Un ’ponte’ con l’Armenia. Tra economia e turismo (La Nazione 06.03.25)

La visita diplomatica ha aperto un dialogo utile a intavolare progetti condivisi. Ripercorsi quei giorni che diedero il via al gemellaggio con la città di Erevan.

La visita dei rappresentanti armeni con l’amministrazione carrarese

La visita dei rappresentanti armeni con l’amministrazione carrarese

Importante delegazione armena in città, in occasione della presentazione del volume “Carrara chiama Erevan” scritto da Marta Tongiani sulla storia dei gemellaggi tra Carrara ed altre città europee, compresa ovviamente la capitale armena. Purtroppo, il nuovo Ambasciatore Vladimir Karapetyan, di cui era prevista la presenza, è stato impedito a partecipare da un improvviso impegno istituzionale.

E ‘ stato più che degnamente sostituito, però, da Marieta Stepanyan, consigliere di Ambasciata, e Hayk Sargsyan, assistente dell’Ambasciatore. Si è tenuta in Comune la presentazione del libro di Marta Tongiani, oggi presidente del Circolo Culturale Vostok, prima dell’Associazione Italia-Urss. L’autrice ha ripercorso la storia dei gemellaggi carraresi e delle ragioni di queste importanti iniziative finalizzate alla cooperazione internazionale e alla pace. Il suo intervento è stato preceduto dai saluti della sindaca Serena Arrighi, dall’assessore alla Cultura, Gea Dazzi e da Vincenzo Genovese, dell’Ups di Massa e Carrara. Riccardo Canesi, ha illustrato con slides molto dettagliate, gli aspetti storico-culturali, geografici e politici dell’Armenia, accennando non solo al genocidio e alla deportazione operati 110 anni fa dai Giovani Turchi ma anche alla recente drammatica espulsione, nel settembre 2023, di 120.000 armeni dal Nagorno Karabakh ad opera degli azeri. Presente anche Alberto Pincione, già sindaco di Carrara.

Tra i presenti anche diversi alunni della scuola del Marmo “Tacca” e dell’Itt “Einaudi”, lo scultore armeno Mikayel Onanjanjan, già premiato alla Biennale di Venezia, e lo scrittore armeno Arthur Alexanian, la presidente dell’Anpi Almarella Binelli, oltre a diverse docenti dello “Zaccagna”. Alla fine della conferenza la delegazione armena si è intrattenuta con la sindaca discutendo di possibili progetti da promuovere insieme, soprattutto in campo culturale. Riguardo alla possibile cooperazione in campo economico, Stepanyan ha avuto un breve colloquio con Gino Angelo Lattanzi, della Cna, che le ha proposto alcune iniziative in campo turistico. Nel primo pomeriggio i due ospiti armeni, accompagnati da Riccardo Canesi, hanno visitato le cave, dai Ponti di Vara fino a Fantiscritti.

Prima di rientrare a Roma, gli ospiti hanno poi fatto visita al monumento, stile khachkar, donato da Erevan a Carrara nel 1967, situato nel Parco “Falcone e Borsellino” a Marina e realizzato in tufo rosso dell’Armenia, dallo scultore Ara Haroutounian e dall’architetto Rafael Israelian.

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Dove mangiare e dormire in Armenia. Un viaggio tra vini millenari, anfore e pani ancestrali (Gamberorosso 05.03.25)

In Armenia sembra davvero di essere trasportati in una macchina del tempo che ci mette davanti a sapori, materie prime e tradizioni ancestrali, legati a una tradizione contadina ancora molto integra

La Bibbia menziona una sorgente nel Giardino dell’Eden che si divide in quattro fiumi principali, tra cui il Tigri e l’Eufrate. Siccome sia il Tigri che l’Eufrate hanno entrambi le loro sorgenti nell’area circostante il monte Ararat, nell’Armenia storica, diversi studiosi della Bibbia e cartografi (come Emmanuel Bowen nella sua Map of the Terrestrial Paradise del 1780) hanno collocato il Paradiso in Armenia. La natura particolarmente fertile del suo territorio se da un lato è stata la sua benedizione, dall’altro è stata la sua condanna: causa di una storia travagliata che continua fino ai giorni nostri. Nonostante le difficoltà, però, il popolo armeno è riuscito a preservare la propria identità culturale e religiosa.

Armenia, food tour al Gum Market

La sua posizione geografica, tra le montagne del Caucaso e le pianure dell’Anatolia, ha plasmato un territorio variegato e ricco di contrasti, dove si alternano vette innevate, profonde gole, laghi cristallini e fertili vallate. Anche la fauna armena è ricca e diversificata, con specie endemiche come la capra bezoar e il muflone del Caucaso. Con oltre 400 vitigni autoctoni, frutto di mutazioni naturali e incroci, l’Armenia vanta un’agricoltura e un patrimonio verde davvero unico. In particolare sul vino sta andando avanti una vera e propria rinascita dell’identità enologica del Paese. Per toccare con mano la generosità di questa terra e l’operosità delle sue genti è sufficiente visitare uno dei suoi mercati, come quello di Gyumri, seconda città dell’Armenia, vicina al confine con la Georgia, o ancor meglio il Gum Market della capitale Yerevan, ovvero i Mercati Centrali Universali.

