Armenia: a San Marino, venerdì 26 gennaio, incontro sulla “grave situazione” delle 120mila persone “scacciate” dall’Artsakh (SIR 24.01.24)

i terrà venerdì 26 gennaio alle ore 20.45 a Domagnano (San Marino) un incontro sulla “grave situazione armena”. Prenderanno la parola il giornalista Renato Farina, che si è occupato spesso di questa regione, e Teresa Mkhtaryan, responsabile armena di una serie di progetti portati avanti dall’Associazione “Il Germoglio” per aiutare questo popolo martoriato. “La nostra comunità ‘Il Germoglio’ realizza progetti in Armenia volti a migliorare la vita delle persone”, spiega in una nota Teresa Mkhtaryan. “L’idea della nostra comunità è semplice: ognuno di noi dovrebbe fare ciò che dipende da essa. Non cercare i colpevoli, non incolpare nessuno, non discutere di ciò che gli altri dovrebbero fare, ma semplicemente cambiando te stesso e cambiando il mondo intorno a te”. L’incontro è promosso dal Coordinamento delle Aggregazioni Laicali di San Marino per far conoscere la situazione in cui vivono oggi le 120.000 persone che sono state scacciate “dalla terra in cui vivevano da millenni, l’Artsakh, conosciuto come Nagorno – Karabakh, per rifugiarsi in Armenia”. Il Coordinamento sottolinea che “San Marino, l’antica terra della libertà, nel corso della sua storia in molte occasioni ha prestato attenzione ed aiuto alle persone e alle popolazioni in difficoltà, dando rilievo al cuore ospitale che la caratterizza. Per questo motivo viene proposta una serata di ascolto e di testimonianza su quanto sta accadendo in Armenia”.

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San Marino. La situazione del popolo armeno al centro di un incontro promosso dalle Aggregazioni Laicali
Incontro «Armenia-Artsakh. Ritorno al Paradiso» a Domagnano (San Marino)

Un religioso al fianco del popolo armeno (Vaticannews 24.01.24)

Originario di Erzerum, in Turchia, Cirillo Giovanni Zohrabian, è una personalità poliedrica, caratterizzata da umorismo, umiltà, spirito di servizio e profondo senso di giustizia. Si ritiene sia nato il 25 giugno 1881 in una famiglia povera e profondamente cristiana, sterminata, poi, nel genocidio degli armeni. Fa il suo ingresso fra i cappuccini del convento di Istanbul nel 1894.

Ordinato sacerdote, dieci anni dopo è destinato alla missione di Trebisonda, a Erzerum, dove si dedica al ministero pastorale, alla direzione spirituale, all’insegnamento, agli ammalati. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, trovandosi a Istanbul, gli viene impedito di rientrare nella sua missione e si stabilisce nel convento di San Luigi. Finita la guerra, il religioso si occupa delle centinaia di ragazze armene rimaste orfane a causa del genocidio e, nel 1920, a Trebisonda, mette a disposizione dei greci della regione del Ponto espulsi dalla loro terra, la chiesa e il convento. Per questo motivo viene cacciato dalla città e arrestato, poi, ad Istanbul. Sottoposto per tre giorni a torture, è condannato a morte con una falsa accusa, ma, all’ultimo momento, viene liberato ed allontanato dalla Turchia. Giunge così in Grecia, dove si prende cura di migliaia di profughi armeni. Aggregato nella Provincia religiosa dei cappuccini di Palermo, il 21 novembre 1938 è nominato vicario patriarcale dell’Alta Gezira, in Siria e, l’8 giugno 1940, viene eletto vescovo titolare di Acilisene. La sua attività disturba, però, le autorità greche, che decide di sorvegliarlo e di impedirgli di svolgere il suo apostolato, sino a negargli il visto di ingresso e di permanenza in Grecia. Cirillo Giovanni raggiunge così la Siria, dove svolge una intensa azione pastorale e assistenziale, costruendo scuole, chiese e case per i sacerdoti e impartendo lezioni private a numerosi studenti. A causa di difficoltà di salute, presenta poi le sue dimissioni dalla sede vescovile dell’Alta Gezira e si stabilisce a Roma, continuando le sue attività caritative e apostoliche a favore degli armeni. Muore il 20 settembre 1972.

