ARMENIA. Yerevan alleata di Washington è una minaccia per Russia, Iran, Azerbaijan e Turchia (Agcnews 20.01.25)

Senza sbocchi sul mare nel Caucaso meridionale, l’Armenia è circondata da stati i cui programmi si scontrano con i suoi. L’Azerbaijan, fresco della sua vittoria militare nel Nagorno-Karabakh, nutre ambizioni di ulteriori guadagni territoriali. La Turchia, suo alleato, cerca di cementare un corridoio diretto attraverso il territorio armeno verso l’Azerbaijan. L’Iran, profondamente diffidente dell’influenza degli Stati Uniti, vede un’Armenia allineata all’Occidente come una minaccia. Anche la Georgia, tradizionalmente vista come un partner, probabilmente si tirerà indietro di fronte all’aumento dell’attività degli Stati Uniti nella regione, che potrebbe destabilizzare la sua delicata posizione geopolitica.

Il 14 gennaio 2024, il primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha dato il la ad una nuova storia per Yerevan. Durante la visita del ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan negli Stati Uniti, Washington e Yerevan hanno stipulato un accordo di partenariato strategico tra i due stati. Da parte americana, il segretario di Stato Antony Blinken ha partecipato alla cerimonia firmando un accordo per la parte statunitense. L’accordo è stato celebrato a Washington come un passo avanti verso il rafforzamento della sovranità armena. L’Armenia dunque lascia la coperta russa per infilarsi sotto quella statunitense.

Secondo alcuni analisti del Caucaso meridionale: “Allineandosi così strettamente agli Stati Uniti, l’Armenia rischia di diventare una nuova Ucraina, un piccolo paese strategicamente posizionato all’epicentro delle rivalità tra grandi potenze. Proprio come le aspirazioni NATO dell’Ucraina hanno oltrepassato le esplicite linee rosse della Russia, la partnership dell’Armenia con gli Stati Uniti rischia di inimicarsi tutti i suoi vicini. Le piccole nazioni coinvolte nel fuoco incrociato delle lotte di potere globali possono pagare il prezzo più alto”.

L’accordo firmato copre un’ampia gamma di settori di cooperazione bilaterale, compresi i settori della difesa, della sicurezza, della scienza, dell’istruzione, energia, cultura, nonché riformare il sistema economico e giuridico dell’Armenia. Per esempio la gestione della centrale nucleare accordo in scadenza il prossimo anno. Gli ultimi punti presuppongono il finanziamento da parte dell’America per le riforme. Washington consoliderà grazie ai finanziamenti la sua influenza su Yerevan e tuttavia l’Armenia dovrà affrontare non solo cambiamenti interni. Il rafforzamento dell’influenza degli Stati Uniti non è affatto una buona notizia non solo per la Russia ma anche per Turchia, Azerbaigian e Iran, perché una cellula di destabilizzazione permanente apparirà nelle loro immediate vicinanze.

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Hrant Dink, voce di libertà e resistenza del popolo armeno (Ultimavoce 19.01.25)

Hrant Dink, giornalista di origini armene, è stato una figura emblematica nella lotta per la riconciliazione tra turchi e armeni e per la libertà di espressione in Turchia. Fondatore del giornale “Agos”, Dink ha dedicato la sua vita a dar voce alla comunità armena, denunciando apertamente il genocidio del 1915 e sfidando le restrizioni imposte dall’articolo 301 del codice penale turco. Il suo assassinio, avvenuto il 19 gennaio 2007, ha scosso profondamente il Paese, evidenziando le tensioni tra la difesa dell’identità turca e il diritto alla verità storica.

Un tragico epilogo per un giornalista scomodo

Il 19 gennaio 2007, Hrant Dink, 52 anni, giornalista di spicco della comunità armena in Turchia, fu assassinato davanti alla sede del quotidiano Agos, di cui era direttore. Due colpi di pistola posero fine alla vita di un uomo che aveva dedicato la sua carriera alla riconciliazione tra turchi e armeni, una delle diaspore più grandi del 1900 e fortemente revisionata dal governo turco. Le sue posizioni sul genocidio armeno del 1915, che Dink definiva apertamente tale, lo resero un bersaglio dei nazionalisti turchi, ma anche di un sistema giuridico e mediatico che lo perseguitò fino alla fine.

Hrant Dink non era soltanto un giornalista; era un simbolo della lotta per i diritti civili e umani, un ponte tra due popoli divisi da una storia dolorosa. Tuttavia, la sua figura divenne troppo scomoda, e il suo assassinio fu l’epilogo di una campagna di odio e intimidazione alimentata da molti settori della società turca.

La persecuzione giudiziaria e mediatica

Fin dall’inizio del nuovo millennio, Hrant Dink fu vittima di una lunga serie di processi penali. Nel 2002, durante una conferenza a Urfa, dichiarò di non essere turco, ma un cittadino turco di origine armena. Questa affermazione che lo portò in tribunale con l’accusa di insulto all’identità turca. Sebbene assolto in quella circostanza, Dink continuò a essere perseguitato.

Nel 2004 e nel 2005, ulteriori dichiarazioni pubbliche lo portarono nuovamente davanti ai giudici, in particolare per aver affermato che la figlia adottiva di Mustafa Kemal Atatürk fosse di origine armena.

Nel 2006, un’intervista rilasciata a Reuters nella quale definiva “genocidio” gli eventi del 1915 aggravò la sua posizione. Accusato di “offesa all’identità turca”, Hrant Dink venne condannato a sei mesi di carcere, una sentenza simbolica che, tuttavia, non spense il suo impegno per la verità storica e la riconciliazione.

Il coraggio di restare

Nonostante le minacce di morte e il clima di ostilità, Hrant Dink rifiutò di lasciare Istanbul. Il giornalista era consapevole dei pericoli che correva, ma sentiva il dovere morale di continuare la sua battaglia. Poco prima della sua morte, scrisse un articolo in cui paragonava la sua situazione a quella di una colomba: sempre in allerta, ma determinata a non arrendersi.