Frutta secca e formaggi in salamoia o in orci di terracotta

La varietà di frutta secca e il modo particolare di proporla è davvero unica: si spazia dalle pesche essiccate, farcite con noci, cannella, cardamomo e zucchero (alani), alle sfoglie di gelatina di frutta (kislyy lavash), passando per le “candele” di noci al mosto d’uva (sujukh) assai simili alla churchkhela georgiana. Dal dolce al salato, impossibile non passare in rassegna l’incredibile varietà multicolore di ortaggi fermentati (tourshou), eredi della tradizione persiana esposti in bellavista. E poi ci sono i formaggi, incredibili: sono parte integrante e immancabile della tavola armena. Il più particolare è lo Yeghegnadzor da latte vaccino o di capra pastorizzato e mescolato con erbe locali con il suo sapore forte e pungente, simile a certi erborinati e una consistenza sfilacciata: viene conservato in anfore di terracotta, quindi seppellito in montagna e lasciato stagionare per almeno 6 mesi.

Il Chanakh è invece un formaggio vaccino in salamoia conservato in orci di terracotta: ha una consistenza morbida e un sapore salato robusto. Anche il Chechil è fatto con latte vaccino pastorizzato: sapido e gommoso, ha un sapore affumicato. La sua consistenza è soda e la pasta liscia per cui può essere tirato in corde sottili dal casaro e per questo è anche chiamato String cheese. Nei bar russi è molto popolare come abbinamento alla birra. Da non tralasciare il basturma, una sorta di soppressata di bresaola di manzo, ricoperta di un mix di spezie (cemen), molto gustosa.

La preparazione del pane Lavash

L’ancestrale pane armeno lavash, patrimonio Unesco

C’è un pane, il lavash, che è stato inserito dieci anni fa nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco: sottile e antichissimo, rappresenta un elemento fondamentale dell’identità e della cucina armena. La sua preparazione è solitamente opera delle donne e richiede grande impegno, esperienza e notevole abilità. La sua lavorazione ha anche un obiettivo sociale: rafforza i legami familiari, comunitari e sociali. Le donne giovani assistono le più anziane (ed esperte) e si appropriano dell’arte dell’impasto. Lavoro da uomini, invece, è la fabbricazione dei cuscini e la costruzione dei forni entrambi elementi indispensabili per la produzione di questo pane: l’impasto di acqua e farina viene lavorata in palline poi arrotolate in strati sottili e stese sullo speciale cuscino ovale; dopodiché con un colpo secco viene fatto aderire contro la parete del tradizionale forno circolare interrato (tonir) in pietra o argilla. Trenta secondi e il pane è pronto per essere servito, disteso o arrotolato attorno a formaggi locali, verdure o carni e può essere conservato fino a sei mesi. Il lavash svolge un ruolo rituale nei matrimoni, quando viene posto sulle spalle degli sposi novelli per portare fertilità e prosperità.

Radici e contaminazioni della cucina armena

Come dimostrano già pane e formaggi, tutta la cucina armena nasce da un inedito mix di antiche tradizioni e influenze moderne: una tradizione stratificata e plasmata dalla storia travagliata del Paese. L’Impero persiano, che ha dominato l’Armenia per secoli, ha lasciato tracce significative nell’uso gentile e mai aggressivo di spezie preziose come lo zafferano, la cannella e il cardamomo, così come un’importante tradizione di carni alla griglia kabab, qui ribattezzate khorovatsDurante l’era bizantina, la cucina armena è stata contaminata dalle tradizioni culinarie greche e romane. Sotto l’Impero Ottomano, poi, l’Armenia ha scoperto nuovi ingredienti come il basturma, i dolci paklava e piatti come le verdure ripiene (dolma) e il riso pilaf. In epoca più recente, invece, con l’Impero Russo e fino agli anni dell’Unione Sovietica il Paese ha conosciuto l’ebbrezza legata alla Vodka e il piacere delle insalate (oliviervinegret) e delle zuppe. E poi, ultima ma non ultima, c’è la cucina siro-armena che rappresenta un mix inedito di tradizioni plasmate da secoli di resilienza e adattamento e le cui radici risalgono alle abitudini acquisite dagli armeni emigrati in Siria tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: nascono qui alcuni dei più gustosi e diffusi appetizer (meza) come il tabbuliTutto questo spessore conferisce alla cucina armena una sua propria identità ben distinta dalle tradizioni turche o greche cui spesso (erroneamente) si accosta.

Chef Yurik Sargsyan

Yurik Sargsyan, uno chef a caccia di radici

Fa parte di questo manipolo di chef Yurik Sargsyan, impegnato da anni in un lavoro di ricerca storica sulle radici della cucina armena. Nel suo ristorante e guesthouse di Tsaghkunk, un villaggio di circa mille abitanti nella regione dello Gegharkunik a ridosso del lago Sevan, insieme alla moglie Ani serve un menu basato su ingredienti di stagione e di primissima qualità selezionati da contadini, allevatori e pescatori a lui vicini. «Senza di loro, la mia cucina non potrebbe esistere!», esclama. E ne va orgoglioso. Dai taglieri di formaggi (Yeghegnadzor, Chanakh, Chechil) alle insalate di trote del lago Sevan, con le loro uova, passando per le “fettuccine” arishta saltate con broccoli e funghi, qui gli ingredienti della tradizione armena trovano una dimensione moderna.