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Sguardi sulle Società: Una Missione Ue in Armenia (Arte.tv 24.01.24)

Il conflitto in corso tra Armenia e Azerbaigian, per il controllo dell’area del Nagorno-Karabakh, ha indotto l’Unione Europea a inviare dei civili nel febbraio 2023 per monitorare la situazione. Il personale è responsabile anche dell’interazione con la popolazione locale, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza e contribuire alla stabilità presso queste zone di confine.

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L’ARMENIA: UNA TRAGEDIA UMANA E CULTURALE ALLE PORTE DELL’EUROPA (Aria Mediterranea 24.01.24)

Nel cuore del Caucaso Meridionale, l’Armenia continua a vivere una tragedia umanitaria senza precedenti, con migliaia di cittadini costretti a fuggire dalle proprie terre, in quello che sembra essere un tentativo sistematico di cancellare la presenza armena nella regione. La comunità internazionale osserva passivamente mentre una cultura millenaria si trova in pericolo di estinzione.

La recente escalation del conflitto tra Azerbaijan e Armenia nel Nagorno Karabakh ha provocato la fuga di oltre 120.000 armeni, tra cui 30.000 bambini, rendendo la situazione umanitaria drammatica. Mescolandosi alle notizie di città abbandonate e luoghi di culto trasformati in moschee, emerge un chiaro tentativo di riscrivere la storia, cancellando ogni traccia della presenza armena.

I 12 milioni di armeni nel mondo oggi affrontano un destino amaro, con nove milioni di essi costretti a vivere in esilio. Una cultura ricca di storia millenaria si trova ora dispersa in tutto il mondo, con solo una piccola parte concentrata nelle minuscole porzioni del Caucaso, compresa la Repubblica d’Armenia.

La questione, tuttavia, non è solo territoriale; gli analisti indicano che dietro questo conflitto si celano interessi geopolitici tra Stati Uniti, Russia, Europa e Turchia. Il Nagorno Karabakh, teatro di questa drammatica vicenda, non esisterà più dal 1° gennaio 2024, e le sue istituzioni saranno presto sciolte. Gli abitanti, nonostante le promesse di protezione dell’Azerbaijan, sono fuggiti in massa, temendo una futura pulizia etnica dopo l’attacco militare del 2023.

La radice del problema sembra essere legata alla volontà di strappare al popolo armeno la terra e cancellare ogni traccia della sua presenza storica. Il cristianesimo, introdotto nel primo secolo dell’era cristiana, è stato ufficializzato come religione di Stato nel 301 d.C. Questa ricca tradizione religiosa e culturale è ora minacciata dal conflitto in corso.

Papa Francesco ha espresso la sua preoccupazione per la situazione nel Caucaso Meridionale e ha esortato le parti coinvolte a trovare una soluzione pacifica. La sua preoccupazione si estende anche alla drammatica situazione umanitaria degli abitanti della regione, sottolineando l’urgenza di favorire il ritorno degli sfollati alle proprie case in legalità e sicurezza, rispettando i luoghi di culto delle diverse confessioni religiose presenti.

In un mondo che spesso priorizza gli interessi politici, è cruciale che la comunità internazionale si unisca per porre fine a questa tragedia umana e culturale, affinché la pace possa tornare nel Caucaso Meridionale e il popolo armeno possa ritrovare la sicurezza e la stabilità nelle proprie terre. Non possiamo restare in silenzio di fronte a un’ingiustizia così evidente e urgente.

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Laura Ephrikian presenta libro “Una famiglia armena” a Potenza (Sassilive 23.01.24)

Lunedì 29 gennaio 2024 alle ore 16,30 nel Polo Bibliotecario in via Don Minozzi a Potenza l’associazione  Le Ali di Frida in collaborazione con il Circolo Radici di Matera, promotore dell’iniziativa, incontrerà Laura Ephrikian per una conversazione sul suo ultimo libro, intitolato “Una famiglia armena”.

Laura appartiene a una famiglia di origini armene e come artista si è formata alla scuola del Piccolo Teatro di Milano. Negli anni sessanta e settanta è stata presentatrice ed annunciatrice della Rai, interprete di numerosi film di successo con il marito Gianni Morandi, nonché protagonista di opere teatrali e di sceneggiati televisivi.

Questo suo ultimo libro racconta delle origini armene della sua famiglia, attraverso le vicende del nonno Akop che fuggito dal suo Paese, trova a Venezia la salvezza e l’amore.

Laura Ephrikian, da più di 30 anni, svolge attività filantropiche in Kenia, dedicandosi soprattutto ai bambini per i quali è impegnata nella costruzione di pozzi di acqua dolce e di scuole.