Se non comprenderemo al più presto cosa sia esattamente questo qualcosa – il nazionalismo – e non ne definiremo le regole, a causa della bandiera scorrerà ancora molto sangue.

Il 19 gennaio 2007, davanti alla sede del quotidiano Agos, un diciassettenne ultranazionalista, Ogun Samast, lo uccise a sangue freddo. Le indagini successive rivelarono l’esistenza di una rete più ampia di mandanti, probabilmente legata ai servizi segreti e a gruppi ultranazionalisti. La vicenda portò alla luce un’organizzazione segreta, nota come Ergenekon, che mirava a eliminare le voci critiche nel Paese.

Le proteste e il ricordo

L’omicidio di Hrant Dink scatenò un’ondata di indignazione in tutta la Turchia e oltre. Migliaia di persone si radunarono per le strade di Istanbul, portando cartelli con la scritta “Siamo tutti Hrant Dink”. Ogni anno, l’anniversario della sua morte diventa occasione per commemorare il suo coraggio e denunciare la repressione della libertà di espressione in Turchia.

Il processo contro il suo assassino, iniziato nel 2007, mise in luce molteplici responsabilità. Il diciassettenne Samast venne condannato a ventidue anni di carcere, ma rimanevano interrogativi sulle complicità istituzionali. Nel 2010, il Ministero dell’Interno fu condannato per non aver garantito la sicurezza di Dink, nonostante le minacce ricevute.

Il ruolo di Agos e l’eredità di Hrant Dink

Fondato nel 1996, Agos fu il primo settimanale bilingue in turco e armeno, simbolo del dialogo e della coesistenza. Il termine “Agos”, che significa “furrow” cioè “solco”, rappresentava l’idea di seminare nuove opportunità per la comprensione reciproca. Hrant Dink utilizzò le pagine del giornale per affrontare temi spinosi come il genocidio armeno e il rapporto tra la comunità armena e lo Stato turco.

Il giornalista era convinto che solo attraverso il dialogo e la conoscenza reciproca fosse possibile superare le divisioni storiche. Le sue idee trovarono resistenze sia all’interno della comunità armena, timorosa di esporsi troppo, sia nella società turca, dove il nazionalismo rimaneva una forza dominante.

La censura dell’articolo 301 e i tabù turchi

L’articolo 301 del Codice penale turco, entrato in vigore nel 2005, punisce chiunque “offenda la turchicità”, un concetto vago che è stato spesso usato per reprimere la libertà di espressione. Questo articolo rappresenta una delle principali barriere al dibattito pubblico su temi delicati come la questione armena, i diritti dei curdi e il ruolo dei militari nella società.

Dink, come molti altri intellettuali turchi, si scontrò con questa legge, simbolo di un sistema incapace di affrontare il proprio passato. La sua morte evidenziò la necessità di una riforma profonda per garantire la libertà di pensiero e superare i “tabù” che soffocano il progresso democratico del Paese.

La figura di Hrant Dink resta un modello per coloro che lottano per la verità e la giustizia, per i diritti umani e quelli civili, contro ogni forma di revisionismo storico da parte di politici e storiografici nazionali e nazionalisti. La sua voce, sebbene spezzata, continua a ispirare migliaia di persone in Turchia e nel mondo. Dink non è solo un martire della libertà di stampa, ma un simbolo di speranza per una società capace di riconoscere i propri errori e costruire un futuro basato sul rispetto reciproco.

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“Uniti nella gratitudine: un abbraccio lungo un secolo” (Corrierepl 19.01.24)

Uniti nella gratitudine: un abbraccio lungo un secolo” è un’iniziativa del Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari, con la gentile collaborazione dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia. Essa intende sensibilizzare i propri amici e sostenitori alla Donazione di Sangue.

Come afferma il Console Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari, Dario Rupen Timurian: “In un contesto di accoglienza e integrazione, è importante avere un forte senso di dovere morale verso la terra che ci ospita. L’evento “Uniti nella gratitudine: un abbraccio lungo un secolo” nasce da questo sentimento di riconoscenza e dalla volontà di contribuire al bene della comunità italiana e pugliese in particolare, attraverso un gesto concreto e nobile, come la donazione di sé.

L’iniziativa è una risposta tangibile a questo principio: donare il sangue, un’azione che salva vite, è un atto di profonda solidarietà e di appartenenza alla società che ci comprende e che ci accoglie. Con questa semplice ma fondamentale azione, vogliamo dimostrare che, per quanto piccolo possa sembrare il nostro contributo, esso può fare la differenza. Invitiamo tutti quindi tutti a partecipare a questa giornata, dando il proprio supporto e mostrando con un gesto concreto il desiderio di essere parte attiva del tessuto sociale che ci circonda.”

A seguire nell’ambito della medesima iniziativa alle ore 18,30 presso il Museo Civico di Bari si terrà la presentazione della “Trilogia di Yeghishe Charents” pubblicata dalla Leonida ed. a cura di Naira Ghazaryan che dialogherà dell’opera con Siranush Quaranta e Carlo Coppola. Per l’intera durata della manifestazione sarà a Bari una rappresentanza del personale della missione diplomatica della Repubblica d’Armenia in Italia.