Arte e cucina ai tavoli di Abovyan 12

Cucina, a Yerevan, fa rima anche con arte: situato nel cuore della capitale, nella via dalla quale prende il suo nome, il ristorante Abovyan 12 fa parte infatti del complesso della Dalan Art Gallery che – fondata nel 2011 – presenta le opere di 26 artisti contemporanei armeni dell’era post-sovietica. L’arredamento del ristorante riproduce gli interni di una casa tradizionale, creando l’atmosfera calda di un’Armenia che guarda ai tempi passati. Il menu presenta i grandi classici della cucina armena, realizzati in modo fedele e con ottimi prodotti: Khashlama, uno stufato saporito di carne e verdure cotto in una pentola di terracotta, Tolma, involtini di foglie di vite ripieni di riso e spezie, Bozbash, zuppa densa di agnello e verdure, Khinkali, un piatto nazionale di ravioli ripieni di carne, serviti con brodo e burro fuso.

Rafik Sinanyan e Vahan Arakelyan: i Soviet menu

In un ambiente che riproduce gli interni di un raffinato ristorante dell’era sovietica degli anni ’70-’80, il giovane e bravo chef Rafik Sinanyan ha creato un menu davvero esuberante oggi decisamente più “libero” dagli stereotipi soviet. Dopo una lunga ricerca lo chef ha infati recuperato e modernizzato i piatti più iconici della cucina di quel periodo. S’inizia con gli appetizers (zakuska) dal caviar di melanzane a quello di storione, per passare al Soviet Salad Set (Stolichniv, Canozak, Beetroot salad), servito con pane di segale Borodinsky. Si prosegue con i ravioli Vareniki con patate e funghi o con i Pelmeni siberiani all’angus, per passare alle zuppe Borsch o Solyanka… e alle specialità alla brace tra spiedi ŠašlykKhorovats e Kebab.

È nato invece in una famiglia di cuochi Vahan Arakelyan: fin da bambino ha visitato con il padre i migliori ristoranti armeni in epoca sovietica; trasferitosi a Mosca, ha lavorato come sous chef al fianco di grandi cuochi moscoviti, greci e italiani. Nel 2015 è tornato in patria per proseguire la sua ricerca sulle ricette tradizionali armene, pubblicando il volume “Yooo Cook”, la prima enciclopedia dei piatti armeni. Oggi gestisce Su Chef Gourmet Boutique, importando in Armenia quasi tutto per il segmento HoReCa dall’Italia e da diversi paesi del mondo.

ArArAt Brandy: il preferito da Churchill

Dalla cucina al vino. Risale ai tempi degli zar la storia del brandy Ararat. Nel 1887 nasce infatti la Yerevan Brandy Factory, fondata dall’enologo e distillatore Nerses Tairyan. Con la rivoluzione russa, l’azienda venne nazionalizzata e diventò uno dei fiori all’occhiello dell’industria sovietica; il liquore era il più apprezzato dai leader sovietici, dopo la Vodka. Con l’indipendenza dell’Armenia, la società è stata privatizzata e il suo marchio ha puntato al monte-icona dell’Armenia, l’Ararat, di cui riprende come in un acronimo il nome ArArAt. A costruire il mito della sua alta qualità, tra i vari aneddoti ce n’è uno che ha per protagonista uno dei maggiori “nemici” dell’Urss sovietica, il primo ministro Winston Churchill: quando Stalin a Yalta gliene offrì un bicchiere, l’inglese ne rimase folgorato tanto che – finita (e vinta) la guerra, ogni anno 400 bottiglie di brandy sovietico cominciarono ad espatriare verso il 10 di Downing street. Oggi il distillato – che era anche il preferito di Agatha Christie e Frank Sinatra – è un marchio di proprietà del gigante francese Pernod Ricard e viene declinato in svariate edizioni, ciascuna con le proprie caratteristiche e sfumature di sapore (e di prezzo: dai 40 euro ai 3.500 dell’ArArAt Erebuni, invecchiato 70 anni).

Il vino delle origini e 400 vitigni autoctoni

Non ci sarebbe brandy, però, senza vino. E la tradizione vinicola dell’Armenia è millenaria, tanto da essere considerata la vera e propria culla della viticoltura. Le viti che crescono in questo terroir – caratterizzato da suoli vulcanici ricchi di minerali, da un clima continentale con estati calde e inverni rigidi e con altitudini elevate – sono spesso coltivate su terrazzamenti che garantiscono un’esposizione ottimale: tutti fattori che garantiscono una notevole concentrazione aromatica. Una simile tradizione non poteva non dar vita a un immenso “catalogo” di uve: sono circa 400 i vitigni autoctoni, alcuni coltivati da millenni. È così radicata e variegata, qui, la tradizione vinicola, che in cantina si è andati ben oltre l’uva, tanto che una delle curiosità e bontà di questa terra è il vino al o di melagrana, frutto profondamente radicato nella cultura e nella mitologia armena e utilizzato per secoli sia in cucina che in medicina. 

Il vino armeno oggi: cantine, anfore e sostenibilità

Testimonianza del ricco patrimonio vinicolo del paese è la cantina Voskevaz. Fondata nel 1932 nella pittoresca regione di Aragatsotn nota per i suoi suoi diversi microclimi e terreni vulcanici, la cantina produce vini di alta qualità da quasi un secolo. Utilizzando tecniche di vinificazione tradizionali, come la fermentazione in anfore di argilla (karasi), combinate con tecnologie moderne, punta a creare vini autentici e innovativi a partire dalle varietà di uva autoctone Areni Noir, Voskehat e Karmrahyut: tanto che Voskevaz ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti sia a livello nazionale che internazionale. Qui vale la pena programmare una sosta per visitare le cantine secolari all’interno di un particolare complesso architettonico che riproduce le fattezze di un castello immaginario.
Armenia Wine Company è invece un esempio virtuoso del movimento di rinascita della vinificazione armena. Fondata nel 2008, unisce tradizioni secolari a moderne tecniche di vinificazione, pratiche sostenibili in vigna e in cantina che puntano a ridurre al minimo l’impatto ambientale nella produzione di etichette di alta qualità. Anche questa cantina ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per i suoi vini, sia a livello nazionale che internazionale ed è rinomata il suo rosso Areni, corposo con ricchi sapori di frutta scura e spezie, per il suo Voskehat, bianco fresco e rinfrescante con note agrumate e floreali e per il Takar Rosé: un vino rosato delicato ed elegante con una bella, fresca acidità. Oltre all’enoteca, dove degustare una gamma notevole di produzioni, merita una visita lo splendido Museo interattivo e molto scenografico, allestito con oggetti e reperti di grande valore storico-culturale.