Si sottolinea che i fondi raccolti con la vendita del libro e dei piatti dipinti saranno devoluti per le attività suddette in Africa.

Dialogheranno con l’autrice Franca Coppola, Olimpia Orioli e Enzo Mori.

Nagorno-Karabakh, quale futuro dopo il conflitto? (Atlante Guerre 23.01.24)

di Ambra Visentin

Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha lanciato un’offensiva militare su larga scala contro lo Stato separatista autodichiarato di Artsakh, nella regione del Nagorno-Karabakh, internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian ma contesa con l’Armenia dal 1993. L’azione ha costretto più di 100.000 armeni che vivevano nell’area a fuggire. La repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh è stata ufficialmente sciolta il 1° gennaio 2024. Dell’epilogo di questo lungo conflitto e degli attuali negoziati di pace, abbiamo parlato con Nadja Douglas, politologa e ricercatrice presso il Centro di studi internazionali e dell’Europa orientale (ZOiS) di Berlino (nella foto a dx).

Dottoressa Douglas, nella sua pubblicazione del settembre 2023 sostiene che il Nagorno-Karabakh è stato “sacrificato”. Chi ha permesso questo sacrificio e perché?

“All’indomani degli eventi del 19-20 settembre, il Nagorno-Karabakh è stato sacrificato da più parti, in varia misura e per motivi molto diversi. La comunità internazionale non ha reagito con un approccio comune all’uso della forza da parte dell’Azerbaigian per spingere verso una soluzione definitiva tra Azerbaigian e Armenia. La Federazione Russa non è intervenuta a causa della guerra contro l’Ucraina e della necessità di mantenere buone relazioni con l’Azerbaigian come partner per il commercio, il transito e l’elusione delle sanzioni occidentali. Infine, il Nagorno-Karabakh è stato sacrificato dalla stessa Armenia, per la necessità di salvare la propria integrità territoriale. L’Armenia si trova in una posizione molto debole nei confronti dell’Azerbaigian a causa della guerra del 2020 e teme di subire ulteriori aggressioni azere a meno che non si raggiunga un accordo di pace nel prossimo futuro”.

Con la vittoria azera nell’ultima offensiva, si è tornati a parlare del “corridoio di Zangezur”, il tratto di circa 30 chilometri di territorio armeno che separa l’Azerbaigian dalla sua exclave di Nakhchivan. Quali sviluppi possiamo aspettarci?

“Al momento è molto difficile dirlo. L’Azerbaigian ha effettivamente rinunciato, forse in nome dell’accordo di pace, a spingere per il cosiddetto corridoio di Zanzegur. Tuttavia, Baku continua a chiedere una via di trasporto priva di ostacoli che colleghi l’Azerbaigian occidentale con la regione autonoma di Nakhchivan, ricordandolo come un impegno assunto dall’Armenia nell’accordo di pace trilaterale del novembre 2020 con Russia e Azerbaigian. Gli armeni temono che l’Azerbaigian possa imporre una sorta di status exterritoriale del corridoio, tagliando di fatto la regione meridionale del Syunik dal resto del Paese. Attualmente, anche l’Azerbaigian sta cercando alternative attraverso l’Iran. Hanno ancora l’idea di realizzare questa rotta, ma presumo che non cercheranno di ottenerla ad ogni costo”.

A che punto siamo con il processo di pace?

“Entrambe le parti sono piuttosto pragmatiche. L’Armenia vuole questo accordo di pace, soprattutto per mettere in sicurezza i propri confini e per avere un documento che garantisca che l’Azerbaigian non continuerà a fare incursioni militari nel suo territorio. Tuttavia, le prospettive di un accordo di pace sono molto difficili da valutare perché al momento le parti non riescono a mettersi d’accordo se debba essere un accordo mediato o se debba essere realizzato su base bilaterale, cosa che svantaggerebbe l’Armenia.

È innegabile che entrambe le parti lo vogliano, certo per ragioni diverse, ma si tratta del processo di pace più concreto e tangibile a cui abbiamo assistito, almeno nell’ultimo decennio. Tuttavia, guardando la situazione nel complesso, siamo lontani da una pace positiva e sostenibile. L’odio, il risentimento e il desiderio di ritorsione tra le due società sono ancora molto forti. Inoltre, la retorica dell’Azerbaigian è ancora piuttosto aggressiva, il che ovviamente ostacola la comprensione reciproca e il dialogo tra le due popolazioni nel lungo periodo”.