Per adesione alla Donazione di Sangue e info:

tel. e WhatsApp il numero +393759092438

email: info@consolatoarmenobari.it

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Amerikatsy, favola armena in corsa per l’Oscar (Ansa e altri 18.01.25)

Amerikatsy’ di e con Michael Goorjian – in sala con Cineclub Internazionale Distribuzione e nella short list degli Oscar per l’Armenia – è una bella favola di resistenza e di amore per questo paese ambientata durante il tragico periodo sovietico staliniano.”Di solito i film sull’Armenia si concentrano su quell’evento cruciale che è stato il Genocidio, ma in realtà è limitante raccontare la cultura e la vita di un paese intero limitandosi a quel capitolo tragico – dice il regista armeno-americano -.
Amerikatsi celebra tutto questo e racconta al mondo aspetti e sfaccettature dell’Armenia, che sin dalla mia giovinezza avevo desiderio di scoprire”.
Protagonista del film Charlie (interpretato dallo stesso Goorjian), scappato al genocidio armeno nascondendosi in un camion diretto negli Stati Uniti. Ma, come molti altri rifugiati, soffre molto di nostalgia del suo Paese e così nel 1948 rimpatria in Armenia, dove viene accolto dalla dura realtà del Comunismo Sovietico nel periodo staliniano.
Lo spirito armeno è ormai soffocato dall’integralismo marxista e Charlie viene addirittura arrestato ingiustamente da un comandante russo, Dmitry, solo perché geloso di sua moglie Sona.
Messo in isolamento perché non contamini con il suo ‘cosmopolitismo’ gli altri prigionieri, come le stesse guardie carcerarie, Charlie che per il suo modo di essere viene soprannominato in carcere ‘Chaplin’, non si lascia abbattere da nulla. Scopre così che dalla finestrella dentro la sua cella può osservare l’appartamento di fronte con la giovane coppia che ci abita, Tigran e Ruzan.
La vita di questa famiglia diventa per lui come una serie tv da seguire e imitare. Charlie è sempre lì in finestra ad osservare cosa fanno Tigran e Ruzan che diventano lentamente quella famiglia armena che non ha mai avuto, per lui comunque il modo più diretto per immergersi in quella cultura in cui ci sono le sue radici.


“Amerikatsi”: La favola di resistenza e amore nell’Armenia sovietica di Michael Goorjian (Gaeta.it)


Amerikatsi (Altrenotizie)


“Amerikatsi”, il mondo di Charlie visto dalla finestra. La recensione di Roberto Nepoti (La Repubblica)

L’Armenia ‘divisa’ tra Stati Uniti, Unione Europea e Russia (MSN 18.01.25)

L’Armenia, ex stato sovietico che per decenni è stata ancorato alla Russia, sta vivendo un periodo di grande fermento geopolitico, segnato da mosse decisive che sembrano segnare un distacco dai tradizionali alleati e una ricerca di nuove alleanze. Il paese, infatti, ha recentemente firmato una carta di partenariato strategico con gli Stati Uniti e ha approvato un progetto di legge per avviare la sua candidatura all’Unione Europea. Questi sviluppi sono il frutto di un contesto internazionale in rapido mutamento, che vede la regione del Caucaso, e l’Armenia in particolare, come un campo di battaglia per le influenze delle potenze globali.Un passo verso Bruxelles
La scorsa settimana, il governo armeno ha approvato una legge fondamentale per l’integrazione del Paese nell’Unione Europea. Il primo ministro Nikol Pashinyan ha dichiarato che questa legge rappresenta una svolta storica per l’Armenia, ma ha anche avvertito che il processo sarà arduo e richiederà non solo la volontà politica del governo ma anche un ampio sostegno popolare. La legge, infatti, non implica una adesione immediata, ma segna l’inizio di un lungo cammino che, se approvato dal Parlamento e confermato tramite un referendum, porterà alla formalizzazione della candidatura armena a Bruxelles.

Il passo verso l’Ue arriva in un momento di grande instabilità per l’Armenia. Negli ultimi anni, i legami con la Russia si sono progressivamente indeboliti, in parte a causa della percezione che Mosca non abbia sostenuto adeguatamente il Paese durante gli eventi della Seconda guerra del Karabakh, che si è conclusa con la riconquista del territorio da parte dell’Azerbaigian. La mancanza di un intervento decisivo da parte della Russia ha spinto l’Armenia a riconsiderare le sue alleanze strategiche, e ora si trova in una posizione complessa, divisa tra il desiderio di avvicinarsi all’Occidente e la difficoltà di rompere con un partner storico come la Russia.

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Genocidio degli armeni, presentata una nuova edizione de “La Masserie delle allodole” (Rainews e altri 17.10.25)

La cerimonia a Ferrara, alla presenza dell’autrice Antonia Arslan, cittadina onoraria della città estense

Avent’anni dalla sua pubblicazione, pubblicata una nuova edizione de “La Masseria delle Allodole” celebre romanzo che racconta una “storia negata”: quella del genocidio degli armeni, perseguitati dalla nuova Turchia nazionalista, che nasceva su basi etniche. Presente alla cerimonia anche l’autrice del romanzo Antonia Arslan, discendente di un’illustre famiglia italo-armena, scrittrice e professoressa di letteratura italiana a Padova, e divenuta cittadina onoraria di Ferrara nel 2021

Nel servizio di Francesco Satta (montaggio Giuseppe Di Marco) le interviste alla scrittrice Arslan e a Marco Gulinelli, Assessore alla Cultura del Comune di Ferrara

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Arslan racconta ’La masseria delle allodole’ : “Sono la cantastorie del genocidio infinito” (Il Resto del Carlino)


La scrittrice Antonia Arslan al Lux per il film “Amerikasti” con il regista Michael A. Goorjian (PadovaOggi)


Ferrara celebra Antonia Arslan: emozione e memoria con “La masseria delle allodole”


ANTONIA ARSLAN HA PRESENTATO – PER LA PRIMA VOLTA – LA RIPUBBLICAZIONE DE ‘LA MASSERIA DELLE ALLODOLE’. (AgneParl)

Processo di Baku con Accuse Farsesche agli Armeni del Nagorno. Richiesta la Presenza di Osservatori Internazionali. (Stilum Curiae 16.01.25)

PROCESSO DI BAKU: CHIEDIAMO L’INVIO DI OSSERVATORI INTERNAZIONALI

Il 17 gennaio si apre a Baku (Azerbaigian) il processo agli otto ex leader del Nagorno Karabakh/Artsakh. Tra di loro tre ex presidenti, un ministro degli Esteri, un ex ministro di Stato della Repubblica di Artsakh, l’ultimo presidente del parlamento, tutti catturati nel settembre 2023, durante l’aggressione azera che portò alla pulizia etnica finale degli armeni del Nagorno Karabakh.