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Cina-Armenia: colloqui fra viceministri Esteri, sostegno reciproco a integrità territoriale (AgenziaNova 05.03.25)

Pechino, 05 mar 09:35 – (Agenzia Nova) – Le delegazioni guidate dal viceministro degli Esteri della Repubblica di Armenia Mnatsakan Safaryan e dal viceministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese Liu Bin hanno tenuto consultazioni politiche a Pechino. Come riporta l’agenzia di stampa “Armenpress”, la Cina ha ribadito il suo sostegno all’indipendenza politica, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Armenia che a sua volta ha ribadito il suo sostegno al concetto di “una sola Cina”. Tra i temi trattati anche quelli commerciali, economici e agricoli con particolare attenzione alla realizzazione di progetti e al mantenimento della cooperazione e del dialogo tra le parti.
(Rum)

L’Azerbaijan ha ordinato alla Croce Rossa di andarsene dal paese (Il Post 05.03.25)

La Croce Rossa ha detto che il governo dell’Azerbaijan le ha ordinato di lasciare il paese. Le motivazioni non sono state diffuse, ma è in ogni caso una decisione preoccupante: tra le altre cose, la divisione azera della Croce Rossa era l’unica organizzazione internazionale autorizzata a visitare una ventina di ex funzionari del Nagorno Karabakh detenuti nelle carceri di Baku, la capitale del paese. Il Nagorno Karabakh è un territorio collocato formalmente in Azerbaijan ma che fino all’inizio del 2024 era governato in maniera indipendente, con il sostegno della vicina Armenia.

Gli ex funzionari furono arrestati nel settembre del 2023, quando l’esercito azero attaccò e riconquistò il Nagorno Karabakh costringendo più di 100mila persone di etnia armena a lasciare le proprie case e rifugiarsi in Armenia. Fra i detenuti c’è anche l’ex capo del governo Ruben Vardanyan, che è in sciopero della fame da più di due settimane come protesta contro le sue condizioni detentive.

Nelle ultime due settimane anche due media internazionali, BBC Azerbaijan e Voice of America, sono stati cacciati dall’Azerbaijan, che è governato in maniera autoritaria da oltre vent’anni dal presidente Ilham Aliyev.

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Nicolas Aznavour viene in aiuto di Ruben Vardanyan, in sciopero della fame nelle carceri di Baku (Entrevue.fr 05.03.25)

Nicolas Aznavour prende posizione. Il presidente e co-fondatore della Fondazione Aznavour ha appena pubblicato un messaggio sui social network per allertare il mondo sulla situazione di Ruben Vardanyan, l’imprenditore e filantropo russo-armeno, detenuto illegalmente a Baku, in Azerbaigian, da oltre 500 giorni.

Questo miliardario ha deciso tre anni fa di sposare la causa del popolo dell’Artsakh, una repubblica autoproclamata indipendente, e di guidare il paese pacificamente nonostante l’oppressione azera. Ma di fronte alle politiche imperialiste del dittatore Aliyev, le 3 anime di questa regione non riuscirono a resistere a lungo all’invasore. Crimini di guerra, violazioni dei diritti umani… Tra pochi mesi, nel 130, senza alcun mezzo per combattere, gli abitanti dellaArtsakh sono stati sottoposti a pulizia etnica mirata. E dovettero rifugiarsi nella vicina Armenia.

Ruben Vardanyan è stato arrestato insieme ad altri 22 leader per ” ragioni politiche” . Da allora, è sopravvissuto nelle carceri azere come meglio ha potuto. Privato dei suoi diritti. Impossibilità di contattare regolarmente familiari o avvocati. Vittima di maltrattamenti, il suo processo farsa è attualmente in corso. Ecco perché Nicolas Aznavour ha deciso di parlare.

« Cari amici, oggi vorrei affrontare un argomento di estrema urgenza. Ruben Vardanyan, un uomo che ha dedicato la sua vita all’Armenia, al suo popolo e al suo futuro, è attualmente in sciopero della fame dopo essere stato ingiustamente imprigionato in Azerbaigian per oltre 500 giorni. Il suo impegno per la giustizia rimane incrollabile., ma la sua salute e la sua vita sono troppo preziose per essere messe a rischio. Ruben ha sempre lavorato per l’Armenia, attraverso il suo impegno umanitario, la sua leadership e la sua visione di un futuro più forte e unito. Che si tratti di sostenere l’istruzione, avviare progetti sociali, ricostruire comunità o promuovere lo sviluppo economico, la sua influenza si estende ben oltre i nostri confini.. Ogni gesto, ogni azione da lui intrapresa era nell’interesse degli armeni, per difendere la nostra dignità, i nostri diritti e la nostra aspirazione a vivere in pace. Oggi è il momento per noi di difendere Ruben. È fondamentale esortarlo a porre fine allo sciopero della fame e consentire a noi armeni di tutto il mondo di aiutarlo a portare questo fardello.. “

