ulteriormente i legami legali e politici con le istituzioni dell’UE.

Al vertice sulla democrazia di Copenaghen del 2024, Pashinyan interrogato, ha dichiarato che per lui l’Armenia sarebbe potuta entrare nell’Unione Europea lo stesso anno.

La Piattaforma Unita delle Forze Democratiche, una coalizione di gruppi armeni filo-europei, ha espresso sostegno alla spinta europeista. Questa coalizione ha proposto un referendum sulla candidatura all’UE.

Il 21 giugno 2024, la Piattaforma Unita delle Forze Democratiche ha tenuto un’udienza presso l’Assemblea nazionale armena per rafforzare il sostegno a una candidatura formale all’UE.

A settembre 2024 la Commissione Elettorale Centrale ha autorizzato la Piattaforma Unita delle Forze Democratiche a raccogliere le firme per la proposta referendaria. Il gruppo ha raccolto le necessarie 50mila firme entro il 14 novembre 2024, e la mozione passa quindi all’Assemblea nazionale, aprendo potenzialmente la strada all’applicazione formale dell’Armenia all’UE.

Il 2024 è stato anche anno di numerose visite. Si sono recati a Yerevan Stefano Tomat, a capo delle operazioni civili dell’UE e direttore generale della capacità civile di pianificazione e operazioni, Adrienn Kiraly, della direzione generale dell’UE per i negoziati di vicinato e allargamento (DG NEAR), Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo della Commissione europea / Commissario europeo per il commercio, Michael Siebert, direttore generale del SEAE per la Russia, il partenariato orientale, l’Asia centrale, la cooperazione regionale e l’OSCE, Margarítis Schinás, Vice-presidente della Commissione.

Questa serie di incontri riflette il cambiamento politico dell’Armenia verso l’integrazione europea e dimostra un forte impegno pubblico e governativo nel rafforzare i legami con l’Europa in risposta alle sfide di sicurezza regionale e ai cambiamenti politici.

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L’Armenia vuole entrare nell’Unione europea (e allontanarsi dalla Russia) (Europatoday 09.01.25)

L’Armenia pensa di avviare i colloqui con Bruxelles per lanciare la candidatura all’UE (EURACTIV 10.01.25)

A Pordenone si parla di migrazioni e confini con Antonia Arslan (Messaggero Veneto 07.01.25)

Con opere come “La masseria delle allodole” Antonia Arslan ha dato voce alle radici della sua famiglia e alla tragedia dimenticata di un popolo, trasformando la storia in narrazione potente e universale. Scrittrice, saggista e accademica italiana di origine armena, nota per il suo impegno nella memoria storica del genocidio armeno, custode di una memoria che riporta alla luce verità nascoste, Arslan sarà protagonista mercoledì 8 e giovedì 9 a Pordenone della rassegna “Viaggiare” organizzata dall’associazione Aladura.

Insieme a Rodolfo Casadei, giornalista, scrittore, autore di reportage da vari luoghi del mondo, soprattutto in Africa e Medioriente, interverrà al consueto doppio incontro che la formula della rassegna prevede: domani, alle 20.30 sarà aperto a tutti, nell’auditorium Vendramini; giovedì alle 9 si terrà nel teatro Verdi, dove sono attesi 800 studenti delle scuole pordenonesi.

Arslan e Casadei parleranno di “Migrazioni e nuovi confini in Europa”, analizzando un fenomeno le cui dimensioni internazionali sono notevoli, ma la nostra conoscenza in proposito è invece decisamente appannata. «Paradossalmente – afferma Stefano Bortolus, fondatore e presidente di Aladura – conosciamo meglio i flussi di beni e merci che traversano i confini dei Paesi delle entità statuali del mondo rispetto alla numerosità e alle caratteristiche degli esseri umani che varcano gli stessi confini. Eppure, l’intera storia dell’umanità è storia di migrazioni. Sin dall’antichità interi popoli e singoli individui hanno lasciato i propri luoghi di nascita per disparati motivi alla ricerca, talvolta pacifica talvolta violenta, di nuove terre, risorse e opportunità. Nel corso dei secoli – prosegue – le politiche hanno profondamente influenzato la natura delle migrazioni, condizionando le regole di entrata e di uscita dagli Stati in un sistema che, oggi, accentua il conflitto tra gli interessi dei Paesi di partenza, di arrivo e dei migranti stessi».