Attualmente ci sono 23 prigionieri armeni internati illegalmente a Baku e ostaggi del regime di Aliev. Il processo, che inizierà il 17 gennaio, riguarda sedici di loro. Lungi dal rispondere

secondo gli standard del diritto internazionale, sarà una ennesima parodia della giustizia, davanti a una corte che non sarà né indipendente né imparziale.

I detenuti sono perseguiti penalmente sulla base di ridicole accuse politicamente e sostanzialmente infondate (genocidio, riduzione in schiavitù, sparizione forzata di persone, tortura, finanziamento del terrorismo, creazione di un’associazione criminale…) seguendo una tattica familiare all’Azerbaigian ovvero quella di rovesciare sugli armeni le nefandezze compiute negli anni dal regime azero.

Gli avvocati azeri loro assegnati esercitano i loro poteri sotto la pressione della procura a sua volta anche controllata dal potere; in Azerbaigian è vietato l’ingresso degli avvocati stranieri, gli imputati (che rischiano l’ergastolo) non hanno potuto prendere atto della voluminosa documentazione raccolta contro di loro perché scritta in lingua azera e senza possibilità di traduzione!

Gli imputati e gli altri prigionieri di guerra armeni sono solo ostaggi nelle mani del dittatore Aliyev.

Facciamo appello alle istituzioni italiane affinché, anche eventualmente d’intesa con l’Unione europea, invii osservatori internazionali a monitorare l’andamento dei processi farsa di Baku.

Facciamo appello ai media affinché diano quanto più spazio possibile a questi processi farsa

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA

NOTA INFORMATIVA

Secondo le informazioni delle ONG per i diritti umani, confermate dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, l’Azerbaigian detiene ancora almeno 23 prigionieri armeni, tra cui 9 prigionieri di guerra, 6 civili e 8 leader politici della Repubblica autodeterminata dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), Alcuni di loro sono stati accusati di terrorismo e condannati tra i 15 e i 20 anni di carcere dopo processi farsa. in violazione del diritto internazionale e degli impegni assunti dall’Azerbaigian ai sensi della dichiarazione di cessate il fuoco del 10 novembre 2020.

Nel settembre 2020, per la seconda volta dalla fine dell’URSS, l’Azerbaigian ha lanciato una guerra su vasta scala nel Nagorno Karabakh, dopo 26 anni di conflitto congelato. A seguito di questa guerra di 44 giorni, il 9 novembre 2020 è stata firmata una dichiarazione tripartita di cessate il fuoco tra i presidenti dell’Azerbaigian, della Russia e del primo ministro armeno, in vista di un successivo accordo di pace. ​Questa dichiarazione prevedeva lo scambio di tutti i prigionieri di guerra tra l’Azerbaigian da un lato e l’Armenia e il Nagorno Karabakh dall’altro. Così, dall’inizio del 2021, tutti i prigionieri di guerra azeri sono stati restituiti dall’Armenia.

​Il processo di restituzione di alcuni prigionieri di guerra con civili armeni catturati è stato effettuato in diverse ondate nel 2021, ma l’Azerbaigian ha deliberatamente interrotto il ritorno dei prigionieri rimanenti, rendendo il loro rilascio un oggetto di ricatto nelle sue relazioni con l’Armenia. Inoltre, dal 2021 l’esercito azero ha compiuto diverse incursioni nel territorio dell’Armenia stessa, prendendo ogni volta nuovi prigionieri.

​​Oltre ai 23 prigionieri confermati dall’Azerbaigian, ci sono ampie prove che indicano l’esistenza di almeno altre 80 persone catturate (video della loro cattura, testimonianze di ex prigionieri rilasciati…) di cui non si hanno ulteriori notizie, e di cui l’Azerbaigian nega l’esistenza. Il destino di questi “scomparsi con la forza” rimane incerto, poiché il Comitato Internazionale della Croce Rossa non ha informazioni su di loro e non è in grado di visitarli. Secondo Siranouch Sahakyan, avvocato delle famiglie dei prigionieri di guerra, l’Azerbaigian ha restituito all’Armenia quaranta corpi di soldati uccisi, anche se ci sono prove video della loro cattura. L’Azerbaigian non ha mai dato alcuna spiegazione per le uccisioni.

Il 15 giugno 2021, durante un viaggio in Nagorno Karabakh in compagnia del presidente turco Erdogan e di sua moglie, il presidente azero ha ammesso apertamente di “detenere ancora molti prigionieri di guerra armeni”, e di poterli utilizzare per costringere l’Armenia a fare concessioni non previste dall’accordo tripartito del novembre 2020.

In conformità con il diritto internazionale umanitario e il diritto dei conflitti armati, i soldati catturati prima e dopo il cessate il fuoco devono essere riconosciuti come prigionieri di guerra e beneficiare della protezione della Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di guerra del 12 agosto 1949 (“Convenzione di Ginevra III”).

LISTA DEI PRIGIONIERI (ACCERTATI)

– Allaverdyan Davit (37 anni), militare (data della cattura 29.09.23), a processo il 17.01.25.

– Babayan Davit (51), ex ministro Esteri e ministro di Stato (28.09.23), a processo il 17.01.25.

– Babayan Madat, (72), civile (29.09.23), a processo il 17.01.25.

– Balayan Levon (47), militare (29.09.23), a processo il 17.01.25.

– Beglaryan Rashid (52), civile (1.08.23), processato e condannato 12.07.24 a 15 anni.