Insegue: ” Dobbiamo alzare la voce, sensibilizzare e chiedere azioni concrete. Il suo sacrificio non deve in nessun caso avvenire a costo della sua salute o della sua vita. Uniamoci. Esprimiamoci. Facciamo in modo che la lotta di Ruben non passi inosservata. Condividiamo la sua storia, chiediamo giustizia e mostriamo al mondo che gli armeni non deludono mai coloro che li sostengono. Ruben, mio ​​caro amico, abbiamo bisogno di te, forte e al nostro fianco. Per favore, ponete fine a questo sciopero della fame e continuiamo insieme questa lotta per la giustizia.«

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UE e Azerbaijan: continuano i compromessi con il regime autoritario? (Sardegnagol 05.03.25)

L’Unione Europea continua il dialogo con il regime di Ilham Aliyev, nonostante la ferma condanna del Parlamento Europeo sulle violazioni dei diritti umani in Azerbaijan.

Lo scorso 24 ottobre, per esempio, l’Europarlamento ha approvato una risoluzione che respinge l’idea di mantenere normali relazioni diplomatiche con Baku, denunciando abusi contro i diritti umani e violazioni del diritto internazionale, in particolare nei confronti dell’Armenia. Tuttavia, il 4 dicembre, la neoeletta Vicepresidente della Commissione e Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Kaja Kallas, ha incontrato il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov durante il Consiglio ministeriale dell’OSCE. In seguito, Kallas ha definito l’incontro “positivo” e ha sottolineato il rafforzamento della partnership tra Bruxelles e Baku. Nulla di nuovo rispetto a quanto visto nel corso del primo mandato di Ursula von der Leyen e, soprattutto, degli accordi energetici siglati con Baku.

Perplessità sulle quali è intervenuto l’eurodeputato Emmanouil Fragkos dei Conservatori e Riformisti europei che ha sollevato interrogativi critici sulla posizione dell’UE, chiedendo alla Commissione di riferire sui “punti positivi” dell’incontro con il governo azero, in assenza di garanzie sulla liberazione dei 320 prigionieri politici, il rimpatrio degli ostaggi armeni e il ritorno degli armeni nel Nagorno-Karabakh, come richiesto dalla Corte Internazionale di Giustizia.

Questione che mette in luce il delicato equilibrio tra valori democratici e interessi geopolitici dell’Ue. L’Azerbaijan, infatti, è un partner strategico per l’energia, ma il suo dossier sui diritti umani resta critico. Evidenti problemi di coerenza, legati alla realpolitik, che per la Commissione europea rappresentano il pane quotidiano.

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Eva Gevorgyan, la stella nascente del pianoforte (Il Giorno 05.03.25)

Fin da bambina di lei si è detto “è un prodigio”. Eva Gevorgyan (nella foto), pianista, nata nel 2004 a..

Fin da bambina di lei si è detto “è un prodigio”. Eva Gevorgyan (nella foto), pianista, nata nel 2004 a Mosca in una famiglia di origine armene. Questa sera si esibirà per la Società dei Concerti alla Sala Verdi del Conservatorio. In programma ChopinSchumann e Liszt. Vincitrice di 40 concorsi pianistici internazionali tra Usa, Europa e Russia, fra cui il primo premio al Cleveland International Piano Competition for Young Artists nel 2018, è la nuova promessa del pianismo mondiale. Appassionata di beauty, influencer seguitissima, l’artista ha da poco lanciato una linea di prodotti per capelli.

Gevorgyan, perché propone un programma romantico?

“Ho una passione per Chopin, mi ritrovo a eseguirlo spesso. Schumann si è ispirato a Chopin, in Carnival troviamo due pezzi intitolati Chopin e Paganini, due opere diverse, con stili ben distinti. Il mio obiettivo è trasmettere questo contrasto al pubblico. Nel ciclo di Schumann percepiamo la sua dualità: il calmo Eusebio e l’agitato Florestano, il contemplativo Chopin e il virtuoso Paganini”.

Ha partecipato e vinto concorsi internazionali importanti.

“Sono tappe importanti nella carriera di un giovane musicista, offrono l’opportunità di mostrare il proprio talento e ricevere offerte preziose. Durante la mia infanzia sono stati un’esperienza meravigliosa, per ogni concorso preparavo un nuovo repertorio”.

Cosa crede di aver ricevuto dalla cultura armena?

“È la mia seconda patria, mio padre è armeno, ho doppia cittadinanza, russa-armena. Sono stata molto influenzata dalla cultura armena, non solo musicalmente: amo la sua arte, ho visitato antichi monasteri come Sevanavank, Noravank, Geghard. Nel mio repertorio ci sono compositori armeni Aram Khachaturian, Komitas, Arno Babadjanian. Nella classica ci sono motivi armeni inconfondibili”.

Quanto gioca la bellezza nel successo?

“Curo molto i miei capelli, per questo ho creato un prodotto sano per capelli lunghi. Mi piace ricevere complimenti sul mio aspetto, ma sono molto più felice quando le persone apprezzano la mia musica e vengono ai miei concerti”.