Nel contesto attuale di guerre e di crisi, come vengono gestite le migrazioni verso l’Europa? Che cosa accade ai migranti e rifugiati che non arrivano nei Paesi nei quali erano diretti, ma non muoiono durante il viaggio e neppure fanno rientro nei Paesi di origine? Antonia Arslane Rodolfo Casadei approfondiranno questi temi tanto delicati quanto di straordinaria attualità.

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Intervista a Bruno Scapini L’esperienza di vita del diplomatico nelle sue opere di fantapolitica (Meer.it 05.01.25)

Oggi ci occuperemo dell’opera originale di S.E. Bruno Scapini, Diplomatico, per anni Ambasciatore dell’Italia in Armenia, che dopo quarant’anni di carriera ha iniziato il suo percorso di scrittore nel 2018, col romanzo Operazione AKHTAMAR sul genocidio armeno (Albatros, Il Filo).

Avendo scoperto la sua cifra stilistica in questo genere che lui stesso definisce “fantapolitico”, ‒ che rappresenta un modo per denunciare molti problemi irrisolti del mondo contemporaneo e delle guerre che stanno distruggendo il pianeta e una parte dell’umanità ‒ ha proseguito con altri quattro romanzi, tutti pubblicati da Calibano Editore, ossia nel 2021 ARTSAKH – Confessioni sulla linea di contatto, incentrato sul conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaijan e, sempre nel 2021, SOMNIUM – Urla dall’Universo, il cui tema scottante è quello della militarizzazione dello spazio, nonché, proprio alla fine del 2021, la sua quarta opera Arktikos. La scacchiera di ghiaccio, sul tema attualissimo dell’imminente fusione dei ghiacci artici. Infine, l’ultimo libro, nel 2023, è L’anomalia della terra promessa, sul tema oggi più discusso di tutti di una soluzione della questione palestinese e della realizzazione del sogno biblico della Grande Israele.

La novità di queste opere di “Fantapolitica” consiste nel trasporre le conoscenze storico-politiche maturate in una esistenza dedicata alla Diplomazia, in situazioni realistiche, che raccontano vicende possibili ma costruite mediante “l’invenzione”, una sorta di missione del nostro ex-Ambasciatore che mira a scavare nella complessità dei fili intessuti dagli attori in campo, per raccontare la verità di ogni possibile interlocutore, svelando anche numerosi misteri racchiusi nelle vicende narrate, mai rivelati dall’informazione al grande pubblico…

Lei ha ricoperto per quattro anni l’incarico di Ambasciatore Italiano in Armenia: cosa lo ha affascinato del popolo armeno?

L’Armenia è il Paese che più mi ha affascinato in tutto l’arco della mia carriera. L’aspetto che mi ha fin da subito colpito è la forte prossimità di questo popolo ai modi di sentire italiani. In fondo c’è una grande cultura e una grande storia che accomuna i due paesi. Fondamentalmente cristiani fin dai tempi più antichi, armeni e italiani condividono in fondo la stessa visione del mondo interpretandolo con gli stessi canoni. Molto simili sono le tradizioni familiari, il gusto per la bellezza, i valori spirituali e le attitudini all’arte. Solo un esempio: grande è l’inclinazione degli armeni per l’arte lirica, quella del “bel canto”, che è del resto una tipica espressione della cultura musicale italiana. Ecco, queste sono le ragioni che mi inducono ad apprezzare il popolo armeno.

Il fatto che l’Armenia sia stato il primo paese ad adottare il cristianesimo, ha influito nelle relazioni con i paesi confinanti?

Sì, l’Armenia ha adottato la religione cristiana fin dai tempi più lontani, anticipando addirittura l’imperatore Costantino di un decennio all’incirca. E questo è probabilmente il fattore principale che ha inciso nel corso della storia sulla formazione di una comune spiritualità con l’Italia determinando quelle affinità elettive che ancora oggi riscontriamo tra i due paesi. Ma il fatto di essere un paese cristiano ha indubbiamente inciso, ma negativamente, sul tipo di relazioni intrattenute con i vicini di casa.