– Beglaryan Vasili (32), militare (29.09.23), a processo il 17.01.25.

– Davtyan Davut, (31), civile (11.11.20), processato e condannato il 26.07.21 a 15 anni.

– Euljekjan Viken (45), civile (10.11.20), processato e condannato il 14.06.21 a 20 anni.

– Ghazaryan Erik (40), militare (29.09.23), a processo il 17.01.25.

– Ghukasyan Arkadi (67), ex presidente della repubblica (3.10.23), a processo il 17.01.25.

– Harutyunyan Araiyk (51), ex presidente della repubblica (3.10.23), a processo il 17.01.25

– Ishkhanyan Davit (56), ex presidente Assemblea nazionale, a processo il 17.01.25

– Khachatryan Vagif (69), civile (29.07.23), processato e condannato il 14.05.24 a 15 anni.

– Khosrovyan Aliosha (57), militare (31.10.20), processato e condannato il 2.08.21 a 20 anni.

– Manukyan Davit (53), ex ministro della Difesa (27.09.23), a processo il 17.01.25.

– Martirosyan Garik (53), militare (29.09.23), a processo il 17.01.25.

– Mkrtchyan Lyudvig (55), militare (31.01.20), processato e condannato il 2.08.21 a 20 anni

– Mnatsakanyan Levon (59), ex ministro della Difesa (29.09.213), a processo il 17.01.25

– Pashayan Melikset (54), militare (29.09.23), a processo il 17.01.25

– Sahakyan Bako (64), ex presidente della repubblica (3.10.23), a processo il 18.01.25

– Stepanyan Gurgen (38), militare (29.09.23), a processo il 18.01.25

– Sujyan Gevorg (35), civile (11.11.20), processato e condannato il 26.07.21 a 15 anni.

– Vardanyan Ruben (56), ex ministro di Stato ((27.09.23), a processo il 17.01.25

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Aliyev non si ferma e l’Azerbaigian minaccia l’Armenia (Tempi 16.01.25)

Il regime dittatoriale di Baku, che definisce l’Armenia uno “stato fascista”, incarna il fascismo attraverso le sue stesse azioni. Più evidente tra queste, i noti livelli di propaganda nazionalista anti-armena e discorsi di odio i quali culminarono nel 2023 nella completa pulizia etnica degli armeni dall’Artsakh (Nagorno-Karabakh).

Ricordiamo che lo status dell’Azerbaigian come stato fascista è evidente nella sua orchestrazione della pulizia etnica di Artsakh, ciò è avvenuto dopo un blocco di nove mesi e la deliberata fame imposta alla popolazione armena – in totale disprezzo della sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che aveva richiesto l’apertura del corridoio di Lachin.

Oggi, a distanza di quasi due anni dalla pulizia etnica in Artsakh (Karabakh) i riflettori dei media internazionali sono sul nuovo regime terrorista siriano, i cui leader portano sulle mani il sangue dei cristiani. Va detto in questo contesto che se gli armeni siriani, che combattevano per il diritto dell’esistenza pacifica dell’Artsakh venivano etichettati come “terroristi” dalla macchina propagandistica di Baku, oggi quest’ultima si impegna interamente a “giustificare” le attività disumane dei terroristi estremisti in Siria. Degno di nota è il gruppo estremista islamico Hayat Tahrir al-Sham che è riconosciuto come organizzazione terroristica non solo dagli Stati Uniti e dalla Russia, ma anche dalla Turchia. Tuttavia, i media statali di Baku lo definiscono “opposizione siriana”, cercando di sminuire la sua natura apertamente terroristica. Questo vergognoso rebranding riflette l’impegno del regime nell’allinearsi con gli estremisti e nel legittimare i loro atti barbarici.

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Un manifesto con la scritta “Karabakh è Azerbaijan!” a Baku (foto Ansa)

Lo sfondo geopolitico

La diminuzione dell’influenza dell’Iran nella regione rappresenta uno sviluppo cruciale, evidenziato in particolare dalle sue perdite in Siria. Il rapido rovesciamento del regime di Assad in soli dieci giorni segna una sconfitta per l’Iran sul piano internazionale. Ad aggravare questa battuta d’arresto, il tandem turco-azero sta intensificando la pressione economica sull’Iran, ostacolando il transito dei camion iraniani attraverso i propri territori.

Questa stretta geopolitica spiega perché il presidente azero Ilham Aliyev abbia intensificato la sua retorica bellicista contro l’Armenia, affermando che il corridoio extraterritoriale attraverso l’Armenia «deve e sarà aperto». La sua retorica e le sue politiche non sono solo anarchiche, ma fondamentalmente anti civiltà. Un esempio lampante è il genocidio culturale in corso in Artsakh, dove le chiese armene vengono sistematicamente deturpate e distrutte.

Inoltre, il dittatore di Baku sta arricchendo l’arsenale di narrazioni anti-armene e anti-iraniane per avanzare ulteriormente il suo programma espansionistica. Al centro di ciò vi è oggi la grottesca fabbricazione di un cosiddetto “Azerbaigian occidentale”, una narrativa che disconosce apertamente l’integrità territoriale e la sovranità dell’Armenia. Questa è l’ennesima narrazione inventata dal regime di Aliyev per prolungare il suo dominio come dittatore egemone dell’Azerbaigian, che ha ereditato il potere dal suo defunto padre Heydar. Il termine “Azerbaigian occidentale” si riferisce audacemente al territorio armeno riconosciuto a livello internazionale, in ritorsione al termine Armenia occidentale, che designa un’area geografica concreta nell’attuale Turchia, un tempo casa di milioni di armeni massacrati durante il primo genocidio del ventesimo secolo. Inoltre, per prevenire il legittimo ritorno dei rifugiati armeni alla loro terra ancestrale in Artsakh, Aliyev ha persino iniziato a propagare la falsità di un numero immaginario di “cittadini azeri sfollati” che, secondo la sua tesi, dovrebbero essere autorizzati a tornare in quello che lui etichetta “Azerbaigian occidentale”.