Grazia Lissi

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Il prodigio del piano. Da Chopin a Schumann. Show allo Stignani con Eva Gevorgyan (Il Resto del Carlino)

Armenia: l’Ambasciatore Ferranti incontra il Patriarca Karekin II (Aise 04.03.25)

JEREVAN\ aise\ – Nuovo Ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti il 28 febbraio scorso si è recato in visita presso la Santa Sede di Etchmiadzin dove è stato ricevuto da Sua Santità Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di Tutti gli Armeni.
Ne dà notizia l’Ambasciata, riportando che il Patriarca armeno, congratulandosi con l’Ambasciatore per l’inizio della sua missione diplomatica in Armenia, ha osservato che l’amicizia tra i popoli italiano e armeno ha profonde radici storiche e che le cordiali relazioni tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica svolgono ancora oggi un ruolo importante nel rafforzarla.
Durante l’incontro, il Catholicos di Tutti gli Armeni ha inoltre sottolineato le proprie preoccupazioni legate ai rapporti con l’Azerbaigian, con particolare riguardo alla questione dei prigionieri di guerra e alla tutela del patrimonio spirituale e culturale armeno, richiamando l’importanza di una presa di posizione forte della comunità internazionale.
A sua volta, l’Ambasciatore Ferranti ha dato assicurazione a Sua Santità il Patriarca dell’impegno a compiere ogni sforzo per un ulteriore approfondimento e ampliamento della cooperazione tra Italia e Armenia in tutti i settori. (aise) 

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SUDESTIVAL 25 – Focus su Armenia e Albania (Cinemaitaliano 04.03.25)

Proseguono gli appuntamenti del Sudestival 2025, il festival lungo un inverno della Città di Monopoli ormai punto di riferimento del cinema italiano di qualità in Puglia. Anche quest’anno il festival vivrà la propria dimensione internazionale grazie a due eventi speciali: la giornata del 13 marzo sarà dedicata alla sezione Armenia, mentre il 14 marzo sarà la volta della sezione Albania. Verranno quindi proiettate tre opere armene e tre opere albanesi per celebrare il legame storico, sociale e culturale con queste due realtà.

SEZIONE ARMENIA – 13 MARZO

AURORA’S SUNRISE di Inna Sahakyan, 2022
Durante l’orrore del genocidio armeno, a soli 14 anni Aurora perse tutto. Quattro anni dopo, grazie al suo straordinario coraggio e un po’ di fortuna, Aurora riuscì scappare a New York. Lì la sua storia divenne un caso mediatico. Recitò nel ruolo di sé stessa nel blockbuster hollywoodiano Auction of Souls e divenne il volto di una delle più importanti campagne di beneficenza nella storia degli Stati Uniti. Alternando animazione, interviste dell’epoca ed estratti di Auction of Souls, il film racconta una storia di sopravvivenza che era stata dimenticata.

IL COLORE DEL MELOGRANO di Sergei Parajanov, 1969
Un ritratto dell’illustre poeta e musicista armeno del XVIII secolo Sayat-Nova, che segue la sua figura emblematica dall’infanzia fino alla morte ed esamina le sue molte relazioni con le donne, in particolar modo con la sua musa.

I WILL REVENGE THIS WORLD WITH LOVE – S. PARADJANOV di Zara Jian, 2024
Un film documentario sulla vita, l’opera, il trionfo e la tragedia del maestro Paradjanov, nei ricordi e nei discorsi di persone cadute nella trappola dei regimi politici dei nostri giorni.

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Influenze azerbaigiane nel mondo accademico e mediatico italiano tra propaganda e false credenziali (Fai.informazione 02.23.25)

In questi ultimi giorni fa discutere il caso di Valentina Chabert, dottoranda e “caporedattrice” di Opinio Juris – Law & Politics [*], per le sue attività di promozione del cosiddetto “Azerbaigian occidentale” che hanno attirato l’attenzione della Comunità armena così come del neo ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia, S.E. Vladimìr Karapetyan, così come per le diverse credenziali e informazioni non esatte fornite sia ai media azerbaigiani che all’Università La Sapienza di Roma.

Un caso intricato che parte però dall’indagine giornalistica effettuata dal giornale armeno Aliq Media Armenia subito dopo la partecipazione di Valentina Chabert a una conferenza intitolata “Il diritto al ritorno: promuovere la giustizia per gli azeri espulsi dall’Armenia” organizzata dalla Comunità dell’Azerbaigian occdentale nella veste di “caporedattrice” del già menzionato Opinio Juris, di rappresentante dell’Università La Sapienza di Roma, e dell’European Youth Think Tank di Strasburgo secondo quanto si apprende da diverse fonti aperte. Un evento che si è concluso con la membership onoraria nella Comunità dell’Azerbaigian occidentale per i partecipanti, e quindi anche Valentina Chabert.

Nella narrativa e nella retorica di Baku, con il termine “Azerbaigian occidentale” ci si riferisce spesso alla regione storica che ora fa parte dell’Armenia moderna, che l’Azerbaigian rivendica come propria sulla base di legami storici e culturali. Nel gennaio 2025, il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan ha risposto al suggerimento del presidente azero Ilham Aliyev in merito alla cosiddetta comunità “Azerbaigian occidentale” affermando che questa narrazione rappresenta una rivendicazione territoriale diretta contro l’Armenia e ne mina l’integrità territoriale. Ha sottolineato che la designazione del territorio armeno come “Azerbaigian occidentale” indica le aspirazioni di Baku a violare la sovranità di Yerevan.