La diversa connotazione religiosa di costoro, di credo musulmano, ha, infatti, determinato un netto divario in termini di sensibilità e di interessi con loro. Oggi l’Armenia, contrariamente al passato, quando era un regno lambito da più mari (dal Mar Nero, dal Mar Caspio e dal Mediterraneo) è diventata un piccolo fazzoletto di terra incuneato nel Caucaso meridionale, ed è, suo malgrado, circondato da paesi islamici particolarmente aggressivi, come la Turchia e l’Azerbaijan, che ne minacciano l’integrità territoriale.

Un elemento, questo, che implica una seria vulnerabilità di cui il paese deve tener conto obbligatoriamente nel gestire al meglio la sua politica estera.

Nel suo primo romanzo Operazione Akhtamar, il titolo fa riferimento a una antica leggenda armena, che cosa racconta la leggenda?

Con il romanzo intitolato Operazione Akhtamar, ho voluto denunciare il grande dramma del popolo armeno che si presenta tutt’oggi come una questione irrisolta: quello del Genocidio del 1915. Dico trattarsi di questione irrisolta in quanto quel genocidio, il primo del XX secolo, non ha ancora ottenuto il riconoscimento, che invece ad esso spetterebbe, dal paese autore dell’eccidio: la Turchia. Ma non solo da questo. Altri stati ancora si rifiutano di riconoscerlo, e non per dubbi sulla sua esistenza, bensì per un deprecabile fine politico: quello di non urtare la suscettibilità della Turchia, paese membro della NATO e, pertanto, prossimo agli interessi strategici dell’Occidente nell’area.

Ebbene, io ho inteso denunciare con questo romanzo la questione; e l’ho fatto attraverso una trama di fantasia, ma inserita in un contesto storico, politico e geografico intessuto di riferimenti veri e reali. Il nome Akhtamar deriva da una antica leggenda armena in cui si narra dell’amore di un pastorello per la figlia del sacerdote che abitava sull’isola del lago di Van, nella Turchia orientale, e che si chiamava per l’appunto Tamar. Una storia triste, devo aggiungere, in quanto il pastorello miseramente annega la notte in cui la torcia, che la ragazza metteva in vista per far orientare il suo amato nella traversata del lago, a causa del vento si spegne.

Perché possiamo parlare di “Genocidio” armeno?

Secondo i turchi gli eccidi commessi nel 1915, e che hanno visto la morte di ben oltre 1.800.000 civili armeni, non sarebbero stati programmati come sterminio di un popolo, bensì sarebbero la conseguenza di turbolenti eventi politici interni all’impero Ottomano al tempo incontrollabili. Una tesi ovviamente che non regge né sul piano politico, né su quello storico-documentale. Troppe sono le prove, infatti, che portano a concludere come si sia trattato di una eliminazione fisica di un popolo perseguita volontariamente dal governo ottomano alla cui azione non erano estranei elementi curdi e cripto-ebraici appositamente convinti dalle autorità per l’esecuzione dell’eccidio.

Il suo secondo libro ARTSAKH – Confessioni sulla linea di contatto, denuncia un’altra questione irrisolta, quale?

In questo romanzo ho voluto concentrare la narrazione su un aspetto sì particolare, ma che si è rivelato determinante nel plasmare la storia dell’Armenia moderna, anzi proprio quella dei nostri giorni, direi. In quest’opera, infatti, tratto la questione dell’indipendenza degli armeni del Nagorno Karabagh (Artsakh in lingua armena), una regione di insediamento storico di questo popolo che varie vicissitudini politiche al tempo di Stalin lo hanno visto indebitamente trasferito – sebbene in regime di autonomia – nel perimetro della sovranità dell’Azerbaijan.

Tuttavia, con il dissolvimento dell’URSS una apposita legge del soviet supremo prevedeva la possibilità non solo per le Repubbliche sovietiche, ma anche per le loro entità autonome interne di dichiarare la propria indipendenza. Questo era il caso del Nagorno Karabagh. Ma la sua scelta in virtù del principio dell’autodeterminazione non è stata riconosciuta da Baku che ha avviato un processo di repressione causa di una prima guerra finita in favore dell’Armenia nel 1994, ma che oggi, dopo le guerre del 2020 e del 2023, per attacco dell’Azerbaijan, ha portato alla impietosa sconfitta di Yerevan.

La questione è del resto della massima importanza per l’Armenia in quanto trattasi di una vera causa storica nazionale che purtroppo resta, alla luce degli ultimi eventi bellici, ancora irrisolta. Anche in questo romanzo la trama è naturalmente di fantasia, ma prende spunto da crimini commessi dagli azeri a danno di civili armeni inermi che per la solita relatività della giustizia sono rimasti tuttora impuniti. Una circostanza che ho voluto porre con forte enfasi e convinzione al centro della trama.