Proteste a Yerevan (Armenia) per l'invasione azera in Artsakh, 20 settembre 2023 (Ansa)
Proteste a Yerevan (Armenia) per l’invasione azera in Artsakh, 20 settembre 2023 (Ansa)

L’Azerbaigian minaccia l’Armenia

Sotto questa cinica rivendicazione si cela un piano terroristico meticolosamente orchestrato, che prevede l’infiltrazione di agenti terroristici nella Repubblica d’Armenia per fomentare odio, incitare scontri interetnici con lo scopo di fabbricare giustificazioni per l’intervento delle forze armate azere sotto il pretesto di “proteggere i civili turco-azeri” presumibilmente oppressi dagli armeni nel cosiddetto “Azerbaigian occidentale”.
Aliyev usa la terminologia coniata da Putin.

In un confronto palesemente impari con una democrazia che supera l’Azerbaigian di centinaia di passi nei diritti umani e nelle libertà, il regime di Aliyev ha avuto l’audacia di invocare la “demilitarizzazione e denazificazione” dell’Armenia. Questo mentre lo stesso Azerbaigian accumula armi d’assalto da Israele, Pakistan, Bielorussia e altri stati apertamente anti-armeni. Appropriandosi della stessa retorica incendiaria usata da Putin prima della sua invasione dell’Ucraina, Aliyev minaccia ora un altro attacco contro il territorio sovrano della democratica Armenia. Secondo le sue richieste, l’Armenia dovrebbe restituire tutte le armi acquistate, modificare la propria costituzione, bloccare la missione civile dell’Ue in Armenia e ritirare le denunce internazionali presentate contro l’Azerbaigian dopo la guerra del 2020 – tutto ciò nel tentativo di legittimare la pulizia etnica e il massacro sistematico degli armeni tra il 2020 e il 2023 e per aprire la strada a nuove aggressioni.

In sostanza, la dittatura fascista neo-ottomana sta incessantemente progettando nuove strategie per lanciare una nuova guerra contro l’Armenia, con l’obiettivo finale del suo completo annientamento.

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Uno sguardo dall’interno

A conclusione, citiamo le potenti parole della giornalista azera Nurlana Khalil, membro dei media d’opposizione che, per le sue opinioni politiche dissenzienti, subisce minacce di morte dalla macchina repressiva della dittatura di Aliyev. Rispondendo alla retorica bellicosa incessante del dittatore contro l’Armenia, Khalil afferma con precisione: «Guardate questo dittatore miserabile dell’#Azerbaigian #Aliyev, il cane di #Putin, che arresta giornalisti, accademici, attivisti, persino cittadini europei venuti in Azerbaigian. Usa la tortura contro i prigionieri, ruba miliardi dal bilancio statale, mentre il popolo vive in povertà».

Nel frattempo, le nazioni europee continuano ad armare una dittatura che definisce la prima nazione cristiana “fascista” e il “dittatore miserabile” si prepara apertamente a lanciare un nuovo attacco per conquistare ulteriori territori della Repubblica d’Armenia. È evidente che questa complicità ipocrita mina i principi di democrazia e diritti umani che tali nazioni europee dichiarano di sostenere.

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“Armenia a prova di tensione: l’ultima pericolosa mossa di Pashinyan”, l’Editoriale dell’Amb. Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 15.01.25)

a firma apposta ieri dal Ministro degli Affari Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, all’Accordo di Partenariato Strategico con gli USA, sembra gettare ineluttabilmente Yerevan in un pericolosissimo “cul-de-sac”.

L’atto, infatti, concluderebbe quel lungo processo avviato fin dal 2018, anno di ascesa al potere di Pashinyan in esito ad una quanto mai generosa “rivoluzione di velluto”, fatto di ambigui, quanto sottili, ma comunque continui, passi verso un progressivo allontanamento del Paese da Mosca in favore di una deriva euro-atlantista dalle prospettive purtroppo assai incerte e non scontate.

Il Trattato testé firmato con Washington, ovvero con una Amministrazione americana uscente, a poche ore dall’insediamento alla Casa Bianca del nuovo Presidente Donald Trump, assume così tratti perplessi, inducendoci a immaginare che qualche ragione sotterranea abbia giocato un determinante ruolo nell’assumere questa decisione. Ma cerchiamo di capire.

L’ Armenia, contrariamente al passato, è venuta a rivestire in questi più recenti anni un rilievo vieppiù crescente per Washington quale pedina da usarsi al momento opportuno per un progetto anti-Russia nel quadro di quel processo di destabilizzazione perseguita dai circoli militaristi occidentali in tutta l’area già appartenuta alla ex Unione Sovietica. Yerevan, si sa, è storicamente integrata nei fondamentali interessi strategici di Mosca di cui condivide la partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica e alla CSTO (Collective Security Treaty Organization), sebbene quest’ultima recentemente “sospesa” per scelta del Primo Ministro Pashinyan. Costui, d’altra parte, già oppositore dei precedenti Governi democraticamente eletti e internazionalmente riconosciuti, si sarebbe chiaramente prestato ai Paesi occidentali  – con una sorprendente  loro vampata di interesse per il Paese che chiaramente tradisce la pigra indifferenza del trentennio precedente –  quale personaggio ideale per condurre l’Armenia ad una decisiva svolta pro-occidentale, sottraendola in tal modo all’influenza del Cremlino, e integrarla sempre più nei circuiti economici e militari euro-atlantisti.