Tale evento ha quindi attirato l’attenzione prima dei media armeni, poi della Comunità armena in Italia che, tramite un comunicato stampa, ha chiesto spiegazioni al al Rettore della Sapienza per conoscere la posizione dell’Università riguardo all’accaduto reputando il caso di una gravità che sfiorerebbe l’incidente diplomatico. Lo stesso neo ambasciatore armeno ha commentato l’accaduto dichiarando che “Questa è un’ulteriore testimonianza che l’Azerbaigian sta utilizzando i mezzi finanziari per influenzare le persone. Queste iniziative non sono destinate ad avere successo, poiché con queste modalità la comunità azera non può coinvolgere nomi importanti, persone di spicco o valore. Potranno aderire a simili accordi solo persone disposte a farsi convincere dietro compenso. Con questi mezzi non potranno mai essere coinvolte persone di spessore. Penso che iniziative del genere avranno un esito fallimentare. Questa signora, aderendo a una simile proposta , si è messa in una lotta interna, andando contro le persone che lavorano onestamente e si coinvolgono con fiducia in iniziative accademiche. Eventi organizzati con la finalità di influenzare economicamente i ricercatori e gli studiosi non avranno una buona sorte.  Avranno successo le persone che parlano e credono nella giustizia e nella pace.

Chabert: rappresentante de La Sapienza oppure no?

Parole dure che colpiscono sia l’Università La Sapienza di Roma dove Valentina Chabert è titolare di una borsa di ricerca in Diritto Pubblico, Comparato e Internazionale presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e anche cultrice della materia. Infatti, non è la prima volta che la Chabert prende parti ad eventi in Azerbaigian i quali, spesso, sono stati riportati dai media azeri conferendo il titolo alla dottoranda italiana di “rappresentante dell’Univeristà La Sapienza di Roma”. È il caso, ad esempio, della sua partecipazione nel dicembre 2023 al Forum Karabakh co-ospitato dall’Università ADA e dal Centro di Analisi delle Relazioni Internazionali, dove il presidente azero Ilham Aliyev ha parlato sul tema “Karabakh: ritorno a casa dopo 30 anni. Risultati e sfide”. Un evento riportato dai media azerbaigiani in cui Valentina Chabert, nel rivolgere una domanda allo stesso presidente Aliyev, è stata presentata ancora una volta come “rappresentante dell’Università La Sapienza di Roma”.

Andando a fare una ricerca sul web è possibile, in effetti, imbattersi in diversi articoli azerbaigiani scritti in lingua inglese, azera e russa che riportano le parole e i commenti di Valentina Chabert così come la sua partecipazione in diversi eventi dove la dottoranda italiana viene qualificata come “the representative of the Sapienza University of Rome” (Trend.azIkisahil.az;  Xalq CebhesiDay.az) , “Doctor of Philosophy in the field of international law at the Sapienza University of Rome” (Report.azInfogate.clAzerbaycan24) , e “an associate in International Law at Sapienza University of Rome” (APA.az).

Titoli importanti che permetterebbero di qualificare sia la partecipazione che le parole della Chabert come importanti, perché provenienti da una rappresentante di una istituzione accademica europea. Titoli, però, che sollevano diversi dubbi e che hanno portato sia Aliq Media Armenia che la Comunità armena a chiedere chiarimenti e spiegazioni all’Univeristà La Sapienza di Roma essendo singolare il fatto che una dottoranda possa avere incarichi così prestigiosi.

Chabert, Opinio Juris e il professarsi “giornalista”

Continuando a indagare sulla figura professionale della dottoranda italiana, come evidenziato dal giornale armeno, si evince che lei è membro dell’Advisory Board dell’Istituto di ricerca dell’Aja sull’Europa orientale, l’Asia centrale e il Caucaso meridionale nei Paesi Bassi. Da settembre 2023 è docente di Studi Strategici e Sicurezza presso l’Università LUMSA e di Relazioni Internazionali e Global Governance presso l’Università UNINT di Roma. A metà del 2023, Chabert è stato Visiting Research Fellow presso diverse istituzioni azere, tra cui il Ministero degli Affari Esteri e l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale dell’Azerbaigian (AIDA). La sua ricerca durante questo periodo si è concentrata sui danni ambientali durante i conflitti armati, sul diritto internazionale e sulla ricostruzione post-conflitto, argomenti che risuonano con le discussioni in corso sull’impegno militare dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh.

Incarichi che incrocerebbero ancora una volta la carriera professionale della Chabert con l’Azerbaigian, come si evince anche dai tanti articoli o saggi pubblicati su diversi portali, tra i quali emerge Opinio Juris – Law and Politics Review, definita sullo stesso portale dell’Università La Sapienza di Roma come una rivista italiana che si occupa di affari internazionali, dove svolgerebbe l’incarico di “caporedattrice” per le sezioni energia, ambiente e diritto internazionale. Informazione ribadita anche sul curriculum vitae caricato dallo stesso portale accademico in cui, oltre a questo ruolo, è possibile leggere anche il suo incarico di “giornalista e analista per Scenari Internazionali”. Titoli importanti, se non fosse che, come notato dal giornale armeno, Valentina Chabert non risulta essere una giornalista iscritta all’Ordine dei Giornalisti (OdG) e Opinio Juris non si può configurare né come testata giornalistica, perché non iscritta a nessun tribunale (anche se il portale pubblica con frequenza notizie e report e il suo podcast “La Geopolitica in tasca” viene definito come “radiogiornale con le più importanti notizie dal mondo”), né presenta una struttura e comitato tale da poterla sicuramente definire una “rivista scientifica”.