Un altro dei suoi temi prediletti è quello trattato nel suo romanzo SOMNIUM – Urla dall’Universo, in che cosa consiste?

Nel romanzo Somnium. Urla dall’Universo il tema è la militarizzazione dello spazio. Non è una fantasia ipotizzare in un futuro neanche troppo lontano che qualche superpotenza pensi di utilizzare il cosmo per fini strategici e geopolitici. Negli ultimi anni il progresso della scienza ha dato l’abbrivio al concepimento di armi sempre più sofisticate, prevedendo così tecnologie estremamente avanzate e più letali; il che induce a ritenere che armi spaziali possano prima o poi affermarsi, soprattutto se le attuali tensioni internazionali dovessero continuare ad acutizzarsi nel prossimo futuro.

Si è immedesimato nel giovane astrofisico Timothy Sanders protagonista della vicenda?

Non lo nascondo. Ebbene sì. Lo confesso. Mi sono visto nel ruolo di Timothy Sanders quando scrivevo il romanzo. Del resto l’astrofisica è sempre stata la mia grande passione. E anche se all’Università ho abbandonato quel corso di studi (per motivi legati alla scarsa funzionalità delle mie conoscenze matematiche derivanti dagli studi classici), il desiderio di approfondire le scienze astrofisiche ancora vive in me e mi spinge tuttora ad occuparmi di spazio cosmico. Tornando al romanzo, posso quindi affermare che amo quel personaggio, Sanders, e aggiungo pure che lo invidio. Lo invidio per la sua innata inclinazione allo studio dei grandi misteri dello spazio, per la sua predisposizione matematica e, infine, per il successo raggiunto nel realizzare il suo grande e ambito sogno.

Altro romanzo, Arktikos. La scacchiera di ghiaccio con un altro argomento cruciale, ci spiega perché è così importante?

Il riscaldamento globale è il tema cruciale di questo romanzo. Come vede, nelle mie opere si tratta sempre di situazioni estreme, di fatti fantasticati, ma che potrebbero però trovare una corrispondenza nella realtà. Oggi si parla tanto di clima e dell’aumento della temperatura media del pianeta. Ebbene, al di là della narrativa che da più parti si pone come giustificazione alle tante transizioni che i governi ci vogliono imporre, io dico che il riscaldamento della Terra è un fatto che certamente può risultare vero e reale. Nego per contro che il livello drammatico che si pretende sia da attribuirsi all’antropizzazione eccessiva del pianeta.

I dati scientifici a disposizione, infatti, non confermerebbero questa spiegazione. Vera e inconfutabile invece è la tesi che dal 1850 la Terra sta attraversando una fase di graduale aumento della temperatura essendo venuta a cessare al tempo l’ultima fase di una glaciazione. In ogni caso, se la temperatura andrà ad aumentare è chiaro che l’Artico sarà uno dei primi luoghi in cui si vedranno le conseguenze, e tra queste lo scioglimento graduale del “pack artico”. L’effetto immediato sarà l’apertura dei due noti passaggi di Nord-Est e di Nord-Ovest che consentiranno la navigabilità del Mar Glaciale Artico circumnavigando le masse continentali dell’Asia e del Nord America.

Naturalmente lo scioglimento dei ghiacci ai due Poli, Nord e Sud, non mancherebbe di influire sulle condizioni ambientali di tutto il Pianeta; e ciò per via di effetti feed back che si innescherebbero a catena alterando le condizioni ecologiche originarie.

E perché le due superpotenze di Stati Uniti e Russia si contendono queste acque ghiacciate?

La contesa tra le superpotenze per il dominio dell’Artico è un fatto reale. Non scordiamolo. Abbiamo già moltissimi indicatori che inducono a pensare come lo scioglimento dei ghiacci venga a catturare l’attenzione per il controllo della regione. Non solo vi sarebbero interessi strategici, e anche con finalità militari, ma è sul piano economico che l’Artico libero dai ghiacci acquisterebbe un significativo rilievo: in primo luogo per la navigazione che accorcerebbe a quella latitudine i tempi di viaggio dall’Atlantico al Pacifico, e poi ai fini dello sfruttamento delle immense ricchezze che la regione artica ancora nasconde.