Dopo la sconfitta subita da Pashinyan (ma non dal suo popolo) nella seconda guerra del Karabagh del 2020  – guerra peraltro votata fin dall’inizio ad una preannunciata capitolazione per la maniera “non convinta” di condurla – Yerevan si è trovata ad affrontare – senza alcun aiuto occidentale, ma con la sola assistenza iniziale di una Russia delusa dal corso politico del nuovo Governo – le pretese velleitarie del Presidente azero, Ilham Aliyev, determinato ad ottenere dalla vittoria il massimo beneficio ricorrendo perfino alla minaccia di un nuovo ricorso all’usa della forza.

Il conseguente indebolimento della posizione armena vis-à-vis col nemico azero, avrebbe così offerto facile pretesto al Primo Ministro armeno per accusare Mosca di non essere intervenuta a sua difesa (il che se fosse accaduto avrebbe sollevato di certo aspre critiche da parte dei Paesi occidentali avverso la Russia tacciata di invadenza e aggressività), giustificando così, con inconsistenti ragioni, la decisione già antecedentemente presa, di volersi allontanare dalla sfera di interessi del Cremlino.

Orbene, proprio in questi primi giorni del 2025 la temperatura della tensione tra Yerevan e Baku sembra sia salita bruscamente. Mentre il Presidente azero, tronfio della vittoria conseguita, alza i toni della retorica bellicista, il Primo Ministro armeno, forse intimorito dalla tracotante inverecondia del suo rivale, cerca di ammansirlo nelle sue intemperanze offrendogli appetibili concessioni purché sia fatta salva la pace. Ma all’azero le profferte armene né piacciono, né bastano.

Aliyev, peraltro, ha fatto chiaramente intendere nella conferenza stampa tenuta lo scorso 7 gennaio, che non potrà mai accedere ad un trattato di pace con l’Armenia se le sue condizioni non verranno soddisfatte. Da parte di Baku, infatti, oltre alla riconquista di tutto il Karabagh con i  7 territori azeri occupati e all’ottenimento di parte della regione armena di Tavush, si chiederebbe ora tutta una serie di ulteriori concessioni  tra cui principalmente: l’apertura del Corridoio di Zangezur,  l’area di Syunik (col rischio di una pericolosa separazione del territorio armeno a beneficio di un collegamento diretto tra Azerbaijan, Nakhchivan e Turchia), lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE (istituito quale meccanismo negoziale di pacificazione fin dalla fine della prima guerra del Karabagh), il ritorno dei rifugiati azeri, la cessazione del riarmo e, men che non si creda, addirittura la modifica della Costituzione per rimuovere il riferimento operato dalla Dichiarazione di Indipendenza – giudicato oltremodo insidioso per gli effetti di reviviscenza che avrebbe sullo spirito nazionalista armeno – alle cause storiche della riunificazione del Karabagh alla Madrepatria e al perseguimento del riconoscimento universale del Genocidio armeno del 1915. Un efferato crimine di portata storica ancora, purtroppo, misconosciuto da molti Governi e principalmente negato dalla Turchia suo esecutore materiale.

Ecco allora che il Trattato testé firmato a Washington viene ad acquistare di intellegibilità e chiarezza.

Collocandolo nel contesto del rapporto conflittuale con l’Azerbaijan, la mossa dell’ultim’ora compiuta da Pashinyan  si spiegherebbe con la necessità di concludere con l’Amministrazione Biden, la stessa che avrebbe pilotato l’Armenia in questi anni verso un distacco da Mosca, un accordo in grado di tutelare in qualche modo l’Armenia da una eventuale nuova aggressione azera. Da qui, dunque, l’urgenza di porre il Paese sotto tutela americana. L’Accordo, anche se non si può definire tecnicamente un’alleanza militare, si concede, tuttavia, ad una varietà di opzioni alternative, di indubbio effetto deterrente su Baku, come l’invio di unità doganali e di controllo dei confini, esercitazioni militari congiunte (Eagle Partner) – magari rafforzando quelle già svolte nei due anni precedenti – e altre forme di collaborazione strategica come nel settore del nucleare.

Collocato, per contro, nel contesto del confronto/scontro condotto da Washington nei confronti di Mosca, che ha nella guerra in corso in Ucraina il suo centro focale, il Trattato assumerebbe un indubbio aspetto strategico consolidando il distacco dell’Armenia dall’area di influenza moscovita per farne un altro possibile progetto contro la Russia in linea di continuità con quel processo di destabilizzazione avviato ai suoi confini dall’allargamento ad Est della NATO.  Perché allora non attendere per la firma del Trattato la nuova Amministrazione americana destinata in fondo a dare esecuzione effettiva alle intese? La ragione risiederebbe nella opportunità di evitare, non solo una rielaborazione dell’accordo in sé con una Amministrazione del tutto estranea ai precedenti negoziali dell’intesa, ma anche, e soprattutto, il rischio che la prospettiva più che mai concreta oggi di un possibile riavvicinamento di Trump a Mosca – e non dimentichiamo in proposito l’accusa mossa dal “tycoon” a Biden di aver commesso un errore storico nel promuovere una “proxy war” con Mosca di cui ora potrebbe anche comprenderne le ragioni –  valesse a vanificare l’intera iniziativa negoziale. Con la firma oggi dell’accordo, invece, è l’Amministrazione americana come tale impegnata e non tanto Trump della cui proclività a continuare l’esercizio strategico con Yerevan vi sarebbero valide ragioni per dubitare.  In ogni caso, gli USA si troverebbero ben avvantaggiati dalla mossa di Pashinyan in quanto in grado di mettere piede in terra armena in maniera stabile, quale presunto esito di una “libera” scelta democratica del Paese a consentirlo, e in disprezzo di una concomitante presenza militare della Russia, non solo con unità ai confini con la Turchia, ma anche con la sua base militare di Gyumri e le connesse diramazioni nelle aree di Artashat, Armavir e Meghri.