Quali sono le priorità dell’Azerbaigian?

“L’Azerbaigian ha due ragioni principali per continuare i negoziati di pace con l’Armenia. In primo luogo, vuole consolidare la sua vittoria in un documento. Hanno recuperato con successo il Nagorno-Karabakh. Era un obiettivo a lungo termine e una sorta di “ragion di Stato” quella di “riportare il Karabakh a casa”. Questo ha dato legittimità all’intero regime del presidente Ilham Aliyev. Vogliono questo accordo di pace, ma non vogliono che il Karabakh ne faccia parte, perché considerano il conflitto comunque concluso. Il secondo aspetto è quello economico. L’Azerbaigian mira a rilanciare la rete regionale. Insieme alla Georgia, stanno già pensando al futuro, a come una regione del Caucaso meridionale più riunita possa diventare un importante hub di trasporto e transito”.

E le prospettive dell’Armenia?

“L’Armenia vuole la demarcazione dei confini e la restituzione dei prigionieri di guerra, ma è anche interessata a potenziare le connessioni territoriali. Trarrebbe, infatti, enormi benefici dall’apertura dei confini con i suoi avversari a est e a ovest. Questo includerebbe la riapertura di ex linee ferroviarie e nuovi collegamenti stradali in tutta la regione del Caucaso meridionale. Un’altra questione importante è la protezione del patrimonio culturale. Recentemente sono stati lanciati appelli per dividere i negoziati, separando i colloqui di pace dalla demarcazione dei confini. Ma questo probabilmente non andrebbe a vantaggio dell’Armenia”.

All’inizio della nostra conversazione, ha citato gli interessi di esportazione della Russia fra le ragione del non-intervento. Può darci un’idea di come sta crescendo il commercio con l’UE attraverso l’Azerbaigian?

“Come è noto, la Commissione UE ha concluso un accordo sul gas con l’Azerbaigian a metà del 2022 per raddoppiare la quantità di gas importato nell’Unione Europea a partire dal 2027. L’obiettivo era quello di compensare la decisione della Russia di tagliare dell’80% le sue esportazioni di gas verso l’Europa a seguito delle sanzioni occidentali in reazione alla guerra in Ucraina. Di fronte al rischio di rimanere bloccata con il proprio gas e al crollo dei profitti, la Russia ha cercato mercati alternativi. L’esportazione di gas verso Paesi terzi come l’Azerbaigian, la Turchia o l’India, che a loro volta riesportano verso l’UE, ha perfettamente senso per la Russia. Sappiamo bene che l’Azerbaigian da solo non sarebbe mai in grado di soddisfare la sua quota di fornitura senza l’uso del gas russo che, in sostanza, viene riciclato”.

Qual è la situazione dei rifugiati del Nagorno-Karabakh?

“L’Armenia è ancora un Paese molto povero e molto piccolo in termini di popolazione. Integrare più di 100.000 rifugiati rappresenta quindi un onere enorme. Il sostegno del governo non può continuare all’infinito, poiché l’Armenia non ha le stesse risorse dell’Azerbaigian, che sostiene da oltre 30 anni alcuni rifugiati provenienti dal Karabakh e dalle regioni circostanti. Tra il 1992 e il 1994, circa 700.000 persone sono dovute fuggire dalle regioni che sono state poi annesse all’Armenia. Ancora oggi, alcune di queste persone sono sostenute dal governo azero e alcune di loro vivono in condizioni molto difficili, il che è deplorevole anche considrata la prosperità dell’Azerbaigian. L’Unione Europea, da parte sua, ha già stanziato, almeno per il momento*, diversi milioni di euro per gli aiuti di emergenza, soprattutto per aiutare i rifugiati. Tuttavia, sostenere intere famiglie per un lungo periodo di tempo, trovare loro un alloggio, integrarli nel mercato del lavoro e nel sistema educativo è una sfida immensa e richiederebbe un impegno a lungo termine.”