Nell’ultimo libro scritto recentemente, l’L’anomalia della terra promessa, il protagonista Abraham Kenen è un agente della CIA che agisce «segretamente anche per conto delle organizzazioni sioniste», si tratta solo di “Fantapolitica”? Quale anomalia intende denunciare?

Lo Stato di Israele è nato nel 1948, ma le guerre succedutesi nel corso degli anni hanno causato enormi tensioni tra Gerusalemme e i paesi arabi limitrofi; il che ha implicato il ricorso alle attività di “intelligence” da parte della CIA al fine di gestire le situazioni in conformità degli interessi americani e delle lobby sioniste. Ma nel quadro mediorientale la questione più critica che non ha ancora trovato soluzione è proprio quella palestinese.

Un popolo di insediamento storico in Palestina che rischia oggi di essere cacciato dal suo territorio per via di una improvvida politica seguita dal Regno Unito fin dal tempo del colonialismo. Ecco, il romanzo, seguendo ormai un mio tipico cliché, intende denunciare questa anomalia, ovvero la promessa fatta dagli inglesi con la Dichiarazione Balfour del 1917 di creare un “focolare domestico” per gli ebrei. Un luogo identificato poi con la Palestina, ovvero con una terra che loro ancora non apparteneva per essere parte dell’Impero Ottomano.

Tra le “anomalie” suggerite dal titolo dell’opera, mi piacerebbe sapere di più sulla prima anomalia, quella biblica, sulla quale si innestano le anomalie successive.

Leggendo il romanzo ben si comprende come essenzialmente due siano le anomalie della Terra Promessa. La prima anomalia è di natura politica e, come prima precisato, risalirebbe alla Dichiarazione Balfour del 1917. Una promessa fatta dagli inglesi di destinare una terra agli ebrei quando ancora questa terra non era nel loro possesso. Io definirei questa promessa una sorta di vendita allo scoperto che il Regno Unito avrebbe al tempo fatto agli ebrei. Ed è la prima anomalia.

La seconda ha una matrice religiosa che risalirebbe alla Bibbia e più esattamente alla Genesi, quando Dio promette ad Abramo “la più bella di tutte le terre, la terra dove stilla il latte e il miele”, un luogo, questo, che coinciderebbe con la terra di Canaan, la Palestina di oggi. Ma Lei si domanderà ora dove sarà l’anomalia di questa promessa…

Ebbene, Dio promette ad Abramo che dalla sua stirpe nasceranno due grandi nazioni, una da Isacco, l’ebraica, l’altra da Ismaele, l’araba. Orbene i due popoli, sebbene per esegesi della Bibbia, avrebbero dovuto convivere, presumibilmente, in pace, ecco che oggi si trovano invece confrontati da un profondo contrasto. E non è forse questa una anomalia riconducibile proprio alla promessa fatta da Dio? Lascio ad ognuno dei lettori farsi un proprio giudizio sul caso.

Un aspetto interessante nella sua opera è la cura che pone nei dettagli di natura storica e nelle ambientazioni geografiche: perché l’arma segreta, il “cannone laser”, su cui è incentrata la narrazione sarà installata proprio sul Monte Ararat?

Sì, ricorro molto alla geografia nei miei romanzi. È vero. Ma credo sia doveroso per via dello spirito di aderenza alla realtà che anima tutte le mie opere. Mi spiego. Poiché la narrazione, sebbene trasfigurata da una trama di fantasia, rispecchia situazioni, fatti, avvenimenti concreti e reali, anche i riferimenti geografici devono avere un preciso ruolo nello sviluppo della trama.

E per la descrizione dei luoghi mi avvalgo molto spesso proprio della mia personale esperienza, come in Africa per esempio, o in Turchia dove mi sono spinto fino ai confini con l’Iraq e l’Iran in alta montagna e in condizioni assai critiche. Il Monte Ararat fa per l’appunto parte di questo mio bagaglio di esperienze. È una montagna splendida, altissima per via dei suoi 5100 metri, ma dolcissima nei profili che la descrivono.

Perché l’ho scelta? Semplice. Come luogo ideale per piazzare un cannone il cui raggio d’azione avrebbe dovuto essere assai ampio da comprendere i confini dell’Iran, dell’Iraq e della stessa Turchia.

Quali storie si raccontano sull’Arca?