La propaganda di Baku nel mondo accademico e nel “falso” giornalismo italiano: il caso Valentina Chabert

Titolo di “giornalista freelance” che appare anche nella biografia di Valentina Chabert pubblicata dal portale Ethics4Growth a dimostrazione di come professarsi giornalista non sia un caso isolato.

La propaganda di Baku nel mondo accademico e nel “falso” giornalismo italiano: il caso Valentina Chabert

Secondo quanto riportato dall’OdG e dalla giurisprudenza, in base alla sentenza n. 8956 dell’8 novembre 2022, depositata il 1° marzo 2023, la sesta sezione penale della Corte di Cassazione è intervenuto in tema di esercizio abusivo della professione di giornalista e decretato che “nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non è iscritto nell’elenco dei professionisti ovvero in quello dei pubblicisti dell’albo istituito presso l’Ordine regionale o interregionale competente. La violazione della disposizione del primo periodo è punita a norma degli articoli 348 e 498 del codice penale, ove il fatto non costituisca un reato più grave”.

In conclusione è possibile dire che il caso di Valentina Chabert solleva significative preoccupazioni in merito alla sua rappresentanza presso l’Università La Sapienza, al suo coinvolgimento con le istituzioni azerbaigiane così come alle sue frequenti menzioni sui media azerbaigiani e alle sue dichiarazioni relative al suo ruolo di giornalista e caporedattore.


La replica della rivista Opinio Juris all’articolo “Influenze azerbaigiane nel mondo accademico e mediatico italiano…”

 

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inviato da chshmartutyun – 03/03/2025 – 23:58

La replica di Opinio Juris presenta delle informazioni non completamente esatte, caratteristica in comunque con il caso Valentina Chabert come esposto nell’articolo. Infatti:

1) Opinio Juris dichiara: “Al convegno West Azerbaigian la dottoressa è andata solo come rappresentante di Opinio Juris, e non con altre qualifiche professionali. Ed è un fatto che come direttore di Opinio rivendico” – I media azerbaigiani, però, come evidenziato dai link nell’articolo, la descrivono non solo come rappresentate di Opinio Juris, ma anche come “rappresentante de La Sapienza” (https://en.apa.az/western-azerbaijan/panel-held-on-right-to-return-of-azerbaijanis-forcibly-expelled-from-armenia-photo-454823) e come membro dell’European Youth Think Tank di Strasburgo (https://fact-info.az/23814-ermenistandan-zorla-cixarilmis-azerbaycanlilarin-geri-qayitmaq-huququ-movzusunda-panel-kecirilib.html). La domanda sorge spontanea, quindi, dove è l’errore? E’ nei media azerbaigiani che hanno deciso di descrivere Valentina Chabert con queste qualifiche, come fatto anche negli anni precedenti, oppure no? Non stupisce ovviamente che tali “qualifiche errate” siano state riportate dai media azerbaigiani, considerando che Reporters without Borders posiziona l’Azerbaigian al 154° posto su 180 paesi per il ranking di libertà di stampa.

2) Opinio Juris dichiara “(Valentina Chabert) non ha usurpato in alcun modo il titolo di giornalista professionista o pubblicista come l’articolo in questione sembra far comprendere”. Il titolo di “giornalista e analista” viene menzionato nel Curriculum Vitae di Valentina Chabert fornito dalla stessa dottoranda e pubblicato dal portale de La Sapienza, istituzione accademica (https://phd.uniroma1.it/dottorati/cartellaDocumentiWeb/7305c336-db79-4ce8-b34f-46a951d78753.pdf) così come dal portale di Ethics4Growth (https://ethics4growth.com/the-e4g-professional-network/) come documentato dalle immagini allegate all’articolo.Sorprendono quindi le dichiarazioni del direttore di Opinio Juris quando nega e contesta quanto documentato da fonti aperte (alcune fornite dalla stessa Valentina Chabert) dimostrando anche tanta “Opinio” e poca “contezza della Juris” così come quando definisce i suoi podcast “radiogiornale”.

3) Il rappresentate di Opinio Juris parla di doppi standard e di etica del giornalismo (anche se Opinio Juris non è una testata e non annovera giornalisti al suo interno). Interessante vedere come, facendo fede al link prodotto sull’Armenia; Opinio Juris dal 4 novembre 2022 ad oggi abbia prodotto 10 articoli/report/post sull’Armenia. Nello stesso periodo, invece, Opinio Juris ha prodotto 20 articoli/report/post sull’Azerbaigian (https://www.opiniojuris.it/category/azerbaijan/). C’è un equilibrio in questo?

4) Se parlare dei profughi del cosiddetto Azerbaigian occidentale è “dovere di Opinio Juris” (e nessuno lo contesta), perché la “rivista” non ha analizzato o menzionato per diritto di cronaca ed etica professionale i 100 mila e più profughi armeni fuggiti dal Nagorno-Karabakh dopo il settembre 2023 quando l’Azerbaigian, tramite la forza militare, ha conquistato l’intero territorio dopo più di 9 mesi di blocco totale del corridoio di Lachin causando una crisi umanitaria sottolineata anche da Amnesty International (https://www.amnesty.org/en/latest/news/2023/02/azerbaijan-blockade-of-lachin-corridor-putting-thousands-of-lives-in-peril-must-be-immediately-lifted/)? Invitiamo Opinio Juris ad approfondire anche la questione tortura in Azerbaigian facendo fede, ad esempio, a World Organisation Against Torture (https://www.omct.org/en/resources/statements/azerbaijan-authorities-must-stop-repressing-freedom-of-expression), perché per il diritto internazionale anche la tortura e la repressione devono essere sanzionati.