* Nell’ottobre 2023, l’UE ha mobilitato altri 500.000 euro in aggiunta agli 1,17 milioni di euro di aiuti umanitari forniti all’inizio dell’anno per la crisi del Nagorno-Karabakh. Dalla grave escalation del conflitto nel 2020, l’UE ha sostenuto le operazioni umanitarie in Armenia e Azerbaigian con più di 21 milioni di euro, ndr

Le foto di copertina e all’interno sono di Eugene Shalnov. Vedi tutto il servizio fotografico su atlasofwars

Eugene Shalnov, fotografo russo  Sono nato nel 1995 a San Pietroburgo, in Russia.  Dal 2018 è designer delle luci in uno dei teatri di San Pietroburgo e contemporaneamente si occupa di fotografia.  Nel 2022 si è  diplomato alla Scuola di fotografia contemporanea DOCDOCDOC e ha completato il mio primo progetto indipendente sull’assistenza medica volontaria. Nello stesso anno, per via delle sue idee politiche e dell’inizio della guerra in Ucraina, ha dovuto lasciare prima il teatro e, dopo quattro mesi, la Russia. Vive e lavora  come fotografo in Armenia

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Il giro del mondo in sette vini rossi, dall’Australia all’Armenia passando per la California (Gamberorosso 23.01.24)

Una playlist enologica per spaziare con classe in diversi paesi che producono ottimi vini, tra Armenia e California, Spagna e Francia, Australia e Slovenia

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Heritage Sireni 2019 Zorah

Questo splendido rosso ci ricorda un altro conflitto in corso. Dal 2022 non sarà più prodotto, ci racconta Zorik Gharibian, perché le vigne si trovano nel Nagorno-Karabakh dove è in atto una pulizia etnica da parte degli azzeri nei confronti degli armeni. Quasi 150mila armeni hanno dovuto lasciare la regione. La varietà principale è il sireni, con un taglio del 20% di un’altra varietà autoctona, in questo caso a bacca bianca: l’arati. Naso molto puro e fragrante di melograno, fragoline di bosco e limone. La bocca è leggiadra ma incisiva, con uno sfizioso registro speziato di pepe bianco e liquirizia. Chiude lungo e sfumato su toni mandorla tostata. 60 euro.

 

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Megliounlibro: leggere per ricordare la Shoah, le foibe, il genocidio degli Armeni (Resegoneonline 23.01.24)

L’associazione non profit per l’orientamento alla lettura di qualità seleziona 16 titoli per le tre Giornate della Memoria 2024

Il Giorno della Memoria 2024 arriva in un contesto particolare, segnato da un clima di guerre e divisione. Al tempo stesso, il motto “Leggere per non dimenticare” assume un valore ancora più ampio.

Dolori antichi si sovrappongono a quelli recenti. Ostaggi, torture, uccisioni senza fine: l’escalation di odio dimostra che se non si conosce la storia è più arduo raggiungere la pace.

Per il 2024 Megliounlibro propone una selezione, per fasce d’età, di 16 titoli pubblicati di recente e dedicati alle 3 Giornate: 27 gennaio, 10 febbraio, 24 aprile, la Memoria della Shoah, il Ricordo delle foibe, il genocidio degli Armeni. Perché leggere serva davvero a ricordare e a non ripetere.

Megliounlibro è il magazine di orientamento alla lettura edito da 26 anni dalla non profit Il Segnalibro Book Counselling Service, che ha tra i fini la promozione della lettura di qualità tra persone di ogni età. Una redazione tosta e una schiera di collaboratori – tutti volontari e di ogni età -, preparatissimi nel vagliare l’aspetto estetico e formativo delle opere. La sfida è trovare i classici del futuro, le “perle”. Nel 2019 a Bologna, alla Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi, è nato il Premio Megliounlibro, assegnato poi nel 2023 a Bookcity Milano, che vuole valorizzare l’opera di un autore che sappia trasmettere con garbo e originalità. Sempre talenti frizzanti al di là di ogni criterio di marketing e politically correct. Direttore responsabile: Laura Prinetti, già docente di latino e greco nei licei classici, giornalista, docente di Giornalismo in Università Cattolica.

Nagorno Karabakh: alle porte dell’Europa gli Armeni espulsi dalle loro terre (Rainews 22.01.24)

Molti paesi attualmente sono in mano agli azeri, numerose città sono state abbandonate e hanno subito saccheggi. Luoghi di culto, in particolare chiese, sono state convertite in moschee; monumenti e croci abbattuti. Sembrerebbe in atto un tentativo di riscrivere la storia, eliminando ogni traccia armena nella regione. Tutto ciò avviene sotto lo sguardo passivo della comunità internazionale.  “Il mondo deve fermare tutto questo. Non è possibile che gli interessi siano più importanti della giustizia. Non è giusto rimanere in silenzio”.