Sulla possibilità che il Monte Ararat nasconda da qualche parte la famosa Arca di Noè vi sono tantissime storie e racconti, perfino anche ai limiti della leggenda.

Varie sarebbero poi le fonti, ma generalmente queste sono o armene, o, se documentate, provenienti da rapporti militari dell’ultima guerra. Si racconta per esempio che qualcuno abbia effettivamente visto un reperto dell’Arca, ma che questo periodicamente scompaia a causa dei ghiacci che in fasi alterne si formano in alcuni profondi canaloni ad alta quota. Si dice anche che qualcuno abbia in passato portato lui stesso un frammento di legno antico sul monte facendo credere che l’avesse trovato.

E poi, vi sono i rapporti dell’aviazione britannica e americana che farebbero stato di un uso militare dell’Ararat da parte dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Si ipotizzerebbe addirittura la costruzione di una base militare poi fatta scomparire.

Certo è che la questione dell’Arca è ancora un mistero. Un enigma che affascina le menti e stimola i cuori a credere di porter effettivamente trovare la risposta al quesito della sua esistenza. Ma a ben guardare, quella sporgenza che talvolta appare e che talvolta scompare sotto i ghiacci dell’Ararat, non è forse anch’essa un’altra anomalia? Una anomalia di cui si serve il protagonista del romanzo, Abraham Kenen, per aprire una crisi di proporzioni bibliche al fine di salvare ancora una volta il popolo prediletto da Dio?

Possiamo parlare di “genocidio” del popolo palestinese, oppure anche in questo caso dobbiamo attenerci a quello che dicono i nostri Governi?

Siamo sinceri! Se, come è vero, l’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso ha fatto molte vittime tra gli israeliani, la reazione di Gerusalemme, per quanto legittima quale forma di rappresaglia finalizzata all’auto-tutela è del tutto sproporzionata per entità di danni causati e per numero delle vittime. La rappresaglia, quella ammessa dal Diritto Internazionale, deve risultare obbligatoriamente proporzionata e commisurata al danno ricevuto. Orbene, mi sembra che l’azione condotta da Gerusalemme abbia largamente superato questi limiti e che sia sconfinata in quella forma di massacro che più propriamente si definisce “genocidio”.

Non avrei dubbi al riguardo, perché l’uccisione, fino ad oggi, di ben oltre 34.000 civili palestinesi non è il risultato di una semplice azione bellica i cui esiti erano difficilmente prevedibili! Al contrario. Il massacro è stato conseguenza di una operazione bellica programmata ed eseguita peraltro in un ristrettissimo lembo di terra per giunta ad alta intensità abitativa. Era tutto prevedibile. Per questo dico che per me è un genocidio. Ma vedremo come sentenzierà in merito la Corte Internazionale di Giustizia alla quale il Governo del Sudafrica si è rivolto citando in giudizio proprio il Governo di Israele.

Che cosa ha deciso di fare nel prossimo futuro?

Se Lei intende riferirsi alla letteratura, penserei forse per il prossimo romanzo ad una trama legata alla traumatica esperienza pandemica vissuta dalle società occidentali con il Covid-19. Ma dovrà essere una trama comunque avvincente, come mio stile, e al contempo un’occasione per denunciare i rischi che certi regimi sanitari implicano per la integrità della persona umana, sul piano corporale certamente, ma anche su quello della sua identità naturale.

Al di là della letteratura mi sono posto, però, anche un obiettivo molto più impegnativo: la politica. Ho deciso, infatti, di mettere la mia esperienza e le mie conoscenze al servizio di una causa ineludibile: cercare di rimettere in asse un corso politico dell’Europa degradatosi nei valori da perseguire. Il mondo in cui viviamo, infatti, è decisamente allo sbando oggi. Non abbiamo più riferimenti valoriali capaci di guidarci, ma anzi abbiamo una classe politica governante che li sta calpestando e distruggendo in nome delle “transizioni”, dall’ecologica alla digitale, dall’ambientale alla energetica. E di queste transizioni, ammettiamolo, non si comprendono i veri traguardi né i veri obiettivi.

E il tutto oltre ogni ragionevole spiegazione. La politica ha perso il suo vero protagonista: l’uomo. Dunque, occorre rimettere l’uomo al centro dell’azione politica e non farne un mero oggetto come sta oggi invece accadendo.

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