Lo schieramento così attuato da Pashinyan con gli USA, qualora non dovessero intervenire nell’immediato decisive reazioni da parte di Mosca, certamente implicherà negative conseguenze sulla tradizionale cooperazione intrattenuta da Yerevan con il Cremlino. E rileverebbe in tal senso la possibile compromissione derivante dalla svolta armena di tutti quei vantaggi di cui storicamente il Paese fruisce poggiando sull’amicizia con Mosca, senza, per contro, avere certezza di ottenere equivalenti benefici dall’adesione ad una Unione Europea (del cui interesse è testimonianza la recente legge governativa intesa a delinearne il percorso), oggi sulle difensive sul piano migratorio, in recessione su quello  economico, e in regressione politicamente per un possibile avanzamento dei recenti corsi nazionalisti tesi, a seguito della attuale montata delle forze politiche sovraniste, a sovvertire le politiche comunitarie. Non dimentichiamo, infatti, che la Russia è il primo Paese di emigrazione per l’Armenia registrando ben 2.8 milioni di cittadini residenti, e che è anche il primo Paese per volume di interscambio commerciale (9.9 miliardi di dollari nel 2024) con un export armeno di valore triplo rispetto all’import. Non solo, ma a completamento del quadro informativo, giungerebbe, infine, anche un ulteriore elemento di valutazione: ovvero come la ricca disponibilità di fonti energetiche fornite oggi da Mosca a basso costo, non troverebbe assolutamente compensazione stando l’Armenia in Europa con conseguente grave compromissione dello sviluppo economico e sociale del Paese.

Ma ancor più gravi, a ben guardare, sarebbero gli effetti sul piano strategico.

Il rischio, infatti, non ipotetico, ma reale, per l’Armenia di Pashinyan di non trovare per il settore della sicurezza e della difesa quell’auspicato aiuto occidentale – come indurrebbe a pensare il sostegno dato dalla NATO alla Turchia e, più significativamente, la recente dichiarazione del Segretario di Stato, Antony Blinken, secondo cui gli USA non potrebbero mai divenire garanti delle posizioni armene nella crisi del Nagorno Karabagh – implicherà prevedibilmente una pericolosissima esposizione del Paese – già per sua collocazione geografica vulnerabile – alle politiche aggressive ed espansionistiche dei suoi più immediati vicini: l’Azerbaijan, quale storico antagonista di una Armenia che considera come Azerbaijan Occidentale, e la Turchia protesa oggi più che in passato a svolgere un ruolo assertivo all’estero nella prospettiva – confermata dalla sconcertante retorica del suo Presidente Erdogan – di realizzare un auspicato revisionismo storico di ottomana matrice, come dimostrato peraltro dai tentativi di espansione condotti da Ankara in Siria, in Libia e nella stessa Africa. L’esito di tale radicale cambiamento sarebbe, dunque, drammatico per l’Armenia che resterebbe isolata in una regione altamente critica, qual è per l’appunto il Transcaucaso, con l’esito intuibilmente fatale un domani per la integrità territoriale del Paese che perderebbe, da un lato, sostegno dalla Russia e fiducia dall’Iran, un vicino in fondo fino ad oggi amico e interessato al mantenimento dello “statu quo” sul fronte meridionale dell’Armenia, senza, dall’altro, acquisire certezze dall’Occidente incline, non tanto a sostenere il Paese nel suo sviluppo, quanto piuttosto ad usarlo come pedina nello scacchiere geopolitico incurante dei suoi destini. Del resto l’indifferenza con cui l’Occidente assisteva al Genocidio del popolo armeno nel lontano 1915, senza neanche un minimo intervento a sua protezione, dovrebbe insegnare qualcosa alle nuove generazioni armene affinché, traendo giusta lezione dalla Storia, comprendano i reali rischi della situazione in cui oggi il Paese si trova.

Bruno Scapini

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L’Armenia firma un memorandum d’intesa con gli Stati uniti (Il Manifesto 15.01.25)

Ieri l’Armenia ha firmato un documento che ufficializza la nascita di un partenariato strategico con gli Usa. Il ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, ha incontrato a Washington il Segretario di Stato americano uscente, Antony Blinken, per firmare il memorandum d’intesa strategica che porta a compimento un processo iniziato con la Rivoluzione di velluto del 2018.
Il Paese caucasico lo scorso 9 gennaio ha anche approvato un progetto di legge che mira a portare a termine tutte le riforme necessarie per il processo di adesione all’Unione europea, come è già avvenuto in Georgia.

A tale proposito, la Russia, con la quale l’Armenia condivideva l’alleanza militare Csto, ha subito avvertito Erevan che non le sarà permesso di aderire contemporaneamente all’Ue e all’Unione economica eurasiatica (Ueea), rievocando il contrasto del 2012 sul percorso europeista dell’Ucraina. In Armenia, da quando nel 2018 migliaia di persone scesero in piazza per invocare un cambiamento di rotta deciso nella politica nazionale e l’allontanamento da Mosca, molte cose sono cambiate e l’entusiasmo filo-occidentale di una parte della popolazione si è molto ridimensionato. La causa principale è il mancato intervento di Usa e Ue durante le due guerre del Nagorno-Karabakh contro l’Azerbaijan del 2020 e del 2023. Per motivi analoghi, tuttavia, anche le simpatie filo-russe della parte più tradizionalista del Paese negli ultimi anni sono crollate. Il Cremlino è accusato di non essere intervenuto a difesa dell’Armenia contro Baku (che invece era sostenuta attivamente dalla Turchia) e di non aver ordinato di intervenire al corpo di interposizione stanziato nella regione a garanzia della tregua del 2020.

La firma del trattato con gli Usa mette Erevan in una posizione delicata nello scacchiere caucasico, senza delle effettive garanzie di sicurezza ma con la minaccia militare di Azerbaijan e Turchia tuttora presente per il cosiddetto corridoio di Zangezur nel sud del Paese. Mosca, inoltre, ha dichiarato chiaramente che non tollererà ingerenze di Washington ai suoi confini e nelle sue aree storiche di influenza.

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