Gli analisti precisano che il “conflitto” in atto tra Azerbaijan e Armenia non è di matrice religiosa, ma piuttosto territoriale, perché l’obiettivo è quello di strappare al popolo la terra e cancellare ogni traccia di una presenza storica“Il Nagorno Karabakh appare sempre più come una “partita” giocata tra Stati Uniti, Russia, Europa e Turchia”. Il Karabakh non esisterà più dal 1° gennaio 2024 e le sue istituzioni saranno presto sciolte. Intanto gli abitanti, nonostante le promesse di protezione dell’Azerbaijan, dopo l’attacco militare del 2023, sono fuggiti per paura di una futura pulizia etnica.

Il popolo armeno è ricco di storia millenaria, ma gran parte è esiliato in tutto il mondo; su 12 milioni di armeni, nove vivono in esilio. Una piccola parte è concentrata in minuscole porzioni del Caucaso che comprende la Repubblica d’Armenia, a dispetto del gigantesco regno antico che si estendeva dal Mar Caspio al Mediterraneo.

Il cristianesimo in Armenia è stato introdotto nel primo secolo dell’era cristiana ad opera degli apostoli Bartolomeo e Taddeo. Ma bisognerà attendere il governatore Tridate III, convertito e battezzato da San Gregorio l’Illuminatore, nell’anno 301, per ufficializzare il cristianesimo di Stato, qualche decennio prima che a Roma.

La tesa situazione nel Caucaso Meridionale preoccupa papa Francesco che più di una volta ha esortato le parti ad arrivare alla firma di un trattato di pace. Inoltre Francesco ha precisato che “è urgente trovare una soluzione alla drammatica situazione umanitaria degli abitanti di quella regione, favorire il ritorno degli sfollati alle proprie case in legalità e sicurezza e rispettare i luoghi di culto delle diverse confessioni religiose ivi presenti”.

Padre Tirayr HakobyanPadre Tirayr Hakobyan
Padre Tirayr Hakobyan

Abbiamo incontrato Padre Tirayr Hakobyan, Archimandrita della Chiesa Apostolica Armena in Europa Occidentale, incontro organizzato dall’Ass. Iscom Roma.

Qual è la situazione attuale in Armenia?

È molto preoccupante, anche per le dichiarazioni che rilascia il presidente dell’Azerbaijan ai mezzi di comunicazione. Il presidente afferma che l’Armenia non esiste, che fa parte dell’Occidente del loro paese. Inoltre dicono che la nostra cultura è la loro cultura. Stanno falsificando la nostra storia; dichiara che le nostre Chiese sono Chiese appartenenti all’Albania del Caucaso e quindi fanno parte della storia dell’Azerbaijan, per cui sono autorizzati a prendersi la nostra terra. Vedo un tentativo di assorbimento del nostro paese e questo è pericoloso, anche perché potrebbe sfociare in un’ennesima guerra dalle conseguenze terribili per il nostro paese già martoriato.

Padre Tirayr mi spieghi meglio…

Io penso che se le potenze mondiali, la comunità internazionale non interverranno in tempo su questo problema, sicuramente ci sarà un’altra guerra con un conseguente genocidio. Gli Armeni non hanno una terra dove fuggire, in qualche modo resistono a questo inferno. Questa guerra sarà tra l’Azerbaijan e la Turchia, che cerca di estendere il suo potere “imperiale” nella regione e nei paesi musulmani dove si parla il turco. Dovete capire che la Turchia gioca un ruolo da protagonista.

Il Nagorno Karabakh non esiste più dal 1° gennaio 2024. Quale è la situazione dei cristiani armeni in quel territorio?

Attualmente nel Nagorno Karabakh non ci sono più Armeni. I 120 mila abitanti sono fuggiti verso l’Armenia, per paura e mancanza di fiducia nel governo dell’Azerbaijan, nonostante questi avessero assicurato protezione. Oggi queste persone vivono in villaggi, cercano lavoro, ma gli aiuti arrivano soprattutto dai nove milioni di armeni sparsi in tutto il mondo. C’è un odio evidente da parte degli azeri verso la cultura e la popolazione armena. Le condizioni da parte del governo dell’Azerbaijan per coloro che volevano rimanere nel Karabakh erano improponibili. Volevano costringere la popolazione armena ad accettare la dipendenza dal punto di vista culturale, politico e sociale del paese, per così rimanere sotto il controllo del regime azero. Le dieci persone che sono rimaste, sono tutti anziani che non potevano intraprendere un lungo viaggio a causa delle precarie condizioni di salute.

Nel Caucaso continua la distruzione del patrimonio armeno-cristiano. Quante chiese, edifici, monumenti cristiani sono stati abbattuti?

Tra chiese e monasteri se ne contano più di 400, invece tra tombe e monumenti più di 1200. Vediamo che l’Azerbaijan vuole riscrivere la nostra storia, togliendo gli scritti, graffiando frasi millenarie impresse nei nostri monumenti, che confermano l’autenticità e la presenza del nostro popolo. Vogliono dimostrare davanti agli occhi di tutto il mondo che i monumenti storici appartengono a loro. Inoltre la Chiesa apostolica armena nel Nagorno-Karabakh ha un patrimonio molto vasto. Erano presenti molte chiese armene risalenti al V e VI secolo, ma sono state completamente distrutte.

Comunità armena in Italia Comunità armena
Comunità armena in Italia

Il mondo condanna la guerra tra Russia e Ucraina, ma poco il dramma che soffre il popolo armeno. Secondo lei, quali sono i motivi per cui mettono a tacere il conflitto? 

Se il paragone che viene utilizzato è quello, per cui la Russia considera l’Ucraina come una parte dell’Unione Sovietica, allora questo può valere anche per l’Azerbaijan nei confronti dell’Armenia in particolar modo con il Nagorno Karabakh. Questo è un pensiero pericoloso perché se loro pensano di recuperare i territori imperiali con questo concetto, il mondo potrebbe diventare un grande caos. Penso che si parli poco del nostro conflitto, in nome della “partita” dei grandi interessi come quello del gas e il petrolio. L’Azerbaijan fornisce queste materie prime all’Europa, ma sono i russi stessi che riforniscono il petrolio, non solo all’Azerbaijan ma anche alla Turchia. Il nostro territorio è diventato transito di merce preziosa, anzi siamo diventati un ostacolato ai loro affari.

Quali sono stati gli aiuti concreti da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente nei vostri confronti?

Abbiamo ricevuto ben poco, anzi eravamo fiduciosi che gli Stati Uniti e l’Unione europea facessero pressione sull’Azerbaijan, ma questo non è avvenuto in maniera netta. Chi si è realmente pronunciato in maniera chiara e trasparente è stato il Santo Padre e anche il governo francese di Macron. Entrambi hanno necessità del ritorno in sicurezza e legalità del popolo armeno. Inoltre hanno chiesto che si rispettassero i luoghi di culto delle diverse confessioni religiose ivi presenti. Abbiamo visto che il mondo ha condannato l’invasione della Russia in Ucraina, ma l’Azerbaijan ha fatto lo stesso, e il mondo lo ha accettato in maniera silenziosa. Ma a subire sono centinaia di migliaia di persone, tra uomini, donne, bambini e anziani, costretti a lasciare la loro terra e a rifugiarsi in Armenia. Stiamo rimanendo senza patria, non vogliamo emigrare, ci sentiamo soli!

In che maniera venite incontro ai vostri fedeli?

Cerchiamo di sostenerli dal punto vista materiale e spirituale. Cerchiamo di trovare alloggi per le nostre famiglie, per le donne e i bambini che stanno affrontando questo dramma. Ci sono molte vedove i cui mariti sono stati uccisi in guerra. Mi è capitato di assistere una mamma, senza marito, con tre figli. Oltre al problema emotivo, la donna non riesce a lavorare, né a mantenere e curare la sua famiglia, tantomeno a crearsi un futuro.

Gli aiuti umanitari, diciamo così, non sono arrivati massicciamente. In passato l’UE aveva un capitolo di spesa nel bilancio per aiutare queste famiglie, oggi non c’è più. Mi ricordo i primi anni quando la Russia invase l’Ucraina, le porte dell’Europa furono aperte accogliendo i profughi ucraini in maniera dignitosa. Ma per gli armeni del Nagorno Karabakh le porte sono chiuse.

Padre Tirayr Hakobyanc’è un lume di speranza in cui si possa raggiungere la pace?

Da parte degli armeni c’è l’intenzione di raggiungere la pace, ma devo dire che sono poco fiduciosi. La pace si realizza quando entrambe le parti la desiderano e si concretizza con un accordo firmato. Il problema è che l’Azerbaijan non vuole gli armeni. Agli azeri serve la terra senza che gli armeni siano d’impiccio. Ecco perché non vediamo la luce. L’Armenia chiede agli Stati Uniti e l’Europa di farsi garanti di quest’accordo. Altrimenti, affinché si raggiunga la pace, chiediamo a queste potenze trasparenza e sincerità nei nostri confronti. Ci dovranno dire che questo processo non è possibile semplicemente perché ci sono troppi interessi economici e politici. In ogni caso il nostro popolo ha il coraggio di vivere nonostante il passato genocidio. Oggi potremo sopravvivere solo con la pace. Non vogliamo subire un’altra pulizia etnica davanti agli occhi di tutto il mondo.

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Le pietre perdute del Nakhichevan e il pericolo per il patrimonio dell’Artsakh. Il genocidio armeno infinito (Korazym 22.01.24)

 Segnaliamo che domani, martedì 23 gennaio 2024 alle ore 19.00, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati in via della Missione 4 a Roma, verrà presentato il libro a cura di Aldo Ferrari e Antonia Arslan Un genocidio culturale dei nostri giorni. Nakhichevan: la distruzione della cultura e della storia armena (Guerini e Associati 2023, 224 pagine [QUI]).

Interverranno i curatori del libro, Antonia Arslan e Aldo Ferrari; l’On. Giulio Centemero, Presidente del Gruppo Parlamentare di Amicizia Italia Armenia; Marco Pizzo, Direttore del Museo Centrale del Risorgimento di Roma. Sarà possibile assistere alla presentazione anche online [QUI].
Il Nakhichevan ha avuto a lungo un ruolo molto importante nella storia e nella cultura dell’Armenia. Però, la millenaria presenza armena è stata completamente cancellata in questa regione che costituisce una repubblica autonoma dell’Azerbajgian. Non solo, gli Armeni hanno cessato completamente di vivere nel Nakhichevan, ma il loro imponente patrimonio artistico – in particolare le celebri croci di pietra (khachkar) di Giulfa, ma anche le numerose chiese – è stato completamente distrutto dalle autorità azere negli ultimi decenni.

Questo libro nel contempo è un chiaro monito per ciò che, purtroppo, sta accadendo in Artsakh, ormai anch’esso privo della sua popolazione armena, con il pericolo per l’importante patrimonio culturale e architettonico ora sotto controllo azero.

Antonia Arslan ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. Ha dedicato a temi letterari più di una ventina di libri e moltissimi saggi, fra cui: Dino Buzzati bricoleur e cronista visionario; Dame, droga e galline. Il romanzo popolare italiano fra ’800 e ’900; Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra ’800 e ’900. Ha tradotto Il canto del pane del poeta armeno Daniel Varujan e ha successivamente curato molte altre opere sul genocidio armeno. La sua grande notorietà come scrittrice è legata in primo luogo alla straordinaria potenza narrativa di La masseria delle allodole (2004) e del seguito, La strada di Smirne (2009). Seguono diversi altri romanzi, fra cui Il libro di Mush (2012) e, ultimo, Il destino di Aghavnì (2022).

Aldo Ferrari insegna Lingua e Letteratura Armena, Storia dell’Eurasia e Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano dirige il Programma di Ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale. È presidente dell’Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia centrale e del Caucaso (ASIAC). Tra le sue recenti pubblicazioni: Quando il Caucaso incontrò la Russia (2015); Armenia. Una cristianità di frontiera (2016); L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo (2019); Storia degli armeni (con Giusto Traina, 2020); Storia della Crimea dall’antichità a oggi (2022).

Il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni armene in Italia, salutando con soddisfazione la pubblicazione di questa opera di testimonianza su quanto accaduto in Nakhichevan, ritiene doveroso sottolineare ancora una volta il rischio che la Nazione armena e il suo popolo stanno correndo a causa delle ricorrenti minacce dell’Azerbajgian il cui Presidente, nonostante la conquista del Nagorno-Karabakh (Artsakh), continua a rivendicare territori armeni e dà vita a fantasiose ricostruzioni “storiche”.

Il Coordinamento

  • riafferma con fermezza la necessità che media e istituzioni politiche italiane comprendano l’importanza di preservare l’identità armena nel Caucaso come elemento fondamentale per la salvaguardia della nostra stessa Europa;
  • condanna le interessate lobby italiane pro-Azerbajgian che non hanno alcuna remora nel difendere una delle peggiori dittature al mondo avendo a cuore unicamente i propri interessi;
  • ringrazia tutti coloro che sostengono disinteressatamente la causa armena in questi difficili momenti che vedono il riacutizzarsi di tensioni e conflitti internazionali.

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Le Pietre Perdute del Nakhicevan e il Rischio Nagorno Karabakh. (Stilum Curiae)